Partito di Alternativa Comunista

I SALUTI DELLE DELEGAZIONI INTERNAZIONALI

 

Numerose le delegazioni di partiti esteri presenti al congresso. Sono intervenuti i compagni: Bernard Filippi, dirigente della Frazione di Lutte Ouvrière; mentre per la Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale (Lit-Ci) cui il PdAC ha deciso l'adesione al congresso erano presenti: il compagno Angel Luis Caps (intervenuto a nome del Comitato esecutivo internazionale della Lit); Zé Maria, presidente del Pstu brasiliano (tra i principali dirigenti del sindacato Conlutas, candidato alle presidenziali nel 2002 in alternativa al candidato della destra e a Lula; dirigente del Pstu, partito che alle ultime presidenziali ha concorso alla presentazione di un terzo polo con la candidatura di Heloisa Helena); il compagno José Moreno Pau, membrodella direzione del Prt spagnolo;, il compagno Gil Garcia del Portogallo dirigente di Ruptura-Fer; i compagni Jan Talpe e Gary Rubin della Lct del Belgio.

 

 

Hanno poi mandato messaggi di saluto scritto al congresso anche le sezioni francese e turca della Lit. Riportiamo qui sotto i loro messaggi.

 

SALUTO DI REVOLUTIONARY WORKER

sezione turca della Lit

 

Ai compagni del PdAC

 

Inviamo calorosi saluti da parte dei militanti di Revolutionary Worker (sezione turca della Lit-Ci) ai nostri compagni italiani.

Noi crediamo che il vostro congresso sia un grande passo avanti nella costruzione della Quarta Internazionale. Speriamo di poter sviluppare una fruttuosa collaborazione col PdAC per poter costruire il nostro partito mondiale nella regione.

 

"Solo la Quarta Internazionale può guardare con fiducia al futuro. Essa è il partito mondiale della rivoluzione socialista! Non c'è mai stato compito più gigantesco sulla terra. Su ciascuno di noi grava una tremenda responsabilità. Il nostro partito richiede da ciascuno di noi totale e completa dedizione. Lasciamo ai filistei coltivare la loro individualità nel vuoto. Per un rivoluzionario dedicarsi interamente al partito significa trovare sé stesso. Sì, i compiti del nostro partito ci assorbono completamente. Ma ricambiano ognuno di noi con la soddisfazione più alta: la consapevolezza di partecipare all'edificazione di un futuro migliore, di portare sulle nostre spalle una parte delle prospettive dell'umanità, e la certezza di non essere vissuti invano."

 

Lunga vita al Partito di Alternativa Comunista!

Lunga vita alla Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale!

 

Comitato Centrale Revolutionary Worker (Turchia)

 

 

SALUTO DEL GRUPPO SOCIALISTA INTERNAZIONALISTA

sezione francese della Lit

 

Stimati compagni della Direzione di PC Rol e compagni delegati al congresso,

 

inviamo un fraterno e caloroso saluto al vostro congresso di fondazione da parte del Gsi (sezione francese della Lit).

Avremmo voluto poter partecipare al vostro congresso ma abbiamo saputo in ritardo del suo svolgimento e della vostra intenzione di aderire alla Lit, ciò che ha reso difficile per motivi organizzativi prenotarci per tempo.

La risoluzione approvata dal vostro CC, contenente la proposta di sottomettere al congresso fondativo una richiesta di riconoscimento come sezione italiana della Lit, ha suscitato un'entusiasta reazione tra i militanti della nostra organizzazione. Specialmente, siamo sicuri che la vostra esperienza e sostegno aiuteranno una costruzione di una direzione collettiva della Lit in Europa.

L'offensiva del capitalismo europeo di Maastricht ci pone enormi compiti. Nella loro voracità permanente, i capitalisti pretendono di distruggere il movimento operaio, azzerare le sue conquiste e la sua organizzazione. Ciò ci pone di fronte alla responsabilità storica di dotarci di una politica che ci permetta di agire in forma congiunta in tutta Europa. L'offensiva dell'Unione Europea, attraverso i suoi trattati e direttive, pone obiettivamente la necessità di unificare l'insieme del movimento operaio, come unica risposta per respingere l'attacco: il nostro compito è quello di favorire questo processo di mobilitazione e di organizzazione del movimento di massa. Dotarci di una direzione europea è la condizione sine qua non per adempiere a questo compito e per costruire la nostra Internazionale in Europa.

Vi auguriamo che i lavori del vostro congresso fondativo vi pongano nelle migliori condizioni per affrontare la lotta di classe in Italia e per continuare la costruzione della nostra nuova sezione!

 

Ricevete, stimati compagni, i nostri saluti trotskisti.

 

Viva il congresso fondativo della nostra sezione italiana!

Viva il PdAC!

Viva la Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale!

Viva la Quarta Internazionale!

 

Gruppo Socialista Internazionale (Francia)

 

DELIBERATO ESECUTIVO DELLA RISOLUZIONE CONGRESSUALE

SULLA RICHIESTA DI ADESIONE ALLA LIT- CI

Il Congresso nazionale

- valuta positivamente il complessivo percorso che, nell'ottica della costruzione del partito sul piano internazionale, ha condotto Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori, dopo la rottura con il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (Crqi) a seguito della scissione dalla vecchia Amr, ad affrontare e discutere politicamente il quadro delle convergenze e delle divergenze esistenti con le più grandi tendenze internazionali, tra cui la Lit-Ci (Liga Internacional de los Trabajadores - Cuarta Internacional), che si richiamano ai principi del trotskismo conseguente, non disdegnando peraltro il confronto anche con altre organizzazioni che si muovono nel quadro del marxismo rivoluzionario,

- fa proprie tutte le risultanze del lavoro istruttorio relativo alla costruzione internazionale di Pc-Rol sin qui svolto dal GdL Internazionale e dagli organismi dirigenti del partito e, condividendo le Tesi approvate dall'VIII Congresso mondiale della Lit (luglio 2005),

delibera

di chiedere alla Liga Internacional de los Trabajadores - Cuarta Internacional (Lit-Ci) il riconoscimento del Partito di Alternativa Comunista (PdAC) come sezione italiana della Lit-Ci, sulla base dei documenti congressuali in discussione e che verranno approvati dal Congresso.

Rimini, 6 gennaio 2007.

RELAZIONE INTRODUTTIVA ALLA SESSIONE INTERNAZIONALE DEL CONGRESSO

 

di Valerio Torre

 

La situazione mondiale è caratterizzata dalla crisi e dall'instabilità della dominazione capitalista. Da un lato, i capitalisti attaccano la classe operaia per mantenere la loro capacità di fare profitti; dall'altro, la classe operaia resiste.

Da un punto di vista economico, la crisi capitalistica si può riscontrare nel massiccio eccesso di capacità e di sovrapproduzione del capitale su scala mondiale; nella crescente disuguaglianza di ricchezza e di salario; nello sviluppo della speculazione e del carattere parassitario del capitale finanziario ad un grado mai visto dagli anni ‘20 (si pensi che negli Usa i profitti del 2006, in proporzione del Pil, sono notevolmente più alti che nel 1929, quando, prima del grande crollo, l'economia americana ribolliva); nelle sempre più ricorrenti crisi finanziarie; nell'incapacità del capitalismo di offrire una qualsiasi prospettiva di sviluppo nei paesi dipendenti; nel terrore dei capitalisti di un brusco risveglio dopo aver fatto man bassa di profitti negli anni ‘90 segnati dalla speculazione finanziaria.

È di questi giorni il dibattito fra gli economisti sul tipo di impatto che il forte rallentamento in atto dell'economia americana avrà a livello globale: fra le posizioni di chi immagina una frenata molto brusca dei mercati statunitensi con un passaggio dall'attuale fase di crescita recessiva (cioè di crescita che porta con sé un aumento della disoccupazione) ad una fase di vera e propria recessione, con una recrudescenza del protezionismo Usa; e quelle di chi, invece, ritiene più plausibile - dopo quattro anni di boom espansivo - un atterraggio morbido dell'economia americana ed una conseguente pausa non drammatica dell'economia mondiale. Ed il segno di quest'incertezza sta in un'eloquente dichiarazione del vicepresidente della Federal Reserve, Donald Kohn, che ha recentemente affermato: «Non siamo sicuri di come sia andata l'economia, di come stia andando, né di come andrà».

Sta di fatto, però, che l'alternarsi di cicli di crescita e cicli recessivi connota la situazione complessiva come fase di stagnazione, in cui i capitalisti tentano di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso l'aumento del tasso di sfruttamento. Questa fase sembra essere destinata a durare, poiché gli indicatori economici non fanno pensare ad un collasso del sistema, né suggeriscono un suo riequilibrio.

Sotto il profilo squisitamente economico, quindi, il vero problema del capitalismo è il disequilibrio e la stagnazione; la sua vera ricetta è l'attacco ai lavoratori.

Da un punto di vista politico, invece, la tendenza delle masse a resistere si può riscontrare nella serie di esplosioni sociali ad ogni latitudine del mondo, caratterizzate da sollevazioni popolari e scioperi, sia operai che studenteschi.

Dopo che, nel 1991, l'Unione Sovietica cadde vittima delle sue contraddizioni interne e della pressione imperialista e collassò su se stessa, i capitalisti erano convinti di poter imporre un "nuovo ordine mondiale"; proclamarono la "fine della Storia", prefigurando un'epoca in cui la lotta di classe sarebbe scomparsa e la questione della trasformazione di questa società non sarebbe più stata all'ordine del giorno. La politica dell'imperialismo dei primi anni ‘90 è stata improntata al neoliberalismo in abiti formalmente democratici, all'insegna della vecchia ricetta del "laissez faire, laissez passer". La democrazia borghese, infatti, implica il minimo di coercizione ed il massimo di coinvolgimento della classe operaia: cioè il minimo investimento possibile di profitti per il controllo della classe operaia. Ne abbiamo una riprova proprio oggi in Italia con la rapina del Tfr: il capitalismo, come sostiene con dovizia di argomentazioni il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore del 30 dicembre scorso, giustifica il passaggio forzoso dei lavoratori ai fondi pensione come - cito testualmente - «la sfida di far partecipare alla crescita del capitale anche i lavoratori tramite l'adesione ai fondi pensione e la diffusione dell'investimento azionario consapevole»; cioè come «un'altra via per meglio distribuire l'aumento dei profitti». E nello stesso senso vanno le proposte di Confindustria stessa di compartecipazione dei lavoratori ai rischi d'impresa attraverso la contrattazione aziendale legata all'andamento del ciclo produttivo in cambio dell'azzeramento della contrattazione collettiva nazionale: si tratta, appunto, del progetto del padronato di attrarre sempre più a sé la classe lavoratrice per legarla ai suoi destini per indebolirne la potenzialità di rottura come classe contrapposta. E ben venga se, come sottoprodotto per ottenere il controllo delle dinamiche di massa, la borghesia riesce anche a guadagnarci (intercettando nei fondi pensione il salario differito del Tfr, oppure azzerando la contrattazione collettiva e, quindi, i diritti dei lavoratori).

Tuttavia, oggi, a voler verificare gli esiti degli incauti proclami sulla fine della Storia, la scomparsa della lotta di classe, il predominio del sistema capitalistico come unico e migliore dei mondi possibile, si può affermare, senza tema di smentite, che il capitalismo non è riuscito a stabilire un nuovo equilibrio, né politico, né economico.

Nonostante le previsioni di alcuni osservatori, compresi quelli di sinistra, circa la possibilità di una nuova e duratura espansione economica a largo raggio, a livello globale appunto, il massiccio eccesso di capacità e di sovrapproduzione, le rivalità interimperialistiche e la resistenza dei lavoratori, non consentono ai capitalisti di trarre vantaggio dai progressi tecnologici; essi non possono più fare quelle concessioni che sarebbero necessarie per garantire la pace sociale e permettere che il sistema funzioni. Il nuovo ordine sociale è fallito.

Dalla metà degli anni ‘90, i lavoratori hanno iniziato ad opporre resistenza all'ordine neoliberale. Lotte di classe e lotte sociali si sono ripresentate sempre più frequentemente e l'avanguardia della classe operaia ha cominciato a riprendersi dallo shock, dalla confusione e dall'arretramento indotti dalle sconfitte degli anni ‘80 e ‘90 e dal crollo dell'Urss, cercando di comprendere le ragioni delle sconfitte e la maniera di superarle.

Tuttavia, lo sviluppo della lotta di classe non è ancora giunto ad un livello tale da poter minacciare la dominazione capitalista su scala mondiale. Al momento, i capitalisti hanno ancora la possibilità di continuare a portare i loro attacchi contro la classe lavoratrice ed il proletariato, manovrando all'interno dello spazio relativamente stretto che va dal centrodestra al centrosinistra, senza necessità di ricorrere diffusamente ai fronti popolari stile anni ‘30, alle dittature militari od al fascismo. Però, l'incapacità dei capitalisti di rendere stabile il sistema, da un lato; e la resistenza che oppongono le classi subalterne, dall'altro, dimostrano che la prospettiva rivoluzionaria - sullo sfondo del fallimento dello stalinismo, della crisi del riformismo e del crollo delle esperienze socialdemocratiche - è più che mai attuale: la soluzione della classe operaia alla crisi capitalista è la rivoluzione mondiale!

I settori più aggressivi del capitalismo (come l'amministrazione Bush), che, dal canto loro, hanno il polso della situazione che si va determinando, hanno approfittato dell'attacco alle Twin Towers del 11 settembre 2001 per teorizzare la c.d. "guerra preventiva al terrorismo". Hanno individuato una serie di obiettivi strategici - vitali per l'econo­mia ed il sistema imperialistico nordamericano - al fine di imporre quel "nuovo ordine mondiale" che a Bush padre non era riuscito di instaurare, nonostante i proclami in tal senso, con l'aggressione all'Iraq del 1991. Quest'opzione bellicista - che non si limita all'attacco ed all'occupazione dell'Afghanistan nel 2001 e dell'Iraq nel 2003 (preceduti dalla guerra dei Balcani), ma comprende anche l'intervento militare nelle Filippine ed in Colombia e la costante minaccia a Siria, Corea del Nord ed Iran - ha l'obiettivo di riaffermare la supremazia militare degli Stati Uniti rispetto a quei paesi che potrebbero essere potenzialmente "nemici" od in competizione con loro; ma, nel contempo, tende a comprimere sempre di più i diritti dei cittadini e le conquiste dei lavoratori attraverso le cc.dd. "misure antiterrorismo".

Tuttavia, l'imperialismo Usa incontra una serie di problemi, come dimostra l'impasse in Afghanistan e, in misura molto maggiore, in Iraq, dove attualmente l'amministrazione Bush non ha la possibilità immediata di stabilizzare la situazione. L'imperialismo americano vorrebbe già passare alla prossima guerra, ma non riesce a tirare fuori dalle secche irachene le truppe impegnate. D'altro canto, la stessa opinione pubblica americana si sta spostando su posizioni critiche rispetto alle politiche di Bush: certo, non in relazione agli obiettivi, ma quantomeno in relazione ai mezzi impiegati. In questo senso, va segnalato il memorandum prodotto nelle scorse settimane dalla Commissione Baker che ha indicato all'amministrazione Usa le linee per una limitata exit strategy tendente a mantenere il controllo nordamericano in Medioriente con un minimo coinvolgimento militare.

Di qui - e tenendo comunque presenti le contraddizioni che attraversano il governo statunitense (Bush ha criticato le raccomandazioni della Commissione Baker per un diretto coinvolgimento diplomatico di Siria ed Iran per un'ipotesi di stabilizzazione della regione sostenendo che Siria ed Iran sono parte del problema in Iraq, non della soluzione) - di qui, dicevo, il parziale abbandono in sordina della tendenza all'unilateralismo in politica estera da parte di Bush in favore di un moderato multilateralismo che implica il coinvolgimento degli imperialismi europei per il controllo dell'intera area mediorientale: coinvolgimento che ha trovato un immediato riscontro, per quel che riguarda il Libano, da parte dell'Italia, intenzionata a coprire le difficoltà in politica interna con un rinnovato protagonismo in politica estera, e della Francia, desiderosa di partecipare alla spartizione di un bottino da cui è stata tenuta fuori per la posizione assunta all'epoca dell'aggressione Usa all'Iraq; mentre la stessa Germania si è subito proposta, per dare seguito alle raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione Baker, come intermediario tra Washington e Teheran, assicurando peraltro agli Stati Uniti appoggio e cooperazione per la ricostruzione dell'Iraq non appena la situazione della sicurezza lo consentirà: anche qui col malcelato intento di partecipare alla distribuzione dei profitti che assicurerà l'affare della ricostruzione.

Questo appena descritto è il prodotto delle contraddizioni interimperialistiche che già negli anni scorsi - a dispetto delle immaginifiche costruzioni intellettuali dei teorizzatori dell'Impero (penso alle fortune editoriali dei libri di Toni Negri) - erano vive e vitali, come ad esempio nelle guerre doganali e dei dazi sull'acciaio fra Stati Uniti ed Europa. Contraddizioni che si erano ulteriormente rivitalizzate attraverso l'aggregazione di paesi (Usa, Gran Bretagna, Italia e Spagna, da un lato; Germania, Francia, Russia e Cina, dall'altro) che hanno fatto dell'aggressione e della successiva occupazione dell'Iraq l'occasione per lo sviluppo dei propri rispettivi imperialismi. E proprio sulla spartizione del bottino di guerra si era verificata un'ulteriore recrudescenza dello scontro fra questi paesi, dal momento che gli Usa avevano espressamente escluso dal grosso affare degli appalti per la ricostruzione dell'Iraq le imprese di quegli stati che non li avevano militarmente appoggiati.

In ogni caso, la soluzione bellicista che il capitalismo sta in questo momento sperimentando non è scivolata senza reazioni sulle spalle dei lavoratori. Al contrario!

Gli attacchi militari e le occupazioni hanno determinato la discesa in campo di un ampio movimento contro la guerra: in tutto il mondo, grandi masse di lavoratori, disoccupati, donne, studenti, si sono mobilitate contro la guerra e per la difesa dei propri diritti, tanto che dall'autunno del 2002 alla primavera del 2003 si sono viste le più grandi manifestazioni contro la guerra dai tempi del Vietnam.

Quest'opzione bellicista, che il capitalismo sta praticando per instaurare un ordine mondiale favorevole al proprio ulteriore sviluppo, sta però dispiegandosi sullo sfondo di una congiuntura economica che non vede né crescita e progressiva espansione del sistema capitalistico, né crisi finanziaria catastrofica ed il suo collasso, ma una fase di complessiva stagnazione con episodi recessivi.

L'instabilità politica e sociale che questo quadro comporta ha determinato - e determinerà ancor di più - una netta ripresa delle lotte di massa, sia per l'aumento delle già forti tensioni sociali, sia per l'attuazione di politiche sempre più repressive da parte dei governi.

Certo, il livello della lotta di classe - o, meglio, il livello di coscienza che presiede la lotta di classe - non è paragonabile a quello di trenta anni fa; ma se già guardiamo a dieci anni fa notiamo che il livello è notevolmente superiore.

L'Europa, nonostante il recentissimo allargamento a 27 con l'ingresso di Bulgaria e Romania, non può dirsi un soggetto in grado di competere con l'imperialismo americano: l'Ue costituisce più che altro un'unione monetaria, una somma di alcuni imperialismi nazionali che trainano a rimorchio paesi dipendenti inglobati al solo scopo di allargare i mercati per la penetrazione delle imprese dei paesi più sviluppati e per fruire di manodopera più a buon mercato proveniente da quelli più deboli. È indubitabile che l'allargamento ad Est abbia regalato all'Unione quello che le mancava, cioè un serbatoio mobile e flessibile di manodopera a basso costo il cui utilizzo ha avuto un ruolo centrale nella ripresa economica europea con il sorpasso, per la prima volta da anni, degli Stati Uniti.

Tuttavia, nonostante il balzo in avanti dell'economia dell'Ue, siamo in presenza di un progetto rimasto a metà del guado. Quasi mezzo miliardo di cittadini (seconda solo a Cina ed India); più di un quinto del Pil mondiale e il 18% del commercio internazionale; ventitré lingue ufficiali: eppure, l'allargamento dissennato, perseguito con gli obiettivi appena detti, ha creato un'entità eterogenea e di fatto ingovernabile, malvista e contrastata dal 45% dei suoi cittadini, con una Carta costituzionale bloccata ed un ceto politico che non ha soluzioni immediate per stabilizzare questa situazione. In realtà, ben può dirsi che l'Europa, così come è stata costruita, è, né più né meno, una zona di libero scambio, non già un'entità politica.

Intanto, altri paesi dell'ex blocco comunista, comprese le nuove repubbliche balcaniche nate dall'esplosione della Jugoslavia, bussano alle porte dell'Ue ed il loro ingresso determinerà ulteriori tensioni e contraddizioni.

L'America Latina costituisce, in questo momento, il punto di sofferenza più acuto per l'imperialismo capitalistico. E non certo per la favoletta che la stampa borghese racconta, cioè quella di un continente praticamente espugnato dai "comunisti" grazie ad un progressivo spostamento a sinistra determinato dall'affermazione nel tempo di leader più o meno radicali (Lula in Brasile, Ortega in Nicaragua, Correa in Ecuador, Morales in Bolivia; e prima ancora Bachelet in Cile, Kirchner in Argentina). Quanto piuttosto perché più vivo è lo scontro sociale in atto, con le masse che da tempo hanno rialzato la testa scontrandosi con governi frontepopulisti insediati dal capitalismo stesso per sterilizzare il conflitto sociale e bloccare una possibile rivoluzione. D'altro canto, sono gli stessi capitalisti - che hanno in questo senso un fiuto eccezionale - ad escludere che al momento i vari governi di "sinistra" e di "centrosinistra" in America Latina possano costituire una minaccia per il sistema e per i loro profitti: nelle scorse settimane, ad esempio, dopo la rielezione di Chavez, una puntuale analisi de Il Sole 24 Ore rivelava l'assoluta tranquillità con cui il capitale guarda ai processi in atto nel continente sudamericano con l'insediamento di governi più o meno radicali.

Tuttavia - e qui le previsioni dei capitalisti sono meno precise - le potenzialità rivoluzionarie sono, in una prospettiva meno immediata, notevoli, dato che il livello di scontro sociale può tornare a salire prepotentemente allorquando le riforme che questi governi attueranno (persino quelli apparentemente più a sinistra, come quelli di Chavez e di Morales) andranno in direzione liberale.

L'esempio più evidente di quanto dicevo è costituito dal governo Lula, la cui elezione nel 2002 suscitò grandi speranze nelle classi disagiate, che videro in questo risultato un'occasione storica di rivincita sociale. Ma, non appena insediato, Lula iniziò da subito a pagare il debito contratto con i rappresentanti del capitalismo finanziario brasiliano ed internazionale per il notevolissimo contributo che essi diedero alla sua elezione, continuando le politiche liberiste del suo predecessore Cardoso, onorando gli impegni finanziari assunti con il Fmi e mettendo nei posti chiave delle istituzioni di governo i rappresentanti del grande capitale industriale e finanziario.

Dopo solo un anno di presidenza, gli investitori internazionali e le istituzioni finanziarie lodarono l'ortodossia economica di Lula, mentre la moneta brasiliana, il real, si apprezzava sul dollaro di oltre il 17%, il maggior guadagno nel 2003. La controriforma sulle pensioni determinò un'enorme ondata di proteste e venne approvata a colpi di repressione all'interno dello stesso Pt da cui vennero espulsi i deputati dissenzienti. La mancata attuazione delle promesse di riforma agraria fatte ai Sem Terra determinò l'innalzarsi della conflittualità sociale e la ripresa delle occupazioni delle terre del latifondo. Infine, la tangentopoli del 2005 fece crollare gli indici di popolarità di Lula, che infatti ha dovuto attendere il ballottaggio alle recenti elezioni per poter essere riconfermato nel mandato presidenziale. La sua rielezione, peraltro, viene vista con sempre maggior disincanto dai settori progressisti che l'hanno sempre sostenuto.

In Argentina, dopo le straordinarie giornate rivoluzionarie del dicembre 2001 e la cacciata del governo De La Rua, lo sviluppo del processo rivoluzionario si è allargato fino a creare l'embrione di un dualismo di poteri: oltre ai blocchi delle grandi arterie nazionali, agli scioperi generali ed alle grandi manifestazioni, le assemblee popolari e l'occupazione delle fabbriche hanno costituito un contropotere che si è opposto con la forza dei lavoratori, dei disoccupati, delle donne, dei giovani, al potere dello stato borghese; insomma, alla violenza repressiva del capitale si è contrapposta la forza delle masse. Tuttavia, nella fase successiva, proprio perché il processo rivoluzionario non ha avuto uno sbocco in senso operaio e socialista, l'azione di contenimento delle forze nazionaliste borghesi, dei partiti di centrosinistra e di sinistra e delle loro centrali sindacali - che in particolare sono riuscite ad evitare che la classe operaia assumesse un ruolo centrale nella protesta - ha incanalato la protesta di massa in alvei legalitari più controllabili; sicché, con le elezioni presidenziali che hanno portato Nestor Kirchner al potere, la situazione sociale è rifluita sino ad una sostanziale stabilizzazione.

Le elezioni presidenziali del 2005 in Bolivia hanno indubbiamente rappresentato l'epilogo di un lungo periodo di ascesa rivoluzionaria delle masse del paese andino: una dinamica - come storicamente è sempre accaduto - contraddittoria e nient'affatto lineare, ma certamente significativa rispetto all'attuale situazione politica e sociale del continente sudamericano.

Dopo la cacciata, nel 2003, del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, Evo Morales è salito al potere sulla base di un programma che, pur conservando toni verbali dal carattere radicale, è un progetto di "sviluppo nazionale e modernizzazione produttiva" che rappresenta un accomodamento nella cornice della democrazia boliviana.

Il risultato elettorale, con la canalizzazione dell'enorme pressione popolare nella massiccia espressione di voto per Morales, rappresenta senza dubbio un duro colpo per l'amministrazione Bush, per l'imperialismo e per l'oligarchia boliviana, che auspicavano (pur senza riporvi troppe speranze) la neutralizzazione del candidato indio. Ma, allo stesso tempo, pone le classi subalterne boliviane di fronte ad un dilemma di importanza capitale: il programma di Morales, al di là degli altisonanti principi, non ha futuro giacché non propone altro se non la convivenza con le grandi multinazionali degli idrocarburi; e tuttavia, non ha alcuna capacità di ridimensionare queste ultime, dal momento che la debole struttura dello stato andino non consente alcun tipo di controllo effettivo su di esse. Nondimeno, le grandi mobilitazioni operaie e popolari che sono confluite nel voto per il Mas richiedono una riorganizzazione sociale su nuove basi, di cui una è quella della nazionalizzazione dell'industria petrolifera senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Si tratta, a ben vedere, dello "storico" dilemma: governo dei lavoratori o capitolazione di fronte all'imperialismo delle industrie del petrolio? E, come sempre, esso può essere sciolto in senso favorevole alle classi subalterne solo se vi sarà una direzione alternativa del movimento operaio e contadino di Bolivia.

Per il Venezuela il discorso è sostanzialmente analogo: Chavez, appena rieletto presidente, gode indubbiamente di un vasto consenso popolare costruito attraverso la realizzazione - sia pure confusa ed ambigua - di obiettivi di industrializzazione e redistribuzione, in favore delle classi meno abbienti e più emarginate, del differenziale della rendita derivante dalla produzione e dalla vendita del petrolio. Ed anche a livello internazionale, Chavez viene ormai universalmente identificato come il leader di una pretesa "rivoluzione bolivariana" in grado di fungere da argine all'imperialismo statunitense in America Latina.

Nella realtà il "chavismo" non è altro che un regime nazionalista borghese fondato su una buona dose di populismo e sul carisma del presidente, che gli ha consentito, agitando peraltro un antimperialismo verbale e praticando una crescente militarizzazione dell'intera amministrazione, di incunearsi nel vuoto di potere derivato dalla corruzione diffusa del sistema politico che ha ereditato. Ma, il "chavismo" rappresenta pure una variante progressista dell'"allendismo", inteso come pratica della transizione pacifica ed istituzionale al socialismo entro la cornice legale e costituzionale fissata dal capitalismo, con la propensione di classe a cedere nei confronti dell'imperialismo capitalista. Ne costituisce un chiaro esempio la complessiva politica economica e commerciale di Chavez per cui le grandi compagnie petrolifere americane vantano solidi e redditizi contratti commerciali con la Pdvsa (l'impresa statale del petrolio di Caracas).

La prospettiva dei lavoratori non è e non può essere quella di restare invischiati nell'ennesimo fallimento di un'esperienza nazionalista borghese, com'è quella "chavista", e nella ragnatela che essa ha tessuto e tesse con l'imperialismo. Essi dovranno - nel momento in cui oseranno chiedere di più scontrandosi con lo stesso Chavez - comprendere i limiti insuperabili di quella politica di compromesso, contrapponendovi la costruzione di un partito operaio rivoluzionario indipendente che costituisca l'avanguardia operaia rivoluzionaria su cui costruire l'unità socialista dell'America Latina

Riprendendo il discorso, non si può non vedere che, con le specificità proprie dei singoli paesi sudamericani, le contraddizioni che le riforme dei governi determineranno nelle masse e la disillusione che quelle riforme indurranno potranno essere la miccia in grado di incendiare l'intero continente, la scintilla capace di innescare nuovi e più deflagranti processi rivoluzionari. Tuttavia, vanno fatte alcune precisazioni.

All'interno di un processo di radicalizzazione sociale, sospinta dalla crisi, un settore di avanguardia della classe operaia può maturare un orientamento anticapitalista e di fatto rivoluzionario, può rivendicare la propria autonomia di classe, rivendicare la rottura con la borghesia, l'esproprio della borghesia, rivendicare il governo dei trabajadores, e al tempo stesso sperimentare nelle sue stesse forme organizzative l'embrione di un potere alternativo, come abbiamo visto per l'Argentina nel 2001 e, più recentemente, con la Comune di Oaxaca, in Messico. I poteri forti avvertono che questi esempi possono indurre una suggestione, possono essere fattori di contagio per altre realtà. Il fatto che, in un paese quale l'Argentina - che veniva presentato dai vertici del centrosinistra fino a poco tempo fa come il paese che aveva sperimentato brillantemente le ricette del neoliberismo in versione moderata - le masse si siano ribellate contro un governo regolarmente eletto e siano riuscite con la loro forza a cacciarlo è in qualche modo, dal punto di vista della percezione della borghesia - che, come dicevo prima, ha un fiuto e un intuito di classe sperimentato da secoli - un grande elemento di preoccupazione. Ed esattamente per questo, la borghesia lavora proprio per sterilizzare quelle potenzialità. Il punto è che non è sufficiente che quelle condizioni oggettive vi siano; è necessario e decisivo l'intervento concentrato di un fattore soggettivo che lavori a innescare la miccia e che contrasti le operazioni avverse della borghesia.

La storia ci insegna che nessun movimento di massa, per quanto grande nelle sue potenzialità, ha in sé la soluzione dei problemi che pone: il fattore decisivo è sempre l'incontro con un progetto cosciente, con una direzione politica capace di ricomporre quelle potenzialità sul terreno della rivoluzione. E questo è ovunque il compito difficile dei comunisti. Che, attraverso una battaglia di egemonia, debbono sviluppare, nel profondo dei movimenti e nel cuore delle loro contraddizioni, una coscienza anticapitalista e rivoluzionaria nella consapevolezza che, fuori di questa strada, l'alternati­va è esattamente la dispersione e quindi la sconfitta di quei movimenti.

Ecco perché partiti rivoluzionari ed un'Internazionale rivoluzionaria sono gli strumenti necessari perché la classe operaia conquisti il potere. La ragione chiave per la quale le esplosioni sociali di questi ultimi anni sono state tutte arginate sta nella loro direzione: composta non già da partiti rivoluzionari, ma da partiti o burocrazie che hanno praticato la collaborazione di classe con la borghesia e, in alcuni casi, con l'imperialismo. Come abbiamo in altre occasioni detto, ciò che a tutte le latitudini del mondo in questi anni è mancato non sono state le lotte, ma una prospettiva di sviluppo rivoluzionario delle lotte ed in particolare una loro direzione rivoluzionaria.

Compito dei marxisti rivoluzionari è, appunto, costruire la direzione capace di intervenire nello sviluppo rivoluzionario della lotta di classe e portare la classe operaia al potere.

Ed è proprio per questo motivo - perché vogliamo costruirci come direzione rivoluzionaria delle lotte in Italia sapendo che non possiamo esimerci dal costruire, in Italia, la sezione della direzione internazionale delle lotte nel mondo - che, nell'affrontare il difficile compito di far nascere un partito rivoluzionario, ci siamo contemporaneamente impegnati perché esso nascesse come sezione di un'Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori - la Quarta (perché, come diciamo nelle Tesi, il numero indica non già un feticcio, bensì un programma e, contemporaneamente, un lascito storico).

Oggi questa Internazionale non esiste. Esistono, però, varie tendenze internazionali che si richiamano al patrimonio politico - e lo investono nelle lotte cui partecipano - della Quarta Internazionale di Trotsky. Queste tendenze, senza proclamarsi (al contrario di altre) la Quarta rifondata, hanno la consapevolezza che ancora lunga è la strada per la rifondazione dell'Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori e nel loro orizzonte politico hanno come obiettivo proprio la rifondazione della Quarta Internazionale.

La necessità di rifondare la Quarta, e non costruire una nuova Internazionale, sta nella constatazione che il processo di degenerazione che pure ha afflitto l'Internazionale di Trotsky dopo la sua morte è stato di gran lunga meno grave e profondo di quelli che hanno portato allo scioglimento della Prima, della Seconda e della Terza.

La rivoluzione proletaria è attuale perché attuali sono le sue premesse oggettive (la crisi della società) e soggettive (l'esistenza di una classe rivoluzionaria): e la connessione fra tali premesse è stata operata solo dal programma (e dall'Internazionale) trotskista. Solo il programma (e l'Internazionale) trotskista integra la lotta antiburocratica nella prospettiva della rivoluzione anticapitalista e proletaria mondiale: è l'unico programma che oggi - nella dichiarata continuità col bolscevismo dell'Ottobre, con le prime tre Internazionali e con la parola d'ordine principale del marxismo, la dittatura del proletariato - difende esplicitamente la prospettiva storica del socialismo.

Per dare una prospettiva di vittoria alla classe operaia occorre partire dal recupero di quel programma e di quell'Internazionale, soprattutto oggi che la crisi congiunta del capitalismo, della socialdemocrazia e dello stalinismo apre uno spazio storico sociale e politico obiettivamente più ampio per il rilancio di quel programma e del suo partito mondiale.

Ci siamo quindi posti, sulla base di queste premesse, l'obiettivo di operare per un raggruppamento sulla convergenza politico-programmatica, partendo ovviamente dalle forze che si richiamano al trotskismo conseguente. Dopo un lungo lavoro istruttorio, di cui costituiscono testimonianza le approfondite discussioni all'interno del Gruppo di Lavoro Internazionale e degli organismi dirigenti (che sono poi sfociate in decine e decine di circolari informative per gli iscritti e numerosi articoli sul nostro giornale) ci siamo confrontati con le due più grandi tendenze internazionali che si richiamano ai principi del trotskismo conseguente: la Lit-Ci (Lega internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale) e la Ft-Ci (Frazione trotskista - Quarta Internazionale), avendo anche un'interlocuzione con altre organizzazioni, tra cui la Frazione di Lutte Ouvrière, con le quali abbiamo allacciato rapporti tendenti a chiarire il quadro delle convergenze e delle divergenze esistenti.

Tali relazioni hanno preso le mosse da una serie di incontri preliminari con dirigenti di queste organizzazioni, scambio di documenti, di articoli che sono stati pubblicati sui rispettivi organi di stampa, discussione sui nostri testi congressuali con la presenza di dirigenti della Lit e della Ft al nostro Consiglio Nazionale. Tutto il percorso fatto ci ha convinti che sia la Lit che la Ft potessero essere parte - al di là di divergenze su aspetti relativi alla tattica, che a nostro avviso non intaccavano la comune elaborazione teorica e visione strategica - di un processo di aggregazione come percorso verso la rifondazione della Quarta Internazionale. In questo senso, ci siamo resi promotori di un incontro con delegazioni dell'una e dell'altra tendenza proponendo come terreno di discussione, tra gli altri, le nostre tesi congressuali. Tutto ciò, naturalmente, allo scopo di fornire, sia agli organismi dirigenti che all'intero nostro corpo militante, elementi di riflessione perché il Congresso potesse assumere una meditata decisione sulla nostra collocazione internazionale.

Crediamo di poter dire, senza enfasi, che quest'obiettivo - l'elaborazione collettiva di una scelta - è stato raggiunto: la discussione sui temi internazionali e sulla nostra collocazione nel panorama delle tendenze che si richiamano ai principi del marxismo rivoluzionario ha veramente attraversato tutto il tessuto della nostra organizzazione; il dibattito degli organismi dirigenti su questo punto è stato appassionato e partecipato: tutti i compagni presenti al Cn a ciò deputato sono intervenuti, apportando ulteriori elementi di riflessione su quelle che poi sono state le scelte che oggi, attraverso la risoluzione che vi è stata consegnata, vengono sottoposte alla discussione della platea congressuale.

I componenti del Cn, pur esprimendo valutazioni anche parzialmente diverse su taluni aspetti relativi all'ampiezza delle differenze fra Lit e Ft (in particolare, su questioni di politica estera, di politica sindacale e di alleanze elettorali), si sono sostanzialmente e quasi unanimemente espressi nel senso di un'adesione alla Lit, non solo valutando, nel complesso del dibattito, che le posizioni da quest'ultima sui temi rispetto ai quali sussistono delle divergenze fra le due tendenze siano più in consonanza con la nostra elaborazione politica, ma soprattutto avendo maturato la consapevolezza che questa scelta, anche per le modalità con cui si è prodotta (la discussione franca, fraterna e leale, il confronto senza secondi fini sulle rispettive posizioni), costituisce realmente un progresso sulla strada della rifondazione della Quarta poiché, appunto, si tratta di un processo di aggregazione basato sulla chiarezza programmatica.

Oggi viene proposto al Congresso - con questa risoluzione - di esprimersi sulla decisione di chiedere alla Lit il riconoscimento del nostro partito come sua sezione nazionale. Questo non significa certo chiudere la discussione con la Ft e con le altre organizzazioni. Al contrario: è nostro intendimento proseguire, come parte della Lit, il dibattito e l'interlocuzione con tutte quelle tendenze che condividono i principi del marxismo rivoluzionario al fine di favorire processi di aggregazione come parte del percorso della rifondazione della Quarta Internazionale, secondo il metodo che rivendichiamo nelle nostre Tesi.

Riteniamo che il tentativo di raggruppamento da noi posto in essere costituisca un passaggio centrale nel processo lungo e difficile della rifondazione della Quarta Internazionale ed indichi un metodo di costruzione del partito mondiale basato sul tentativo costante di raggruppare i rivoluzionari sulla base del programma, superando quel settarismo e quella presunzione di autosufficienza che sono purtroppo molto diffusi e che costituiscono una delle cause della frammentazione attuale dei trotskisti conseguenti.

In questo senso, riteniamo che la lunga e difficile strada della rifondazione dell'Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori passi attraverso l'interlocuzione che, a partire dalla scelta di collocazione internazionale che facciamo in questo Congresso, vogliamo continuare ad avere con tutte quelle tendenze che condividono i principi del trotskismo conseguente, sfidandole ad abbandonare il settarismo ed il dogmatismo per discutere e confrontarsi su una base programmatica.

Dunque, una strada lunga e difficile, quella per la ricostruzione dell'Internazionale rivoluzionaria. Ricostruzione che costituisce una necessità storica per poter dare una risposta realistica alle esigenze della lotta di classe, poiché il partito internazionale dei lavoratori è da sempre elemento fondante del movimento comunista. E se su questo percorso incontreremo sicuramente degli scettici che irrideranno a questo nostro impegno, penso che potremo rispondere loro come fece Trotsky alla domanda di uno scettico sulla fondazione della Quarta Internazionale: «Ma che garanzie abbiamo che anche questa Internazionale non degeneri? È degenerata la Prima, poi la Seconda, quindi la Terza». Ebbene, Trotsky replicò: «Nessuna. Se degenererà, dovremo ricominciare. È la storia che lo decide, perché quello che ci muove non è un partito visto come fine, ma la volontà di cambiare questo mondo nell'unico senso possibile, in senso socialista, con la rivoluzione».

E credo che non vi sia modo più bello per concludere questa mia relazione ed aprire spazio alla discussione che citare il paragrafo fi­nale dello scritto di Trotsky "Il pro­gramma di transizione". Il paragrafo si intitola: "Sotto la bandiera della Quarta Internazionale!".

«Gli scettici si chiedono: ma è giunto il momento di creare la Quarta Internazionale? È impossibile, dicono, creare un'Internazio­nale "artificialmente": può scaturire soltanto da grandi eventi, ecc. ecc. Tutte queste obiezioni dimostrano soltanto che gli scettici non servono per la creazione di una nuova Internazionale. In genere, non servono a niente.

La Quarta Internazionale è già sorta da grandi eventi: le più grandi sconfitte del proletariato nella storia. La causa di tali sconfitte consiste nella degenerazione e nel tradimento delle vecchie direzioni. La lotta di classe non ammette interruzioni. La Terza Internazionale, dopo la Seconda, è morta per quanto concerne la rivoluzione. Viva la Quarta Internazionale!

Ma gli scettici non vogliono tacere: "Ma è giunto il momento di proclamarne la creazione?". La Quarta Internazionale, rispondiamo, non ha bisogno di essere "proclamata"; esiste e lotta. È debole? Sì, le sue fila sono ancora esigue, perché è ancora giovane. Per adesso ci sono soprattutto dei quadri: ma questi quadri sono la sola garanzia dell'avvenire, al di fuori di questi quadri non c'è in tutto il mondo una sola corrente rivoluzionaria degna di questo nome. Se la nostra Internazionale è ancora debole numericamente, è forte per la sua dottrina, il suo programma, le sue tradizioni, l'incomparabile tempra dei suoi quadri. Se oggi c'è chi non lo vede ancora, che resti pure in disparte. Domani sarà più evidente.

La Quarta Internazionale è oggetto fin d'ora dell'odio giustificato degli stalinisti, dei socialdemocratici, dei borghesi liberali, dei fascisti. Non trova, né può trovare posto in nessun Fronte popolare. Si contrappone irriducibilmente a tutti i raggruppamenti politici legati alla borghesia. Il suo compito: rovesciare il dominio del capitale. Il suo obiettivo: il socialismo. Il suo metodo: la rivoluzione proletaria.

Senza democrazia interna non c'è educazione rivoluzionaria. Senza disciplina non c'è azione rivoluzionaria. Il regime interno della Quarta Internazionale si basa sul principio del centralismo democratico: piena libertà nella discussione, completa unità nell'azione.

La crisi attuale della civiltà umana è la crisi della direzione del proletariato. Gli operai avanzati, riuniti nella Quarta Internazionale, indicano alla propria classe la via d'uscita dalla crisi. Le offrono un programma basato sull'esperienza internazionale della lotta di emancipazione del proletariato e di tutti gli oppressi del mondo. Le offrono una bandiera incontaminata.

Operai e operaie di tutti i paesi, raccoglietevi sotto la bandiera della Quarta Internazionale. È la bandiera della vostra vittoria che si avvicina!».

Ed allora, che quest'esortazione costituisca per noi, che ci accingiamo all'arduo e pur necessario compito di rifondare la Quarta internazionale, non solo un augurio, ma l'indicazione del cammino da seguire e dell'obiettivo da raggiungere!

RELAZIONE INTRODUTTIVA di Antonino Marceca

 

Cari compagni, care compagne

 

Il 22 aprile dello scorso anno, dopo esserci separati dal partito di Bertinotti ormai avviato al governo del paese, abbiamo dato inizio alla fase costituente per la rifondazione nel nostro paese di un partito comunista e rivoluzionario, proprio per garantire l'opposizione di classe al governo Prodi e costruire nelle lotte operaie e popolari l'alternativa anticapitalistica e rivoluzionaria.
Una fase, quella costituente, si è conclusa, e possiamo affermare che si è conclusa positivamente.
Compagni e compagne provenienti da altre esperienze rispetto al nostro raggruppamento iniziale partecipano oggi con noi alla costruzione del partito, un partito che ancora non ha un nome ma che, ne siamo certi, lo avrà fra qualche ora.
Quello che è acquisito è la natura del partito che ci accingiamo a costruire: un partito leninista e trotskista.
Un fatto non scontato, ma il prodotto di una lotta sul terreno programmatico e organizzativo non solo nel Prc ma anche nella frazione della sinistra del partito.
Una lotta che ha dovuto confrontarsi con la pressione esercitata dalla presenza stratificata nel paese di correnti centriste, con i loro risvolti leaderistici e movimentiste; di correnti sindacaliste; di richieste diversificate all'assemblaggio di componenti eclettiche unite solo da un vago richiamo al termine "comunista".
Se avessimo ceduto a queste spinte sarebbe venuta meno la nostra base programmatica comune.
Abbiamo discusso, emendato e votato nei congressi territoriali in tutto il paese le Tesi e lo Statuto, in questo congresso continueremo la discussione, l'approfondimento e la votazione delle Tesi e dei documenti integrativi.
Quello che possiamo dire è che nel complesso le Tesi e lo Statuto costituiscono le solide basi teoriche e programmatiche del nostro partito, un partito internazionalista che lavora per la ricostruzione della Quarta Internazionale: il Partito mondiale della rivoluzione socialista
Un percorso che non data da oggi ma che è iniziato ormai da più di un decennio con il lavoro, non semplice, di raggruppamento rivoluzionario nel Prc.

 

Nel Prc, per costruire un altro partito.

 

Veniamo da una lunga e difficile lotta per il raggruppamento rivoluzionario nel Prc, un partito, per dirla con Lenin, operaio-borghese.
La costruzione di un partito autenticamente comunista non avviene mai in forma artificiosa attraverso scorciatoie e semplificazioni: è anzitutto frutto di una battaglia teorico-politica il cui esito è la creazione di un corpo selezionato di militanti attivi e di quadri che si costituiscono in avanguardia del proletariato.
Con questa prospettiva abbiamo affrontato quindici anni di demarcazione, di lotte di tendenza e di frazione, di chiarificazione politica e teorica, di paziente lavoro rivoluzionario con le avanguardie di lotta che via via affluivano nel Prc.
Non sono stati anni semplici né lineari. Abbiamo conosciuto salti organizzativi e separazioni mantenendo ferma la sbarra sulla prospettiva della costruzione del partito leninista in questo Paese. Un compito non semplice proprio per la tanta confusione attorno a questo concetto di organizzazione rivoluzionaria.
La nostra tendenza si formò intorno alla rivista Proposta per la rifondazione Comunista, dopo la scissione con il Segretariato Unificato. Il piccolo nucleo di compagni partecipò da subito alla nascita del Prc, cogliendo la rilevanza di un processo di ricomposizione del movimento operaio e ritenendo che ignorare questo fatto avrebbe disperso un'occasione storica d'investimento delle posizioni marxiste rivoluzionarie a vantaggio di un puro auto-conservatorismo.
Fin dall'inizio il nostro orientamento è stato la costruzione di una tendenza rivoluzionaria dentro il Prc, sul terreno del marxismo rivoluzionario conseguente.
Furono anni di dure battaglie per affermare la legittimità tra la base militante del partito di una posizione alternativa ai gruppi dirigenti del Prc, il cui gruppo dirigente e burocratico fin dalla fondazione del partito era attraversato da una vocazione  governativa.
Una battaglia che fin dall'inizio, almeno da parte nostra, escludeva un mero riconoscimento formale dei rapporti di organizzazione, le manovre per l'occupazione di poltrone di governo o di sottogoverno, locali e nazionali, ma aveva come fine quello di costruire un'organizzazione comunista di militanti e di quadri, indipendente
Proprio per questo, non temendo inevitabili scontri con la maggioranza riformista del partito, né conseguenti sanzioni disciplinari, esprimevamo e praticavamo pubblicamente le nostre posizioni. Il nostro non è mai stato un entrismo profondo.
Questa prospettiva politica, programmatica ed organizzativa, ha segnato tutta la nostra storia politica all'interno del Prc, in opposizione non solo al gruppo dirigente maggioritario ma anche all'opportunismo che ha caratterizzato negli anni l'esperienza delle attuali "tendenze critiche" del Prc.
Tendenze critiche che abbiamo visto partecipare alle Primarie, alla campagna elettorale in sostegno all'Unione di Prodi in compagnia di Ferrando e dei banchieri.
Tendenze critiche - Erre-sinistra critica, Essere comunisti- che hanno votato tutte le nefandezze di questo governo: dalle missioni militari all'estero alla Finanziaria 2007, una manovra finanziaria lacrime e sangue conto i lavoratori e le masse popolari.
Una battaglia di distinzione netta che abbiamo intrapreso fin dal primo congresso di quel partito, ponendo di fronte alla crisi storica dello stalinismo e della socialdemocrazia la necessità di una rifondazione comunista rivoluzionaria.
Le tappe sono scandite dalla vicenda politica italiana e dai congressi di quel partito.
Dalla lotta contro la formazione del "polo progressista" nel 1994, alla battaglia nel 1996 contro il primo governo Prodi, la cui maggioranza parlamentare includeva il Prc. In quegli anni, malgrado teoricamente fondata, non c'erano le basi organizzative, seppur minime, per una nostra scissione.

 

Avevamo di fronte ancora una battaglia di tendenza basata su una piattaforma sempre più compiuta e articolata nei susseguenti congressi (autonomia del movimento operaio; fronte unico di classe anticapitalistico; rifiuto della collaborazione con i governi della borghesia, nazionali e locali, come punto irrinunciabile dell'azione dei comunisti).
Base di riferimento essenziale per la costruzione nel 2002, dopo un lungo processo di chiarificazione e separazione da altre aree critiche e confuse, dell'Amr Progetto Comunista, che, indubbiamente, ha costituito l'arena politica e organizzativa da cui è nato Progetto comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori finalizzato alla fondazione di un vero partito comunista in Italia.
Questo passaggio è stato sicuramente il più difficile, lo abbiamo affrontato con la consapevolezza che senza la scissione dalla frazione di Ferrando, con cui erano emerse sul terreno politico-organizzativo fratture insanabili, non era possibile realizzare, sulle basi del leninismo e del trotskismo, la scissione dal Prc.
Possiamo affermare, quindi, che tutta la nostra lotta politica dentro il Prc - l'azione di raggruppamento rivoluzionario e la lotta di frazione intrapresa per oltre 15 anni - è stata finalizzata alla necessità di ricostruire, dopo tanti anni, nel nostro paese un partito comunista che recuperasse i fondamenti politico-programmatici del marxismo rivoluzionario, fondamenti che lo stalinismo ha inteso fisicamente spezzare con l'assassinio del compagno Pietro Tresso.

 

Consolidamento e crescita organizzativa

 

L'avvio della fase costituente ha avuto una spinta positiva dalla partecipata assemblea nazionale del 22 aprile nella sala dell'Hotel Universo a Roma, un'assemblea entusiasta, politicamente distinta e distante da quel Comitato Politico Nazionale del Prc che riunito lo stesso giorno, senza ormai più la nostra presenza, indicava i nomi della delegazione di governo e di sottogoverno.
Non abbiamo avuto tempo nei mesi precedenti la scissione, immersi nel duro scontro politico con la frazione ferrandiana, di predisporre gli strumenti essenziali dell'azione politica, molti ci erano letteralmente saltati. In pochi giorni e settimane abbiamo dovuto ricostruire l'indirizzario dei militanti, predisporre un sito web, il giornale, trovare una sede nazionale, fornirci di un ancora debole apparato.
Il nostro sito è divenuto nei fatti un giornale telematico con aggiornamenti quasi giornalieri, il nostro giornale "progetto comunista" è uscito regolarmente con il contributo dei compagni inseriti in lotte reali, faccio un solo esempio l'articolo della compagna Patrizia sulla lotta contro la nuova e più grande base Nato a Vicenza.
Potevamo contare sui migliori quadri della Frazione, i più giovani e i migliori per formazione. Abbiamo investito su questi preziosi quadri e militanti, e poi c'era la nostra esperienza, senza modestia rappresentavamo il pilastro portante della Frazione.
I primi mesi dopo la scissione furono di consolidamento organizzativo, niente era scontato, lunghi anni di militanza in un partito riformista se da un lato ti permette l'azione di raggruppamento dall'altro ti schizza addosso alcune delle sue tossine.

 

Si trattava di convincere gli indecisi, di superare scetticismi e illusioni. Per lunghi anni è prevalsa nel senso comune della sinistra la concezione di un partito di massa, con centinaia di migliaia di iscritti, parlamentari, consiglieri, ecc. ora si trattava di costruire un altro partito qualitativamente e quantitativamente diverso.
Dovevamo spiegare che un'organizzazione rivoluzionaria che si costruisce senza la spinta di una rivoluzione vittoriosa, come è stato nel caso della formazione dei Partiti comunisti nei primi anni '20 dopo la Rivoluzione d'Ottobre, e in più in una fase non rivoluzionaria non può basarsi su migliaia di migliaia di militanti, come qualcuno demagogicamente si vantava di avere in TV.
Abbiamo fatto tesoro di altre esperienze, di altre organizzazioni marxiste rivoluzionarie, consolidate da tempo per spiegare che per tutta una fase non avremo migliaia di migliaia di militanti ma un partito con alcune centinaia di quadri e militanti che aspira a costruire un'organizzazione con influenza di massa.
Ma noi vogliamo costruire un partito che si pone la prospettiva di inquadrare migliaia di migliaia di militanti, di lavoratori, perchè solo un partito forte, radicato ed egemone nella classe operaia e nelle organizzazioni di massa, può porsi la prospettiva del potere. Senza questa egemonia la presa del potere della classe operaia, la distruzione del sistema capitalistico, non è neppure ipotizzabile.
Si tratta di investire i quadri e i militanti del partito nel vivo della lotta di classe, nei sindacati e nelle organizzazioni di massa, con la ferma convinzione di costruire  un'alternativa politica ed organizzativa alle attuali direzioni variamente riformiste -socialdemocratiche, staliniste e centriste- del movimento operaio.
Si tratta di inserirci nella contraddizione e nella ormai evidente disillusione che subisce l'avanguardia larga del movimento operaio a seguito delle politiche del governo di collaborazione di classe, del tradimento delle sinistre radicali di governo. Avanzando sul campo un'altra prospettiva: un governo dei lavoratori.
E in campo in questi mesi ci siamo stati in lotte piccole e grandi, pensò alla nostra partecipazione alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà, allo sciopero generale del 17 novembre contro la Finanziaria indetto dal sindacalismo di base, così come alla manifestazione del 2 dicembre a Vicenza contro la realizzazione di una nuova e più grande base militare statunitense.
Ma soprattutto proprio per il suo significato, per la sua natura, per la forza internazionalista che esprime voglio ricordare il nostro contributo, la nostra partecipazione alla manifestazione degli immigrati del 26 novembre a Roma.
In tutte queste manifestazioni e lotte il nostro collettivo di Roma sicuramente non si è risparmiato, un collettivo di compagni che un aspirante guru, non più tra noi, voleva emarginare proprio per raggruppare un gruppo di maostalinisti, che lo hanno messo ancora una volta  in minoranza.
Dopo alcuni mesi di consolidamento di quanto acquisito negli anni precedenti, negli ultimi mesi dell'anno scorso, dopo la necessaria breve pausa estiva, arrivava finalmente la significativa acquisizione di nuovi militanti.

 

Certo davanti a noi non c'è nessuna discesa, anzi nuovi gravosi impegni ci attendono. Dobbiamo dotarci di almeno una sede in ogni regione, dobbiamo mettere radici più profonde nelle grandi città metropolitane, nel sindacato, nei movimenti di lotta.
Ma iniziamo con fiducia la nuova fase coscienti di aver approntato solide basi in ferro e cemento mentre già si intravedono i muri portanti del nuovo edificio. Dopo il progetto comunista è arrivata l'ora di realizzare l'opera: il partito comunista.

 

La situazione nazionale, il nostro intervento

 

La situazione economica del paese possiamo schematicamente rappresentarla all'interno di un quadro che vede da un lato il persistere di un forte deficit e debito pubblico, dall'altro le difficoltà che le aziende italiane, in gran parte piccole e medie, presentano nel mantenere ed estendere relazioni di fornitura alle grandi imprese e quote nei mercati internazionali.
Il leggero aumento del Pil registrato nel paese per il 2006, intorno all'1,7% se confrontato al Pil tedesco, intorno al 2,5%, indica da un lato il persistere della crisi dall'altro il ruolo di seconda fila in Europa del capitalismo italiano.
Mentre, almeno in apparenza, la crisi Fiat sembra rientrare si approfondisce la crisi di gruppi come Alitalia, fino a prospettarne da parte del governo la privatizzazione, assieme alla Tirrenia, ma proprio a mostrare la natura ideologica dell'operazione è prevista la privatizzazione anche per Fincantieri, malgrado la stabilità del gruppo industriale.
Nel sud del paese la borghesia mafiosa, la cui presenza si estende dall'edilizia al settore dei servizi,  permane la frazione prevalente del blocco borghese dominante. Una borghesia che oltre ad avere un rapporto parassitario con Enti ed aziende pubbliche è associata attraverso consorzi, subappalti, ecc. in modo subalterno alle grandi imprese nazionali.
Sul terreno finanziario, con la nomina di Mario Draghi a direttore di Banca Italia, è stato rilanciato il processo di concentrazione bancaria. Un processo ancora non concluso, ma necessario alla costruzione di un polo finanziario nazionale in grado di sostenere la concorrenza europea.
Lo scorso anno abbiamo assistito al controllo da parte dell'olandese Abn Amro su Antoveneta, poi della francese Bnp Paribas su Banca Nazionale del Lavoro. A questi processi sono seguiti l'acquisizione da parte di Unicredit del gruppo bancario di Monaco Hvb (HypoVereinsBank) annunciando una strategia di crescita sul mercato tedesco, e l'annuncio della fusione di San Paolo Imi e Banca Intesa. Due banche rimangono ancora in attesa Capitalia e Montepaschi.
Proprio per rimarcare i processi in atto sul terreno bancario basta ricordare che il salvataggio della Fiat si deve in gran parte proprio all'intervento delle banche, intervento che si estende alla proprietà dei maggiori mezzi di comunicazione.
Questi poteri forti chiedono al governo Prodi di rinsaldare le finanze pubbliche attraverso i tagli alla sanità, scuola, previdenza, amministrazioni locali, e favorire i processi di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Nel contempo sostenere il processo di concentrazione bancaria e le imprese nei mercati internazionali, non solo attraverso il sostegno finanziario diretto e indiretto ma anche attraverso un nuovo interventismo imperialista dello Stato italiano.
Tutta la politica economica e sociale del governo, la sua politica estera è stata indirizzata fin dalla sua costituzione a questo obiettivo: prima il Dpef, poi la manovrina d'estate, quindi la mazzata della Finanziaria 2007.
La Finanziaria per il 2007 ha concluso nei tempi stabiliti il suo iter parlamentare, senza ombra di dubbio si è trattato di una enorme ripartizione di capitali a favore della classe dominante, un enorme flusso di denaro indirizzato alle imprese sotto le varie voci: cuneo fiscale, fondo per l'innovazione, per la produttività, per la competitività, credito di imposta, rifinanziamento dell'industria bellica, fondi pensione, ecc.
L'anno che è iniziato già vede operativo il governo nel sostegno al capitale finanziario (e alla burocrazia sindacale) per mezzo dei Fondi pensione, attraverso l'utilizzo del Tfr dei lavoratori (un affare di 19-21 miliardi di euro annui).
Nel contempo, dopo avere aumentato in Finanziaria i contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti (dello 0.30%) si annuncia una revisione dei coefficienti di rendimento pensionistico (un taglio del 6-8%) e l'aumento dell'età pensionabile.
Un'operazione concordata con i sindacati concertativi e Confindustria nel mese di ottobre attraversa la firma dei Memorandum d'Intesa del 4 ottobre, sulla revisione del sistema pensionistico, e del 23 ottobre, sul Trattamento di fine rapporto.
Ma l'agenda di Prodi prevede per quest'anno "un'accelerazione, un cambio di passo, una fase due", coerente con la strada percorsa.
In tema di privatizzazioni e liberalizzazioni sul tavolo ci sono non solo il disegno di legge che conferisce al governo un'ampia delega a rivedere liberalizzando l'intera normativa sull'elettricità e il gas, ma anche la proposta di legge Lanzillotta sui servizi pubblici essenziali.
Una legge che, se approvata, conclude un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi essenziali iniziato con l'art. 35 della Legge Finanziaria per il 2002. Il punto finale per le residue possibilità di gestione pubblica di tutta una serie di servizi pubblici essenziali: dai rifiuti, ai trasporti pubblici locali, alle farmacie comunali, ecc.
La proposta di legge Lanzillotta non interviene sulla gestione del servizio idrico ma l'esperienza pugliese, dove ogni ipotesi di publicizzazione del sistema idrico è stato stoppato dallo stesso presidente Vendola parla da sé: l'impossibilità da parte di Riccardo Petrella, incaricato da Vendola nel 2005 quale presidente dell'Aquedotto pugliese, di publicizzare la Spa, soccombendo, dimettendosi, alle multiutilities capitalistiche comunali e interregionali.
Questi processi associati al sempre maggiore intervento di imprenditori e banche nella sanità, l'avvio dei Fondi pensione indicano la via cercata dal capitale per valorizzarsi: un intreccio di speculazione e monopolio naturale.

 

La Confindustria di Montezemolo ha maturato la convinzione che nel quadro politico dato dal governo di centrosinistra è possibile ottenere, dal governo e dai sindacati concertativi, quanto richiesto dalle imprese. Da qui un crescendo di richieste, non prima di aver chiarito che la legge Biagi non si tocca, tutte indirizzate a spremere ulteriormente il lavoro salariato: orari, salari, contratti.
La proposta è quella di un nuovo Patto per la produttività:. incrementare i profitti facendo lavorare di più e pagando di meno.
Sugli orari, malgrado la presenza nel territorio di un sindacato troppo spesso accondiscendente alle richieste padronali, Confindustria chiede una gestione unilaterale, un potere totale sugli orari, senza più trattare con le Rsu aziendali. Su salari e contratti l'intendimento padronale mira a svuotare il contratto nazionale eliminando quello che ancora permane in termini di garanzie minime nelle diverse condizioni territoriali e aziendali. L'obiettivo è la diversificazione salariale a livello aziendale, territoriale e finanche individuale: l'atomizzazione della classe.
Ma lungo il percorso dalla fase uno alla fase due non erano stati previsti i fischi degli operai di Mirafiori indirizzati ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e finanche al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, fischi motivati da un netto dissenso sulla manovra finanziaria e le pensioni. Quei fischi indicano un distacco dei lavoratori dalla burocrazia sindacale e dai partiti della sinistra di governo.
Un imprevisto che burocrazia sindacale, governo e padronato cercano immediatamente di delimitare coscienti del fatto che se a fine 2006 il 42.1% dei contratti era ancora in attesa di rinnovo, nel maggio 2007 tale percentuale raggiungerà il 61.1%.
Da qui la precipitosa chiusura di due vertenze che per la loro rilevanza erano suscettibili di mettere in crisi la pace sociale: Ferrotranvieri e Call Center. Due contratti con poche luci e molte ombre.
Nel caso dei Ferrotranvieri a fronte di un aumento salariale medio di 102 euro si propone "di insediare da gennaio 2007 un tavolo di lavoro che nel termine di tre mesi definisca i cardini fondamentali per la regolamentazione di un compiuto processo di liberalizzazione del settore fondato sulla concorrenza per il mercato".
Nel caso dei lavoratori dei Call Center se da un lato si parla di assumere a tempo indeterminato i precari del gruppo Cos dall'altro li si assume con orari a part time di 4 ore, con salari di 550 euro al mese e orari flessibili, una condizione invivibile. Un accordo giustamente respinto a maggioranza dai lavoratori di Atesia, che chiedono contratti a tempo pieno e turni fissi: una risposta di civiltà e di dignità alla proposta di Montezemolo.
Nel complesso il quadro che emerge è il tentativo di superare a destra i famigerati accordi di luglio 92-93.
Le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil sostengono questo processo.
Il sindacalismo di base, nelle sue organizzazioni maggioritarie, così come la  Rete 28 aprile in Cgil, pur opponendosi a questo processo  non escono da una logica da un lato di pressione sul governo e dall'altro, nei fatti tutti, di autosufficienza organizzativa.
Il sindacalismo, legato alle sinistre radicali di governo, per mantenere il controllo sulla sua base sociale, può all'evenienza organizzare manifestazioni e scioperi locali tendenti a svolgere una funzione di pressione sul governo su i vari temi sul tappeto ma esclude ogni ipotesi di sciopero generale contro il governo e il padronato.

 

La politica economica e sociale del governo si combina con la politica estera multilaterale che ha per protagonista il ministro D'Alema. Una politica imperialista che nel quadro europeo segue, assieme alla Spagna, la Francia e la Germania.
Nella periferia capitalistica, il dominio militare statunitense determina una politica a geometria variabile: lo sganciamento dall'Iraq segna una ritrovata autonomia, la permanenza in Afghanistan porta il segno della collaborazione con la Nato e gli Usa, la missione in Libano, conseguente all'impantanamento statunitense in Iraq e alla sconfitta Israeliana in Libano, segna infine il protagonismo nazionale.
Sul terreno della rappresentanza politica la realizzazione del Partito democratico avanza seppur stentatamente, la realizzazione di questo partito rafforzerebbe non solo l'esecutivo ma anche quella parte della borghesia italiana che ha investito nell'Unione Europea. Una borghesia che, liberatasi da Berlusconi, vuole entrare da protagonista nella contesa internazionale a fianco di Germania, Francia e Spagna.
Questo è il senso della nuova politica estera multilaterale che il governo, attraverso il ministro D'Alema, ha inaugurato. Lo stesso D'Alema che abbiamo visto all'opera nella guerra di aggressione alla Jugoslavia.
L'uscita di settori socialdemocratici dai Ds, la ricollocazione di parte della burocrazia sindacale in Cgil, dovrebbe portare alla costituzione del partito della "sinistra radicale" di governo, un partito socialdemocratico.
Compito del sindacato -Cgil, Cisl e Uil- e dei partiti della "sinistra radicale" di governo -Prc, Pdci, Verdi e sinistra Ds- è quello di tenere al guinzaglio i lavoratori e le masse popolari.
D'altro canto le contraddizioni si accumulano, le speranze dei lavoratori su un possibile miglioramento vengono ogni giorno frustrate e deluse. Il governo, proprio per gli interessi che rappresenta, non ha nessuna intenzione di cancellare le leggi precarizzanti. E' possibile solo qualche limatura alla Bossi Fini, senza nemmeno arrivare alla chiusura dei Cpt, alla legge 30, alla legge Moratti, d'altronde queste leggi varate dal governo Berlusconi costituiscono un'evoluzione di precedenti norme varate dal primo governo Prodi.
Questo distacco, operaio e popolare, si accentuerà nei prossimi mesi quando il governo, proprio per gli impegni presi con i poteri forti che inviarono i loro direttori di banca a votare per Prodi alle primarie, porterà a termine -con la grave complicità di Cgil, Cisl e Uil- la totale distruzione del sistema previdenziale pubblico, un processo iniziato da Dini nel 1995 con lo smantellamento delle pensioni pubbliche a retribuzione.
Quando il ricatto costringerà i lavoratori a utilizzare il proprio Tfr per il lancio dei Fondi pensione, fondi su cui hanno investito i padroni, le banche e la burocrazia sindacale. Non solo con una vasta opera di propaganda, ma anche con il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso.
Fondi pensione a rischio di fallimenti e per di più con un rendimento nel lungo periodo inferiore all'Inps, che peraltro non è in crisi come vogliono farci credere.

 

E i lavoratori queste cose li capiscono a volo, ecco perché si sono inventati il silenzio assenso e le vie obbligate. Non si spiegherebbe altrimenti la dura contestazione il 7 dicembre dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil alla Fiat Mirafiori. Segno evidente di uno scollamento, di un venir meno del controllo delle burocrazie sindacali.
Una sfiducia, un distacco, che investe la sinistra di governo, non a caso lo stesso Bertinotti, benché fisicamente assente a Mirafiori, proprio in quanto maggior rappresentante della sinistra radicale di governo è stato accusato di tradimento dai lavoratori dello stabilimento torinese.
Il partito che andiamo a costruire deve collegarsi a questo malessere operaio e popolare, raggruppare i lavoratori più combattivi nei sindacati ma anche nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari.
Dobbiamo investire nell'organizzazione e nella lotta il programma di rivendicazioni transitorie che abbiamo elaborato nelle nostre tesi.
La fase che si apre vede i nostri militanti organizzare la lotta per la difesa del sistema  pensionistico pubblico a retribuzione, adeguatamente rivalutato, e per la salvaguardia e il controllo del Tfr, salario differito dei lavoratori.
Accanto a questa lotta non possiamo tralasciare la lotta contro la precarietà, una condizione che si estende fino ad coprire l'intera esistenza delle masse oppresse. Non c'è soltanto la precarietà del lavoro salariato che dobbiamo continuare a combattere, ma anche la precarietà dei pensionati al minimo, degli immigrati, delle donne..... dei senza casa.
Il governo e i sindacati concertativi mirano a dividere i lavoratori, le categorie, mentre fanno di tutto per chiudere alcune vertenze come quella dei precari dei Coll Center e dei ferrotranviari, categorie che hanno dimostrato una forte combattività.
Nel contempo Cgil, Cisl e Uil presentano piattaforme sindacali ridicole, come la proposta di 78 euro di aumento per il rinnovo del contratto del commercio, un contratto che riguarda 1,6 milioni di lavoratori.
Proprio perchè sanno che si tratta di una categoria contrattualmente debole, ma se loro tendono a dividere, noi vogliamo unificare ed organizzare mediante una piattaforma sindacale di fase tutte le categorie del lavoro salariato.
Coscienti che solo mediante la costruzione di una vertenza generale, sulla base di una piattaforma unificante, sostenuta dallo sciopero generale contro il governo e il padronato possiamo dare risposta a quegli operai che il 7 dicembre a Torino contestarono i vertici della burocrazia sindacale.
Proprio per avanzare in questa prospettiva di lotta è necessario individuare alcuni priorità di intervento nel quadro di un programma di rivendicazioni transitorie.
Non c'è dubbio che deve essere data priorità alla lotta per l'abrogazione delle leggi precarizzanti (dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi, dalla Turco Napoletano alla Bossi Fini) che investono sia lavoratori italiani che immigrati.
Ma fin da gennaio in coincidenza con la campagna truffaldina dei sindacati concertativi per il lancio dei Fondi pensione deve essere avviata una campagna per la difesa e la reintroduzione delle pensioni pubbliche a retribuzione, adeguatamente rivalutate, e del Tfr, salario differito dei lavoratori.

 

Questa difesa deve essere associata alla costruzione nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari di "Comitati per la difesa delle pensioni pubbliche, del Tfr e contro la precarietà" proprio perché la precarietà è ormai e sempre più la condizione di esistenza dei lavoratori  e delle masse popolari.
Altro punto centrale è la lotta contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici essenziali e di aziende strategiche come Alitalia, Tirrenia e Fincantieri. Nel corso stesso della lotta contro l'azione privatizzatrice dei governi, nazionale e locali, deve essere rilanciata nei sindacati, nei comitati degli utenti, tra i lavoratori la rivendicazione della nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo operaio.
Infine sul terreno della politica più strettamente sindacale non solo dobbiamo contrastare tutte le ipotesi di nuovo patto sociale - per il pubblico impiego, per la produttività- ma dobbiamo fare una battaglia nella Rete 28 aprile in Cgil e nel sindacalismo di base perché sia superato un atteggiamento di pura pressione sul governo.
Strettamente combinata alla lotta contro la politica sociale ed economica del governo deve continuare la nostra opposizione all'imperialismo, a partire da quello di casa nostra, nel quadro di un rilancio dell'internazionalismo proletario. Una lotta che coglie nella richiesta di chiusura delle basi Nato e nel ritiro dei militari italiani dall'Afghanistan, dal Libano e da tutti i paesi in cui sono presenti una sintesi rivendicativa immediata.

 

Il quadro internazionale, la lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale

 

Nell'approfondire l'analisi del nostro paese non dobbiamo perdere di vista il quadro internazionale. I processi politici ed economici che investono l'Italia sono strettamente correlati con i processi che si verificano su scala mondiale.  E su scala mondiale il capitalismo non ha risolto nessuna delle sue contraddizioni, mentre continuiamo a vivere in un epoca di crisi, guerra e rivoluzione.
La restaurazione capitalistica negli stati operai degenerati, non ha segnato un'epoca di pace e prosperità anzi il più grande dei nuovi paesi capitalistici, la Russia, dopo una fase di sbandamento ha ripreso la lotta nell'arena mondiale per imporre e salvaguardare i propri interessi nazionali, utilizzando in questa contesa l'arma del gas e del petrolio.
Altri paesi di minore dimensione, dopo essere stati disarticolati, sono diventati preda di altre potenze imperialiste, statunitensi ed europei. Mentre le masse operaie e popolari di questi paesi vivono una realtà di sfruttamento e miseria.
In Cina il processo di restaurazione capitalistica in questi anni si è approfondito, essa si muove nei mercati mondiali come una potenza emergente, estende i propri interessi in Africa, dove entra in collisione con l'imperialismo francese e statunitense, estende rapporti commerciali in America latina, soprattutto il Brasile. L'altra faccia dello sviluppo capitalistico del paese è la condizione dei lavoratori cinesi, privi dei più elementari diritti politici e sindacali, anche se nel paese asiatico negli ultimi anni le lotte operaie e contadine sono numerose e in crescita.

 

L'economia statunitense sta rallentando la sua crescita, nell'ultimo trimestre il Pil è sceso al 2%, mentre aumentano i profitti si abbassa le quota di reddito destinata al lavoro, segno che la produttività è mantenuta con bassi salari.
Gli Usa utilizzano l'arma della svalutazione monetaria per rilanciare le esportazioni e riequilibrare la bilancia dei pagamenti, ma nel contempo spinge i paesi produttori di petrolio quali l'Iran, il Venezuela e altri paesi a convertire le riserve in dollari in euro: una nube che annuncia tempesta.
La concorrenza tra i poli imperialisti proprio per la crisi si accentua, mentre continua ad esplicarsi sia con la penetrazione commerciale e l'esportazioni di capitale, con le manovre sulle monete - il dollaro è entrato in una fase di svalutazione simile a quella del 1985/1995, i cui effetti mentre allora ricadevano sul Giappone e pesantemente sui paesi del sud est asiatico (Corea del sud, Thailandia, Singapore, Malaysia, Indonesia) e dell'America Latina, oggi si riversano sull'area dell'euro-, con le nuove guerre coloniali in Medio Oriente e le guerre regionali per procura in Africa (l'ultima in ordine di tempo nel Corno d'Africa), con l'imposizione ai paesi dipendenti di accordi economici e commerciali di libero scambio.
La costruzione del polo imperialista europeo, avanza seppur in modo contraddittorio attorno ai due paesi centrali del continente -la Francia e la Germania-, nel contempo i paesi europei sono costretti ad accettare l'egemonia militare dell'imperialismo statunitense, di cui la Nato è lo strumento.
La materialità della costruzione europea è data dal processo di unificazione del mercato interno e della moneta, dalla libertà di movimento dei capitali, dal processo di concentrazione dei capitali, delle imprese e delle banche. La contraddizione è data dagli interessi nazionali.
Le normative e le direttive comunitarie, nei diversi terreni, costituiscono la piattaforma comune della borghesia europea contro i lavoratori e le masse popolari del continente.
Non a caso nel 2005 a votare NO al referendum in Francia e in altri paesi, ad opporsi alla Costituzione europea furono prevalentemente i lavoratori e le masse popolari.
Al nostro partito, assieme alle altre forze marxiste rivoluzionarie europee con cui costruiremo una tendenza comune, il compito di lottare per l'unificazione delle lotte degli operai e degli immigrati in Europa, contro i governi della borghesia, contro l'imperialismo, per la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.
Queste contraddizioni interimperialistiche, in caso di approfondimento della crisi capitalistica, possono in futuro esprimesi in una maggiore barbarie di quelle che abbiamo conosciuto con le due guerre mondiali del secolo scorso.
In tutti i continenti riprendono le lotte dei lavoratori, dei contadini poveri, delle masse popolari, la lotta di classe, più volte data per scomparsa, riprende ad infiammare le masse.
La resistenza dei popoli all'aggressione imperialista e coloniale, dall'Afghanistan all'Iraq, mette in scacco la maggiore potenza imperialista del mondo e le sue coalizioni.

 

La nostra organizzazione ha sostenuto la resistenza dei popoli oppressi e aggrediti, abbiamo chiesto il ritiro dei militari italiani, nel contempo abbiamo indicato la necessità di un'altra direzione, marxista rivoluzionaria, della resistenza.
Coscienti che né l'islamismo politico né il nazionalismo populista può rappresentare un'alternativa reale di liberazione per la classe operaia e i contadini poveri dei paesi dipendenti.
Solo una resistenza che si muove nel solco della Rivoluzione Permanente può liberare realmente i popoli oppressi dall'imperialismo. Solo una lotta congiunta per il socialismo nei paesi imperialisti e nei paesi dipendenti può superare questo sistema di oppressione e di rapina.
La resistenza in Palestina e in Libano mette in scacco la maggiore potenza regionale strettamente alleata all'imperialismo statunitense: Israele. L'imperialismo risponde sostenendo l'asservito governo libanese e inviando le truppe nel Paese dei Cedri -la missione Unifil 2- una missione votata nel parlamento italiano da tutti i partiti, e da tutte le componenti, della  sinistra radicale di governo.
La necessità della distruzione dello Stato sionista e reazionario, la costruzione di un nuovo Stato laico in cui siano garantiti i diritti democratici della popolazione ebraica, viene riconosciuta dalla parte più avanzata degli intellettuali democratici.
Per parte nostra abbiamo avanzato la prospettiva di una Palestina libera, laica e socialista nel quadro della Federazione socialista del Medio Oriente, una prospettiva che ha come presupposto la costruzione di partiti leninisti e trotskisti conseguenti in questi paesi.
Le lotte operaie e la resistenza dei popoli ci dicono che è possibile distruggere questo sistema socio economico.
La politica dei governi progressisti, di collaborazione di classe, in tutto il mondo ha mirato a salvaguardare i profitti, facendo ricadere sul proletariato i costi della crisi capitalistica.
L'ultima verifica, in tutto il mondo, di questi esperimenti di governo è ormai lunga: l'Italia di Prodi, la Francia di Jospin, il Brasile di Lula, il Sudafrica di Mbeki, il "nuovo kennedysmo" di Clinton negli Usa, la Gran Bretagna di Blair, la Germania di Schroeder, la Spagna di Zapatero e le tante esperienze di "centro-izquierda" in America Latina.
Il loro obiettivo è stato quello di tenere a guinzaglio la classe operaia, spezzare o prevenire la reazione delle classi subalterne coinvolgendo nel governo partiti operai e sindacati, per tentare (a seconda dei casi) di disarmare conflitti che talvolta hanno raggiunto livelli pre-rivoluzionari (come è successo in Argentina) o di prevenire i conflitti (è il caso dell'Europa specialmente) imponendo una "pace sociale", mirante al disarmo politico e ideologico dei lavoratori.
Lo sviluppo nel mondo delle forze marxiste rivoluzionarie è ancora largamente insufficiente rispetto al grandioso e gravoso progetto comunista. Ci sono certamente situazioni più avanzate e situazioni più arretrate, siamo in presenza di uno sviluppo ineguale, l'obiettivo deve essere la costruzione di sezioni, di partiti rivoluzionari indipendenti, in tutti i paesi del mondo.

 

La prospettiva rivoluzionaria è internazionale. Il "socialismo in un Paese solo" -che è stata più che una teoria, la copertura degli interessi della burocrazia stalinista che poteva sopravvivere solo nell'isolamento della rivoluzione russa- è nel contempo una contraddizione in termini e una concezione reazionaria.
Ma la prospettiva rivoluzionaria su scala mondiale è possibile solo costruendo quella Internazionale marxista rivoluzionaria che oggi non esiste, la Quarta Internazionale: laddove il numero riassume un programma e un patrimonio a cui non rinunciamo e quindi le basi da cui ripartiamo.
La lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale è un percorso certamente difficile e complesso ma necessario, non siamo soli in questo cammino accanto a noi sentiamo non solo centinaia e migliaia di militanti marxisti rivoluzionari nel mondo ma soprattutto la forza organizzata della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale.
Crediamo che solo investendo nell'unione delle forze leniniste e trotskiste conseguenti in una tendenza internazionale centralizzata possiamo fare il primo e decisivo passo verso la ricostruzione della Quarta Internazionale.
L'unione delle forze leniniste e trotskiste conseguenti in una tendenza internazionale centralizzata, oggi nella LIT-QI, è il primo passo verso la ricostruzione della Quarta Internazionale.

 

Termino questa mia relazione introduttiva con le parole di Karl Liebknecht del 1918, riportate all'inizio delle nostre Tesi programmatiche.

 
"E' arrivato il momento di costruire un partito autonomo. Dobbiamo fondare un partito che si contrapponga ai partiti pseudo-comunisti che abusano della parola comunismo per ingannare le masse e che operano invece in accordo con le classi dominanti. Dobbiamo costruire un partito che rappresenti gli interessi dei lavoratori. Un partito con un programma rivoluzionario, nel quale gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli siano scelti con intransigenza e fermezza incrollabile.

Un partito nel quale tutto sia in funzione degli interessi della rivoluzione socialista."

 

 

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