Partito di Alternativa Comunista

tesi

Manifesto a Tesi e Statuto
per il congresso costitutivo
di un nuovo partito comunista

Bozze per la discussione congressuale

elaborate dal Consiglio Nazionale di

Progetto Comunista
Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori
(PC Rol), ottobre 2006
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(TESI, STATUTO E REGOLAMENTO)  IN FORMATO PDF

 

 

VERSO IL CONGRESSO FONDATIVO

DI UN NUOVO PARTITO COMUNISTA

 

Non sarà un autunno qualsiasi. Non lo sarà per i lavoratori che dovranno difendersi dagli attacchi del governo che altri chiama "amico", non lo sarà per chi come Pc Rol - anche a partire da questa lotta - lavorerà a costruire un nuovo partito comunista e rivoluzionario. 
Abbiamo iniziato il processo costitutivo del nuovo partito il 22 di aprile, con una affollata assemblea nazionale a Roma in cui annunciavamo la scissione di decine di dirigenti e militanti dalla Rifondazione di Bertinotti approdata al governo. 
Pur essendo trascorso poco tempo per fare un bilancio, possiamo dire che in questi mesi di vita di Pc Rol abbiamo - per usare una metafora automobilistica - preparato la macchina per il viaggio, la abbiamo indirizzata verso la strada da fare e abbiamo acceso i fari. Ora si tratta di iniziare il viaggio. 
Il grosso è insomma ancora tutto da fare ma perlomeno sappiamo di essere indirizzati nel giusto verso di marcia e (per abusare della metafora, uccidendola definitivamente) di avere un pieno di carburante e olio e gomme controllate. 
Abbiamo irrobustito i collettivi locali di Pc Rol e aperto nuovi collettivi in diverse città. Ci siamo garantiti una discreta visibilità, specie sulla stampa locale e regionale (mentre quella nazionale non ha interesse a darci spazio, preferendo utilizzare un nome più noto, quello di Ferrando - ancorché rappresentante di un partito inesistente - per testimoniare della completa affidabilità del Prc che si è liberato delle componenti estremiste). 
Abbiamo riunito con regolarità, una volta al mese, l'organismo collegiale di direzione (il Comitato Centrale) e fatto già due riunioni del nostro "parlamentino" (il Consiglio Nazionale): organismi composti in prevalenza da compagni giovanissimi e da operai. 
Abbiamo fatto uscire cinque numeri del nostro giornale, migliorandone costantemente la qualità politica e grafica, pubblicando articoli di compagni impegnati nelle lotte e articoli di approfondimento teorico e di linea; acquisendo decine di nuovi diffusori, centinaia di abbonamenti e una vendita in costante crescita, numero per numero. Abbiamo organizzato diversi seminari locali per la formazione dei militanti e un seminario nazionale (a Bellaria, a luglio) sui temi del programma, del partito e dell'intervento sindacale, a cui hanno partecipato una ottantina di compagni e dirigenti di importanti organizzazioni internazionali (la Lit, Lega Internazionale dei Lavoratori e la Ft, Frazione Trotskista) con cui stiamo discutendo della necessità di costruire una Internazionale rivoluzionaria. 
Si tratta ora di iniziare il viaggio vero e proprio. Sapendo, come ci dicevamo il 22 di aprile, che la difficoltà è gigantesca ma anche che abbiamo dalla nostra alcuni fattori: il carattere di classe del governo Prodi che, con l'attuazione delle sue politiche (di cui parla Marceca nell'editoriale di questo numero), si rivela per quello che è a un numero sempre maggiore di militanti, politici e sindacali; uno spazio politico lasciato libero dal palesarsi delle reali intenzioni del gruppo dirigente governista del Prc e dall'incapacità delle sue minoranze di rappresentare una reale alternativa a esso. Soprattutto abbiamo -a differenza del fantomatico Pcl ferrandiano- la volontà di utilizzare il patrimonio del marxismo rivoluzionario, cioè del trotskismo, per costruire un partito d'avanguardia basato su un programma rivoluzionario (e non un partito di iscritti raccolti attorno a una piattaforma generica incarnata nel leader). 
Come muoverci in questo autunno, allora, per procedere nella costruzione di quella organizzazione che costituisce lo strumento indispensabile tanto per le lotte immediate come per mantenere una prospettiva di alternativa vera, rivoluzionaria? 
Abbiamo avanzato una proposta di unità di lotta contro il governo a tutte le forze che vogliono rappresentare gli interessi dei lavoratori. All'interno di uno schieramento di lotta che speriamo possa diventare il più ampio possibile, porteremo come Pc Rol le nostre posizioni, sostenendo la necessità di parole d'ordine non solo difensive, che leghino le esigenze immediate della lotta con uno sbocco rivoluzionario, basato sulla indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi governi. Per fare questo, inizieremo una massiccia campagna di propaganda in ogni manifestazione, dentro e davanti ai luoghi di lavoro e di studio, nel lavoro sindacale dei nostri militanti (nella Rete 28 aprile della Cgil ma anche nel sindacalismo di base). 
Vogliamo intrecciare questo lavoro con la presentazione delle basi politiche, programmatiche e organizzative del nuovo partito e quindi con il coinvolgimento di nuovi militanti nella fase costituente. 
 

In questo opuscolo potete leggere il Manifesto a tesi elaborato dal Consiglio Nazionale di PC Rol e la bozza di Statuto che proponiamo per la nuova organizzazione. Sono i due testi che stiamo presentando in queste settimane tutta Italia, in assemblee pubbliche aperte a chiunque - condividendo gli assi di fondo di questa impostazione - voglia partecipare alla discussione congressuale. 
Dalla metà di novembre 2006 fino alla fine di dicembre terremo congressi in ogni città, per l'elezione dei delegati, e nei primi giorni del gennaio 2007 terremo il congresso nazionale fondativo di un partito che, differentemente da altri, non ha ancora un nome (lo decideremo al congresso) ma - anche qui marcando una significativa differenza da altri progetti apparentemente simili - vede impegnati centinaia di militanti, di giovani e lavoratori. 
L'ennesimo partito, certo. Ma diverso da tutti gli altri perché impegnato - cosa oggi assolutamente rara - non a distribuire privilegi e poltrone (e nemmeno a soddisfare l'ego di qualche attempato leader). Impegnato piuttosto nel rilanciare la lotta per il potere dei lavoratori, per una prospettiva rivoluzionaria. 
Il viaggio inizia: l'invito a partecipare è rivolto a tutti i militanti comunisti che non credono né al capitalismo come orizzonte dell'umanità né al bertinottiano "modello Marchionne" come orizzonte di un partito comunista.



Chi condivide l'orientamento generale dei testi che qui presentiamo e vuole partecipare al congresso costituente nella propria città; ma anche chi vuole semplicemente confrontarsi con noi, può prendere contatto con le sezioni locali di PC Rol o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

o telefonarci al 347 69 21 939 (lasciando un messaggio sulla segreteria telefonica).

 

 


  DOCUMENTO A TESI



RIFONDARE L'OPPOSIZIONE DEI LAVORATORI

COSTRUIRE IL PARTITO RIVOLUZIONARIO

 

"E' arrivato il momento di costruire un partito autonomo. 
Dobbiamo fondare un partito che si contrapponga ai partiti pseudo-comunisti che abusano della parola comunismo per ingannare le masse e che operano invece in accordo con le classi dominanti. 
Dobbiamo costruire un partito che rappresenti gli interessi dei lavoratori. Un partito con un programma rivoluzionario, nel quale gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli siano scelti con intransigenza e fermezza incrollabile. 
Un partito nel quale tutto sia in funzione degli interessi della rivoluzione socialista."

 

Karl Liebknecht, 1918.

 

 

COSA VOGLIAMO DIRE CON QUESTE TESI. PREMESSA

 

L'esigenza di costruire un partito rivoluzionario su scala internazionale e nazionale deriva da alcuni elementi che possono essere così riassunti:

1) il modo di produzione capitalistico non è più in grado di offrire all'umanità nessuna prospettiva di progresso, esso è da tempo entrato nell'epoca del suo declino storico. La sua sopravvivenza anacronistica può avvenire solo al prezzo di continue guerre di rapina con cui i Paesi imperialisti si appropriano delle risorse dei Paesi dipendenti; e con un crescente grado di sfruttamento dei lavoratori salariati degli stessi Paesi a capitalismo avanzato. E' in costante crescita la polarizzazione economica su scala mondiale tra Paesi avanzati e Paesi dipendenti; e, all'interno di ciascun Paese, tra i 
pochi che detengono immense ricchezze e i molti che sopravvivono con bassi salari. 
Guerre militari e guerre sociali costituiscono oggi più che mai i tratti caratteristici di un sistema la cui permanenza, in assenza di una alternativa socialista, condurrà alla distruzione delle risorse del pianeta e del pianeta stesso e a nuovi e più estesi conflitti armati, in futuro necessariamente anche tra gli stessi blocchi imperialistici, oggi in guerra solo sul piano commerciale ma domani contrapposti anche sul piano militare per la conquista di nuovi sbocchi di mercato, con effetti facilmente immaginabili. In questo senso il capitalismo rischia di costituire davvero "la fine della storia": ma non nel senso attribuito a questa espressione dall'ideologo Fukuyama dopo l'89, non cioè nel senso di tappa definitiva e punto di arrivo superiore: ma in quello di tragica fine per il genere umano.

2) bloccando lo sviluppo della civiltà umana a un grado arretrato, il sistema capitalistico impedisce nei fatti un progresso socio-economico corrispondente alle attuali conoscenze scientifiche e tecnologiche - peraltro a loro volta frenate da un sistema che investe solo su quanto produce profitto. 
Con l'applicazione tecnica delle conoscenze attuali l'uomo potrebbe essere liberato dal lavoro. L'impiego delle tecnologie moderne in una economia pianificata (e quindi sottratta all'anarchia economica capitalistica) consentirebbe già oggi di eliminare su scala internazionale la disoccupazione, di distribuire il lavoro tra tutte le forze disponibili, di ridurre a poche ore la settimana le ore lavorative necessarie per ogni uomo. 
Il sistema attuale, invece, non può sopravvivere senza alimentare la disoccupazione; senza intensificare i ritmi di sfruttamento; senza accrescere l'alienazione e il suo corredo di malattie fisiche e psicologiche (in aumento nonostante il relativo progresso medico); senza contrapporre i proletari tra loro dividendoli e dominandoli per distinzioni di sesso e di etnia.

 3) nel suo sviluppo il capitalismo è costretto ad alimentare, con lo sfruttamento di classe anche la reazione della classe sfruttata. La lotta di classe - di là dalle ridicole e ricorrenti teorizzazioni di una sua scomparsa - continua a infiammare ogni angolo del pianeta. Essa è ineliminabile in una società divisa in classi e può concludersi solo o con la vittoria del proletariato (cioè della stragrande maggioranza dell'umanità, composta da salariati) o con l'ulteriore incancrenimento del capitalismo e con la conseguente "comune disfatta delle due classi in lotta" (Marx). 
Il succedersi periodico di fasi di ascesa della lotta di classe e di suo riflusso, prima in un Paese e poi in un altro; le crisi economiche e politiche che si rincorrono da un Paese all'altro; gli scontri di piazza, le guerre civili, le rivoluzioni che si alternano a fasi di ristagno o riflusso delle lotte, confermano che la possibilità di rovesciare questo sistema sociale è inscritta nella sua stessa natura, nell'impossibilità di un suo pacifico sviluppo, nell'inevitabile ribellione delle forze produttive contro i rapporti di produzione.

4) ogni variante politica del capitalismo, di là da differenze superficiali, risponde ai criteri qui descritti, che sono determinati dalla natura di classe di questo sistema socio-economico che si riflette inevitabilmente tanto sui regimi reazionari come su quelli cosiddetti "progressisti", tanto sui governi di destra o centrodestra come su quelli di "sinistra" o centrosinistra. 
La lista ormai lunga di esperimenti di governo sedicenti progressisti - in tutte le varianti possibili - in ognuno dei continenti anche solo considerando gli ultimi vent'anni è eloquente: la Francia di Jospin, il Brasile di Lula, il Sudafrica di Mbeki, il "nuovo kennedysmo" di Clinton negli Usa, Blair in Gran Bretagna, Schroeder in Germania, la Spagna di Zapatero e le tante esperienze di "centro-izquierda" in America Latina (a partire dall'Argentina), ecc. La politica sostanziale di questi governi si è distinta da quella dei governi di destra o centrodestra solo in aspetti secondari o nella terminologia impiegata per descrivere le medesime politiche: le politiche necessarie per salvaguardare i profitti delle classi dominanti imponendo al proletariato il costo delle crisi economiche ricorrenti.

5) i governi "progressisti" si sono caratterizzati dunque non tanto per l'introduzione di un "capitalismo dal volto umano" - che non può esistere - ma piuttosto per il tentativo di spezzare o prevenire la reazione delle classi subalterne coinvolgendo nel governo partiti operai e sindacati, per tentare (a seconda dei casi) di disarmare conflitti che talvolta hanno raggiunto livelli pre-rivoluzionari (come è successo in Argentina) o di prevenire i conflitti (è il caso dell'Europa specialmente) imponendo una "pace sociale", che in regime capitalistico significa soltanto il disarmo politico e ideologico di una delle due parti (ovviamente gli sfruttati). 
E' su queste stesse linee che si sta muovendo il neonato secondo governo Prodi in cui è confluito - con il ruolo di ammortizzare le lotte - Rifondazione Comunista, un partito cui molti di noi hanno partecipato per anni, uscendone nel momento del suo definitivo abbandono - anche formale - del progetto di "rifondare" un partito dalla parte dei lavoratori. 
Le manovre finanziarie del nuovo governo italiano, le missioni militari coloniali che prepara confermano che il suo ruolo è determinato dalla natura di classe del blocco sociale che lo sostiene: un governo della grande borghesia imperialista italiana impegnato nella guerra contro gli operai all'interno e nella guerra contro i Paesi dipendenti all'estero (dall'Afghanistan al Libano). In questo quadro, il tentativo di Rifondazione di costruirsi come partito "socialdemocratico" (cioè garante della collaborazione di classe ma anche di una qualche redistribuzione delle briciole del sistema) risulta non solo inconciliabile con la prospettiva comunista ma financo velleitario.

 6) il primo livello della lotta politica consiste dunque per i comunisti nel lavoro costante in ogni lotta, movimento, sindacato, per propagandare e costruire un'azione autonoma della classe operaia: autonoma dalla classe avversaria e dai suoi governi di qualsivoglia colore politico. 
E' la battaglia per difendere e sviluppare una opposizione di classe intransigente contro ogni governo, nazionale o locale, della borghesia; e dunque è la battaglia per l'autonoma azione dei comunisti in contrapposizione a ogni schieramento politico o elettorale con i partiti liberali. Una battaglia che sappia articolare parole d'ordine immediate e di prospettiva, che concili lo sviluppo delle lotte per rivendicazioni "minime" (occupazione, salario, pensioni, ritmi di lavoro, ecc.) con la propaganda dell'unico altro sistema economico, politico e sociale - il socialismo - in grado di soddisfare le esigenze immediate e future della stragrande maggioranza dell'umanità.
 

7) la battaglia per una alternativa reale, di società, richiede non tanto l'auspicio di nuove lotte - che, come detto, ciclicamente si riaccendono - ma la costruzione di quello che finora è mancato: un partito in grado di condurre queste lotte alla vittoria reale dei lavoratori, cioè alla conquista del potere per l'instaurazione di un governo "degli operai per gli operai" (Marx), cioè una dittatura del proletariato. 
Nessuna lotta parziale, nessun movimento possono svilupparsi in senso rivoluzionario e socialista in assenza di un partito d'avanguardia basato sui fondamenti programmatico-organizzativi del marxismo. Un partito radicato tra i lavoratori e le classi sfruttate, un partito che sta in ogni lotta e in ogni mobilitazione per svilupparla, per portare i lavoratori alla comprensione che l'unico risultato vero e definitivo si può ottenere nell'indipendenza di classe sviluppando l'opposizione alla borghesia e ai suoi governi, propagandando incessantemente una alternativa di classe, cioè un governo operaio; un partito organizzato sulla base del centralismo democratico, fortemente coeso e disciplinato, basato su quadri militanti e su una elaborazione e direzione collettiva (nulla a che fare, dunque, con il partitino di Ferrando che cerca di raggruppare un blocco senza principi politici intorno a un leader-guru, cioè l'ennesima inutile setta).

8) noi ci definiamo marxisti rivoluzionari, cioè trotskisti (perché il trotskismo è il marxismo rivoluzionario della nostra epoca) perché vogliamo sviluppare un programma. Un programma che solo il trotskismo conseguente ha difeso in questo secolo contro la socialdemocrazia e contro lo stalinismo. Solo il trotskismo ha difeso il programma fondamentale del comunismo, che Lenin diceva può essere sintetizzato in poche parole: dittatura del proletariato.

9) la prospettiva rivoluzionaria è internazionale. Il "socialismo in un Paese solo" - che è stata più che una teoria, la copertura degli interessi della burocrazia stalinista che poteva sopravvivere solo nell'isolamento della rivoluzione russa - è una contraddizione in termini. 
Ma la prospettiva rivoluzionaria su scala mondiale è possibile solo costruendo quella Internazionale marxista rivoluzionaria che oggi non esiste, la Quarta Internazionale: laddove il numero riassume un programma e un patrimonio a cui non rinunciamo e quindi le basi da cui ripartiamo. Ciò può essere fatto a partire dalla unificazione su basi programmatiche coerentemente trotskiste delle forze rivoluzionarie che in ogni Paese si muovono nella prospettiva comunista. 
Questo è il senso delle Tesi che qui presentiamo e del lavoro politico che stiamo sviluppando in questi mesi di battaglia politica e di confronto congressuale in vista del congresso fondativo di un nuovo partito. 
Perché questo progetto - il progetto comunista - possa svilupparsi e realizzarsi, sarà necessario il concorso di centinaia e di migliaia di militanti rivoluzionari. Oggi noi siamo solo a un primo stadio di questo lavoro: ma i possibili sviluppi della nostra costruzione nei prossimi mesi potrebbero offrirci una possibilità concreta di compiere, in poco tempo, dei passi avanti molto lunghi. 
Ci dovremo scontrare con gli scettici, certamente. Lo scetticismo è una malattia antica nel movimento operaio. Sono scettici quelli che ti dicono: sì, hai ragione su tante cose, ma come si fa? Noi sappiamo che ci proponiamo cose difficili eppure se non siamo scettici non siamo nemmeno sciocchi. Pensiamo di poterci riuscire, in questa impresa, per una serie di motivi. 

Primo. Perché si libera in Italia uno spazio storico che per anni è stato occupato abusivamente. Per decenni c'è stato un tappo ostruente la costruzione di un partito rivoluzionario: lo stalinismo. E dopo il crollo dello stalinismo c'è stato un tappetto più piccolo, il Prc. Siamo stati in quel partito non pensando mai di spostarne gli equilibri interni, ma per raggruppare, su un programma alternativo a quello riformista del suo gruppo dirigente, militanti e giovani. E qualcosa siamo riusciti a fare, visto che oggi siamo qui. Oggi il Prc libera quello spazio e va a prendere lo spazio che compete ai riformisti. Non è più - nemmeno nei simboli e nelle forme (non lo è mai stato nella sostanza) - un partito di opposizione di classe. Diventa a pieno titolo un partito di governo a braccetto coi banchieri. E questo è il primo elemento - lo spazio politico nuovo - che ci fa credere di poterci provare.

Secondo. Pensiamo che questo spazio politico si allargherà. Il governo Prodi si prepara a sferrare un attacco pesantissimo ai lavoratori con la finanziaria d'autunno. Quell'attacco produrrà una reazione. E' necessario che una organizzazione, anche piccola, pianti subito oggi la bandiera dell'opposizione per poter essere visibile nelle lotte di domani.

Terzo. Possiamo partire con un patrimonio di centinaia di quadri in grado di affrontare l'impresa: con tanti giovani, tante energie fresche pronte alla lotta.

Quarto. Pensiamo di avere infine un'arma segreta... Che poi tanto segreta non è: il marxismo rivoluzionario. Qualcosa che manca ed è mancato alle tante organizzazioni e sette che pure sono state in questi anni e stanno fuori dal Prc. Non è un patrimonio di cui vogliamo l'esclusiva: è il patrimonio di lotte, di sconfitte e di vittorie del movimento rivoluzionario di due secoli e noi vogliamo farlo diventare la bandiera di una nuova generazione di rivoluzionari.

Questa è la proposta che avanziamo a tutti i militanti comunisti che vogliono contribuire a risolvere la crisi storica dell'umanità partendo dal compito immediato: il processo -lungo, difficile ma indispensabile- di costruzione di un partito comunista rivoluzionario.

 

Tesi 1 - LA BARBARIE DEL CAPITALISMO E L'ATTUALITA' DEL SOCIALISMO

 

Il capitalismo si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro, sulla mancata retribuzione agli operai del lavoro effettivamente svolto: questa legge è valida ancora oggi. La barbarie del capitalismo si esprime nella concentrazione delle ricchezze in una ristretta minoranza di capitalisti, a danno della maggioranza della popolazione mondiale costretta a subire una realtà fatta di miseria, disoccupazione, precarietà. A livello internazionale, il capitale finanziario traduce la propria volontà di dominio in guerre di rapina per la spartizione delle zone d'influenza. Solo la rivoluzione socialista mondiale, resa possibile dallo sviluppo delle forze produttive, può salvare l'umanità dalla catastrofe.

 

Il capitalismo del terzo millennio non presenta, a livello strutturale, caratteri diversi da quelli individuati da Marx ed Engels nel XIX secolo: oggi come ieri, è lo sfruttamento del lavoro la molla che fa muovere l'economia borghese. I profitti della borghesia, cioè del padronato, anche oggi hanno come unica fonte l'estorsione del plusvalore, ossia la non totale retribuzione agli operai del lavoro effettivamente svolto. La barbarie del capitalismo si esprime anzitutto nell'esistenza di una ristretta minoranza di capitalisti che concentra nelle proprie mani immense ricchezze, ricavate dallo sfruttamento selvaggio della stragrande maggioranza della popolazione costretta a livelli di vita sempre più indigenti. 
Nel corso del Novecento, il capitale ha sostituito alla libera concorrenza il monopolio, con il conseguente dispiegamento di politiche imperialiste: le guerre coloniali, che hanno segnato la quotidianità degli ultimi due secoli, non sono altro che il risultato della competizione del capitale finanziario per la definizione delle rispettive sfere d'influenza. Ieri come oggi, capitalismo significa a livello internazionale guerra, rapina, brigantaggio, oppressione coloniale; all'interno delle singole nazioni miseria, disoccupazione, precarietà, discriminazione. 
Gli apologeti - liberali e socialdemocratici - del capitalismo ci spiegano che "le classi non esistono più"; ci dicono che ogni ipotesi di trasformazione in senso socialista della società è stata seppellita definitivamente dalla storia; invitano le masse proletarie ad accontentarsi delle briciole e a sopportare miseria e sofferenze per la ricchezza di pochi. Si tratta di deliberate mistificazioni, elaborate nel nome di chi vuole che i lavoratori, i giovani, gli oppressi continuino a pagare la crisi del capitalismo, che sempre più mostra di essere arrivato alle soglie della putrefazione. La borghesia, che ha celebrato il crollo dell'Urss e degli altri Stati operai degenerati quale definitiva vittoria del capitale, non può sfuggire agli effetti di un'economia basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo: ripetute crisi congiunturali, bancarotte, collassi finanziari rendono sempre più instabile il sistema economico e sociale. 
Nei Paesi a capitalismo avanzato, i governi di centrodestra e di centrosinistra tentano inutilmente di porre un freno all'agonia del capitale, sia attraverso politiche neoliberiste (con pesanti attacchi al costo del lavoro: riduzione dei salari, precarizzazione dei rapporti lavorativi, tagli allo stato sociale), sia tramite politiche di aggressione coloniale e di sostegno all'industria bellica. Come da copione in un contesto capitalistico, sono i lavoratori, in particolare le giovani generazioni operaie, a pagare le spese alla borghesia: la realtà quotidiana della stragrande maggioranza dei giovani, tanto più se donne o immigrati, è fatta di disoccupazione, insicurezza lavorativa, retribuzioni miserrime, flessibilità estrema dei tempi di lavoro, contratti precari, assenza di prospettive per il futuro. 
Il dispiegarsi su larga scala di politiche di aggressione coloniale - in particolare in Medio Oriente - e la restaurazione capitalistica nei Paesi dell'Est ha reso più drammatico il fenomeno dell'immigrazione nei Paesi dell'Europa occidentale: dopo una prima fase di sfruttamento selvaggio di forza-lavoro immigrata - in virtù della maggiore ricattabilità della stessa - sempre più il capitalismo in crisi non riesce ad assorbire il fenomeno migratorio, con la conseguente esplosione di fenomeni di intolleranza razziale. Per molte centinaia di migliaia di immigrati, la strada obbligata è fatta di clandestinità, criminalità, miseria: si tratta di fenomeni che creano forti contrapposizioni all'interno del proletariato, con la diffusione tra i lavoratori di atteggiamenti razzisti, di cui la borghesia si serve per consolidare la propria egemonia. 
Similmente, i diritti delle donne subiscono attacchi sempre più pesanti, sia per il perdurare del blocco strategico tra Chiesa e borghesia, sia per il progressivo smantellamento dei servizi sociali (asili, ospizi, ospedali ecc), che, associato all'aggravarsi della disoccupazione, relega sempre più le donne al ruolo della mera riproduzione sociale: in questo quadro si inseriscono i ripetuti tentativi, da parte dei governi borghesi, di mettere in discussione anche alcune conquiste minimali ottenute dai movimenti delle donne degli anni Sessanta e Settanta, a partire dal diritto di aborto.
A chi parla di "fine della storia" e di "morte del socialismo", noi rispondiamo che senza la rivoluzione socialista mondiale il capitalismo trascinerà l'umanità intera nella catastrofe. Le premesse economiche della rivoluzione socialista hanno raggiunto ormai il punto più alto possibile in un contesto capitalista: occorre liberare le forze produttive dalle catene dei rapporti di produzione che ne impediscono l'ulteriore sviluppo; occorre cioè liberare il lavoro umano dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, che è la condizione di esistenza della borghesia e del suo dominio. Solo un sistema economico basato sulla soddisfazione dei bisogni sociali, sul controllo razionale della produzione permetterà lo sviluppo armonico delle forze produttive, con l'instaurazione di una società in cui "il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti". Il socialismo non solo è fattibile, ma è necessario: è l'unica risposta possibile alla crisi storica dell'umanità.

 

Tesi 2 - LA CRISI AMBIENTALE: IL CAPITALISMO DISTRUGGE IL PIANETA

 

Contaminazione dell'aria e delle acque, degradazione dei suoli, deforestazione, perdita di biodiversità, riscaldamento globale, distruzione della fascia di ozono, effetto serra, crisi energetica, nocività delle fabbriche, sviluppo di tecnologie ad alto rischio, problema dei rifiuti, agricoltura avvelenata, caos urbanistico, esaurimento delle risorse naturali sono il portato intrinseco del modo di produzione capitalistico che regola le relazioni natura-società sulla logica del profitto e del libero mercato.

 

La crisi ecologica è una sfida con cui il movimento operaio e i comunisti devono saper fare i conti sul piano teorico e su quello pratico sulla base di un proprio punto di vista critico e autonomo e di una proposta politico-programmatica. In tal senso è indispensabile, per lo sviluppo di strumenti adeguati per affrontare i temi ambientali, il recupero della riflessione originaria del marxismo sul nesso capitalismo-natura a partire dalla nozione marxiana di "ricambio organico", che definisce i modi in cui la società articola gli scambi materiali con la natura dai quali dipendono la sua sopravvivenza e il suo sviluppo. Nel quadro dei rapporti capitalistici di produzione, lo sviluppo delle forze produttive (cioè la popolazione produttiva, i mezzi produttivi, le risorse naturali disponibili, le conoscenze scientifiche e tecniche) - a cui si deve il "ricambio organico" tra società e natura - tende a trasformarsi in sviluppo di forze distruttive che degradano l'ambiente. Ciò per la riduzione a merce del lavoro umano, dell'ambiente e delle risorse naturali. Da qui la contraddizione fra la crescente socializzazione obiettiva delle condizioni e delle forze di produzione (che rende possibile e necessaria la loro pianificazione sociale) e il carattere privato della loro appropriazione e gestione, motivata dal profitto. 
A fronte della crisi ambientale gli approcci di tipo etico-culturali e il riformismo ecologista interclassista si mostrano inadeguati e impotenti. Non sarà certo l'affermarsi nella società di una diversa coscienza dei problemi ambientali e di nuovi valori ecologicamente orientati che modificherà i comportamenti degli imprenditori e che influirà sulle politiche pubbliche delle autorità statali. I capitalisti in genere contrastano l'introduzione di normative anti-inquinamento e di vincoli ambientali con l'argomento della "competitività" e l'aumento dei costi, con conseguente diminuzione dei profitti e cercano costantemente di eluderli o di aggirarli in tutti i modi, leciti ed illeciti. Piuttosto, settori di capitalismo si sono, questi sì riciclati, dando vita al settore dell'ecobusiness col mercato delle "merce ecologiche" e con quello delle "riparazioni ambientali" (il "business dello sporca e ripulisci"). Ed è altrettanto illusorio affidarsi alla regolazione dello Stato (keynesimo ecologico) non considerando i suoi limiti intrinseci e il suo carattere di classe. Il modo di funzionare di questo Stato, il suo sistema amministrativo ed esecutivo, la sua struttura, la sua logica funzionale sono infatti complementari all'economia capitalistica. 
E' per questo che la questione dell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, della rottura dell'apparato statale borghese, e la conquista del potere politico da parte dei lavoratori e delle classi subalterne non può essere elusa. Questa, infatti, rappresenta la condizione necessaria per un'economia democraticamente pianificata nella quale la proprietà sociale delle condizioni e delle forze produttive stabilisca "dove, cosa, come, quanto e per chi produrre" realizzando la regolazione cosciente e razionale del rapporto tra società e natura. Ma questa proposta di prospettiva deve connettersi alla formulazione di obiettivi immediati e transitori che possono spostare in avanti i rapporti di forza, attivare il protagonismo di massa, far crescere la consapevolezza collettiva, costruire gli strumenti dell'autorganizzazione e della democrazia proletaria, embrioni di un possibile contropotere a fronte degli apparati del dominio borghese. Un sistema di rivendicazioni in grado di costruire un ponte tra la coscienza data delle masse e la comprensione da parte loro della necessità di rompere il quadro delle compatibilità capitalistiche e di porre il problema del potere. 
Indispensabile è l'organizzazione degli operai di fabbrica, dei lavoratori dei servizi pubblici e delle popolazioni in comitati di tipo consiliare che, quali reali strumenti del controllo operaio e sociale sulle attività produttive e sull'ambiente, rivendichino: l'acquisizione di tutti i dati in possesso delle istituzioni pubbliche preposte al controllo della sicurezza nei luoghi di lavoro e della qualità dell'ambiente, dal momento che in uno Stato borghese, le amministrazioni e gli istituti pubblici non sono neutrali ma al servizio dell'economia capitalistica; la ripubblicizzazione sotto il controllo dei lavoratori del settore e dei cittadini-utenti dei servizi pubblici privatizzati (acqua, rifiuti, gas); la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo operaio e popolare degli impianti di produzione dell'energia; la collettività ne deciderà le caratteristiche tecniche e le modalità di funzionamento; la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo operaio e popolare delle fabbriche (chimiche, farmaceutiche, agroalimentari, ecc) che uccidono e inquinano per la loro riconversione in cicli produttivi ecocompatibili che eliminino l'uso e la produzione di agenti tossici e nocivi, a garanzia della salute dei lavoratori, delle popolazioni e dell'ambiente; il principio della piena responsabilità riguardo alle conseguenze sociali e ambientali delle attività industriali: chi ha tratto profitti da produzioni inquinanti deve pagare il ripristino dell'ambiente, la bonifica del sito, la riconversione ecologica dell'apparato industriale e i danni prodotti alla salute dei lavoratori e delle popolazioni.

 

Tesi 3 - LE GUERRE DELL'IMPERIALISMO

 

La teoria imperialista di Lenin è ancora attuale. Gli ultimi eventi ci confermano che illusorio non è lottare per la distruzione del capitalismo, ma coltivare utopie di riforma di un sistema sociale che in tutta la sua esistenza ha portato l'umanità in un pozzo di barbarie senza fine e che anche oggi alimenta un numero crescente di guerre.

 

Sono passati novant'anni da quando Lenin espresse in modo compiuto la sua teoria sull'imperialismo ed essa rimane lo strumento migliore per interpretare il mondo contemporaneo. In tutti questi anni, vari sono stati i tentativi di confutarla, di relegarla al ruolo di bizzarra teoria superata dagli eventi. Dopo il crollo dell'Urss, questi sforzi hanno trovato nuovo slancio. Secondo alcuni presunti "teorici", l'analisi leninista sarebbe superata in quanto ci troveremmo in presenza non di vari Paesi imperialisti ma di una sola potenza imperiale, gli Usa. Inoltre, sarebbe venuta meno l'importanza degli Stati nazionali, ridotti ad un ruolo marginale rispetto all'importanza delle multinazionali o degli organismi sovrannazionali. La conseguenza politica di tali teorie "nuoviste", legata al fallimento del cosiddetto socialismo realizzato, è quella di ritenere il riformismo l'unica via percorribile per migliorare le sorti dell'umanità. 
Si vagheggia una riforma in senso democratico dell'Onu e dei vari organismi sovrannazionali (Wto, Banca Mondiale, Fmi), vista come un mezzo, in realtà illusorio, per garantire sviluppo equilibrato e benessere generalizzato. Allo stesso tempo, si vuol far credere che l'Europa, "con la sua civiltà millenaria", possa svolgere un ruolo di pace, svincolandosi definitivamente dalla tutela statunitense. Questo impianto teorico-politico, che dovrebbe essere la quintessenza del realismo, è in realtà un concentrato di utopie irrealizzabili (peraltro vecchie almeno di un secolo). 
La correttezza della teoria leninista, così come di ogni altra analisi basata sul metodo marxista, consiste nel fatto che non si limita a vedere gli aspetti esteriori, più immediati, della realtà, ma indaga in maniera approfondita, cercando di capire se i cambiamenti che si verificano sono un nuovo modo in cui una vecchia realtà si manifesta, o se realmente ne implicano una modifica sostanziale. Anche oggi, utilizzando il metodo marxista, possiamo affermare l'assoluta validità della caratterizzazione in senso imperialista del mondo odierno. 
Lo sviluppo della produzione e la fusione del capitale industriale con quello finanziario creano sempre più una situazione in cui alla libera concorrenza si sostituiscano monopoli, le cui dimensioni tendono a superare i confini nazionali. Ma questo non vuol dire, come afferma qualche novello emulo di Kautsky, che si vada verso la creazione di un solo grande trust mondiale, che regoli in modo pacifico ogni attività umana e che renda inutile la presenza di Stati nazionali. In realtà, si tratta di un processo tutt'altro che lineare, in cui nuovi monopoli si creano, altri muoiono e le differenze tra classi e tra diversi Paesi continuano ad aumentare invece di ridursi. Inoltre, la creazione di grandi multinazionali non fa venir meno la centralità degli Stati, anzi il loro ruolo diventa sempre più fondamentale ai fini della sopravvivenza del capitalismo.
Possiamo fare esempi in proposito. Il fallimento dell'ultima riunione del Wto è stato causato dal fatto che i Paesi imperialisti intendono imporre la supremazia delle loro produzioni su quelle dei Paesi dipendenti (quelli cioè che non sono riusciti a creare una propria borghesia in grado di svolgere un ruolo autonomo), condannando alla miseria le loro popolazioni. L'opposizione del governo italiano al progetto di fusione tra le autostrade nazionali e spagnole così come la creazione da parte di Parigi di una lista di aziende strategiche che non possono finire sotto controllo straniero provano che anche tra Paesi imperialisti gli interessi sono tutt'altro che convergenti e che il comune richiamo ai valori "dell'occidente" non significa molto, se non un tacito accordo per continuare le politiche di rapina verso i Paesi dipendenti. In quest'ottica, il ricorso alla guerra (chiamata "guerra al terrorismo" o "intervento umanitario") non è un incidente di percorso, ma uno dei modi in cui la competizione tra Paesi imperialisti si palesa. 
Le potenze imperialiste presentano tra esse evidenti contraddizioni, che in questa fase si manifestano nelle guerre commerciali, nelle manovre diplomatiche, nelle diverse strategie di intervento militare, ma che in futuro potranno sfociare in scontri bellici simili qualitativamente a quelli che la storia ha registrato nel secolo scorso. 
Gli Usa, avendo una netta supremazia militare rispetto alle altre potenze, cercano di far valere il loro potere militare nella competizione mondiale per la conferma della propria egemonia; ma le nazioni europee non seguono politiche sostanzialmente differenti. L'Europa non è portatrice di valori diversi, ispirati ad una maggiore umanità (ricordiamo tutti i crimini inglesi in India, francesi in Algeria, italiani in Libia e più recentemente in Somalia): il suo richiamo alla diplomazia è solo strumentale e indice di una condizione di maggior debolezza militare. Quando non può fare diversamente usa gli stessi mezzi di Washington (Iraq, Afghanistan, Libano). 
In quest'opera criminale l'Italia tenta di giocare un ruolo non secondario. La penetrazione in mercati stranieri di multinazionali italiane (Unicredit, Fiat, Eni ecc.) segue il carattere predatorio delle altre potenze, prediligendo la presenza in Paesi dove non esistono garanzie per i lavoratori, garantendosi così enormi sovrapprofitti. Funzionale a ciò è la facilità con cui Roma invia truppe d'occupazione in ogni angolo del pianeta, arrivando a sommare un numero di militari secondo solo a Usa e Gran Bretagna.
Per questi motivi i comunisti si schierano, in ogni aggressione imperialista, dalla parte del Paese dipendente - al di là della natura del governo che lo guida - e per il disfattismo bilaterale nel caso di conflitto tra due Paesi imperialisti; in entrambi casi rivendicando la necessità di una lotta basata su un programma conseguentemente rivoluzionario.
Una lotta che abbia come fine la distruzione del capitalismo - alla base di tutte le barbarie che viviamo e il rifiuto di ogni illusione riformista riguardo al ruolo dell'Onu (responsabile delle politiche criminali dell'imperialismo, dalla creazione di Israele nel 1948 alla guerra di Corea nel 1950 fino all'embargo genocida in Iraq) o del diritto internazionale per la risoluzione dei conflitti - è un punto imprescindibile per ogni organizzazione che si definisce rivoluzionaria. In assenza di questa prospettiva, si svilupperanno altre guerre d'aggressione (il prossimo probabile obiettivo dell'imperialismo Usa sarà l'Iran) e, aggravandosi la crisi e la concorrenza tra i blocchi imperialisti, si determineranno prima o poi scontri armati tra gli stessi. 
I comunisti denunciano l'altra faccia della medaglia della guerra imperialista e cioè che essa è lo strumento per opprimere gli stessi proletari nei Paesi imperialisti, è la condizione in cui diventa ancora più difficile la propaganda e l'agitazione rivoluzionaria per il diffondersi dello spirito socialsciovinista nella società e tra gli stessi lavoratori, anche grazie al monopolio dell'informazione detenuto dalla borghesia. Questa utilizza gli eventi bellici per irreggimentare la società e condurre con minore resistenza le controriforme politiche e sociali interne.

 

 

Tesi 4 - DOPO IL CROLLO DELLO STALINISMO

 

Il crollo degli Stati operai, che degenerarorono in conseguenza dello sviluppo abnorme della burocrazia parassitaria stalinista e collassarono sotto il peso delle contraddizioni prodottesi, pur determinando una sconfitta storica per il proletariato, ha aperto nuove prospettive per lo sviluppo di una reale prospettiva socialista. Nuove contraddizioni tra le classi sono esplose a livello mondiale, rendendo sempre più urgente il ritorno al programma originale che ha permesso ai bolscevichi di conquistare il potere

 

Tra il 1989 e il 1991 si sono svolti quegli avvenimenti che hanno portato al crollo degli Stati operai dell'Europa dell'est - governati dalla burocrazia stalinista - e che hanno dato il via alla restaurazione capitalistica. La rapidità con cui si è svolto questo processo ha stupito chi riteneva di aver di fronte sistemi sociali particolarmente solidi, destinati a durare a lungo nel tempo. In realtà la natura di questi regimi è sempre stata caratterizzata da un'instabilità strutturale. Per diversi motivi. 
Prima di tutto, per come la burocrazia - uno strato privilegiato di dirigenti dello Stato e del Partito - ha conquistato il potere, prima in Urss e poi nelle "democrazie popolari": non in quanto sviluppo dialettico e naturale della rivoluzione d'Ottobre e dei principi del marxismo, ma come sua negazione termidoriana.
Infatti, per affermarsi ha dovuto eliminare fisicamente tutta l'avanguardia rivoluzionaria in Russia e a livello internazionale e, per giustificare il suo potere, ha dovuto rompere coi principi basilari del marxismo rivoluzionario, arrivando a teorizzare la costruzione del "socialismo in un Paese solo", cioè la coesistenza col capitalismo internazionale. A ciò si deve sommare la natura contraddittoria di questi Stati. La distruzione del sistema capitalistico con l'abolizione della proprietà privata, fattore di per sé storicamente progressivo, si è scontrato col fatto che la pianificazione economica era fatta non per soddisfare al meglio le necessità della popolazione, ma per tutelare gli interessi e gli appetiti parassitari della burocrazia dominante. 
Questa situazione, legata al controllo poliziesco sulla società da parte della burocrazia, ha portato periodicamente al verificarsi di insurrezioni operaie, i cui obiettivi erano il ripristino di una vera democrazia operaia e di un reale controllo dei lavoratori sull'economia e sullo Stato: Germania Est nel 1953, Ungheria nel 1956, Cecoslovacchia nel 1968, Polonia a cavallo tra la fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta. 
Il fallimento di queste rivoluzioni politiche per mancanza di una direzione rivoluzionaria, il discredito che il "socialismo reale" aveva acquisito agli occhi delle masse, l'accentuarsi di misure volte a reintrodurre in maniera sempre più sistematica meccanismi di mercato a partire dagli anni Ottanta, hanno creato condizioni tali per cui le contraddizioni accumulate per decenni sono arrivate a un punto di rottura.
Nel crollo degli Stati operai, una caratteristica comune è stata che il proletariato non solo non è riuscito a svolgere un ruolo indipendente rispetto a quelle forze che proponevano una soluzione pro-capitalistica al collasso dello stalinismo, ma quasi ovunque (tranne solo in una fase iniziale in Romania) non è stato neanche protagonista, pur in un ruolo subalterno, di quegli accadimenti. Questo è accaduto perché in tutti i Paesi coinvolti mancava un'organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori. Responsabile di tale assenza principalmente è stata la repressione stalinista, a cui si è aggiunta la politica della corrente maggioritaria del trotskismo internazionale (il Segretariato internazionale, poi Segretariato unificato, di Pablo, Mandel e Maitan), che negli anni Cinquanta ha teorizzato l'inutilità della costruzione di partiti basati sul programma della Quarta internazionale nei Paesi operai, sperando in una spontanea evoluzione a sinistra, in senso conseguentemente rivoluzionario, della burocrazia stalinista. 
Tuttavia, il crollo dello stalinismo è stato fin da subito un processo non lineare. Per un verso, lo sviluppo abnorme della burocrazia parassitaria che ne fu la caratteristica espressione, unito al peso delle esplosive contraddizioni che si produssero, ha determinato il crollo degli Stati operai degenerati; tuttavia, il crollo di questi, coniugandosi alla restaurazione del capitalismo, ha segnato una sconfitta storica per i lavoratori, non solo nei Paesi coinvolti nel processo. Il mercato e la democrazia borghese hanno portato a un crollo verticale di salari, all'aumento della disoccupazione, alla distruzione dello stato sociale e in più in generale di ogni conquista rivoluzionaria dei lavoratori. 
Nell'ex-Urss e ex-Jugoslavia si sono verificate sanguinose guerre tra le diverse nazionalità che fino ad allora avevano convissuto in Stati multinazionali: ciò è stato effetto non del riaffiorare di un atavico odio etnico artificialmente represso, ma del repentino venire meno dei legami sociali fin lì esistenti. In una situazione in cui decine di milioni di persone sprofondavano in uno stato di assoluta indigenza, poche élite accumulavano ricchezze esorbitanti. Si trattava prevalentemente di ex-burocrati che si convertivano rapidamente nella nuova classe borghese. E' stata confermata la previsione di Trotsky secondo cui se la burocrazia stalinista non fosse stata eliminata da una rivoluzione politica si sarebbe trasformata nel soggetto che avrebbe permesso la restaurazione del capitalismo. 
Da un altro punto di vista, proprio il modo particolarmente violento e brutale in cui si è attuato il ritorno al libero mercato ha fatto sì che fin da principio si manifestassero resistenze al corso intrapreso dalla storia. Facciamo alcuni esempi. In Romania all'inizio degli anni Novanta i minatori hanno manifestato e si sono scontrati con quei settori della società, per lo più studenti, che chiedevano un passo deciso nelle riforme di mercato. In Albania nel 1997, dopo la truffa delle "società a piramide", vi è stata una vera e propria rivoluzione, con la creazione embrionale di un contropotere consigliare, sconfitta anche grazie all'intervento delle truppe imperialiste italiane e all'assenza di una direzione conseguente. In Russia tutta l'era eltsiniana è stata caratterizzata dall'opposizione dei lavoratori alle privatizzazioni del governo, opposizione che neanche il golpe contro il Parlamento del 1993 e l'instaurazione di un regime bonapartista sono riusciti del tutto a fermare. 
Possiamo dunque affermare che il ritorno al capitalismo non ha dato i frutti sperati ai suoi sostenitori, non ha segnato l'inizio di una nuova era di sviluppo e di benessere, anzi: chi auspicava che la creazione di nuovi mercati avrebbe evitato l'insorgere di crisi nel mondo capitalista è stato smentito. La restaurazione del capitalismo e il conseguente rafforzamento dell'imperialismo ha segnato una sconfitta per il proletariato internazionale. Al contempo, tuttavia, il crollo dello stalinismo e il fallimento del mercato hanno mostrato che la vera alternativa per l'umanità può venire solo da una rivoluzione che riprenda gli originali principi del bolscevismo, difesi e sviluppati dall'Opposizione di sinistra e dalla Quarta Internazionale delle origini. In questo senso non è contraddittorio affermare che da questa sconfitta possono emergere nuove vittorie.

 

 

Tesi 5 - LA RIVOLUZIONE PERMANENTE NEI PAESI DIPENDENTI RICHIEDE ALTRE DIREZIONI

 

Storicamente, lo sviluppo della borghesia imperialista è in rapporto diretto con il saccheggio dei Paesi dipendenti. Per questo la lotta di liberazione dei popoli oppressi non può avvenire che all'interno di un processo di "rivoluzione permanente", che sviluppi - senza soluzione di continuità - le rivendicazioni democratiche in lotta per il socialismo e per la dittatura del proletariato. A tal fine sono necessarie direzioni politiche differenti da quelle attuali, che sono piccolo-borghesi e nazionaliste, subalterne all'imperialismo: servono partiti indipendenti, basati sul programma marxista rivoluzionario.

 

Lenin fa notare in Imperialismo, fase suprema del capitalismo come il capitale abbia aggiunto ai numerosi antichi moventi della politica coloniale la lotta per le materie prime, per l'esportazione di capitali, per le sfere d'influenza, cioè per le regioni che offrono affari vantaggiosi, concessioni, profitti monopolistici, la lotta per il territorio economico in generale e per indebolire i diretti concorrenti imperialisti. Con l'inizio della decolonizzazione a metà del Novecento, le ex-colonie hanno conquistato formalmente l'indipendenza politica dai loro oppressori, ma non hanno spezzato il dominio economico e finanziario cui restano soggette. Le direzioni nazionaliste, proprio per difendere i propri interessi di classe, non potevano andare oltre le rivendicazioni democratiche immediate, finendo per sacrificare anche queste all'alleanza con l'imperialismo. Questi Paesi, pertanto, dopo aver raggiunto l'indipendenza formale sono rimasti ostaggio dei Paesi imperialisti, che li controllano tramite un intricato sistema finanziario fatto di debiti, di investimenti di capitali, ecc. Lo stalinismo in questa deriva delle rivoluzioni anticoloniali porta enormi responsabilità proprio per aver sottomesso, prima e dopo i processi di liberazione nazionale, i lavoratori e le masse popolari alle direzioni nazionaliste borghesi. Ecco perché solo una direzione proletaria, un partito comunista che salvaguardia la propria indipendenza politica e organizzativa, può a partire dalle rivendicazioni democratiche (riforma agraria, reale indipendenza nazionale, assemblea costituente, diritti civili, ecc) dirigere il processo rivoluzionario fino alla rottura con l'imperialismo e avanzare nella rivoluzione socialista in un quadro di rivoluzione permanente. E' insomma confermata la validità della teoria della rivoluzione permanente di Trotsky che affermava: "Per i Paesi (...) coloniali e semicoloniali, la teoria della rivoluzione permanente significa che la soluzione vera e compiuta dei loro problemi di democrazia e di libertà nazionale non è concepibile se non per opera di una dittatura del proletariato, che assuma la guida della nazione oppressa e, prima di tutto, delle sue masse contadine" (da Che cos'è dunque la rivoluzione permanente? Tesi, 1929). 
Se è vero che oggi nessun Paese possiede colonie paragonabili a quelle dei secoli scorsi, è altrettanto vero che il mondo non è mai stato così diviso tra potenze e Paesi dipendenti. Dal Medio-Oriente all'America Latina, sono sempre più numerosi i popoli che chiedono un futuro diverso dal presente fatto di fame, miseria, disoccupazione, guerra. Tra questi, quello palestinese è uno dei popoli più direttamente esposti e sottoposti al dominio imperialista. I palestinesi vedono tuttora negato persino il diritto alla formale indipendenza nazionale; essi sono vittime di un vero e proprio caso di colonialismo, seppur di tipo stanziale.  
La seconda Intifada e la recente vittoria elettorale del Movimento di Resistenza Islamico sunnita Hamas hanno mostrato, nonostante tutto, come il popolo palestinese rifiuti la politica capitolazionista e la corruzione dell'Anp guidata da Al Fatah, rivelando la determinazione a continuare la lotta di liberazione. Al contempo, sappiamo che in nessun modo la direzione islamista di Hamas, già addivenuta ad accordi con Al Fatah, può rappresentare a pieno le legittime aspirazioni storiche delle masse palestinesi. Da qui la necessità di una direzione proletaria conseguente anche in Palestina. 
Anche l'Iraq si trova oggi sotto diretta occupazione militare da parte delle potenze occidentali. 
Tuttavia il disegno imperialista di una rapida sottomissione del popolo iracheno al proprio dominio ha incontrato sulla sua strada una resistenza armata radicata nel popolo non prevista. La resistenza irachena ha anche costretto gli Usa a desistere sino ad oggi dall'aggressione all'Iran o alla Siria. 
E' dovere di ogni comunista sostenere queste lotte di liberazione (Palestina e Iraq), indipendentemente dal giudizio che diamo delle loro direzioni; sia perchè ogni sconfitta dell'imperialismo è un colpo al sistema capitalista e stimola la ripresa del movimento operaio mondiale; sia perché solo partecipando alla lotta in un fronte unico contro l'imperialismo - mantenendo la propria indipendenza politica e organizzativa - è possibile sottrarre alle direzioni nazionaliste, piccolo-borghesi e fondamentaliste, le forze proletarie, da indirizzare verso la costruzione di partiti comunisti. E' questa l'unica garanzia di uno sviluppo socialista della lotta attuale che, viceversa, sarebbe frenato dalla presenti direzioni, capitolando immancabilmente, prima o dopo, in subalternità all'imperialismo. La lotta per un'altra direzione è altresì l'unico modo per arginare l'influenza del fondamentalismo islamico (che oggi è egemone dopo la crisi delle direzioni piccolo-borghesi e staliniste) tra le masse di questi Paesi. 
Anche l'America Latina è attraversata da forti movimenti antimperialisti: le sollevazioni popolari succedutesi in Argentina, Venezuela e Bolivia a partire dal 2001 e lo sviluppo di grandi movimenti di lotta in Brasile hanno ampiamente dimostrato come questi popoli cerchino una soluzione alla propria povertà o rovina economica causata dall'imperialismo. 
Questo diffuso sentimento popolare ha portato al potere, in mancanza di un forte e radicato partito marxista rivoluzionario, forze populiste (Chavez e Morales), socialdemocratiche (il Pt di Lula) e liberali che hanno di fatto favorito la relativa stabilizzazione del dominio borghese. Così i vari Kirchner e Lula si sono dimostrati i più fedeli esecutori del pagamento dei debiti esteri, riversandoli ovviamente sulle spalle dei lavoratori e rinunciando a qualsiasi misura progressista in favore delle masse. 
Lo stesso Chavez, ponendo piena fiducia nelle forze militari ed evitando di espropriare i grandi magnati (a partire da quelli del petrolio), ha minato in più di una occasione lo stesso potere conquistato alle elezioni parlamentari, rifiutando categoricamente di armare il proletariato e di avviare una seria politica di nazionalizzazioni sotto controllo operaio. 
Evo Morales, infine, giunto al potere in Bolivia tramite elezioni ma al termine di una vera e propria insurrezione armata, sta già ampiamente mostrando di tradire la causa per la quale è stato eletto, limitandosi a rinegoziare molto cautamente alcune concessioni per lo sfruttamento del gas naturale da parte delle multinazionali imperialiste. 
Pur in situazioni diverse, la lezione anche dall'America Latina è la stessa: senza una direzione trotskista, nessun superamento del sistema di dipendenza è possibile. Nessuna rivoluzione può fermarsi a metà del guado, la direzione delle lotte può essere solo del proletariato che, raggruppando attorno a sé le masse popolari, avanza verso la rivoluzione socialista, trascina altri Paesi dietro il proprio esempio, in un quadro di rivoluzione permanente. O la direzione di queste lotte sarà una direzione socialista e internazionalista (solo il sostegno delle masse dei Paesi a capitalismo avanzato può farle vincere definitivamente) o sarà impossibile che una direzione borghese rompa i legami con i capitalisti stranieri.

 

 

Tesi 6 - ITALIA: I DUE POLI DELL'ALTERNANZA BORGHESE

 

In seguito alla restaurazione del capitalismo in Unione sovietica e dopo il fenomeno "tangentopoli", in Italia si è assistito a un rivolgimento politico all'interno dello stesso schieramento borghese. L'affermazione del maggioritario, la nascita di nuovi partiti, la trasformazione del Pci in Pds (ora Ds) hanno aperto la strada all'alternanza di governi di centrodestra e centrosinistra. La politica economica di entrambi gli schieramenti (dal primo governo Berlusconi all'attuale governo Prodi) è stata caratterizzata da un comune filo conduttore: la difesa dei grandi gruppi capitalisti italiani di fronte alla crisi congiunturale attraverso politiche antioperaie.

 

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, con la restaurazione del capitalismo in Unione sovietica e negli altri Stati operai degenerati dell'Europa orientale, la borghesia europea ha inaugurato un nuovo corso politico, nei confronti dei vari partiti stalinisti, sia dei partiti di derivazione socialdemocratica e socialista. Con il trattato di Maastricht del 1992, la nascita dell'Unione europea e l'introduzione dell'euro nel 2002, il capitalismo dei principali Paesi europei (Francia e Germania in primis) ha cercato di cavalcare il fallimento del Patto di Varsavia nella direzione del rafforzamento del polo imperialista europeo. In questo quadro, s'inserisce l'assunzione da parte dei partiti ex-socialisti ed ex-comunisti (stalinisti) di una nuova veste: in alcuni casi si sono trasformati in rappresentanti diretti - con un'evoluzione da partiti operai borghesi a partiti liberali - degli interessi delle varie borghesie nazionali (si pensi alla socialdemocrazia tedesca con Schroeder, ai socialisti francesi con Jospin, ai laburisti inglesi con Blair, al Pds in Italia); in altri, sono nati nuovi partiti che hanno assunto il ruolo classico della socialdemocrazia (come nel caso della Pds tedesca e del Prc in Italia). 
Nel nostro Paese, la fine del blocco sovietico, associata alle vicende di "tangentopoli", ha significato un rivolgimento politico all'interno dello stesso schieramento borghese: quasi tutti i vecchi partiti sono scomparsi o hanno subito trasformazioni, a partire dalla dissoluzione della Dc e del Psi, dalla nascita di Forza Italia e Lega Nord, fino alla trasformazione dell'Msi in An. Soprattutto, in seguito alla caduta del muro di Berlino, nel 1990 il XIX congresso del Pci ha sancito il passaggio al Pds (poi Ds), con l'abbandono anche nel nome di ogni riferimento al comunismo e l'assunzione di un programma liberale di rappresentanza diretta degli interessi della borghesia italiana. Con l'affermazione, nel 1993, di un sistema elettorale prevalentemente maggioritario, per più di un decennio si sono susseguiti governi di centrodestra e di centrosinistra: nonostante si sia parlato di fine della "prima Repubblica", in realtà si è trattato di semplice "cambio d'abito istituzionale" da parte dei medesimi gruppi capitalisti che dal dopoguerra ad oggi detengono le redini dell'economia italiana. 
La borghesia italiana, a partire dai grandi gruppi bancari e Confindustria, si è adattata ai vari governi in carica: primo governo Berlusconi (1994); governo Dini (1995); primo governo Prodi (1996) seguito dal governo D'Alema (1998); secondo governo Berlusconi (2001). La politica economica di questi governi, indipendentemente dallo schieramento, è stata caratterizzata da uno stesso filo conduttore: la difesa dei grandi gruppi capitalisti italiani di fronte alla crisi congiunturale attraverso politiche antioperaie. Le ricette, attraverso cui far pagare la crisi ai lavoratori, si sono basate sui medesimi ingredienti: smantellamento dello stato sociale con pesanti tagli a sanità, istruzione, servizi sociali; innalzamento dell'età pensionabile; precarizzazione selvaggia dei rapporti lavorativi; drastica diminuzione del potere d'acquisto dei salari; incentivi alle imprese e privatizzazioni degli enti pubblici. In occasione delle recenti elezioni del 2006, la crisi del berlusconismo si è tradotta in una presa di posizione esplicita di Confindustria, per voce di Montezemolo, a favore dello schieramento di centrosinistra, e dell'Unione e in un sostegno alla futura costituzione di un "partito democratico" che faciliti l'alternanza. 
Ciò che ha indotto i principali gruppi capitalistici del Paese a cambiare cavallo è stato anzitutto l'incapacità del governo delle destre di garantire quella pace sociale necessaria al capitalismo per continuare a produrre profitti sulle spalle dei lavoratori senza turbolenze. L'incapacità del governo Berlusconi di attuare politiche concertative - di ottenere cioè il consenso delle burocrazie sindacali, a partire dalla Cgil, alle politiche liberali - si è tradotta nell'esplosione di forte proteste sociali: dalla discesa in campo di milioni di lavoratori a difesa dell'art. 18 alle lotte ad oltranza degli operai di Melfi, degli autoferrotranvieri, degli studenti, degli abitanti di Scanzano. Non è un caso che le grandi famiglie del capitalismo italiano e le grandi Banche - da Montezemolo a Tronchetti Provera, da Banca Intesa a Unicredito, dalla Banca San Paolo a Monte dei Paschi - abbiano plaudito alla vittoria, sebbene di misura, dell'Unione. L'inserimento del Prc nella compagine di governo è un nuovo elemento strategico: Rifondazione comunista svolge un ruolo di copertura di sinistra delle politiche filo-padronali del governo, col ruolo di pompiere del conflitto sociale. Se da un lato la borghesia mira a ricomporre, con la concertazione, la frattura tra Cgil e governo al fine di controllare e zittire le lotte operaie, dall'altro lato ha bisogno, tanto più in una fase di crisi economica, di prevenire la possibile esplosione di conflitti non immediatamente circoscrivibili nel fronte sindacale, a partire dai movimenti giovanili contro la guerra e contro la precarietà (si veda l'esempio francese). L'assunzione diretta da parte del Prc di responsabilità di governo, con Bertinotti presidente della camera e Ferrero ministro, è una carta che la borghesia italiana intende giocare al fine di consolidare il proprio dominio: una vittoria per il padronato, una sconfitta per un'intera stagione di lotte e di conflitti sociali.

 

 

Tesi 7 - ITALIA: UNA STAGIONE DI LOTTE

 

Le lotte operaie degli ultimi anni dimostrano l'inconsistenza delle teorizzazioni sulla fine della lotta di classe e della scomparsa della classe operaia. Una giovane e combattiva classe operaia è scesa in campo nonostante i tradimenti delle direzioni sindacali e politiche. Nella costruzione del partito rivoluzionario, lavoreremo per l'unificazione delle lotte e per guadagnare le avanguardie del proletariato al programma socialista.

 

Contro le teorie di sedicenti intellettuali della "sinistra" che ci dicono che la nostra è l'epoca della fine della lotta di classe e della scomparsa della classe operaia, le lotte degli ultimi anni in Italia dimostrano che essa esiste e, oggi più che mai, scende in campo a fronte del degrado delle condizioni di lavoro che vedono precarietà, licenziamenti, salari sempre più ridotti, aumento dello sfruttamento che si manifesta attraverso l'aumento dei ritmi di lavoro, delle ore lavorate e degli infortuni, in un quadro di disarticolazione costante delle conquiste sociali e sindacali ottenute dal movimento operaio in lunghe stagioni di lotta. 
Basta solo ripercorre gli anni più recenti per accorgersi che, ad ondate, si sono avute significative mobilitazioni che hanno interessato diversi settori di lavoratori, dai metalmeccanici, ai lavoratori dei trasporti, delle pulizie, agli immigrati, agli studenti e ai lavoratori della scuola, accanto a lotte territoriali legate a fenomeni di svendita e massacro dei territori e di attacchi alla salute pubblica. 
Tra le vertenze più significative vanno evidenziate le lotte degli autoferrotranvieri diffuse in tutta Italia, protrattesi come reazione all'accordo firmato dai sindacati concertativi con scioperi spontanei e ad oltranza; la resistenza operaia contro la crisi della Fiat nel 2003; le lotte contrattuali dei metalmeccanici nel 2003 con ampia mobilitazione e sciopero generale; la vertenza Alitalia nella quale i lavoratori, contro lo smembramento aziendale e conseguente espulsione della forza lavoro, occupano le strade e l'aerostazione; i ventuno giorni di lotta degli operai della Fiat di Melfi che all'insegna dello "sciopero prolungato fino alla vittoria" mettono in discussione il modello di fabbrica integrata dove vigono, col consenso di sindacati, sfruttamento alla catena di montaggio, gabbie salariali, deroghe al divieto di lavoro notturno per le donne; la radicalizzazione delle lotte con picchetti e scioperi ad oltranza alle acciaierie Ast di Terni contro la dismissione e la delocalizzazione; e ancora le sessanta ore di sciopero nel 2005 metalmeccanici per il rinnovo della parte economica del contratto nazionale con 250 mila lavoratori in piazza. 
E più recentemente: lo sciopero e la manifestazione di 30 mila lavoratori delle pulizie, settore nel quale più del 70% dei lavoratori è precario e vive pesanti condizioni di lavoro; la vertenza dei lavoratori precari del call-center Atesia che nell'indifferenza delle istituzioni borghesi, dei sindacati concertativi e delle forze politiche della sinistra governativa, si mobilitano e si autoorganizzano contro i licenziamenti e gli accordi firmati dai sindacati confederali e contro le politiche del ministro di "sinistra" Damiano.
Sono soltanto alcuni esempi di lotte operaie che in realtà hanno avuto e tuttora hanno una diffusione con piccole e grandi vertenze in tutta Italia e alle quali vanno ad aggiungersi le battaglie condotte da un nuovo movimento degli studenti che è sceso in piazza nel novembre 2005 contro la riforma Moratti dopo aver occupato atenei in tutta Italia, le innumerevoli mobilitazioni degli immigrati contro la legge Bossi-Fini e per la conquista dei diritti sociali e le rivolte popolari contro il temoinceneritore di Acerra voluto da Bassolino, contro il deposito di scorie nucleari deciso dal governo Berlusconi a Scanzano, contro il ponte sullo Stretto di Messina e contro la Tav in Val di Susa. 
Ma quali sono le caratteristiche di queste lotte? Innanzitutto è scesa in campo una nuova generazione di lavoratori, combattivi, che vivono oggi, più dei loro padri, lo sfruttamento, la precarietà, la mancanza di tutele. Si sono scelti metodi di lotta radicali, fuori dalle regole, come blocchi stradali, picchetti, sciopero prolungato. Si sono verificati scontri con le burocrazie sindacali, in un più generale rifiuto della concertazione, con esiti in qualche caso drammatici come il licenziamento di alcuni operai della Fiat di Pomigliano d'Arco che si erano opposti all'accordo firmato dai sindacati. 
Ma alcune di queste lotte hanno messo a nudo il conflitto tra i lavoratori e le loro direzioni sindacali o politiche, cosa che ha prodotto spesso sconfitte. I sindacati concertativi e forze politiche come il Prc, solo a parole vicine ai lavoratori, hanno contenuto e deviato le potenzialità emergenti da queste lotte e, persino di fronte ad un governo reazionario come il governo Berlusconi, hanno voluto percorrere tutte le tappe necessarie per confezionare il compromesso di classe realizzatosi poi nel governo Prodi, rinunciando ad una lotta concentrata per la caduta del governo. 
Di fronte al tradimento delle direzioni riformiste e sindacali è necessario costruire una direzione alternativa dei movimenti di lotta che inevitabilmente si svilupperanno anche in futuro date le contraddizioni dell'attuale fase storica. Proprio quella classe operaia, che come abbiamo visto non è scomparsa, può essere soggetto di cambiamento se diventa "classe per sé", se utilizza cioè coscientemente la sua centralità nel processo produttivo, assume un ruolo politico e si contrappone alla classe dominante per rovesciarla. Questo processo si intreccia con l'azione determinante del partito rivoluzionario che deve intervenire in ogni lotta con un programma transitorio che faccia comprendere ai lavoratori la necessità della conquista del potere.

 

 

Tesi 8 - ITALIA: IL NUOVO GOVERNO PRODI, AL SERVIZIO DELLA BORGHESIA

 

Il governo Prodi fin da subito mostra chiaramente il suo carattere di classe: è un governo della borghesia italiana, voluto da Confindustria, che intende scaricare i costi della crisi del capitalismo sui lavoratori, come dimostra la finanziaria da 32 miliardi di euro. E' un governo di guerra e di rapina, che rinnova le missioni coloniali (Afghanistan) e invia militari in Libano a difesa di Israele. Nessun cambio di rotta rispetto al governo Berlusconi è previsto nelle politiche sociali: ancora una volta si annunciano tagli alla spesa pubblica nei settori del Pubblico Impiego, Sanità, Enti locali e Pensioni.

 

Il governo dell'Unione è nato traballante, con pugno di voti di scarto rispetto al centrodestra, con la conseguente instabilità in sede parlamentare (soprattutto al Senato, dove la differenza di voti è minima). Il deludente risultato elettorale, nonostante l'appoggio esplicito all'Unione da parte del padronato italiano per voce di Montezemolo e Confindustria, si spiega con l'incapacità - dopo cinque anni di devastati politiche antioperaie del governo Berlusconi - di intercettare il disagio dei milioni di lavoratori e giovani immiseriti e indeboliti da selvagge politiche antioperaie. Ma il nuovo governo Prodi, se non gode di un'ampia maggioranza parlamentare, ha invece le idee chiarissime sul programma che intende attuare: un programma di lacrime e sangue, di pene e sacrifici per i lavoratori. Già prima delle elezioni il programma dell'Unione era scritto nero su bianco: nessun sostanziale cambio di rotta rispetto alle politiche berlusconiane, solo qualche accorgimento per far dormire sonni più tranquilli a Confindustria e al capitalismo italiano; un programma della borghesia per la borghesia, contro i lavoratori. 
Se il governo Prodi non può contare su una larga maggioranza in parlamento, può tuttavia presentare al padronato italiano delle valide credenziali. E' infatti un governo basato sulla concertazione, cioè sulla svendita delle ragioni dei lavoratori sull'altare degli interessi di Confindustria. La Cgil, come annunciato esplicitamente da Epifani nelle conclusioni dell'ultimo congresso, fa da garante delle politiche antioperaie dell'Unione, nel tentativo di offrire ai padroni quella "pace sociale" che Berlusconi non ha saputo garantire: alle apparenti critiche di Epifani alle prime manovre del governo (che si spiegano col solito balletto concertativo: le burocrazie sindacali fanno la voce grossa all'inizio, per poi millantare, agli occhi dei lavoratori, inesistenti conquiste strappate) è seguito l'appoggio alla Finanziaria. 
Similmente, l'ingresso di Rifondazione comunista in questo governo - seppur con un ininfluente e grottesco ministero "alla solidarietà" (Ferrero) - ha lo scopo di garantire una copertura "a sinistra" al governo di banchieri e industriali. In questo modo, Rifondazione passa dall'altra parte della barricata, con il triste ruolo di ammortizzatore delle lotte sociali. 
Ancor prima che il governo nascesse, l'Unione, con l'avallo di Rifondazione comunista, ha garantito che la Tav in Valsusa si farà. Similmente, nessun cambio di rotta significativo è previsto per le altre misure contro le quali si sono battuti i movimenti in questi anni. Non solo è stato il primo governo Prodi a introdurre i Cpt (i lager disumani nei quali vengono rinchiusi gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste), ma anche ora la logica dell'esclusione che accomuna la legge del centrosinistra (Turco-Napolitano) e quella del centrodestra (Bossi-Fini) non verrà abbandonata. Similmente, nella scuola e nell'università ci si limita a semplici "accorgimenti" alla controriforma Moratti (come la reintroduzione della commissione mista agli esami di maturità), senza mettere in discussione né l'autonomia e la parità scolastiche (è stato proprio il centrosinistra a introdurre i finanziamenti pubblici alle scuole private), né il doppio canale che obbliga alla formazione professionale i figli dei lavoratori, né l'intromissione delle aziende nell'istruzione, né i tagli alla ricerca e del personale (sono ormai sicuri ulteriori tagli degli insegnanti nelle scuole medie). 
Ma sono soprattutto la politica economica e quella estera del governo i segni più inequivocabili del carattere di classe del governo. Il Ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa ha iniziato una campagna stampa per il rientro di "disavanzo e debito entro i parametri europei". La manovra finanziaria di fine giugno è stata solo l'anticipo della stangata dell'autunno. Quella di giugno è stata descritta come una "manovrina" di circa 8 miliardi di euro, che taglia 500 milioni di euro per i contratti integrativi del pubblico impiego e che, combinata ai decreti leggi liberalizzanti, colpisce alcuni settori della piccola borghesia a tutto vantaggio dei grandi gruppi economici e finanziari. La finanziaria dell'autunno ha invece un sapore molto più amaro: i tagli strutturali previsti alla spesa pubblica nei settori del Pubblico Impiego, Sanità, Enti locali e pensioni si abbatteranno come un uragano in quel che rimane dello stato sociale, il salario indiretto sarà falciato e peggioreranno le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari. Dopo aver ulteriormente taglieggiato le pensioni pubbliche già preparano lo scippo definitivo del Tfr/Tfs. E' una finanziaria che serve a rilanciare il capitalismo italiano nei mercati europei col sangue dei lavoratori, che prende risorse a chi ha poco per offrire incentivi a chi ha già molto. 
Tutto questo avviene mentre D'Alema e Parisi rinnovano la missione in Afghanistan (dove centinaia di civili continuano a morire sotto i bombardamenti dei liberatori "occidentali") e inviano navi militari, aerei da guerra e migliaia di militari in Libano per disarmare Hezbollah e il popolo palestinese e difendere Israele, l'avamposto che l'imperialismo statunitense ed europeo utilizzano per garantirsi il controllo di una regione cruciale per le sue ricchezze naturali (petrolio ecc.).

 

 

Tesi 9 - RIFONDAZIONE COMUNISTA: QUINDICI ANNI DI RIFORMISMO

 

Il Prc non è nato da una pulsione nostalgica e artificiosa, ma da una necessità reale. La crisi congiunta dello stalinismo e l'esigenza di ricostruire un movimento operaio autonomo e indipendente hanno offerto un inedito spazio di rappresentanza politica e sociale, occupato in questi anni da un apparato dirigente che, perseguendo costantemente - dall'opposizione al governo - la collaborazione di classe con la borghesia liberale, ha realizzato una rifondazione mancata.

 

Rifondazione comunista si attestò come una vera novità nel quadro politico italiano, attirando settori importanti dell'avanguardia del movimento operaio e attraendo ex militanti dell'estrema sinistra che fino a quel momento non avevano trovato un reale spazio di rappresentanza. La natura politica del Prc è stata, fin dall'inizio, caratterizzata dalla tradizione del suo gruppo dirigente che, seppur rappresentativo di un'area minoritaria del vecchio Pci critica della parabola liberal-democratica, riproponeva l'essenzialità della tradizione togliattiana, con tutto quello che ha significato quest'eredità sulle impostazioni politico-programmatiche: accettare e promuovere le alleanze con la cosiddetta borghesia democratica e progressista. 
Questa la contraddizione di fondo: il Prc nasceva ed assumeva un ruolo centrale come risposta al fallimento della prassi riformista del Pci, anche se il suo apparato dirigente si apprestava per cultura, impostazione e tradizione a rifondare il partito comunista sulle stesse basi di quel fallimento. Il Prc veniva di fatto obbligato dal quadro politico italiano, tra il 1991 e il 1995, a collocarsi all'opposizione, concepita come processo d'accumulazione di forze da investire sul terreno contrattuale per rinsaldarsi sul piano istituzionale. Dopo il fallimento nel 1993 della sinistra d'alternativa (semi-blocco d'opposizione con la rete di Orlando), nel 1994 stringeva l'accordo col Polo Progressista, embrione del centrosinistra (oggi Unione), candidandosi esplicitamente a partecipare, in caso di vittoria, a un governo borghese.
Solo la sconfitta impedirà un ulteriore slittamento nell'area governista! 
Il progetto era maturo: consolidarsi come forza critica a sinistra del centrosinistra. Tutto l'investimento nel polo progressista sfumò per volontà dell'allora Pds impegnato nella formazione di un'aggregazione politica meno composita, col proposito di governare le politiche del capitalismo italiano: un polo confindustriale, liberale e di massa. Nel 1995 l'opposizione contro il governo Dini (lotta alla finanziaria e alla controriforma pensionistica) era giocata dal Prc prevalentemente su un piano istituzionale. 
In questa fase, Rifondazione riprende oggettivamente vigore attraendo le simpatie di una larga base della sinistra: un'opposizione e una conflittualità, però, sindacale e non politica (tant'è che a livello locale il Prc entrava in molte giunte di centrosinistra), investita nel vuoto di rappresentanza di classe determinato dalla concertazione sindacale nata dagli accordi confindustriali del 1992. L'accumulo di questa massa d'urto fu, poi, investito nel 1996 nell'accordo di desistenza col centrosinistra e il voto al governo Prodi rappresentò la definizione di un intero corso politico, definito, non a caso, dal logo del III congresso "dall'opposizione al progetto". 
Nel governo Prodi (che portò a casa veri e propri bottini per la borghesia italiana), il Prc investe ciò che di più spendibile aveva realizzato precedentemente dall'opposizione: una pratica contrattualistica in netta competizione con le rappresentanze sindacali. Ma, progressivamente, si diluirono i contorni del contrattualismo bertinottiano, sino ad indurre Bertinotti nell'autunno del 1998 a uscire dal governo Prodi, rilanciando, però, un governo di decantazione istituzionale con la speranza di ripartire con un nuovo accordo di legislatura, che non si realizzò solo per l'intervenuta scissione dell'area controllata da Cossutta. Il Prc, costretto di nuovo all'opposizione del governo d'Alema, nato dopo l'esperienza prodiana, si attestava come la principale forza politica contro la guerra imperialistica nel Kossovo, riscuotendo un'enorme visibilità nella base della sinistra italiana e nel movimento pacifista. Ma anche in questa fase il Prc non ruppe col centrosinistra, tant'è che assunse come parola d'ordine il richiamo all'Onu come forza di pace, non la necessità di una confederazione Jugoslava e socialista dei Balcani; astenendosi persino sulla mozione del governo d'Alema che prevedeva la momentanea sospensione del conflitto bellico. 
Non è un caso che la mancanza di una rottura definitiva anzitutto con l'apparato liberale dei Ds è stata il terreno privilegiato in cui si sono rinsaldati il nuovo compromesso alle regionali nell'aprile del 2000 (con 14 accordi su 15) e la non belligeranza alle politiche del 2001. La crisi di egemonia sociale delle politiche liberiste, ben collaudate negli anni novanta dal centrosinistra, incontrò la nascita di un movimento anti-globalizzazione e pacifista che, dopo la manifestazione di Genova nel luglio del 2001 e nonostante la reazionaria campagna d'ordine del governo Berlusconi, fu il detonatore della nascita di un conflitto sociale con reali basi di massa. 
Un nuovo vento si alzò nelle piazze italiane e una nuova generazione sollevò la testa dopo anni di passivizzazione. Giovane è stato il movimento antiglobalizzazione. Giovane è stato il movimento pacifista. Giovane è stata quella classe operaia che ha rotto la concertazione sindacale ed è tornata a protestare nelle piazze. Un nuovo vento di lotta che ha attraversato i settori più sensibili del mondo del lavoro e della società civile: dalle mobilitazioni degli autoferrotranviari, dei lavoratori Alitalia, all'eroica resistenza degli operai di Melfi; dalla lotta della popolazione di Acerra contro il termoinceneritore, alla battaglia contro la Tav. Ma l'enorme potenzialità che questo movimento ha espresso, ha incontrato un appoggio truffaldino dell'apparato del Prc. Un patrimonio di lotta utilizzato da Bertinotti come carta di credito, dote preziosa per realizzare un nuovo compromesso di classe alle politiche del 2006 per entrare nel governo borghese dell'Unione e rifondare una forza socialdemocratica che affianchi la parallela rifondazione liberale di un "partito democratico" per garantire il dominio della borghesia cosiddetta "progressista": il "modello Marchionne" indicato da Bertinotti. 
Quindi anni di riformismo che, tanto più oggi, in cui il Prc ha assunto responsabilità centrali nelle politiche antipopolari che il governo dell'Unione sta perseguendo (finanziaria lacrime e sangue; avvio della riforma pensionistica, attacco allo stato sociale; finanziamento della guerra imperialistica in Afghanistan e in Libano), segnano la fine di una rifondazione negata dalla collaborazione di classe, che impone alle avanguardie del movimento operaio italiano di riavviare il processo di ricostruzione della rifondazione comunista che o è rivoluzionaria o non è.

 

 

Tesi 10 - QUINDICI ANNI NEL PRC, PER COSTRUIRE UN ALTRO PARTITO

 

La costruzione di un partito autenticamente comunista non avviene mai in forma artificiosa attraverso scorciatoie e semplificazioni: è anzitutto frutto di una battaglia teorico-politica il cui esito è la creazione di un corpo selezionato di militanti attivi e di quadri che si costituiscono in avanguardia del proletariato. Il partito rivoluzionario che vogliamo costruire non è uno sterile atto di auto-proclamazione, ma l'esito di una lunga battaglia di frazione dentro il Prc sul terreno delle impostazioni programmatiche e organizzative del marxismo rivoluzionario, che al contempo, come dimostra la scissione dal ferrandismo, ha costituito uno strumento di chiarificazione e selezione militante.

 

Con questa prospettiva, la tendenza che si formò intorno alla rivista Proposta per la rifondazione Comunista, dopo la scissione dalla sezione italiana del Segretariato unificato sulla base di un dibattito e di una scelta d'orientamento della propria tendenza internazionale, partecipò da subito alla nascita del Prc, cogliendo la rilevanza di un processo di ricomposizione del movimento operaio e ritenendo che ignorare questo fatto avrebbe disperso un'occasione storica d'investimento delle posizioni marxiste rivoluzionarie a vantaggio di un puro auto-conservatorismo. 
La formazione di una tendenza rivoluzionaria dentro il Prc, che si è costruita sul terreno del marxismo conseguente, si caratterizzò da subito per una dura battaglia politico-programmatica alternativa ai gruppi dirigenti del Prc, entrando costantemente nella contraddizione di fondo che ha caratterizzato questo partito: vocazione governativa dell'apparato e della sua burocrazia e radicalità della parte più sana della sua base. Una battaglia che aveva come fine non quello di conquistare un'area d'influenza e di consenso all'interno del Prc in una logica istituzionale ed elettoralistica, ma quella di costruire, dalle impostazioni teorico-programmatiche, un'organizzazione di militanti e di quadri (non limitandosi alla mera battaglia delle idee e al riconoscimento formale e platonico dei rapporti d'organizzazione). 
Questa prospettiva programmatica ha segnato tutta la nostra vicenda politica all'interno del Prc, in opposizione non solo al gruppo dirigente maggioritario ma anche all'opportunismo che ha caratterizzato l'esperienza delle attuali "tendenze critiche" (Ernesto, Erre-sinistra critica e, per motivi differenti, Falcemartello). Fin dal primo congresso del Prc, a differenza di altre aree, l'originario raggruppamento che si era formato intorno all'associazione Proposta poneva, come risposta alla crisi storica dello stalinismo e del riformismo, la necessità di una rifondazione comunista rivoluzionaria. Al secondo congresso, quest'impostazione, che di fatto ha rappresentato la centralità della nostra lotta di frazione all'interno del Prc, entrava, nel 1994, in collisione frontale con la formazione del "polo progressista". Si trattava di una battaglia di tendenza che costruiva basi più solide nel 1996 al terzo congresso, dove la lotta al governo Prodi si combinava con la costruzione di un'area di più ampio dissenso, che sulla base di una piattaforma programmatica sempre più compiuta e articolata (autonomia del movimento operaio; polo di classe anticapitalistico; rifiuto della collaborazione con i governi della borghesia come punto irrinunciabile dell'azione dei comunisti) al quarto e al quinto e tanto più al sesto congresso ha rappresentato una base di riferimento essenziale per la costruzione nel 2002, dopo un lungo processo di chiarificazione e separazione da altre aree critiche e confuse, dell'Amr Progetto Comunista: questa, indubbiamente, ha costituito l'arena politica e organizzativa da cui è nata l'Associazione Progetto Comunista-Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori, costituitasi come strumento fondativo di un vero partito comunista in Italia. 
In definitiva, tutta la nostra esperienza dentro il Prc - l'azione di raggruppamento rivoluzionario e la lotta di frazione intrapresa per oltre quindici anni - è stata segnata dalla necessità di ricostruire un'autentica rifondazione comunista, con la consapevolezza che, in assenza di un recupero dei fondamenti politico-programmatici del marxismo rivoluzionario, sarebbe nata una rifondazione mancata. 
Un' impostazione, quest'ultima, non certamente frutto di un'improvvisazione, poiché la storia del comunismo conseguente si è mossa costantemente su questo terreno: Marx ed Engels nella Prima Internazionale fecero una dura battaglia per il ritorno al Manifesto del partito comunista; Lenin e Rosa Luxemburg dalla sinistra della Seconda Internazionale, in forma certamente creativa e innovativa (si pensi al concetto di imperialismo e allo sviluppo della teoria leniniana sul partito e sulla questione nazionale), fecero una consistente battaglia per il recupero del vero Marx contro tutte le deformazioni revisionistiche, riformiste e centriste: senza quel recupero dei fondamenti marxisti non sarebbe nato il partito bolscevico come partito dirigente della rivoluzione di ottobre; così come l'Opposizione di sinistra delle origini e successivamente la Quarta internazionale solo recuperando i fondamenti, che la socialdemocrazia e lo stalinismo avevano distrutto, attualizzarono il marxismo. 
L'esperienza pratica della sinistra rivoluzionaria, che per quindici anni ha lottato dentro il Prc, dimostra, seppur in embrione, che la costruzione di un partito autenticamente comunista passa attraverso innumerevoli prove prima di divenire il partito della rivoluzione proletaria. Con questa consapevolezza e prospettiva storica, abbiamo ritenuto che la scissione dalla frazione Ferrando e la nascita dell'associazione Progetto Comunista-Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori fossero indispensabili per realizzare, sulle basi programmatiche del leninismo, la scissione dal Prc. 
Dopo un comune lavoro di costruzione della sinistra rivoluzionaria, di cui la nascita dell'Amr Progetto Comunista ha rappresentato un risultato importantissimo, nel momento in cui s'imponeva la scissione dal Prc con la componente Ferrando, sono emerse, a partire dal terreno della politica organizzativa, fratture insanabili: il partito perseguito da Ferrando non era il partito leninista formato da militanti coscienti e da quadri ben saldi; ma un partito che non distingue militanti e simpatizzanti, raccolto attorno al guru, così come testimonia il neonato ferrandiano Movimento per la costruzione del Partito comunista dei lavoratori, confuso sul terreno programmatico, senza nessun riferimento al trotskismo, né nel programma né nei simboli. 
Ben diverso è il partito che vogliamo realizzare: esso ambisce, per dirla con Lenin, a "ricostruire il mondo (...) a mettere fine alla guerra imperialista mondiale che non può terminare con una pace veramente democratica senza la più grande rivoluzione proletaria della storia. E' tempo di gettar via la camicia sporca, è tempo di mettersi la camicia pulita". E' tempo della nascita del partito della rivoluzione proletaria.

 

 

Tesi 11 - L'INCONSISTENZA POLITICA DELLE "SINISTRE CRITICHE", INTERNE ED ESTERNE AL PRC

 

L'ingresso del Prc nel governo confindustriale guidato da Romano Prodi ha avuto il merito di rivelare la reale natura socialdemocratica e governista di questa forza politica, mettendo allo stesso tempo in luce la sostanziale subalternità delle correnti di minoranza all'attuale maggioranza uscita vincitrice dal sesto congresso del partito. Questo evento ha inoltre modificato, semplificandolo, l'intero quadro politico italiano: alla sinistra dei gruppi socialdemocratici tradizionali (Sinistra Ds, Pdci, Prc), si è aperto uno spazio inedito per la rappresentanza coerente degli interessi delle classi subalterne.

 

Ernesto ed Erre sono le due principali minoranze presenti all'interno di Rifondazione comunista. A lungo unite nella gestione degli interessi del partito alla maggioranza dell'attuale Presidente della Camera, esse sono state costrette, dal precipitare degli eventi e dalla rapidità della svolta governista attuata dalla maggioranza stessa, a dotarsi di un'"anima critica" che, con il sostegno esplicito alla nascita del governo-Prodi e alle prime misure volute da esso, di critico ha ormai solamente le sue condizioni. Nella sostanza, esse non rappresentano nessuna alternativa reale all'attuale gruppo dirigente: su tutte le questioni principali - quelle cioè che storicamente hanno segnato il confine fra le forze opportuniste e quelle genuinamente rivoluzionarie: guerra, sostegno ai governi borghesi e alle loro misure anti-operaie, ecc - si sono infatti schierate a favore delle decisioni prese dal Prc e dalla coalizione alla quale appartiene; degli interessi materiali che questa coalizione rappresenta, quindi collidenti, per loro natura, con quelli dei lavoratori, degli immigrati e dei popoli oppressi, sacrificati ancora una volta sull'altare della collaborazione di classe. 
La vicenda del rifinanziamento della missione militare in Afghanistan è esemplificativa in questo senso: dopo aver a lungo sostenuto che il "no alla guerra" avrebbe dovuto essere uno dei tratti distintivi della politica estera del nuovo governo e che senza di esso non ci sarebbe potuta essere nessuna convergenza con questo, hanno fatto, nel volgere di pochissimo tempo, una imbarazzante marcia-indietro che li ha portati a rinnegare le loro precedenti affermazioni, fino ad arrivare al voto favorevole in Parlamento al rifinanziamento di una spedizione militare che ha come unico scopo quello di far valere gli interessi di un capitalismo italiano impegnato a non lasciarsi sfuggire parte del bottino derivante dalle aggressioni e dallo sfruttamento delle risorse dei Paesi coloniali. Lo stesso hanno fatto con la missione in Libano: l'Ernesto con convinzione; Erre con qualche mugugno: entrambe, comunque, non arrivando mai a mettere in discussione il leale sostegno al governo imperialista. 
Facendo una similitudine: se il Prc all'interno dell'Unione ha la funzione specifica di mediare con il mondo del lavoro e di far sì che esso possa accettare senza troppe voci discordi quelle politiche che vogliono veder peggiorate le sue condizioni di esistenza, le minoranze, all'interno del Prc hanno la funzione analoga di far accettare al corpo del partito quelle politiche e quegli attacchi, di modo che il dissenso possa spostarsi da questioni di vitale importanza ad altre che di importanza ne hanno molta di meno. Per concludere, siamo sicuri che la vita di queste due correnti come entità autonome e riconoscibili all'esterno sarà breve, se mai c'è stata. Non si può dar man forte ai governi borghesi nelle istituzioni e criticarli sui giornali o nelle piazze: o si sta da una parte o dall'altra. I dirigenti di queste aree sembrano già aver scelto di stare dalla parte sbagliata. 
A fare "opposizione interna" resta solo il piccolo gruppo di Falcemartello, che non si capisce quale prospettiva sia in grado di offrire a quei militanti disillusi che cercano di convincere (pare con scarsi risultati) a rimanere nel Prc. In un recente editoriale un dirigente di questa area, Claudio Bellotti, assicura che un giorno "centinaia e migliaia di compagni si porranno con noi la stessa domanda e daranno la stessa risposta". Come sempre ignorando che il ruolo dei comunisti - appunto ruolo di avanguardia - non sta nell'aspettare che emerga "un giorno" una risposta di classe, ma consiste piuttosto nell'indicarla per tempo, la risposta comunista. Significativo è il fatto che, in occasione del finanziamento della missione in Afghanistan, la posizione di Falcemartello rispetto al governo si traduceva nel ritenere "impraticabile" - perché, a loro dire, "non comprensibile agli occhi delle masse" (!) - l'ipotesi di una rottura del Prc con il governo Prodi... cioè con il governo della borghesia italiana! 
Discorso a parte merita il neonato Movimento per il Partito comunista dei lavoratori di Ferrando, uscito di recente dal Prc e impegnato nel costruire un soggetto alternativo ai due poli della borghesia. Se il tratto distintivo delle minoranze del Prc era quello di accodarsi supinamente alla volontà dei Bertinotti e dei Giordano di turno, quello del Mpcl è di non avere un programma riconoscibile. Ciò e senz'altro il risultato delle modalità di aggregazione e di costruzione del partito esplicitamente teorizzate dal leader: forza aperta a tutte le posizioni (anche opposte tra loro), con un unico punto aggregante, l'opposizione ai governi di centrodestra e centrosinistra (ma anche questa discriminante è in realtà una mera enunciazione di principio senza traduzione coerente nella prassi, come dimostra l'adesione a Mpcl di ex dirigenti opportunisti desiderosi di riciclarsi e ben convinti della necessità di alleanza di governo con la borghesia, almeno a livello locale). In pratica - e con un po' di sforzo - la volontà generale che unifica il corpo-partito si riesce anche a trovare: la negazione del leninismo e del bolscevismo nella concezione della formazione e della strutturazione del partito. L'aggregazione senza principi e priva di discriminanti politiche se in un primo momento avrebbe potuto dare qualche frutto dal punto di vista puramente numerico (cosa peraltro non avvenuta vista l'assenza di una struttura organizzativa), alla lunga rischia di minare la solidità di questo Mpcl, sempre più rassomigliante a un piccolo Arlecchino. La rinuncia palese al patrimonio teorico e simbolico del trotskismo - cioè del marxismo conseguente - è la prova dell'allontanamento del Mpcl - nella prassi e nella teoria - dal marxismo-rivoluzionario. Dietro la fumosa eloquenza del suo principale esponente questa organizzazione nasconde il nulla o, peggio, l'opportunismo rivelato anche dalla lettera inviata da Ferrando al Manifesto in cui egli precisa senza possibilità di equivoco interpretativo che in caso di elezione a senatore si sarebbe dimesso per non far pesare un suo eventuale voto determinante e dunque per non far cadere il governo Prodi. 
Oltre a queste formazioni più in vista, esistono tanti piccolissimi gruppi che ruotano nella galassia del movimento operaio ma che, per limiti propri, ad oggi sono dotati di scarsa capacità di attrazione. Questi si possono - per semplificare - suddividere in grandi famiglie, accomunate da un atteggiamento settario: quella stalinista, o maostalinista, e quella bordighista. Alla prima appartengono tutte quelle organizzazioni (Pmli su tutte) che si caratterizzano per una retorica fumosa e per l'incomprensione di alcuni elementi fondamentali (natura di classe delle formazioni politiche, dialettica partito-classe, sviluppo dei processi rivoluzionari) che spesso degenerano in analisi del tutto fuori dalla realtà. Alla seconda appartengono quei gruppi (Lotta Comunista, Battaglia comunista, Programma Comunista ecc) che, nonostante la conservazione di parte del bagaglio analitico del marxismo-rivoluzionario, con la loro pratica eludono la necessità della costruzione di un partito che intervenga nelle lotte sulla base di un programma transitorio. Da qui il rifiuto del parlamentarismo e (in qualche caso) del lavoro nei sindacati; da qui il loro distacco dal cuore pulsante di una classe che viene vista più come entità astratta che come terreno nel quale svolgere il lavoro politico quotidiano.

 

Tesi 12 - IL RUOLO DEI DIVERSI SINDACATI

 

Nell'ultimo ventennio il combinarsi di crisi capitalistica, stangate padronali e governative, collaborazione di classe della burocrazia sindacale Cgil, Cisl e Uil, mancanza del partito rivoluzionario, ha determinato un quadro articolato di presenza sindacale di sinistra. L'opposizione da parte del nuovo sindacalismo al modello concertativo non ha incrinato però la forza della Cgil, mentre nel complesso delle sinistre sindacali - che continuano a mancare di una volontà unitaria di battersi contro la politica economia del governo - emergono spinte delle diverse burocrazie riformiste e centriste a interloquire con le forze della sinistra di governo in una logica di "pressione".

 

Il Congresso della Cgil del giugno 1977 e la successiva Conferenza Nazionale di Cgil, Cisl e Uil del 1978 all'Eur evidenziavano la determinazione da parte delle burocrazie sindacali riformiste nel superare il modello sindacale rivendicativo, affermatosi nelle lotte operaie e popolari degli anni Sessanta e Settanta. Gli anni Ottanta sono segnati da gravi sconfitte e arretramenti: l'accordo del 31 luglio 1992 segnava il culmine di questa offensiva con l'eliminazione della scala mobile dei salari. Con l'accordo del 23 luglio 1993 iniziava ufficialmente la fase del modello contrattuale concertativo: il sindacato si faceva carico degli "interessi generali" e delle "compatibilità di sistema". Si apre un quindicennio che, a fronte dell'attacco congiunto di padronato e governi, vede il sindacato gestire la pace sociale e contratti a perdere. Le conseguenze sono note: perdita costante dei salari, dei diritti e delle tutele. 
Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta l'opposizione al modello sindacale concertativo porterà alla costituzione di nuovi sindacati di sinistra. La Cub-Rdb, maggiormente radicata nel pubblico impiego, è la più consistente, altri sindacati minori sono organizzati sul modello Cobas. 
Il secondo governo Prodi, nato sullo sfondo di una persistente crisi del capitalismo italiano associata al serio dissesto del bilancio pubblico, ritiene essenziale, per attuare una politica di risanamento finanziario e rilanciare il capitalismo italiano nei mercati europei e internazionali nella pace sociale, aggiornare il modello contrattuale concertativo; una richiesta condivisa dagli industriali, dalle banche, dai grandi commercianti e sopratutto dalla burocrazia sindacale riformista in Cgil. La Confindustria pone come obiettivo centrale della nuova concertazione il recupero "di efficienza, produttività e redditività" dell'impresa attraverso l'abbattimento del costo del lavoro, una maggiore flessibilità e precarietà del lavoro salariato. Il tutto nel quadro di un "patto costituzionale" che definisca regole e sanzioni, tali da limitare lo stesso diritto di sciopero in tutte le categorie. E' lo svuotamento del contratto di lavoro. 
Il governo dell'Unione procede sulla linea tracciata: la manovra finanziaria d'estate è solo l'anticipo della stangata autunnale. Il Dpef per il 2007-2011 è centrato sul risanamento finanziario dello Stato e sul rilancio del capitalismo italiano. L'inflazione programmata dal governo continuerà ad essere la camicia di forza di sempre che comprime il salario e le lotte dei lavoratori. I tagli strutturali previsti con la finanziaria del 2007 alla spesa pubblica nei settori del pubblico impiego, sanità, enti locali e pensioni si abbatteranno come un uragano su quel che rimane dello stato sociale, il salario indiretto sarà falciato, mentre preparano lo scippo definitivo del Tfr/Tfs. Nessuna reale soluzione alla disoccupazione dilagante nel mezzogiorno, al lavoro precario, alla condizione dei lavoratori immigrati. Le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari peggioreranno. Dall'altra parte Confindustria ottiene quanto richiesto: taglio del cuneo fiscale per le imprese e messa in conto dell'abolizione dell'Irap. La crisi ancora una volta viene scaricata sui lavoratori e sulle masse popolari, alla burocrazia sindacale riformista della Cgil e ai partiti della sinistra di governo spetta il compito di garantire il consenso sociale ad una politica di "lacrime e sangue" a senso unico. 
Il maggiore sindacato del Paese, la Cgil, assieme a Cisl e Uil si dichiarano soddisfatti della nuova fase concertativa e partecipano ai tavoli programmatici (mezzogiorno ecc) operativi in preparazione della finanziaria. La sinistra sindacale in Cgil, la Rete 28 aprile, all'assemblea nazionale del 12 giugno 2006 a Roma, ha presentato un documento (con circa 60 firme, espressione della sinistra riformista di Cremaschi, a cui si accodano Falcemartello e Grisolia del Mpcl), assolutamente debole e vago nell'analisi e nella proposta organizzativa e rivendicativa di fase. In quella sede siamo stati l'unica organizzazione a fornire ai lavoratori un contributo di analisi e una proposta programmatica rivendicativa alternativa. Il portavoce nazionale della Rete 28 aprile in Cgil, Giorgio Cremaschi, dopo aver annunciato di fronte ai primi atti di politica economica del governo Prodi la necessità dello sciopero generale nel caso in cui le indicazioni contenute nel Dpef avessero trovato applicazione nella Finanziaria per il 2007, ha effettuato al Comitato Direttivo Nazionale della Cgil, riunitosi il 18 settembre, una doppia capriola. Infatti, si è astenuto, assieme agli altri esponenti della Rete 28 aprile in quell'organismo, proprio sul "documento Cgil Cisl Uil sulla Finanziaria 2007". Un documento non solo di sostegno alla Finanziaria 2007 ma anche per l'aggiornamento del patto concertativo con governo e padronato. In questa capriola lo ha accompagnato il segretario nazionale della Fiom Cgil, Rinaldini, che sul documento ha votato a favore, nascondendosi dietro la foglia di fico della consultazione dei lavoratori. 
La Cub-Rdb, dopo aver protestato per non essere stata convocata dal governo il 12 giugno in occasione della presentazione alle parti sociali della manovra finanziaria estiva, ha organizzato una assemblea pubblica in presenza di esponenti della sinistra di governo per presentare una proposta di legge per la stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione; nel contempo ha annunciato uno sciopero dei precari pubblici per il 6 ottobre: una prassi sindacale non concertativa, benché di pressione sulla sinistra di governo. In questo quadro è importante l'iniziativa lanciata dallo Slai Cobas all'assemblea nazionale del 13 maggio a Roma per una manifestazione in autunno contro la politica economica del governo sulla base di alcune rivendicazioni immediate unificanti.  
Nel complesso le sinistre sindacali mancano di una piattaforma unificante di fase, di una volontà unitaria di battersi contro la politica economica del governo, mentre emergono spinte da parte delle diverse burocrazie sindacali riformiste e centriste a interloquire attraverso molteplici percorsi con le forze della sinistra di governo. Il tutto in un contesto di oggettiva debolezza della sinistra sindacale di classe.

 

 

Tesi 13 - I RIVOLUZIONARI DI FRONTE ALLO STATO BORGHESE. LA LOTTA PER IL POTERE

 

Il compito fondamentale dei comunisti resta ancora oggi quello espresso nel Manifesto di Marx ed Engels: guadagnare la maggioranza del proletariato, nel corso delle sue lotte quotidiane, alla comprensione dell'impossibilità di riformare il capitalismo e alla conseguente necessità di conquistare il potere politico attraverso il rovesciamento dell'ordine borghese. Solo la trasformazione del proletariato in classe dominante (cioè la dittatura del proletariato) potrà aprire una strada di progresso per l'umanità che conduca infine all'eliminazione della società divisa in classi e alla cancellazione di ogni forma di oppressione. 
Come scrisse Lenin: "La necessità di educare sistematicamente le masse in questa (...) idea della rivoluzione violenta è alla base di tutta la dottrina di Marx e di Engels. Il tradimento della loro dottrina, perpetrato dalle tendenze socialscioviniste e kautskiane (...) si esprime (...) nell'oblio di questa propaganda".

 

La rimozione della teoria marxista dello Stato si accompagna sempre con la riacquisizione delle teorie riformiste (spesso presentate come una "novità" contrapposta al "vecchio", alle "teorie novecentesche"). La differenza tra riformisti e comunisti non è una differenza di percorsi per arrivare a una nuova società (da una parte la via pacifica, legale del riformismo; dall'altra quella demodé dell'insurrezione rivoluzionaria): a "metodi" diversi corrispondono prospettive diverse. Per i comunisti la prospettiva del socialismo, per i riformisti quella di un immaginario miglioramento di questa società immodificabile (il capitalismo). Non è un caso quindi se ogni teoria riformista (che non nasce nella testa di qualche filosofo ma si combina sempre con l'integrazione di apparati all'interno del sistema borghese) finisce con l'assumere l'orizzonte del capitalismo come invalicabile. 
La questione dell'atteggiamento verso lo Stato ha sempre costituito un discrimine tra riformisti e rivoluzionari. Così come la cartina di tornasole se immersa in una sostanza acida diventa rossa e in una basica azzurra, così il rosso dei rivoluzionari appare immediatamente quando ci si accosta al tema decisivo dello Stato. Non è un caso che proprio a questo tema Lenin dedicò il suo libro più importante (Stato e rivoluzione), scritto nel corso della rivoluzione del 1917 per riarmare teoricamente il partito bolscevico e prepararlo all'Ottobre. Lo fece ristabilendo la reale dottrina di Marx ed Engels, ripulendola dalle incrostazioni revisioniste. Oggi noi dobbiamo fare lo stesso lavoro ma raddoppiato perché oltre alle falsificazioni dei riformisti si sono aggiunte quelle dello stalinismo. Non si tratta di tornare al "Verbo" ma di capire come nelle posizioni leniniste (e prima in quelle di Marx) si rispecchiano le lezioni dell'intera esperienza storica del movimento operaio. 
Per il marxismo lo Stato è il prodotto dell'antagonismo delle classi. Non è cioè un'entità "neutra" bensì uno strumento di parte, che serve a imporre il dominio di una classe su un'altra; lo strumento grazie al quale la classe dominante conserva il controllo dei mezzi di produzione. 
Il potere dello Stato (da quello democratico-parlamentare alla dittatura militare e al fascismo) si fonda su "gruppi di uomini armati" (polizia, esercito), e sui guardiani (magistratura, carceri) di una legislazione corrispondente agli interessi della classe dominante. 
Il fatto che lo Stato non sia neutrale nello scontro tra borghesia e proletariato comporta l'impossibilità di "conquistarlo" (magari attraverso una vittoria elettorale) per "convertirlo" a un uso diverso. Se a determinati rapporti di proprietà e produzione corrisponde una specifica struttura statale, allora il proletariato che cerca di rovesciare quei rapporti necessita di uno strumento affatto diverso. Ne consegue che i comunisti si danno come obiettivo quello di infrangere lo Stato: "spezzarlo", secondo la formula che Marx analizzò nell'esperienza della Comune di Parigi del 1871 che costituiva appunto "la forma finalmente scoperta" attraverso cui i lavoratori potevano esercitare il loro dominio, unendo in un unico organismo il potere legislativo ed esecutivo. Spezzare lo Stato, dunque, attraverso una rivoluzione (peraltro è questo l'unico senso che può avere la parola, salvo riferirsi al moto dei corpi celesti) e sostituirlo con un altro Stato, un altro dominio: al posto della dittatura della classe borghese (esercitata da pochi uomini sulla stragrande maggioranza), la dittatura del proletariato (esercitata dalla maggioranza della popolazione contro una esigua minoranza). Una dittatura, certo, perché solo in questo modo una rivoluzione può difendersi dai tentativi della borghesia di riprendersi il potere; ma una dittatura che a differenza di tutte quelle conosciute nella Storia mira ad estinguersi, insieme con l'estinzione della società divisa in classi. 
L'essenziale dell'insegnamento della Comune (che fu sconfitta per l'assenza di un partito marxista), cioè la rivoluzione per "spezzare" lo Stato e sostituirlo con una dittatura operaia, fu indicato dall'Internazionale Comunista dei primi anni (prima dello stalinismo) come fondamento programmatico valido per i partiti comunisti di tutto il mondo, a prescindere dalle differenze esistenti tra un Paese e l'altro. Gli insegnamenti delle due "Comuni" (quella perdente di Parigi e quella di Pietrogrado, vincente perché diretta da un partito marxista) furono condensati nelle Tesi dell'Internazionale sul parlamentarismo, mentre fu respinta ogni teoria volta a presentare questi assi cartesiani come prodotto di una inesistente "specificità russa" a cui contrapporre una "rivoluzione in Occidente" -intesa come graduale riforma dello Stato per i Paesi a capitalismo avanzato. 
La concezione marxista dello Stato e della rivoluzione non significa (a differenza di quanto si vuole far credere con certe caricature) una passiva estraneità agli strumenti della democrazia borghese in attesa di un messianico evento rivoluzionario. Per i marxisti la rivoluzione va preparata anche usando le istituzioni borghesi, cioè le elezioni e i parlamenti. Ma -e qui sta la differenza con i riformisti- i comunisti partecipano alle elezioni per fare propaganda al programma rivoluzionario e stanno in quelle aule per prepararne la distruzione. Se eletti in assemblee rappresentative agiscono non come legislatori tra i legislatori ma come propagandisti di un'altra democrazia; in questo senso la loro partecipazione alle istituzioni che è secondaria rispetto alla battaglia principale nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nei movimenti. 
I comunisti, che pure partecipano -se possibile- alle assemblee rappresentative, non possono per nessun motivo far parte dei governi di qualsiasi grado. Non per ossequio a qualche "comandamento" marxista ma perché -come l'intera esperienza storica ha dimostrato- l'opposizione a ogni governo borghese è il requisito indispensabile (ancorché non sufficiente) per liberare le masse dalle illusioni in uno Stato e in una Democrazia "al di sopra delle parti", riformabili e riempibili a piacimento di contenuti di classe diversi, come bignè che possono essere riempiti di crema o di cioccolato. Ecco dunque che l'opposizione a ogni governo borghese è l'unica strada attraverso cui far arrivare i lavoratori a un programma di indipendenza di classe e per questa via costruire -sulle macerie del capitalismo- l'unico governo in cui possano entrare i comunisti: un governo dei lavoratori per i lavoratori. 
La battaglia contro la partecipazione ai governi nel sistema capitalistico ha per questi motivi sempre costituito il mezzo per liberare le masse dall'influenza dei riformisti che (ecco il senso dell'espressione leniniana: "agenti della borghesia nel movimento operaio") cercano di convincere con la loro azione la classe operaia dell'inutilità di prendere il potere e quindi la subordinano ai governi (e agli interessi) della borghesia. 
L'opposizione di principio, su cui si è fondata l'Internazionale Comunista, è stata poi sostituita dagli stalinisti che (a partire dal VII Congresso del 1935) hanno reintrodotto nel movimento operaio il morbo governista e teorizzato la possibilità dei comunisti di partecipare a governi nel capitalismo. 
In realtà non esiste conciliazione possibile tra gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni e ogni tentativo di dimostrare il contrario lo ha confermato: non c'è stato un solo caso in cui i lavoratori hanno goduto di benefici -fossero pure minimi e immediati- per la presenza di loro rappresentanti in governi costituiti nel sistema capitalistico. Anzi: ognuna di queste esperienze si è rivelata una sconfitta e spesso una tragedia: dalla partecipazione di Blanc al governo nel 1848, passando per i fronti popolari degli anni Trenta; dalla collaborazione di governo dei comunisti europei nel secondo dopo-guerra ai governi di "unità nazionale" degli anni Settanta; dal cosiddetto "esperimento cileno" di Allende ai "governi di sinistra" in Francia a fine anni Settanta inizio anni Ottanta; dal primo governo Prodi in Italia al governo Jospin in Francia; e poi ancora dal "modello Lula" in Brasile ai governi di centrosinistra in Sudafrica; fino al secondo governo Prodi... La lista è lunghissima ma non c'è un solo caso positivo per i lavoratori: mentre in ognuno di questi casi la borghesia si è rafforzata imponendo le sue politiche e indebolendo le reazioni della classe operaia, asservita al carro padronale. 
Così come la socialdemocrazia odierna (ad es. Rifondazione) riparte dalle teorie governiste dei riformisti e dello stalinismo, così il comunismo non può anche oggi che ripartire dalla teoria del rifiuto di ogni collaborazione di governo con la borghesia. Se un partito che si definisce comunista abbandona il ruolo di opposizione ed entra in un governo borghese, abbandona il compito principale dei comunisti. Lo stesso si può dire di quei partiti che si definiscono comunisti e che invece di spiegare alle masse la natura di classe dello Stato e dei suoi apparati repressivi, spargono illusioni "nonviolente". In ogni Paese abbiamo visto in questi decenni in azione quelle "bande armate a difesa del capitale" di cui parlava già Engels, costituite dalle varie polizie ed eserciti, ufficiali e clandestini (v. Gladio), il cui unico scopo è appunto quello di difendere lo Stato della classe sfruttatrice dall'assalto futuro della classe sfruttata, iniziando già oggi con l'ostacolare le manifestazioni dei lavoratori e dei giovani. In Italia (Paese di grandi mobilitazioni operaie) la natura di classe degli apparati repressivi è stata particolarmente evidente: è la storia delle stragi di Stato (cioè organizzate dagli apparati dello Stato, non certo "deviati") e degli attacchi alle manifestazioni (come è successo decine di volte e da ultimo, su grande scala, a Genova per il G8). Le teorie "gandhiane" sono dunque incompatibili con il comunismo perché non fanno i conti, per l'oggi, con la necessità di autodifesa di ogni lotta e rimuovono, per il domani, il problema della violenta resistenza che le classi dominanti opporranno a ogni tentativo di espropriarle.

 

Tesi 14 - IL METODO DEL PROGRAMMA TRANSITORIO

 

La peculiarità del programma dei marxisti rivoluzionari - rispetto all'impostazione della socialdemocrazia che di socialismo "parla solo nei giorni di festa" limitandosi ad elaborare un programma minimo di riforme compatibili col sistema capitalistico - è il fatto che si basa sul tentativo di creare un ponte tra le rivendicazioni attuali e la rivoluzione socialista.

 

Il programma di transizione ("L'agonia del capitalismo e i compiti della Quarta Internazionale; la mobilitazione delle masse attorno al programma di transizione in preparazione della conquista del potere") del 1938 - il testo politico che ha dato un fondamento programmatico alla nascita della Quarta Internazionale di Trotsky - è un testo chiave per comprendere il corretto approccio dei marxisti rivoluzionari alla questione del programma. L'essenza del riformismo e del centrismo di tutti i tempi può essere individuata nel rifiuto dell'approccio transitorio, cioè della necessità di connettere le rivendicazioni immediate delle masse proletarie alla prospettiva anticapitalista. 
Il metodo transitorio si articola in tre momenti essenziali: l'obiettivo finale, gli obiettivi immediati e il ponte tra gli uni e gli altri. L'obiettivo finale - che trova la sua sostanza "oggettiva" nel fatto che si danno le premesse concrete della rivoluzione proletaria - è la rivoluzione socialista, la dittatura del proletariato, in funzione della costruzione del socialismo. Come espresso nel programma del '38, "il compito strategico della Quarta Internazionale non consiste nel riformare il capitalismo, bensì nel rovesciarlo. Il suo fine politico è la conquista del potere da parte del proletariato per assicurare l'espropriazione della borghesia". 
La peculiarità del programma di transizione - rispetto all'impostazione della socialdemocrazia che di socialismo "parla solo nei giorni di festa" limitandosi ad elaborare un programma minimo di riforme compatibili col sistema capitalistico - è il fatto che si basa sul tentativo di creare un ponte tra le rivendicazioni attuali e la rivoluzione socialista. Questo ponte anche oggi, come nel 1938, "consiste in un sistema di rivendicazioni transitorie che partono dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e portino inevitabilmente a una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato". Lo strumento indispensabile per costruire quel ponte, quindi per guadagnare la maggioranza delle masse politicamente attive alla prospettiva rivoluzionaria, è il partito. In questo senso, la crisi dell'umanità si risolve nella crisi della sua direzione. 
Il senso degli obiettivi transitori - cioè di una piattaforma di rivendicazioni che si proponga di intercettare i bisogni delle masse - sta essenzialmente nel fatto che nessuna rivendicazione può essere completamente realizzata sicché sussiste il potere borghese. Il programma di transizione è lo strumento attraverso il quale il partito guadagna le masse alla prospettiva rivoluzionaria: tanto più si approfondisce la crisi sociale, tanto più gli obiettivi immediati assumeranno una valenza rivoluzionaria. 
Il metodo transitorio, benché compaia con questo nome solo nel Programma del 1938, è stato tuttavia nella storia l'elemento discriminante dell'azione dei marxisti rivoluzionari. Anche nel Manifesto del partito comunista del 1848, Marx ed Engels indicavano la necessità, ai fini della rivoluzione proletaria, di una serie di "misure che appaiano economicamente insufficienti e insostenibili, ma che nel corso del movimento sorpassano se stesse e spingono in avanti". Similmente, la presa del potere da parte dei bolscevichi nel 1917 in Russia è potuta avvenire grazie all'acquisizione, da parte del partito, dell'approccio transitorio: momento fondamentale furono le cosiddette "Tesi di Aprile", presentate da Lenin nella primavera del '17. Queste tesi ribadivano l'elemento centrale dell'approccio transitorio: la necessità di guadagnare la maggioranza del proletariato - a partire dalla sua avanguardia - alla prospettiva della rivoluzione socialista. Ne derivava l'indicazione da parte di Lenin di una serie di obiettivi adatti al contesto rivoluzionario, che in grado di portare, guadagnando la maggioranza del proletariato, alla realizzazione del fine (la dittatura del proletariato): nessun appoggio al governo transitorio, passaggio di tutto il potere ai soviet, confisca di tutte le proprietà terriere, nazionalizzazione (senza indennizzo) delle terre e delle banche sotto il controllo dei soviet, passaggio del controllo della produzione sociale ai soviet. 
Lo stesso metodo ha caratterizzato il programma varato dai primi quattro congressi dell'Internazionale comunista, acquisito dalla maggioranza dei partiti comunisti nazionali aderenti. In particolare, le tesi del III Congresso dell'Internazionale comunista (1921) ribadivano la necessità di evitare che i partiti diventino "ospizi di dottrinarismo puro": questo si può fare solo attraverso l'individuazione di una serie (una piattaforma) di obiettivi concreti che intercettino i bisogni immediati delle masse: "In luogo del programma minimo dei centristi o dei riformisti, l'Internazionale comunista pone la lotta per i bisogni concreti del proletariato, per un sistema di rivendicazioni che nel loro insieme demoliscano la potenza della borghesia, organizzino il proletariato, costituiscano le tappe della lotta per la dittatura proletaria e ciascuna delle quali, in particolare, esprima chiaramente uno dei bisogni delle larghe masse, anche se queste masse non si collocano ancora coscientemente sul terreno della dittatura del proletariato". 
E' da questi concetti di fondo e dall'acquisizione di questo metodo che anche oggi bisogna ripartire nel programma di un partito comunista. Si tratta ovviamente di ridefinire alcune rivendicazioni in relazione al mutato contesto storico; di rilanciare la maggior parte di quegli stessi obiettivi che invece rimangono pienamente attuali; ma soprattutto di riprendere il senso di quelle parole d'ordine: cioè la capacità di rendere comprensibile, agli occhi delle masse, la necessità di una prospettiva anticapitalista.

 

 

Tesi 15 - I COMUNISTI NEL SINDACATO

 

All'interno del sindacato tende a differenziarsi uno strato burocratico che, pur elevandosi al di sopra della massa rappresentata, mantiene con essa un rapporto dialettico. La burocrazia sindacale riformista è sensibile al clima sociale: si adatta ai momenti di ascesa e di riflusso delle lotte, proprio per non perdere il contatto con la propria base sociale. I comunisti devono costruire nei sindacati frazioni organizzate per strappare alla burocrazia sindacale riformista l'egemonia nella classe.

 

Il sindacato è una delle forme di organizzazione che i lavoratori si sono dati per difendere i propri interessi immediati dalla sete di profitto del capitale. Per svolgere questo ruolo il sindacato deve tendere ad organizzare la maggioranza dei lavoratori. Nel corso del loro sviluppo nei sindacati si differenzia uno strato burocratico riformista portatore di una linea di collaborazione di classe. Questo strato, pur elevandosi al di sopra della massa rappresentata, mantiene con essa un rapporto dialettico. Esso è sensibile al clima sociale: si adatta ai momenti di ascesa e di riflusso delle lotte, proprio per non perdere il contatto con la propria base sociale. 
Tale burocrazia trae la sua origine e forza sia dal ruolo svolto di mediatore delle condizioni di vendita della forza-lavoro nel mercato capitalistico, sia dai legami sempre più profondi che instaura con la borghesia e i suoi governi, tramite i partiti riformisti e centristi del movimento operaio. L'approccio metodologico generale al lavoro dei comunisti nei sindacati è pertanto finalizzato a strappare la massa dei lavoratori all'influenza della burocrazia sindacale riformista e centrista: è la lotta per l'egemonia rivoluzionaria. Volgere le spalle a questo lavoro significa rinunciare alla lotta per l'egemonia nella classe. 
I comunisti attivi nei sindacati devono organizzarsi contro questo strato piccolo-borghese e parassitario, lottare per la democrazia operaia, presentare proprie piattaforme politico-sindacali su cui acquisire il consenso dei lavoratori, avendo come prospettiva la costruzione del sindacato di classe. Pur riconoscendo la centralità del lavoro nei sindacati, nel contempo non bisogna fare di questi un feticcio nella lunga e difficile battaglia per la rivoluzione socialista. 
Nel corso delle lotte e al culmine di esse, i lavoratori si danno altri strumenti organizzativi come i Comitati di lotta, i Consigli di fabbrica e d'azienda (organismi diversi dalle Rsu aziendali sia per le diverse modalità di elezione dei delegati che per i connessi rapporti con le organizzazioni sindacali) e, in fasi più avanzate, i Soviet. Queste strutture di democrazia proletaria organizzano masse di lavoratori più ampie dei sindacati stessi: compito del partito comunista rivoluzionario è la loro conquista egemonica alla prospettiva rivoluzionaria, alla lotta per il socialismo. Non è possibile neppure ipotizzare la rottura rivoluzionaria del sistema capitalistico, la conquista del potere politico della classe operaia, senza aver prima conquistato la maggioranza della classe operaia, strappato il controllo di intere categorie alla burocrazia sindacale riformista, conteso e vinto i partiti riformisti e centristi nello scontro per l'egemonia nel proletariato. 
La riaffermazione della centralità politica della classe operaia non è ideologica, ma deriva dalla sua collocazione materiale nei meccanismi di estorsione del plusvalore nell'ambito del modo di produzione capitalistico. Il capitale vive solo nella misura in cui riesce a estorcere plusvalore, che non deriva dalle macchine. Il capitalismo è condannato dalla concorrenza tra capitali a portare al massimo grado l'utilizzo di macchinari e l'automazione, ma non può portare fino in fondo questo processo proprio a causa del fatto che il lavoro umano è l'unica fonte di plusvalore. 
Il vero problema che ha la borghesia in questa fase storica è come mantenere i profitti a danno dei lavoratori. La classe operaia italiana è oggi più frammentata, precaria e flessibile, effetto combinato e composto della crisi economica che viene scaricata sui lavoratori e della prevalenza nella struttura produttiva del Paese della piccola e media impresa. Una classe operaia più frammentata ha maggiori difficoltà nel difendersi, deve quindi ricreare condizioni di unità al proprio interno. 
L'organicità unitaria dell'intervento dei comunisti nei sindacati è dato dal programma politico-sindacale di rivendicazioni immediate e transitorie elaborato dal partito. Il programma transitorio non solo deve tendere ad unificare la classe, le diverse categorie e settori del lavoro salariato, dei precari e dei disoccupati, le masse popolari mediante una piattaforma unificante in funzione di una vertenza generale contro il padronato e il governo; ma oltre a ciò nella sua articolazione deve tendere a costruire un ponte tra le lotte immediate e la prospettiva socialista. 
Su questa base programmatica sviluppiamo il nostro intervento diretto alla costruzione di un'opposizione di classe e rivoluzionaria interna ai sindacati per strappare la massa dei lavoratori dall'influenza dei burocrati riformisti (cioè di chi antepone i propri interessi parassitari a quelli della classe) e sindacalisti (cioè di chi antepone le rivendicazioni immediate alla prospettiva socialista, giungendo a negare la funzione dirigente e finanche la necessità del partito rivoluzionario); miriamo al coordinamento attivo delle tendenze di classe che si sviluppano e organizzano nella Cgil e negli altri sindacati di sinistra nella prospettiva della costruzione del sindacato di classe. 
E' proprio a partire dalla lotta contro le burocrazie sindacali riformiste e centriste che l'impegno dei militanti comunisti nel sindacato deve essere indirizzato a rafforzare il proprio partito, a conquistare le avanguardie che i lavoratori esprimono nelle lotte alla prospettiva comunista, alla militanza nel partito comunista rivoluzionario.

 

Tesi 16 - IL PARTITO D'AVANGUARDIA

 

La classe operaia non è "scomparsa" e non può scomparire perché senza di essa non esisterebbe il capitalismo. Anche la lotta di classe non è scomparsa e non può scomparire finché esisterà una società divisa in classi in scontro tra loro perché animate da interessi vitali inconciliabili. Ma la nascita costante, con flussi e riflussi, delle lotte non conduce di per sé alla prospettiva socialista. Essa necessita di un partito d'avanguardia che partecipi a ogni lotta per tentare di ricondurla al suo logico sviluppo: la prospettiva della conquista rivoluzionaria del potere. Continua dunque a essere vero ciò che scriveva Trotsky diversi decenni fa: "Senza il partito, al di fuori del partito, aggirando il partito, con un surrogato del partito, la rivoluzione proletaria non può vincere".

 

 

Una tesi ricorrente è quella della "integrazione" degli operai nella società borghese; un'altra - più audace - sancisce addirittura la "scomparsa" della classe operaia; un'altra ancora descrive l'ineluttabile "riflusso" e "abbandono della lotta" da parte degli operai. Queste teorizzazioni si rincorrono, con poche varianti, da più di cento anni. Il primo a parlare di una mancata "polarizzazione" tra le due classi estreme (negando così un postulato dell'analisi marxiana) fu il revisionista Bernstein agli inizi del Novecento. In genere, queste idee riemergono e trovano fortuna in concomitanza con la deriva a destra dei partiti operai e con la loro integrazione nel mondo borghese e nei suoi governi. 
Di là dalla loro maggiore o minore raffinatezza (Revelli non è certo all'altezza di Bernstein) hanno come unico scopo quello di decretare (su pezzi di carta) la vittoria "definitiva" della borghesia e del suo sistema sociale: o per scomparsa immaginaria dell'antagonista (la classe operaia); o per la sua presunta incapacità di battersi contro le classi dominanti: di volta in volta per una questione di "frantumazione", "integrazione", "assimilazione", ecc. 
Ma il primo nemico di queste teorizzazioni è la realtà concreta dei fatti. Il proletariato (inteso non solo come classe operaia industriale ma, marxianamente, come la massa di coloro che sono costretti a vendere la propria forza lavoro per un salario) è in costante crescita, in parallelo con la concentrazione progressiva del capitale (industriale e finanziario, strettamente intrecciati). I salariati aumentano non solo su scala internazionale (con l'apporto di nazioni popolose che si industrializzano) ma crescono nei Paesi imperialisti: con lo stesso sviluppo del Terziario (che impiega - come salariati - milioni di lavoratori nei Trasporti e nelle Comunicazioni, che sono peraltro parte integrante della produzione industriale); con la proletarizzazione dei ceti medi nel Commercio (la grande distribuzione che assorbe il piccolo negoziante); e persino nell'Agricoltura (in cui scompare la piccola coltivazione a vantaggio delle grandi aziende). 
Alla crescita oggettiva del proletariato corrisponde anche uno sviluppo (con ritmi differenti tra i diversi Paesi e con fasi alterne in ciascuno) delle sue lotte contro la borghesia. Ciclicamente la classe operaia si mobilita. Ciò accade perché la lotta di classe è inevitabile in una società divisa in classi in cui chi domina ha necessità di sfruttare e chi è dominato deve reagire per difendersi. Così come il movimento del diaframma nella respirazione non può essere fermato indefinitamente dalla semplice volontà, così la volontà dei "teorici" non può impedire il movimento della classe operaia. 
Ma le lotte e i movimenti non sono di per sé sufficienti a rovesciare il sistema sociale esistente. Per guadagnare successi immediati, anche parziali, per crescere su scala nazionale e sovrannazionale, ogni lotta, ogni sciopero, ha bisogno di collegamenti, di organizzazione, di una teoria generale e della memoria delle lotte precedenti. Tutto ciò può essere assicurato solo da un partito. Il partito e il movimento sono necessari l'uno all'altro come spiega questa efficace immagine di Trotsky: "Senza un'organizzazione dirigente, l'energia delle masse si volatilizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Eppure il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro o dal pistone" (dalla Prefazione del 1930 alla Storia della rivoluzione russa). 
In alcuni casi, in assenza di un partito (o di sua egemonia sul movimento) si possono determinare crescite persino rivoluzionarie. Ma nessuna rivoluzione socialista è possibile in assenza di una direzione socialista che porti al movimento la coscienza socialista. Il socialismo e la lotta di classe nascono, infatti, l'uno accanto all'altra, non l'uno dall'altra. In questo senso, come argomenta Lenin nel Che fare?, "la coscienza socialista è qualcosa di portato nella lotta di classe dall'esterno [del rapporto produttivo padrone-operaio] e non qualcosa che ne sorge spontaneamente". Ciò perché nel suo sviluppo "spontaneo" la classe operaia tende a subordinarsi all'ideologia dominante (quella che asserisce la "naturalità" di un sistema di produzione in cui una minuscola minoranza di uomini sfrutta la stragrande maggioranza dell'umanità, detenendo il controllo dei mezzi di produzione). 
Il processo di crescita della coscienza di classe avviene in modo discontinuo e contraddittorio. Discontinuo perché in fasi di lotta la coscienza dei lavoratori tende a superare il particolarismo e a ricercare forme di crescita; contraddittorio perché il proletariato non è omogeneo ma è costituito da una serie di fasce concentriche di numero crescente e di consapevolezza decrescente. Se lo strato più avanzato è organizzato da un partito può guadagnare nel corso delle lotte al programma rivoluzionario anche strati più arretrati e rompere parzialmente l'altrimenti incontrastato dominio ideologico della borghesia (basato sul suo dominio materiale). 
Solo un partito può condurre la classe operaia ad essere "classe per sé", cioè cosciente del proprio ruolo di classe potenzialmente dominante, cioè alla coscienza socialista, coagulando attorno a sé le classi subalterni e gli altri settori oppressi. Questo partito non può che essere minoritario nelle fasi ordinarie (laddove saranno maggioritari i partiti riformisti). Ma non per questo deve attendere un'inesistente "ora X" per costruirsi: anzi, potrà svilupparsi con ritmi velocissimi in una fase di ascesa della lotta solo a condizione di arrivarvi preparato avendo lavorato a organizzare la "fascia" più ristretta, quella più avanzata, quella costituita dall'avanguardia (cioè da quei lavoratori che in una determinata fase trascinano la lotta). 
Questo partito di tipo particolare - il partito d'avanguardia - che fu teorizzato e costruito dai bolscevichi e grazie al quale essi vinsero nell'Ottobre '17 è il partito che noi siamo impegnati a costruire. Un partito che intende costruirsi, nelle lotte e nelle rivendicazioni di tutti i lavoratori e di tutti gli oppressi; per questo la nostra azione nei confronti dei lavoratori non può limitarsi al semplice appoggio frammentario di singoli conflitti, ma deve andare oltre, nella direzione di una ricomposizione di tutte le rivendicazioni degli sfruttati e degli oppressi che abbia come motore, come leva centrale, la classe operaia stessa. 
Per farlo, è necessario costruire un partito non solo programmaticamente ma anche organizzativamente operaio; nella prima fase di costruzione è possibile che il corpo militante del partito non sia a maggioranza operaia: la natura di classe di un partito si determina anzitutto dal programma, che a sua volta influisce dialetticamente sullo sviluppo della sua composizione. Una corretta linea politico-organizzativa deve però andare in questa direzione, secondo due direttrici generali: il baricentro dell'azione e, appunto, il programma. 
Il baricentro dell'azione, tra gli operai e per la formazione di un numero sempre maggiore di quadri operai del partito (ovviamente senza tralasciare ogni altra lotta che attraversi la società e rifuggendo ogni ripiegamento operaista in senso deteriore e settario); e il programma, perchè è a partire dalla partecipazione alla lotta, sotto una direzione conseguente, che si può sviluppare negli operai la coscienza socialista. Dunque il compito principale in questa fase consiste nel massimizzare il nostro radicamento nella classe, sviluppando in essa un'azione concentrata di propaganda, agitazione e lotta, finalizzata alla costruzione di un partito operaio d'avanguardia.

 

Tesi 17 - I PRINCIPI ORGANIZZATIVI DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO CHE VOGLIAMO COSTRUIRE

 

Il partito d'avanguardia è un partito di quadri: solo così esso può trasformare in avanguardia settori più larghi dei lavoratori. I criteri di iscrizione e più in generale i principi politico-organizzativi su cui vogliamo costruire il nuovo partito sono gli stessi su cui si è basato il marxismo rivoluzionario dei bolscevichi, dell'Internazionale Comunista dei primi anni e della Quarta Internazionale prima della sua disgregazione. Dunque un partito di militanti, basato sul centralismo democratico, cioè su un insieme di norme di funzionamento che, garantendo l'elaborazione collettiva, il principio di maggioranza e i diritti delle minoranze, consenta la massima efficacia del partito.

 

A ogni programma corrisponde un partito. Il partito che vuole rovesciare il capitalismo è diverso da tutti gli altri, è un partito d'avanguardia. Un partito che è contemporaneamente integrato e separato (cioè distinto) dalla classe, si propone di dirigerne la parte più avanzata e in prospettiva di influenzarne settori di massa: è dunque un partito di quadri. Perché questa è la condizione necessaria - lo sosteneva Lenin, lo ha confermato tutta la storia successiva - per essere in grado "di elevare strati sempre più ampi al livello dell'avanguardia". Un partito, cioè, che non iscrive ogni manifestante e non è composto da una massa amorfa di iscritti: seleziona e forma quadri dirigenti delle lotte. 
L'adesione al partito risponde ai criteri già indicati dai bolscevichi nello scontro cruciale del 1903 che li contrappose alla concezione organizzativa (e quindi politica, come si capirà meglio quando nel 1917 i menscevichi si schiereranno col governo liberale borghese) dei menscevichi. Ovviamente noi non siamo oggi paragonabili a un partito come quello bolscevico, nemmeno nei suoi primi anni di vita. Ma, a differenza dei centristi (che relegano il Che fare? alla "specificità russa"), noi non relativizziamo i concetti politico-organizzativi del bolscevismo - che difatti erano intesi come universali, tanto da costituire l'architrave delle tesi dei primi congressi dell'Internazionale. Se le tappe di costruzione di un partito sono differenti a seconda della sua taglia, i principi generali non mutano. 
I criteri per l'adesione al partito sono: la condivisione del programma generale, la militanza regolare, il pagamento delle quote per il finanziamento del partito, l'accettazione della disciplina e cioè del centralismo democratico. La distinzione tra militanti e simpatizzanti (cioè coloro che manifestano una condivisione generale ma non sono disponibili a sottostare ai criteri qui elencati) deve essere chiara. Solo con la militanza si acquisisce il diritto di definire la linea e le strutture del partito. E' questa peraltro l'unica forma non solo efficace ma anche effettivamente democratica, che rifugge dalla finta "apertura" dei partiti di massa, in cui chiunque, purché iscritto, ha diritti decisionali anche se non partecipa alla militanza, alla discussione e alla costruzione quotidiana del partito (finendo così abitualmente per sostenere acriticamente il leader di turno). 
L'adesione è una scelta individuale ma anche il partito ha il diritto di valutare l'effettiva condivisione di chi vuole entrare nelle sue file. Per garantire questa possibilità, ogni nuovo militante è per una fase iniziale (di sei mesi) "candidato"; ha cioè gli stessi doveri degli altri militanti, ma non gode di diritti elettorali e ha solo voto consultivo. Al termine di questa fase, sarà la sua struttura di base a votare sull'accettazione come militante effettivo. 
Il principio politico-organizzativo che informa il partito che noi vogliamo costruire è il centralismo democratico. Non la sua caricatura stalinista, ma la modalità attuata dal partito bolscevico e dalle sezioni dell'Internazionale Comunista nei primi anni, così come dalle sezioni della Quarta Internazionale prima della sua disintegrazione negli anni Cinquanta. 
Il centralismo democratico non è una norma giuridica astratta ma una modalità per garantire l'attuazione degli scopi rivoluzionari del partito. Esso prevede una forte centralizzazione e una disciplina senza le quali il partito non potrebbe porsi il compito storico di dirigere le masse contro la vecchia società borghese. 
Il centralismo democratico prevede la massima discussione interna, intesa non come un esercizio per l'affermazione individuale, ma come passaggio per l'assunzione di scelte corrispondenti alle necessità del partito, frutto di un'elaborazione realmente collettiva, che coinvolga l'intero corpo militante e che non siano assunte in solitudine da qualche leader più o meno illuminato. 
Perché la discussione sia però realmente funzionale a un partito concepito come organizzazione di lotta, essa deve essere regolamentata dal principio di maggioranza, che implica la piena e leale disciplina di ciascuno e di eventuali minoranze nel momento dell'attuazione della linea discussa, così che il partito si presenti all'esterno in modo uniforme, con una completa unità nell'azione. Perché la disciplina sia reale e frutto di convinzione è necessario che il partito garantisca sia durante la fase di elaborazione di una scelta che successivamente - fermo restando l'applicazione unitaria - la possibilità di ogni minoranza di diventare maggioranza. Ciò implica il riconoscimento del diritto di costituire tendenze (quando il disaccordo è su singole questioni) e frazioni interne (quando il disaccordo è su aspetti generali) per sostenere in modo organizzato, con altri militanti, una battaglia politica tesa a modificare gli orientamenti del partito. 
Divergenze di vedute e, se necessario, tendenze e frazioni interne fanno parte della fisiologica attività di un partito vivo. Altra cosa è la frazione pubblica (cioè con esplicitazione all'esterno del partito di posizioni diverse da quelle assunte a maggioranza): essa può essere consentita dal partito solo in casi estremi (come ultimo tentativo per mantenere un quadro unitario) ma non costituisce un diritto in ogni fase, bensì l'eccezione alla norma. Anche in questi casi, tuttavia, ogni militante del partito si disciplina sempre nell'azione alla linea definita a maggioranza.

 

TESI 18 - PERCHÉ UN PARTITO TROTSKISTA

 

Gli assi fondamentali del nostro partito sono quelli del marxismo rivoluzionario: un lungo filo rosso che a partire dalla Lega dei comunisti di Marx ed Engels si sviluppa nella costruzione del partito bolscevico di Lenin e nella Rivoluzione d'Ottobre; quindi nella costruzione della Terza Internazionale di Lenin e di Trotsky, come partito della rivoluzione mondiale; infine nella lotta di Lenin fino al 1924 e dell'Opposizione di sinistra animata da Trotsky contro la degenerazione burocratica stalinista, fino alla fondazione della Quarta Internazionale.

 

La lotta per la costruzione del partito rivoluzionario nel nostro Paese ha una lunga e travagliata storia, una storia che affonda le proprie radici nella storia del marxismo rivoluzionario mondiale. Il movimento comunista fin dalle origini esprime una vocazione internazionalista. Marx ed Engels, infatti, intesero costruire la Lega dei comunisti (1847-1852) come partito rivoluzionario mondiale, il cui testo programmatico, Il Manifesto del Partito comunista del 1848, dopo oltre centocinquanta anni conserva la sua attualità. I contributi teorici e politici di Marx ed Engels si svilupparono nel corso della seconda metà del XIX secolo: nell'ambito della battaglia politica nella Prima Internazionale; nell'approfondimento dell'analisi del modo di produzione capitalistico e della critica dell'economia politica; nella analisi dell'origine e della natura dello Stato; nella acquisizione degli insegnamenti emersi nella prima rivoluzione proletaria, la Comune di Parigi, quali la necessità della distruzione dell'apparato statale borghese e l'edificazione di un nuovo potere statale operaio basato sulla dittatura del proletariato per l'emancipazione del lavoro. In questi contributi ed analisi, qui schematicamente indicati, diedero un contenuto materiale all'analisi dialettica e alla costruzione di partiti rivoluzionari. 
Lenin contribuirà in modo determinante allo sviluppo del marxismo liberandolo dal revisionismo riformista dominante nella Seconda Internazionale, coniugando la lotta per la costruzione del partito rivoluzionario, su solide basi programmatiche e organizzative, all'approfondimento dell'analisi dell'imperialismo e della guerra. La lezione leninista sta nel fatto che il partito non rappresenta un fine in sé, bensì uno strumento. E, come tale, ad esso corrisponde un programma. Dunque, un partito è un programma, il programma per la rivoluzione. La Terza Internazionale delle origini, i cui primi quattro congressi condensano l'esperienza storica fino ad allora accumulata, proprio in quanto partito mondiale della rivoluzione socialista, doveva assicurare la direzione della rivoluzione mondiale, perché il socialismo si costruisce sul terreno internazionale. La sua ultima battaglia Lenin la dedicò a salvaguardare lo Stato operaio nato dalla rivoluzione contro i primi segni della degenerazione burocratica, quando iniziava a delinearsi una casta parassitaria che proprio per difendere i propri privilegi si contrapponeva socialmente alla classe operaia e politicamente al programma del marxismo rivoluzionario, che cominciava ad avere in Stalin il proprio massimo rappresentante. Una battaglia portata avanti da Trotsky e dall'Opposizione di sinistra. 
Il contributo di Trotsky al marxismo rivoluzionario è stato vitale per il successivo sviluppo sulle proprie basi: dall'analisi del fascismo alla teoria della Rivoluzione permanente; dalla lotta contro il settarismo del terzo periodo ("socialfascismo") alla lotta contro i fronti popolari (di collaborazione con la "borghesia democratica" nei Paesi imperialisti e subordinazione alle borghesie nazionali nei Paesi dipendenti) di una Terza Internazionale ormai definitivamente stalinizzata ed in via di scioglimento; dalla necessità della rivoluzione politica negli Stati operai degenerati, proprio per aprire la strada verso il socialismo ed impedire la restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista "divenuta l'organo della borghesia mondiale dello Stato operaio", alla fondazione nel 1938 della Quarta Internazionale, come partito mondiale della rivoluzione socialista. Il cui testo programmatico, L'agonia del capitalismo e i compiti della Quarta Internazionale, più noto come Il programma di transizione, sintetizza le acquisizioni teoriche e le esperienze, sul terreno della lotta di classe internazionale, nella fase successiva alla vittoria della Rivoluzione d'Ottobre: un testo che ancora oggi mantiene tutta la sua attualità. 
In questo senso, il partito che vogliamo è un partito trotskista, poiché il trotskismo ha rappresentato e rappresenta la reale continuazione del bolscevismo e della Rivoluzione d'Ottobre; anzi, l'unico ed autentico sviluppo del marxismo rivoluzionario sulle fondamenta politico-programmatiche del leninismo. Un partito impegnato a guadagnare la maggioranza politicamente attiva dei lavoratori ad un progetto di trasformazione rivoluzionaria della società attraverso il radicamento nei luoghi di lavoro e la partecipazione alle lotte sulla base di un programma di rivendicazioni transitorie; un partito che non disdegna anche la presenza "strumentale" nelle istituzioni borghesi (allo scopo, cioè, di "utilizzarle" come tribuna per l'agitazione rivoluzionaria) per "mobilitare le masse sulle parole d'ordine della rivoluzione proletaria" e ben consapevole che "il parlamento non può essere in nessun caso (...) il teatro di una lotta per delle riforme e per il miglioramento delle condizioni della classe operaia" (Tesi sul parlamentarismo del II Congresso dell'IC). 
Il partito che noi vogliamo è quello che combatte una battaglia senza quartiere contro i principali nemici dei comunisti e della classe operaia: la socialdemocrazia e lo stalinismo, entrambi assertori di un revisionismo antimarxista che passa attraverso l'eliminazione dei concetti cardine che presidiano il processo di emancipazione delle masse: la rivoluzione bolscevica e la dittatura del proletariato. 
Il crollo dello stalinismo e la crisi della socialdemocrazia, da un lato; dall'altro, la ripresa della lotta di classe e la resistenza dei popoli alle aggressioni coloniali ripropongono il programma della rivoluzione socialista internazionale che riconduca la produzione e le risorse naturali sotto il controllo cosciente delle masse lavoratrici. Solo un partito trotskista che fa proprio il patrimonio teorico e politico del marxismo rivoluzionario, il cui filo rosso è stato qui sommariamente descritto, può rappresentare una soluzione alla crisi di direzione del movimento operaio nel nostro Paese e sul terreno internazionale.

 

Tesi 19 - LA RIFONDAZIONE DELLA QUARTA INTERNAZIONALE

 

La costruzione del partito sul piano nazionale deve congiungersi alla più ampia costruzione dell'Internazionale rivoluzionaria: la Quarta Internazionale. E' responsabilità storica dello stalinismo aver negato, tra gli altri, questo principio del marxismo mediante la teoria controrivoluzionaria delle "vie nazionali al socialismo". La rifondazione della Quarta Internazionale può avvenire solo a partire dal recupero dei principi espressi nel suo programma originario. Le nostre relazioni internazionali e il nostro impegno muovono da queste basi.

 

Il lavoro di costruzione di un partito comunista marxista rivoluzionario non può essere separato da quello, analogo, che deve svolgersi sul piano internazionale. Senza un'Internazionale rivoluzionaria del proletariato non vi è soluzione sul piano nazionale per l'avanguardia proletaria. Il dominio che le burocrazie stalinista e riformista hanno esercitato sul movimento operaio italiano ha distolto le masse - e addirittura le avanguardie - dalla consapevolezza e dalla piena comprensione di un principio fondante del marxismo rivoluzionario: che ogni sviluppo del movimento operaio rivoluzionario è sempre stato legato alla sua organizzazione in forma internazionale. 
Già nel Manifesto del partito comunista del 1848 Marx affermava la vocazione internazionale del partito dei comunisti. Ed è stata sempre questa l'impronta che ha distinto il marxismo rivoluzionario nelle pur diverse epoche della Prima, Seconda e Terza Internazionale. Il partito rivoluzionario della classe operaia, in altri termini, non può che avere una caratterizzazione ed una realizzazione internazionali: il palcoscenico della lotta di classe, infatti, non è limitato a questo o a quel Paese ma è esteso all'intera realtà globale; e, d'altro canto, la prospettiva socialista ha un senso (ed è possibile come sistema sociale alternativo) solo a livello mondiale. La natura rivoluzionaria ed internazionalista del movimento operaio non è stata un'invenzione del marxismo. Al contrario, quest'ultimo si limitò ad esprimere ed a riconoscere tale natura. 
Tuttavia, proprio la burocrazia staliniana ha capovolto integralmente questa verità: prima trasformando l'Internazionale comunista da strumento rivoluzionario in strumento controrivoluzionario e poi sciogliendola ufficialmente per dar vita alle varie "vie nazionali", alla collaborazione di classe o, in situazioni particolari, ad un processo di trasformazione sociale deformata da un dominio burocratico, che ha poi portato alla restaurazione del capitalismo. 
La Quarta Internazionale, peraltro, nata in circostanze politiche internazionali sfavorevoli, sullo sfondo di un gigantesco arretramento del proletariato mondiale e di una fase di reazione da parte delle classi dominanti e di crisi delle masse, ha avuto il merito storico di aver proclamato la vigenza della rivoluzione proprio quando si riteneva definitiva la sconfitta del movimento operaio internazionale; tuttavia, era troppo debole nel momento della sua nascita per modificare a livello di massa questa situazione, dovendosi battere contro i colpi incrociati dello stalinismo e del fascismo, che ne eliminarono i principali dirigenti nei primi anni di vita. 
Negli anni successivi è stata inoltre intaccata, nella sua maggioranza, da una progressiva degenerazione politica subendo divisioni organizzative profonde. L'origine di questa degenerazione va individuata negli errori e nei limiti di una direzione che, a partire dagli anni Cinquanta, ha avviato una contraddittoria politica di revisione e di liquidazione degli obiettivi stessi fondanti la Quarta Internazionale. Sotto la guida di Pablo e Mandel, la Quarta Internazionale ha iniziato a scindersi e dividersi, a negare i fondamenti del partito leninista, a capitolare dinanzi allo stalinismo e a riconoscerne il presunto "sviluppo a sinistra" e, quindi, a sciogliersi nei vari movimenti riformisti, stalinisti o nazionalisti (di qui l'appoggio ai vari Tito, Gomulka, Ben Bella, Castro, Ortega, ecc). In sostanza, è stata tutto fuorché la vera avanguardia mondiale del marxismo-rivoluzionario. 
Eppure, la battaglia per la rifondazione dell'Internazionale rivoluzionaria costituisce un elemento centrale della battaglia politica dei comunisti. Trotsky affermava nel 1934 che "il proletariato ha bisogno di un'Internazionale, in tutti i tempi ed in tutte le circostanze. Se ora non esiste, è necessario dirlo apertamente e mettersi da subito a prepararla". 
E, proprio per questo, la battaglia politica nostra, che ci accingiamo a costruire in Italia il partito rivoluzionario della classe operaia, non può prescindere dall'impegno per la rifondazione dell'Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori, la Quarta Internazionale, laddove il numero indica un programma e un lascito storico. 
Ciò da cui si deve partire è l'attualità della rivoluzione proletaria perché attuali sono le sue premesse oggettive (la crisi della società) e soggettive (l'esistenza di una classe rivoluzionaria): e la connessione fra tali premesse è stata operata solo dal programma (e dall'Internazionale) trotskista. Solo il programma (e l'Internazionale) trotskista integra la lotta antiburocratica nella prospettiva della rivoluzione anticapitalista e proletaria mondiale: è l'unico programma che oggi - nella dichiarata continuità col bolscevismo dell'Ottobre, con le prime tre Internazionali e con la parola d'ordine principale del marxismo, la dittatura del proletariato - difende esplicitamente la prospettiva storica del socialismo. 
Per dare una prospettiva di vittoria alla classe operaia occorre partire dal recupero di quel programma e di quell'Internazionale, soprattutto oggi che la crisi congiunta del capitalismo, della socialdemocrazia e dello stalinismo apre uno spazio storico sociale e politico obiettivamente più ampio per il rilancio di quel programma e del suo partito mondiale. L'obiettivo non è quello di raggruppare dunque sulla base di provenienze politiche di singoli e di organizzazioni ma sulla convergenza politico-programmatica. Ovviamente ciò va fatto a partire dalle forze che già si richiamano al trotskismo: avendo però presente che la gran parte delle organizzazioni che derivano dalle diverse scissioni della Quarta Internazionale originaria si collocano oggi su posizioni centriste o riformiste. 
Il Segretariato Unificato (Suqi) non solo ha abbandonato da anni, anche formalmente, il concetto stesso di dittatura del proletariato ma oggi pratica politiche riformiste in vari Paesi, ad esempio: in Italia, la sua sezione (Erre) sostiene "criticamente" il governo imperialista di Prodi; in Brasile, la maggioranza dei militanti del Su sostiene il governo Lula. Lutte Ouvrière (Lo), pur collocandosi su un terreno più avanzato sul piano teorico, nella pratica è viziato da posizioni "operaiste" e non interviene nelle lotte sulla base di un programma transitorio. In questo modo Lo - che pure è una forza numericamente significativa - finisce col diventare un ostacolo alla crescita in Francia di un partito trotskista. Le altre organizzazioni di derivazione trotskista, piccole e grandi, dal Swp britannico al Cwi-Militant, dall'Imt (la corrente di Falcemartello) alle altre, coniugano un sostanziale allontanamento dalle posizioni fondamentali del marxismo rivoluzionario con vari adattamenti opportunistici. Il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (Crqi), con cui Pc-Rol ha rotto al momento della scissione con la frazione di Ferrando in Italia, sta conoscendo una deriva al contempo opportunista e settaria, come testimoniano le posizioni assunte dal suo gruppo italiano (Mpcl, di cui parliamo in altre tesi) o le politiche espresse dalla sua unica organizzazione numericamente significativa, il Partido Obrero (Po) che coniuga una ideologia "piquetera" e populista (in sostituzione del concetto di centralità operaia), con un atteggiamento "codista" verso le direzioni nazionaliste delle lotte (si veda la posizione assunta su Hezbollah). Di là dalla proclamata volontà di contribuire a "rifondare la Quarta Internazionale", il Crqi si atteggia in modo settario verso ogni altra organizzazione, utilizzando il metodo delle polemiche infondate e degli attacchi denigratori calunniosi. Questo approccio ha condotto il Crqi invece che a contribuire al raggruppamento internazionale prima a uno stallo (dalla sua nascita non ha aggregato nuove sezioni) e infine a perdere ampi settori (tra cui la maggioranza della sezione più numerosa dopo l'Argentina, quella italiana). 
In questo quadro, abbiamo intrapreso la nostra costruzione come partito sul piano internazionale partendo dal lavoro di verifica delle divergenze e convergenze che possono sussistere con le due più grandi tendenze internazionali che si richiamano al trotskismo conseguente, la Lit-Ci (Lega internazionale dei lavoratori-Quarta Internazionale) e la Ft-Ci (Frazione trotskista-Quarta Internazionale). Questo confronto - al quale abbiamo invitato anche altre organizzazioni che hanno nel proprio orizzonte i principi del marxismo rivoluzionario - ha per noi la funzione di una chiarificazione delle rispettive posizioni; e costituisce anche metodologicamente un passaggio importante nel processo della rifondazione della Quarta Internazionale, che rappresenta l'obiettivo comune di tutti i soggetti indicati.

 

Tesi 20 - LE OPPRESSIONI DOPPIE

 

Le discriminazioni sessuali ed etniche all'interno della società capitalista rappresentano strumenti formidabili di dominio da parte del capitale, nonché una forma ulteriore, "doppia", di oppressione. La classe lavoratrice, organizzata in partito rivoluzionario, deve far proprie le istanze di liberazione delle donne, degli omosessuali, dei lavoratori immigrati e lottare per il cambiamento delle loro condizioni di vita, per l'acquisizione dei diritti essenziali, ma all'interno di un sistema di rivendicazioni transitorie che prospettino l'abolizione della proprietà privata e un nuovo potere della classe degli sfruttati.

 

Le oppressioni di genere, etniche e quelle legate alle scelte sessuali sono create e mantenute dal sistema capitalista che se ne serve per perpetuarsi. A tale scopo la borghesia si serve di immensi strumenti di propaganda a livello ideologico; mette in campo le proprie istituzioni statali, poliziesche, religiose per esercitare il proprio dominio sulla classe lavoratrice e creare divisioni al suo interno tentando di occultare la vera divisione strutturale esistente tra borghesia e classe salariata. 
La doppia oppressione di classe e di genere colpisce le donne a tutte le latitudini e a tutt'oggi non è risolta la questione della disuguaglianza tra uomo e donna. Tutte le conquiste di emancipazione delle donne realizzate nei Paesi a capitalismo avanzato, alcune delle quali come sottoprodotto di lotte rivoluzionarie da parte dell'intera classe operaia, nella realtà dei fatti hanno portato ad una uguaglianza formale ma non hanno risolto il problema dell'oppressione. Tali conquiste ponendosi esclusivamente nell'ambito della "questione di genere", quindi in ambito culturale all'interno del sistema di produzione dato, sono soggette a continue retrocessioni a seconda di come la cultura dominante si impone come apparato sovrastrutturale della borghesia. 
L'esaltazione della famiglia borghese, monogamica, patriarcale e l'imposizione sociale dell'eterosessualità sono funzionali al controllo sociale. Lo Stato e le gerarchie vaticane accentuano le discriminazioni omofobe scomunicando l'omosessualità come "peccato" e approfondiscono le discriminazioni di genere attraverso politiche familistiche che relegano le donne ai ruoli di riproduzione della forza lavoro e di custodi del "focolare domestico". Nel mercato del lavoro le donne sono le prime ad essere soggette a disoccupazione, licenziamenti, flessibilità, bassi salari e rappresentano un esercito di riserva da utilizzare all'occorrenza come fonte di risparmio per il capitale, nell'erogazione di lavoro gratuito. Lo smantellamento dello stato sociale, le privatizzazioni dei servizi e le politiche familistiche, portati avanti da governi di centrodestra e di centrosinistra sono la dimostrazione di come il capitale gestisca a suo vantaggio l'entrata o l'uscita delle donne dalla sfera del pubblico a quella del privato. Tale sistema di sfruttamento si amplifica per le donne immigrate che oggi rappresentano una fascia di proletariato consistente privo dei diritti più elementari e al quale il sistema affida, per lo più, proprio quei lavori di cura e di conservazione degli ambiti familiari di cui ha necessità per automantenersi. 
La campagne ideologiche dello Stato e della Chiesa a sostegno del modello di famiglia borghese impediscono l'espressione di una libera sessualità da parte delle donne, degli uomini e dei giovani. Vengono messi in discussione il diritto alla procreazione libera e responsabile attraverso attacchi ripetuti alla legge 194, impedimenti alla procreazione medicalmente assistita, controllo ossessivo sul libero uso dei mezzi contraccettivi; vengono considerati devianti rispetto ai modelli imposti, tutte le esigenze di riconoscimento delle unione tra gay, lesbiche e transessuali. E' necessario dunque che l'intera classe lavoratrice faccia proprie le istanze di liberazione delle donne e degli omosessuali: dal diritto al lavoro e a un salario dignitoso, ad una libera scelta un tema di maternità, ai Pacs, ai matrimoni, alla procreazione medicalmente assistita, all'adozione, perché anche attraverso la conquista di questi diritti è possibile scardinare l'istituzione familiare borghese, e fungere da grimaldello per l'abbattimento di questo sistema di oppressione. 
Anche le forme di oppressione che gli immigrati vivono in questa società hanno a che vedere con una logica superiore che determina tutto il resto: la necessità del capitale di riprodursi continuamente, di superare i momenti di crisi puntando su forza lavoro poco qualificata e a basso costo, priva di diritti, da poter sfruttare ed espellere a piacimento. Allo stesso tempo la borghesia ha interesse a mantenere migliaia di lavoratori e lavoratrici immigrati/e nella clandestinità per renderli più ricattabili, per dividere e indebolire la classe operaia, alimentando pregiudizi razzisti e xenofobi, riconducendo la loro presenza a questione di ordine pubblico. Governi di centrodestra e di centrosinistra non si distinguono nelle politiche di controllo poliziesco delle frontiere, di programmazione dei flussi, di segregazione degli immigrati in quelle vere e proprie galere che sono i Cpt. 
In una prospettiva immediata è necessario lavorare per l'unificazione di questa importante frazione di lavoratori con la classe operaia italiana, combattendo tutti i pregiudizi razzisti e xenofobi. E' tutto il movimento operaio che deve far proprie le battaglie per il diritto di asilo, per il permesso di soggiorno per tutti, per l'abolizione dei Cpt, per i diritti di cittadinanza, politici e sociali, per l'abolizione delle leggi Bossi Fini e Turco-Napolitano; allo stesso tempo sul versante sindacale i comunisti devono battersi per la loro sindacalizzazione e l'inserimento di specifiche rivendicazioni contro bassi salari, lavoro nero, supersfruttamento, in una vertenza generale del mondo del lavoro che riunifichi l'intera classe lavoratrice. 
Nella costruzione del partito rivoluzionario, lottiamo contro ogni discriminazione sessuale ed etnica per la conquista dei diritti democratici e di cittadinanza, favorisce l'autorganizzazione delle donne, degli omosessuali e degli immigrati e lavora affinché essi maturino la coscienza che ogni eventuale conquista in ambito democratico borghese non risolve le singole oppressioni di genere, di orientamento sessuale ed etnico e che soltanto l'abbattimento della proprietà privata, dello stato e delle istituzioni che lo sostengono, in una prospettiva socialista, creerà le condizioni necessarie per la loro liberazione. E' necessaria dunque la loro ricomposizione attorno ad un programma di classe transitorio che prefiguri l'abbattimento del capitalismo sotto l'egemonia della classe lavoratrice, soggetto centrale in tale processo.

 

Tesi 21- LA BATTAGLIA PER CONQUISTARE LA GIOVENTU'

 

Nei giovani e tra le nuove avanguardie di tutto il mondo cresce la volontà di porre fine alla barbarie capitalistica e "costruire un mondo nuovo". Nuovi settori di proletari e di oppressi abbracciano la causa della rivoluzione, scavalcando l'ostacolo influente ed ostruente rappresentato dalle direzioni riformiste. Sta al nostro partito, italiano e mondiale, il compito di guidare quest'avanguardia determinata e generosa, indirizzandola verso un programma di lotta che sia radicale, unitario e anti-sistema

 

"La morale deve servirci a elevare la società umana, a liberarci dallo sfruttamento del lavoro. Questo risultato può raggiungerlo la giovane generazione che ha cominciato a dare uomini coscienti, in un ambiente di lotta accanita e disciplinata contro la borghesia (...). Essere comunisti significa organizzare e raggruppare tutta la nuova generazione, dare esempio di educazione e di disciplina in questa lotta" (Lenin, I compiti delle associazioni giovanili) 
Nel solco degli insegnamenti - e delle battaglie - di Lenin, di Trotsky e delle giovani generazioni che hanno dato vita alle più importanti esperienze rivoluzionarie del Novecento, il nostro partito aspira ad abbattere una volta per sempre l'attuale sistema economico, col contributo significativo e decisivo delle nuove avanguardie in lotta in tutto il mondo. 
Proprio l'affacciarsi di nuovi settori di giovani sul terreno del conflitto rivoluzionario lascia ben sperare sulla possibilità di conquistare un'alternativa radicale e socialista per questo Pianeta. Le manifestazioni imponenti di dissenso, susseguitesi in tutti questi anni, di Seattle, Nizza, Praga, Genova, Firenze (le cui altissime ambizioni e potenzialità sono state tradite dalle loro direzioni); l'esplosione della lotta in America Latina (soltanto ad agosto, migliaia di giovani studenti cileni sono scesi in piazza contro un governo dei più "amati" a sinistra, trovando come sola risposta cruenti tentativi di intimidazione e centinaia di arresti a carico di minorenni); la resistenza dei giovani del Medio Oriente e dei territori occupati dall'imperialismo; lo straordinario esempio di sciopero ad oltranza degli studenti francesi (i quali hanno preceduto e condotto milioni di lavoratori in piazza all'inizio del 2006 contro il Cpe) hanno messo a tacere quanti, soprattutto a sinistra, tanto hanno fantasticato circa la progressiva e definitiva passivizzazione delle giovani masse di sfruttati. 
La semente per coltivare la trasformazione rivoluzionaria del presente, per edificare la società dei giovani e degli oppressi, non si è certo esaurita: sta ai marxisti rivoluzionari, agli uomini e alle donne impegnati nella fondazione del partito e nella ricostruzione della Quarta Internazionale, offrire a chiunque dia un cenno - anche timido - di rivolta la possibilità di affrancarsi dalle direzioni riformisti-borghesi, da quelle opportuniste, staliniste o centriste, per unire tutti gli sforzi verso una battaglia che sia ultima e vincente. 
Anche in Italia, assistiamo al medesimo e combinato disgelo generazionale: non vale solo per gli studenti (che nel 2005, contro la "riforma" Moratti hanno bloccato intere facoltà universitarie a La Sapienza di Roma, alla Statale di Milano, a Bologna, ecc) o per i lavoratori dei più noti poli industriali (vedi Melfi) che tornano alla ribalta nonostante gli innumerevoli tentativi di disorientarli e dividerli (tramite terziarizzazioni-esternalizzazioni, mobbing, ecc); vale tanto più per quella nuova classe di oppressi che va individuata tra i precari dei call-center (vedi Atesia, Tim), tra i commessi degli ipermercati, tra i lavoratori delle cooperative sociali; tra tutti i nuovi proletari della moderna (ma tanto vecchia) catena di montaggio. Tra questi, moltissimi giovani laureati, legati a contratti di lavoro ultraprecari, privi di diritti sindacali minimi e spesso costretti al lavoro sommerso, che, scottati sulla propria pelle dal fuoco del Pacchetto Treu (votato e sostenuto dal Prc nella passata esperienza di governo) e dalla Legge Biagi, con le loro lotte hanno guadagnato non solo le prime pagine dei giornali, ma soprattutto il consenso di tantissimi lavoratori di altre categorie - anche al costo di subire violenze e cariche dalla polizia (vedi presidio Atesia del 9 giugno). 
Se a penare sono i giovani italiani, nati e cresciuti nel "Belpaese", ancora peggiori condizioni vivono i numerosi giovani immigrati della penisola: discriminati e sfruttati fino al midollo; utilizzati dalle classi dominanti al principale scopo di frammentare ed indebolire la classe operaia, suggestionati di tanto in tanto con le promesse di riforma sulla concessione dei presunti "diritti di cittadinanza" per gli stranieri (diritti ovviamente legati alla "certezza del reddito e del lavoro"). Ma in due casi su tre questi "diritti" sono destinati a perire in quei Centri di Permanenza Temporanea (Cpt, diciotto quelli "ufficiali" in Italia, destinati ad aumentare ed espandersi) che Rifondazione Comunista ha votato (Legge Turco-Napolitano) solo qualche anno fa. I giovani immigrati, lavoratori industriali, precari, studenti in rivolta contro questa sistema sono l'oro su cui investe il nostro nuovo partito comunista. L'attuale governo di Romano Prodi, gli esponenti di governo di Rifondazione Comunista - vero strumento e torchio della borghesia contro le classi lavoratrici del Paese - non promettono altro che guerra ai giovani e un futuro per loro crudele e fosco. Contro un governo che impone "tagli e sacrifici" a danno delle classi lavoratrici; contro un esecutivo reazionario spalleggiato da tutta la "sinistra ufficiale" (Ds, Verdi, Comunisti Italiani, Prc e burocrazia Cgil) e da una parte di quella "radicale" (come è nel caso di alcuni settori dei centri sociali); contro una coalizione che uccide e spara le sue cartucce (non metaforiche) nei teatri bellici di Afghanistan e Medio Oriente e, in generale, contro quel mondo confindustriale, bancario, sindacale che non può reggersi se non sugli stenti dei giovani e degli sfruttati, occorre la più vasta, unitaria, potente azione di lotta che il capitalismo possa prevedere. 
La soluzione è l'avanzamento di una piattaforma di conflitto - continuato e ad oltranza, contro questo governo, che abbia come suoi punti qualificanti il ritiro di tutte le deleghe governative; l'abolizione di tutte le leggi precarizzanti il lavoro; l'assunzione a tempo indeterminato dei precari, con l'aumento di salario per tutti e l'attribuzione del salario sociale ai disoccupati; la riduzione a 35 ore dell'orario settimanale di lavoro (senza contropartite fiscali o di flessibilità); la soppressione di tutte le leggi razziste sull'immigrazione; la fine delle politiche proibizioniste sulle droghe; il ritiro delle riforme scolastiche Berlinguer-De Mauro-Moratti (oggi riprese da Fioroni). E' questo il programma col quale il partito si candida a licenziare il governo dei banchieri; è questo lo spirito col quale c'impegniamo a dar voce ai "primi costruttori tra i milioni di costruttori della società comunista, quali devono essere senza eccezione i giovani e le giovani" (Lenin).

 

Tesi 22 - LA TATTICA SINDACALE

 

L'articolazione tattica dell'intervento dei comunisti rivoluzionari nei sindacati deve essere differenziata e flessibile, proprio perché differenti sono per radicamento nella classe, per consistenza, per linea sindacale, per strutturazione organizzativa i diversi sindacati di sinistra. Sulla base di questi parametri oggettivi affermiamo la centralità ma non l'unicità dell'intervento dei comunisti nella Cgil, su questi medesimi criteri deve basarsi l'intervento negli altri sindacati di sinistra (che in determinati contesti di categoria e locali possono offrire maggiori opportunità ai fini della costruzione del sindacato di classe).

 

La presenza consolidata di un pluralismo sindacale nel nostro Paese comporta una articolazione tattica dell'intervento dei comunisti rivoluzionari nei sindacati differenziata e flessibile, proprio perché differenti sono per radicamento nella classe, nelle diverse categorie del lavoro salariato, per consistenza e strutturazione organizzativa, per linea politico-sindacale i diversi sindacati di sinistra. L'articolazione tattica deve tener conto anzitutto della forza organizzata dei comunisti, del grado di inserimento di propri quadri e militanti nelle strutture sindacali. Proprio per questo è necessario individuare alcune priorità basate sul reale radicamento delle diverse organizzazioni sindacali tra i lavoratori, nelle varie categorie, in ambito nazionale e locale. La Cgil costituisce il maggiore sindacato del Paese, tra i lavoratori del pubblico impiego e del settore privato, in particolare nelle categorie industriali. Ne consegue il riconoscimento della centralità ma non dell'unicità dell'intervento dei comunisti rivoluzionari in questo sindacato. Per grado di inserimento soprattutto tra i lavoratori del pubblico impiego segue, per ordine di importanza, la Cub-Rdb, quindi altri sindacati minori organizzati sul modello cobas. 
Il XV Congresso Nazionale della Cgil, svoltosi all'inizio di marzo 2006 ha visto l'affermazione della maggioranza concertativa di Patta-Epifani. Le due tesi alternative presentate da Rinaldini, sostenute anche dalla Rete 28 aprile, non potevano colmare la mancanza di un documento congressuale alternativo proprio per la loro compatibilità all'impianto complessivo del documento di maggioranza. 
La Rete 28 aprile, la nuova sinistra sindacale in Cgil, pur raggruppando i settori più avanzati della Confederazione sindacale non rappresenta la sua sinistra di classe. La presentazione il 12 giugno a Roma, nel corso dell'assemblea nazionale costitutiva dell'area programmatica della Rete 28 aprile, del documento Ricostruiamo su basi di classe la sinistra sindacale in Cgil ha avuto l'intento di iniziare, mediante un contributo di analisi, una proposta programmatica e organizzativa, il processo non semplice ne lineare di porre le basi per la delimitazione di una sinistra di classe in Cgil. 
A differenza della lotta in Cgil, dove i militanti comunisti devono combattere contro un enorme apparato burocratico riformista, contro le politiche e pratiche concertative, la battaglia per la delimitazione di una sinistra classista nella Cub-Rdb presenta caratteri diversi. In questa organizzazione sindacale in linea generale è acquisita la lotta contro le politiche concertative, così come fanno parte della sua concezione politico-sindacale le lotte per le rivendicazioni immediate. Si tratta, pertanto, da un lato di operare perché sia superato un certo modo autocentrato di azione sindacale marcando nel contempo l'importanza dell'unità nella lotta dei lavoratori, la loro indipendenza di classe, nella prospettiva della vertenza generale; dall'altro lato per inserire nelle piattaforme rivendicazioni di carattere transitorio. Un lavoro politico non semplice, proprio per il rilievo dato dall'organizzazione sindacale e dal gruppo dirigente al programma minimo, ma anche per le modalità organizzative dell'organizzazione sindacale che ostacolano la formazione di tendenze organizzate sulla base di piattaforme sindacali. Quindi, la lotta per la democrazia sindacale assume nella Cub-Rdb un rilievo particolare: non ci facciamo illusioni sul fatto che questa rivendicazione susciterà l'opposizione della burocrazia sindacale riformista. 
Le organizzazioni sindacali le cui forme richiamano il "modello Cobas" - Slai Cobas e Confederazione Cobas - sono radicate in settori lavorativi diversi: mentre lo Slai Cobas è radicato in alcuni settori di classe operaia industriale e dei servizi, il Confederazione Cobas è presente prevalentemente tra gli insegnanti nella scuola. Se è vero che entrambe le organizzazioni teorizzano il superamento del partito come strumento di direzione rivoluzionaria della classe, la Confederazione Cobas si situa sul terreno del movimentismo e in definitiva della pressione sul centrosinistra, mentre lo Slai Cobas, per concezioni e pratica politico-sindacale, richiama maggiormente l'anarcosindacalismo. Nello Slai Cobas, infatti, l'attività politica è subordinata all'attività sindacale che si esprime nelle rivendicazioni immediate. Si tratta con tutta evidenza di un settore di classe operaia particolarmente combattivo e costantemente sottoposto alla repressione padronale. Non c'è dubbio che tra questi lavoratori è acquisita la necessità di lottare contro entrambi i poli dell'alternanza borghese. 
Il ruolo dei militanti comunisti nei Cobas dell'industria, come in altri sindacati, è pertanto quello di coniugare le rivendicazioni immediate alla prospettiva socialista attraverso il metodo delle rivendicazioni transitorie, di acquisire l'avanguardia di questi lavoratori alla necessità della direzione politica del partito e quindi della necessità di subordinare la lotta sindacale alla più generale lotta politica contro il padronato e il governo, per la rivoluzione socialista. 
La diversificazione della tattica sindacale nel quadro di un'unica prospettiva strategica è pertanto finalizzata alla delimitazione, al coordinamento e alla convergenza della sinistra di classe dei vari sindacati, nella prospettiva della costruzione del sindacato di classe.

 

Tesi 23 - LA NOSTRA PIATTAFORMA RIVENDICATIVA

 

Il programma, oltre a definire le tendenze di sviluppo, deve indicare i passaggi con cui si concretizzano gli obiettivi finali, quindi le rivendicazioni immediate e transitorie in vista dei quali conduciamo fin d'ora le masse alla lotta in opposizione al riformismo. Occorre evitare nel contempo la tendenza all'astrazione settaria, ripetendo parole d'ordine generali senza alcuna connessione al livello di coscienza del proletariato e, all'opposto, l'adattamento alla congiuntura politica, allo stato d'animo delle masse.

 

La piattaforma rivendicativa, su cui il partito rivoluzionario conduce la propria opera di propaganda e agitazione tra il proletariato, è finalizzata alla mobilitazione delle masse, a elevare il loro livello di coscienza, fino a raggiungere gli obiettivi rivoluzionari fondamentali: la conquista del potere da parte della classe operaia e la transizione al socialismo. Proprio perché finalizzate alla mobilitazione delle masse, le rivendicazioni immediate e transitorie devono tener conto della struttura materiale e politica del Paese. 
Il Paese è attraversato dalla crisi economica, aggravata dal serio dissesto del bilancio pubblico. La crisi si manifesta nel grave arretramento della produzione industriale, conseguente alla contrazione assoluta delle merci esportate, investe tutta l'economia del Paese ed accentua gli squilibri interni tra regioni e aree geografiche. Essa è il prodotto, da un lato di peculiarità proprie del capitalismo italiano, dall'altro lato dal contesto di crisi capitalistica mondiale. 
Dopo la liquidazione negli anni Novanta delle grandi aziende a partecipazione statale, spesso acquisite da grandi aziende straniere, il capitale industriale italiano ha preferito investire in aree meno esposte alla concorrenza internazionale. Tra le grandi industrie manifatturiere con un peso rilevante rimane ormai solo la Fiat. Quest'azienda emerge, assieme ad altre imprese industriali esportatrici, in un panorama di piccole e medie imprese, spalmati su ampie aree geografiche con fenomeni di grave deterioramento ambientale, concentrati su produzioni tradizionali o di nicchia, fortemente esposte alla concorrenza delle aree emergenti. Alla crisi le diverse frazioni della borghesia italiana danno risposte diversificate: sul terreno economico-sociale, istituzionale e internazionale. La tendenza dominante è data dalla precarizzazione dei rapporti di lavoro, dalla privatizzazione dei servizi sociali, sanitari e pensionistici, dalle riforme istituzionali federaliste associate al rafforzamento degli esecutivi, dal rafforzamento del polo imperialista europeo. Questa tendenza, in questa fase dominante, cerca ed ottiene la collaborazione indispensabile della sinistra riformista e dei maggiori sindacati. 
Il secondo governo Prodi nasce quindi su questo sfondo, con un ambizioso progetto: rilanciare il capitalismo italiano nel mercato internazionale facendo pagare la crisi ai lavoratori e alle masse popolari. Le voci del conto le conosciamo bene: nuove liberalizzazioni e privatizzazioni, nuovo modello contrattuale e relativo indebolimento del contratto nazionale, ulteriore innalzamento dell'età pensionabile e scippo del Tfr, risanamento del debito pubblico a spese dei lavoratori e delle masse popolari, elargizione di risorse alle imprese (la riduzione del "cuneo fiscale" per le imprese in cambio di nuove tasse per i lavoratori), prosecuzione delle politiche di esclusione per gli immigrati, disoccupazione dilagante nel mezzogiorno, lavoro precario per i giovani, nuove guerre imperialiste. 
In contrapposizione alla borghesia e ai suoi governi è necessario costruire un fronte unico di classe che coniugando indipendenza di classe e rivendicazioni immediate e transitorie pone in discussione gli stessi principi su cui si fonda il diritto borghese. Di seguito i punti essenziali: la battaglia per la difesa del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni deve essere congiunta ad aumenti salariali uguali per tutti, alla rivendicazione della scala mobile; la lotta contro la disoccupazione e per il lavoro deve essere inserita nella più vasta battaglia per l'assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori precari, per un salario dignitoso ai disoccupati, per la riduzione settimanale dell'orario di lavoro a parità di salario, senza flessibilità e annualizzazione; la lotta contro i licenziamenti deve essere congiunta alla richiesta di apertura dei libri contabili delle aziende, alla nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo operaio, delle fabbriche e delle banche; la lotta per i diritti e le tutele deve coniugare la rivendicazione dell'eliminazione delle leggi che limitano il diritto di sciopero, precarizzanti e contro gli immigrati con la difesa e il rilancio delle pensioni, della scuola e della sanità pubblica; la lotta per il diritto alla casa deve essere collegata alla drastica riduzione degli affitti, alla requisizione delle case sfitte, all'esproprio delle grandi proprietà immobiliari; la lotta per la salute nei luoghi di lavoro, contro gli infortuni e le malattie professionali, deve essere congiunta alla più generale difesa delle condizioni di vita collettive contro il degrado ambientale e le fonti di inquinamento: salvaguardia ambientale che solo una società socialista può pienamente e realmente garantire. 
Non meno importante è l'impegno sul terreno dei diritti democratici sia in ambito istituzionale che in relazione all'estensione dei diritti sindacali e alla rappresentanza nei luoghi di lavoro: la lotta per l'elezione proporzionale nelle Rsu, senza quote garantite, deve legarsi alla lotta per la costituzione dei Consigli di fabbrica. La lotta contro le guerre imperialiste deve essere congiunta alla rivendicazione della chiusura delle basi militari e alla loro riconversione ad uso civile. 
Questi elementi di una piattaforma rivendicativa devono confluire in una vertenza unificante dei lavoratori, dei disoccupati e delle masse popolari contro il padronato e i governi della borghesia, avendo come orizzonte la costruzione di un governo dei lavoratori, l'unico in grado di attuarla.

 

Tesi 24 - LA STRUTTURAZIONE ORGANIZZATIVA DEL PARTITO

 

Per costruire il partito come esercito di punta dei lavoratori serve un'organizzazione di quadri e militanti, informata ai principi classici del centralismo-democratico; un'organizzazione coesa e robusta, educata alla discussione e unita nell'azione. Solo un partito leninista - avversario del federalismo e nemico del burocratismo, con istanze elettive, responsabili e revocabili - può perseguire realmente i bisogni della classe. In relazione a questi principi, costruiamo i nostri organismi dirigenti e diamo vita ad una nuova organizzazione marxista-rivoluzionaria.

 

"Il partito è l'avanguardia cosciente della classe lavoratrice e la sua forza è dieci o cento volte maggiore della sua entità numerica. Ma è proprio vero? Il potere di cento uomini può essere superiore a quello di mille? Sì, quando questi cento sono organizzati!" (Lenin). 
Per costruire il partito come avanguardia della classe, come direzione cosciente della classe operaia, dei giovani e dei settori proletarizzati della piccola borghesia, la sua organizzazione interna deve informarsi ai principi classici e leninisti del centralismo democratico; deve elevarsi ad un metodo di costruzione che, partendo dall'alto verso il basso, sappia raccogliere le migliori energie intorno e dentro al partito per  l'elaborazione e la propagazione di una coerente e forte tattica rivoluzionaria. 
Se "una centralizzazione assoluta e una rigorosissima disciplina sono condizioni fondamentali per la vittoria sulla borghesia" (Lenin), è al tempo stesso vero che un partito marxista-rivoluzionario per assolvere ai suoi compiti storici non può in alcun modo svilupparsi e crescere sotto logiche burocratiche e verticistiche; al contrario, una solida direzione può essere frutto solo di un'organizzazione con istanze elettive, responsabili e revocabili; un'organizzazione retta sul contatto vivo e reciproco tra gli iscritti, sui rapporti costanti e paritari tra dirigenti e base. 
I militanti tutti del partito, gli attivisti, i quadri che animano la nostra organizzazione devono abbracciare imprescindibilmente questo principio: senza unità d'azione, risultante immediata di una discussione interna che sia ampia e libera; senza la lealtà politica verso il partito e in spregio alla conformità verso le scelte generali della maggioranza dei compagni, si creerebbe un danno alla vita stessa del partito e, più in generale, agli obiettivi stategici della classe. Parimenti, sarebbe un errore, nonché un incomprensione di fondo del nostro metodo organizzativo, impostare l'attività di base del partito come lavoro a sé stante, in corrispondenza a quei costumi federalistici di costruzione (propri dei movimenti centristi e-o riformisti) che una volta approntati sarebbero il principale fomite della burocratizzazione della struttura, dello scardinamento dei valori generali del partito, della scissione del nostro impegno e dei nostri sacrifici a servizio della classe. 
Se il congresso degli iscritti è il supremo organo deliberativo del partito - per Lenin, la sede che "approva delle risoluzioni tattiche per determinare esattamente quale deve essere l'atteggiamento politico del partito, nel suo insieme, nei confronti dei nuovi problemi o di fronte ad una nuova situazione politica" (Due tattiche della socialdemocrazia) - il momento più importante della vita, dell'esistenza e del dibattito dell'"intellettuale collettivo", nel quale si definiscono programma e obiettivi cui devono attenersi gli associati, dall'altro lato le nostre sezioni locali, spina dorsale del partito leninista, sono la traduzione organizzata e costante dei suoi ordini e della sua volontà; quella "parte" essenziale ed indispensabile dell'organigramma interno, in assenza della quale il "tutto" (il partito) non avrebbe ragion d'essere. 
Le sezioni locali sono uno dei principali "biglietti da visita" dell'organizzazione: è anche grazie al loro lavoro che il partito guadagna consensi e simpatie, riuscendo a strappare alle direzioni riformiste e borghesi quei soldati indispensabili per la rivoluzione noti come giovani e lavoratori. Le sezioni locali cresceranno tanto più quando rispetteranno e rafforzeranno le decisioni del congresso, diffondendo con la massima pubblicità esterna i suoi "aspetti pubblici"; quando daranno regolarità e disciplina durevole all'impegno degli iscritti, valorizzando senza discriminazioni le loro doti e il loro entusiasmo; quando educheranno gli stessi al centralismo democratico e alla selezione delle priorità politiche - contro i vezzi dei "circoli di dibattito"; quando ancora combatteranno qualsivoglia forma di settarismo, opportunismo, sessismo o razzismo manifestantisi - anche in forme latenti - nel suo seno; e se si rapporteranno continuamente ai principali organismi di elaborazione politica e di indirizzo del partito, eletti tra un congresso e l'altro, che sono il Consiglio Nazionale (Cn) e il Comitato Centrale (Cc). 
Il Consiglio Nazionale, per primo, è il collegamento tra l'esecutivo del partito e le indicazioni, le volontà, le eventuali difficoltà delle sezioni locali. Queste ultime, nella migliore tradizione bolscevica, non esercitano sui propri iscritti, membri del Cn, alcun vincolo di mandato; questo in nome del principio d'autonomia della direzione e in luogo delle logiche federalistiche di cui sopra. I dirigenti del Cn, oltre a verificare il lavoro svolto dal Comitato Centrale e a controllare l'effettiva adesione del partito alle risoluzioni congressuali, contribuiscono alla definizione della linea politica, sindacale, teorica ed organizzativa poi applicata dai dipartimenti esecutivi del Cc. 
Il Comitato Centrale, a sua volta, è l'organismo politico-esecutivo, chiamato a sovraintendere a qualsiasi attività del partito. Le sue braccia esecutive sono i dipartimenti, dalle cui deliberazioni - vagliate e verificate dal Cc - dipende l'azione quotidiana del partito. 
La compattezza del partito, la sua disciplina interna, il reale rispetto delle opinioni di tutti gli iscritti sono garantite da questo organismo collegiale e democratico che ha come primo dovere quello di forgiare un'organizzazione di quadri, capaci alfine di influenzare e dirigere le masse verso l'abbattimento dell'attuale sistema economico.

 

Tesi 25 - I NOSTRI MEZZI DI COMUNICAZIONE

 

Un partito comunista deve avere necessariamente una stampa all'altezza dei compiti della fase politica che stiamo attraversando. La nostra stampa (con il giornale nazionale, i giornali locali, i quaderni di formazione politica) e il nostro sito possono diventare il reale "organizzatore collettivo" del partito.

 

Dalla nascita di Pc - Rol, il nostro giornale, Progetto Comunista, ha compiuto molti passi in avanti, sia per ciò che concerne la qualità della grafica e dei contenuti degli articoli, sia per l'aumento delle copie che sono diffuse. I tempi di uscita si sono notevolmente ridotti (infatti si è passati da un'uscita trimestrale a una quasi mensile), facendo del nostro giornale un mezzo di stampa molto apprezzato. La redazione si è data un'organizzazione più stabile, arricchendosi anche della collaborazione di compagni esterni a essa che scrivono con continuità. 
Il lavoro di impaginazione e di grafica è stato fortemente potenziato e ormai raggiunge una qualità spesso paragonabile a quella di molti quotidiani borghesi, nonostante la evidente discrepanza di risorse economiche a disposizione. Ne è stata migliorata la gestione con un'organizzazione redazionale molto snella e vivace nella discussione interna. 
Le nuove rubriche introdotte dalla redazione, il restringimento dei tempi di uscita, l'ampliamento della diffusione, sono anche la testimonianza della giusta direzione di marcia impressa dalla direzione e dalla redazione del nostro più importante organo di stampa. 
In pochi mesi, attraverso la pubblicità sul nostro sito internet, che abbiamo migliorato negli ultimi mesi e la cui funzione in tal senso ha aumentato di molto le nostre potenzialità informative, ha fatto sì che, con le nostre iniziative politiche sul territorio e la diffusione larga, si sia avuto un forte incremento di nuovi abbonati, di richieste di copia che rendono ancora più chiara la forte attenzione che vi è nei confronti delle nostre idee e del partito che stiamo costruendo con forte tenacia. 
Dalla scissione da Rifondazione comunista a oggi, la rete dei diffusori si è fortemente ampliata. La nostra stampa viene diffusa in quasi tutte le province italiane, raggiungendo località che in precedenza erano scoperte, così come è aumentato il numero delle copie che i diffusori distribuiscono davanti ai luoghi di lavoro, di studio, alle manifestazioni, alle iniziative pubbliche della nostra organizzazione e delle altre alle quali partecipiamo. 
Ovviamente va migliorato il tutto, col perfezionamento di alcuni meccanismi. La costruzione del partito rende più ambiziosi gli obiettivi del nostro lavoro di propaganda e prepara il terreno per un nuovo piano di diffusione capillare sul territorio della nostra stampa. Sarà ampliata la rete dei diffusori, puntando a coprire tutte le province e ad aumentare il numero dei diffusori nella stessa provincia, partendo dai nuovi contatti e dalle nuove sezioni che si stanno costituendo; così come sarà potenziata l'offerta per gli abbonati, la presenza del giornale nelle librerie, nelle biblioteche, nei centri di documentazione politica, ecc. 
Ma la nostra stampa non si limita alla produzione del giornale. Procede la pubblicazione dei Quaderni di Progetto comunista, legata alla nostra attività formativa; stiamo organizzando anche la pubblicazioni di materiale librario. Importante sarà anche la stampa e la diffusione di fogli delle nostre sezioni locali, materiale di propaganda sulle tematiche più strettamente locali. 
La nostra stampa deve fungere da "organizzatore collettivo": un giornale politico che, per dirla con Lenin, "deve essere il filo conduttore: seguendolo, potremo continuare a sviluppare, approfondire ed estendere l'organizzazione (cioè l'organizzazione rivoluzionaria, sempre pronta a sostenere ogni protesta e ogni esplosione)". 
Quindi il giornale deve porsi l'obiettivo di essere fino in fondo propagandista, agitatore collettivo e soprattutto organizzatore collettivo. La nostra stampa, proprio in quest'ottica, deve sviluppare un forte legame tra le sezioni locali del nostro partito come base per un lavoro di costruzione comune contro i rischi di "chiusura" nella propria realtà di base. 
Conoscere e far conoscere la linea nazionale del partito, le situazioni di lotta, il nostro intervento di massa, il nostro lavoro formativo è fondamentale per accrescere la necessaria esperienza rivoluzionaria dei nostri compagni, per acquisire nuovi militanti e per accrescere la sfera dei simpatizzanti. 
Il giornale, senza dubbio il nostro maggiore mezzo di propaganda esterna, va inteso proprio in quest'ottica, non solo come mezzo di informazione per i nostri compagni (per questo ci sono i bollettini interni), ma come vero soggetto propulsore della nostra capacità organizzativa e propagandistica collettiva. 
Il potenziamento della diffusione fa sì che ci sia un conseguente sviluppo della conoscenza delle idee e della piattaforma programmatica del nostro nuovo partito che si pone l'obiettivo concreto di coprire quello spazio a sinistra ricoperto abusivamente e poi lasciato libero dal Partito della Rifondazione comunista e dalla sinistra cosiddetta radicale dopo l'entrata al governo.   
Nella prossima fase, il nostro giornale, il nostro sito (che è di fatto un giornale quotidiano con centinaia di "accessi" giornalieri) e la nostra newsletter di posta elettronica devono diventare ancora più, per dirla con Lenin, "il nutrimento intellettuale" per tutti i militanti del nostro partito e per coloro ai quali viene diffuso. Quella che stiamo perfezionando è sicuramente una delle tante impalcature del cantiere politico-organizzativo del partito che stiamo edificando con il massimo dell'efficacia e della tenacia: sicuramente una delle più importanti. 
Il lavoro dei prossimi mesi, sia di chi si occupa della redazione che di chi si occupa della diffusione del nostro giornale, andrà in direzione ancor più di una crescita qualitativa degli articoli e quantitativa del numero delle copie diffuse, correggendone eventuali errori o deficienze e puntando al miglioramento della sua resa propagandistica. 
"Il nostro giornale, il nostro organizzatore collettivo, il nostro maggiore mezzo d'informazione propagandistica, un giornale simile sarà una piccola parte di un gigantesco mantice, capace di attizzare ogni scintilla della lotta di classe e dell'indignazione popolare per farne divampare un immenso incendio" (Lenin, Che fare?).

 

Tesi 26 - COME ORGANIZZARE LA PROPAGANDA

 

Nella situazione attuale una buona propaganda organizzata centralmente e localmente è un punto centrale dell'azione politica del nostro partito. L'utilizzo di tutti gli spazi propagandistici - dalla stampa borghese, ai siti internet, dalla nostra newsletter, ai forum di discussione, dai blog alle emittenti radio televisive locali e nazionali, dai banchetti ai volantinaggi - è una condizione importante anche per lo sviluppo della nostra costruzione quotidiana.

 

La base di partenza per far conoscere il nostro nuovo partito e la sua azione politica sarà la propaganda organizzata nazionalmente e localmente. Una buona propaganda è un buon lasciapassare per lo sviluppo della nostra influenza di massa. Attraverso l'esperienza pratica delle masse sfruttate lavoreremo per sconfiggere la separazione, creata ad arte dai partiti e dalle organizzazioni della sinistra governista e riformista, tra presente e futuro, ossia tra l'azione politica quotidiana e la lotta per una società socialista. 
Per questo è giusto elaborare una strategia propagandistica di attacco che unisca presente a futuro attraverso obiettivi anticapitalistici di rivendicazione transitori uniti alla prospettiva futura di un sistema sociale senza sfruttati e sfruttatori, ma socialista. 
La propaganda del nostro partito contro il governo Prodi, contro la corresponsabilità dei partiti della cosiddetta sinistra radicale, contro le spedizioni militari imperialiste, contro gli attacchi alle condizioni materiali dei lavoratori, contro l'immiserimento della piccola borghesia, contro la segregazione degli immigrati, saranno alla base della nostra strategia per lo sviluppo di una coscienza anticapitalista e rivoluzionaria. 
Il dato importante è che migliaia di simpatizzanti ed elettori di sinistra che, in buona fede, dopo la sconfitta di Berlusconi credevano nel governo Prodi, quale alternativa sociale a quello precedente, accusano il colpo della disillusione e cercano una nuova sponda politica che dia loro certezze e prospettive. Il nostro intervento deve essere rivolto a conquistarne le avanguardie, nella prospettiva di guadagnare un'influenza di massa. 
Inizialmente, il nostro partito sarà necessariamente minoritario, per questo prediligeremo, nella fase iniziale, un intervento propagandistico che renda riconoscibile e stimato il nostro partito nelle varie mobilitazioni sociali che si susseguiranno nei prossimi mesi. Solo così ci sarà una progressiva adesione al nostro programma politico, concretizzabile nel progressivo aumento delle adesioni militanti e simpatizzanti alla nostra organizzazione. 
Un principio fondamentale da elevare ad azione propagandistica sarà, tra gli altri, la confutazione della logica del "meno peggio", che crea illusorie speranze in vasta parte del popolo della sinistra circa la possibilità di riformare il sistema capitalistico. Il nostro partito dimostrerà che la borghesia non assicura il meno peggio ma solo il peggio e che solo un'alternativa comunista e rivoluzionaria può creare il meglio per la classe lavoratrice, per gli immigrati, per gli studenti, per i precari: una vera alternativa di sistema e di potere. 
Rifondazione comunista e le altre forze politiche della sinistra cosiddetta radicale hanno alimentato negli anni questa idea del meno peggio e della riformabilità del sistema, costruendo la veste ideologica della loro corresponsabilità in un governo di guerra e di "lacrime e sangue". La nostra propaganda deve servire dunque ed in primo luogo a spiegare la necessità di un'opposizione intransigente e senza sconti al governo Prodi e ai governi locali, tanto di destra che di centrosinistra, quale punto di partenza per aggregare, attorno al nostro partito, un'avanguardia cosciente con influenza di massa, alternativa reale e necessaria ai partiti che rappresentano gli interessi della borghesia. Nel momento di massimo sviluppo dei movimenti di lotta, il nostro partito dovrà raccogliere e organizzare le nuove energie che si libereranno, sviluppandone la radicalizzazione e spingendo all'espulsione delle forze riformiste che rallentano o bloccano tale avanzata, dimostrando che anche semplici parole d'ordine che vanno in direzione di obiettivi parziali vengono rifiutate ed osteggiate dai governi. 
A maggior ragione, con il passaggio da frazione interna del Partito della Rifondazione comunista a partito comunista indipendente che ci ha permesso di conquistare alcuni dei migliori quadri del partito di Bertinotti, si pone la necessità di far conoscere ancor più il nostro programma alternativo attraverso uno sforzo massimo di esposizione propagandistica. Di qui la strada per costruire ovunque piattaforme di lotta attorno a vertenze anche locali che riguardano chiusure di fabbriche, licenziamenti, delocalizzazioni produttive, precarizzazione del lavoro, tagli alla spesa sociale, privatizzazioni ed altri attacchi alla condizione materiale delle classi meno abbienti. Occorre, entrare nei comitati di lotta dei lavoratori già esistenti e crearne là dove non esistono; creare uno spazio di intervento a sostegno degli immigrati e contro la legislazione razzista dei governi nazionali; organizzare presidi contro la guerra imperialista per propagandare le nostre posizioni a riguardo; preparare iniziative pubbliche per far conoscere il nostro partito sia dove siamo presenti e, a miglior ragione, dove non lo siamo o lo siamo in minima parte. 
Ogni sezione locale, nell'ambito della sua attività politica, deve calendarizzare il suo intervento esterno con banchetti, gazebo davanti alle fabbriche, feste di partito, volantinaggi, dibattiti pubblici, sit-in e presidi di protesta contro l'azione del governo, fronti unici con altre organizzazioni di sinistra antagonista e propaganda antifascista. Così, vanno utilizzati tutti gli spazi di intervento sulla stampa borghese, nazionale e locale, su gli altri mezzi di comunicazione, quali siti internet, blog, forum di discussione, emittenti televisive e radiofoniche, per far conoscere le nostre posizioni attraverso comunicati stampa ed articoli su singole questioni politiche. 
La nostra propaganda di denuncia degli interessi della borghesia e di sviluppo del nostro partito comunista di opposizione si svilupperà anche sul piano elettorale, ove ci presenteremo come unica alternativa alle forze politiche della borghesia, con un programma anticapitalisti: gli eventuali eletti utilizzeranno le istituzioni rappresentative borghesi esclusivamente quali tribune per denunciare i crimini della classe dominante, le sue guerre, i suoi attacchi alle condizioni dei lavoratori, senza alcuna illusione di poter condizionare i governi e i loro parlamenti, nei confronti dei quali non sarà risparmiata la più dura opposizione. 
Lo spazio a sinistra creatosi con l'entrata al governo dei partiti sedicenti comunisti e della sinistra radicale ci dà la possibilità concreta di fare del nostro partito il cuore dell'opposizione comunista in Italia ai governi liberali e di fronte popolare. Le forze giovani e piene di energia che si stanno liberando attorno al nostro progetto ci danno la misura delle possibilità concrete di far crescere e decollare il nostro nuovo partito comunista, l'unica vera novità della scena politica italiana degli ultimi anni.

 

Tesi 27 - L'AUTOFINANZIAMENTO DEL PARTITO

 

Il nostro partito ha una base organizzativa chiara e cosciente, basata su diritti e doveri democratici per i suoi militanti. Uno di questi è senza dubbio il dovere militante di contribuire all'autofinanziamento del partito. All'autofinanziamento basato sul pagamento regolare di quote fisse si devono aggiungere necessariamente mezzi di finanziamento esterni (feste, lotterie, gadget, opuscoli), che tuttavia non possono sostituire la centralità del primo. L'impegno nel finanziamento del partito è una condizione importante per l'adesione militante al partito.

 

La nostra organizzazione, sia nella fase precedente alla scissione dal Prc, sia e a maggior ragione adesso, quale organizzazione partitica indipendente, ha sempre avuto e continua ad avere un meccanismo di autofinanziamento interno. La scelta di costruire un partito di militanti con influenza di massa è una scelta politica che ci distingue da altre organizzazioni settarie e verticistiche, il cui rapporto privilegiato con la direzione crea situazioni di profonda differenziazione organizzativa, alla stregua di un federalismo strutturale. Il nostro impegno va invece verso una direttrice alternativa, ossia in direzione del raggiungimento dell'obiettivo ambizioso e del tutto innovativo nel panorama politico italiano, di costruzione di un partito comunista i cui militanti abbiamo realmente, e non solo sulla carta, eguali diritti e eguali doveri. 
Intendiamo costruire un'organizzazione che sappia conciliare centralismo democratico, massima chiarezza nei principi, unità d'azione con un impegno cosciente di tutti i militanti nell'autofinanziamento. Va seguito il percorso tracciato nella costituente, un percorso che prevede il versamento mensile di quote nazionali percentuali alle entrate economiche del singolo militante, oltre al contributo per il tesseramento. 
D'altronde, le tante iniziative nazionali, dalle assemblee ai seminari, passando per necessari investimenti in infrastrutture per la nostra sede centrale di Roma, sono stati finanziati dai contributi che i compagni versano centralmente nella cassa dell'organizzazione. I rimborsi per le riunioni nazionali, quelli per i disoccupati e per gli studenti per i seminari, le spese per il materiale nazionale di propaganda, sono esattamente il frutto di un impegno economico militante dei nostri iscritti. La militanza è anche la consapevolezza che tanti muratori, per dirla con Marx, con lo stesso impegno e con la stessa coscienza, possono edificare il nuovo partito. Tra l'altro, l'autofinanziamento è sempre stato un aspetto centrale dell'impegno politico e militante nelle organizzazioni rivoluzionarie. 
Il meccanismo che è già vigente nella nostra organizzazione, sin dall'avvio della fase costituente del partito, è un criterio cardine della militanza nello stesso e serve per affrontare adeguatamente i compiti politico-organizzativi che ci siamo dati. Per questo, è necessario che ogni sezione locale, ogni struttura provinciale e regionale, si doti, nell'ambito dell'organizzazione interna, di responsabili del tesseramento e dell'autofinanziamento che interloquiscano con i responsabili nazionali del settore. Eventuali eletti del nostro partito nelle istituzioni rappresentative nazionali verseranno interamente la loro indennità di carica nelle casse del partito nazionale, salvo trattenere l'equivalente di un salario da operaio. 
Un meccanismo di autofinanziamento interno non deve naturalmente escluderne uno esterno. A tal riguardo le sezioni locali debbono lavorare su questo fronte, sia per aumentare la capacità di interlocuzione con le masse, sia per temprare le proprie capacità organizzative, sia per sviluppare le proprie capacità economiche. In questa ottica è importante l'organizzazione di feste locali di partito, che possano conciliare la necessità di sviluppare la nostra propensione all'influenza di massa e nello stesso tempo autofinanziare le nostre strutture periferiche. Le feste di partito sono una buona base di lancio propagandistico e in molti casi un buon mezzo di autofinanziamento esterno. L'esperienza insegna che feste di partito organizzate bene possono diventare non solo una buona fonte per entrate economiche, ma anche offrire un buon ritorno politico anche dal punto di vista dell'acquisizione di nuovi contatti e di nuovi rapporti sociali. Le feste di partito possono essere sia di natura cittadina, sia di natura provinciale o regionale. 
Localmente è possibile creare altre forme di finanziamento esterno che possono spaziare dalle lotterie, alla vendita di libri usati scolastici a metà prezzo durante il periodo di apertura delle scuole, alla vendita di libri politici usati, alla vendita di opuscoli e pubblicazioni nazionali e locali, alla vendita di gadget, come magliette, spillette, agende e calendari politici prima dell'inizio di ogni anno solare, alle sottoscrizioni simpatizzanti. 
Così, sono buona fonte di entrate le campagne di autofinanziamento collegate a temi politici specifici, le cene sociali, l'organizzazione di eventi musicali giovanili. Una buona capacità organizzativa nello sviluppo del finanziamento esterno permette sicuramente di compiere un salto di qualità necessario per la crescita delle nostre strutture locali e nazionali, sia dal punto di vista del reperimento dei fondi indispensabili per l'attività politica, sia per far conoscere il nostro partito e il suo programma.

 

TESI 28 - LA FORMAZIONE DEI MILITANTI

 

Con la nascita del nuovo partito, la formazione teorico-politica dei militanti e dei quadri assume un ruolo centrale per il suo sviluppo. Tanto più oggi, è necessario accrescere e potenziare una scuola d'educazione politica il cui portato essenziale non può essere il riflesso di un esercizio di acculturazione libresca sui temi del marxismo rivoluzionario, ma la formazione di quadri e di militanti che fin da oggi si pongono sul terreno della costruzione del partito rivoluzionario.

 

"Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario": così scriveva Lenin nel Che fare?, riferendosi non solo alla necessità della lotta di frazione contro il riformismo, ma anzitutto alla necessità della formazione teorica e politica dei militanti impegnati sul terreno della lotta di classe. La centralità della formazione politica per un partito d'avanguardia non è, dunque, un riflesso ideologico e scolastico, la ricerca chimica di codici teorici, ma essa si misura anzitutto nella necessità di costruire e sviluppare quel patrimonio politico che nell'esperienza pratica diviene un'imprescindibile "cassetta degli attrezzi". 
Un partito d'avanguardia, per dirla con Gramsci, lungi dall'essere un'ideologia politica è, viceversa, un organismo di volontà collettiva che si afferma nella prassi e si pone l'obiettivo di sconvolgere i rapporti intellettuali e morali: la sua funzione in questo senso è "educativa ed intellettuale". Una funzione intellettuale, ma al contempo organica e collettiva, costruita nel vivo della lotta di classe e nella formazione teorica, che fa divenire la funzione di ogni militante "direttiva e organizzativa". 
Senza la formazione teorica e politica non è possibile la costruzione di un partito rivoluzionario: un partito che sappia sviluppare un'analisi marxista dei rapporti di classe; portare un progetto complessivo di trasformazione sociale; avere un rapporto con l'esperienza storica. Un partito, così come è stato quello bolscevico, che dalla formazione teorica e politica dei propri militanti diviene un'avanguardia selezionata e cosciente del movimento operaio che assume la prospettiva di guadagnare alla rivoluzione socialista la maggioranza dei lavoratori. 
Un progetto ambizioso, difficile, ma assolutamente irrinunciabile. 
Questa condizione non può rappresentare un ostacolo, ma viceversa, costituisce il motivo essenziale per rimuovere gli impedimenti e le difficoltà che emergeranno. In questa direzione, da subito, abbiamo dato prova della nostra volontà: nonostante una doppia scissione dalla corrente Ferrando e successivamente dal Prc, abbiamo creato un nuovo sito e una pagina web che in questi mesi hanno registrato migliaia di contatti; al contempo abbiamo realizzato il nostro organo di stampa, Progetto Comunista, che a breve avrà una cadenza stabilmente mensile, in cui è stata inserita una sezione specifica sulla teoria marxista. 
E' bene ricordare che il nostro lavoro di formazione è stato ben sperimentato in passato da una serie di compagni, che oggi danno vita al nuovo partito, sia nell'associazione Proposta, sia nella Amr Progetto Comunista, realizzando quaderni e opuscoli finalizzati alla divulgazione dei principali temi del marxismo rivoluzionario; sia realizzando seminari nazionali e locali che hanno rappresentato un'esperienza di elevato approfondimento teorico, ma al contempo hanno segnato un metodo essenziale per l'organizzazione della formazione. Questi presupposti devono essere generalizzati, poiché costituiscono il terreno di preziose esperienze pratiche già verificate. 
Un'eredità storica che costituisce un tassello centrale del nostro progetto, tanto più oggi che siamo impegnati alla costruzione di un vero partito comunista in Italia. Un primo momento significativo in questa direzione è stato caratterizzato dal Seminario nazionale che si è tenuto a Bellaria dal 21 al 23 luglio del 2006. Un'esperienza preziosa e ben riuscita, sia per i temi trattati ma soprattutto per il dibattito che si è animato tra i partecipanti, espresso con domande specifiche ai relatori e con approfondimenti sui temi affrontati. 
Un'esperienza, che, tanto più, dopo la scissione dal Prc ha assunto un significato politico importante; ma al contempo ha evidenziato la necessità di un ulteriore sviluppo in avanti dell'organizzazione seminariale: accostare alle lezioni dei relatori gruppi di studio quali strumento di approfondimento e verifica collettiva dell'assimilazione dei temi trattati. Una metodica, quest'ultima, da generalizzare nella attività di formazione a livello locale e che costituisce un prezioso strumento per la costituzione di un organismo collettivo su scala nazionale che si occupi stabilmente dell'organizzazione della formazione, che, fin d'ora, stiamo parzialmente sperimentando, coinvolgendo compagni del Cn della nostra organizzazione, nella formulazione degli articoli teorici sul giornale. 
In questa direzione nei prossimi mesi sarà essenziale un lavoro ricognitivo di tutte le esperienze seminariali svolte a livello locale al fine di costruire una mappatura delle iniziative già collaudate. E' fondamentale costruire la memoria dell'attività realizzate per impedire che le stesse rimangono fatti episodici; ma al contempo è necessario un coordinamento e una selezione di queste esperienze per socializzarle su scala nazionale con l'obiettivo di costruire una vera scuola quadri, quale sede permanente della formazione. 
In questo senso, la presentazione dei quaderni Il marxismo rivoluzionario e la questione sindacale e Antonio Gramsci, i comunisti e la rivoluzione rappresenta indubbiamente un importante risultato. In questa direzione abbiamo intenzione di intensificare la nostra attività, realizzando altri quaderni su precedenti seminari nazionali, riproducendo alcuni classici del marxismo con nostre introduzioni e approfondimenti, selezionando testi dei fondamenti teorici da pubblicare sul sito web. Un'attività in itinere che in questi mesi è riuscita a realizzare una piccola dotazione di libri (custodita nella sede nazionale che abbiamo aperto a Roma), che costituisce un'attività di finanziamento e al contempo un importante strumento di divulgazione politica. Risultati ancora modesti rispetto alla prospettiva che ci siamo dati, ma che indicano la rotta per la costruzione del partito rivoluzionario.


 

 

 

 

 

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