Partito di Alternativa Comunista

 

Dopo un anno di governo Prodi...

Intervista a Claudio Lupo, volontario di Emergency e membro dei comitati contro la base Usa a Vicenza

 

a cura di Riccardo Bocchese

 

Intervistiamo Claudio Lupo, volontario di Emergency e promotore del comitato "No Dal Molin" della Valle Agno, uno dei numerosi comitati del movimento di Vicenza contro la nuova base Usa. Quali sono le tue valutazioni sull'operato del governo Prodi per quanto riguarda la vicenda del rapimento di Hanefi e dell'assenso alla nuova base a Vicenza?

Per quanto riguarda il caso Hanefi, Emergency chiede da oltre 70 giorni al governo italiano atti pubblici, ufficiali ed impegnativi, che riconoscano le responsabilità italiane: silenzio.
Si sostiene un sedicente "governo democratico dell'Afganistan" e, pur avendo collaborato e sostenuto finanziariamente con 50 milioni di dollari l'attuale sistema giuridico afgano, si tollera il rifiuto di elementari diritti umani. Se non fosse per il dramma, l'operato di questo governo diventa comico quando si compiace della presenza dell'alleato Karzai a Roma in luglio per inaugurare la conferenza sulla "giustizia".
Riguardo Vicenza, poi, l'assenso alla nuova base è perfettamente in linea con un governo che, dichiaratosi contro le guerre in campagna elettorale, ha rifinanziato missioni militari, aumentato le spese militari ed inviato in Afghanistan (sempre in missione di pace) carri armati Dardo, elicotteri da combattimento Mangusta ed altri soldati. Chiamarlo tradimento mi sembra corretto.

 

Nonostante la fiducia data a Prodi ed ai suoi dodici punti, e nonostante il voto alla finanziaria, ritieni che la componente governativa Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica possano ancora rappresentare una speranza per il movimento contro la guerra?

Non si è contro la guerra perché si appartiene ad un partito di sinistra. Nessuna dichiarazione di principio é all'altezza di quello che sta avvenendo; siamo in una guerra, ma si ostinano a chiamarla "missione di pace" e, mentre siamo preoccupati per i bombardamenti che colpiscono civili, i cacciabombardieri della Nato, della "nostra" Alleanza militare in Afghanistan, operano con 1200 azioni di bombardamento a settimana.
Queste evidenze non fanno nascere speranze per il movimento contro la guerra; semmai le speranze nascono dalla consapevolezza della necessità per l'umanità di fermare le guerre.

 

Le ultime dichiarazioni di Gino Strada e la decisione di ritirare i medici dall'Afghanistan hanno esposto Emergency a numerose e spesso pesanti critiche. La "base" di Emergency ha condiviso questa decisione? L'associazione sta resistendo compatta a quest'esposizione mediatica?

Il capo dei servizi di sicurezza afgani Saleh ha definito Emergency un'organizzazione "che sostiene i terroristi ed i membri di Al Qaeda in Afganistan"; il governo Karzai ha fatto di tutto per espellere Emergency dall'Afganistan, sino a mandare la polizia nei nostri ospedali e minacciando (e dando seguito alle minacce): siamo stati costretti ad andarcene. Questa decisione non è stata solo condivisa, ma anche sofferta da tutti i volontari sparsi sul territorio nazionale, che hanno seguito i progetti e le storie umane, che conoscono i nomi delle vittime curate da Emergency.
In queste settimane ho partecipato, anche fuori regione, ad alcuni incontri pubblici legati a movimenti di lotta di cui Emergency condivide i contenuti ed ho sempre ritrovato grande solidarietà, quando non vero calore umano, parlando con la gente. Questo, insieme con una profonda convinzione che un mondo senza guerre è necessario, ci unisce e ci protegge dall'epidemia mediatica.

 

Pregi e limiti del movimento "No Dal Molin" di Vicenza...

Da 13 anni Emergency cura le vittime dei conflitti armati, tutte, mettendo vicini esseri umani che prima si facevano la guerra e che si ritrovano, dall'incontro diretto con la guerra e coi suoi disastri, ad avere un unico obiettivo: rifiutare la guerra e tutto ciò che ad essa è collegato. Questa situazione è percepibile all'interno del movimento: persone di diversa provenienza storica, culturale, politica e sociale si ritrovano unite nel rifiutare la logica di violenza che avvolge i rapporti fra gli esseri umani e che ha portato le guerre ad essere la sostanza dei rapporti internazionali.
Questo, che ritengo un pregio, è stato elevato ad un livello superiore mettendo in rete altri movimenti e realtà di lotta sia a livello locale sia nazionale; un valore aggiunto che potrà portare, se ulteriormente potenziato, ad una crescita di democrazia e ad un diverso significato della parola politica, non limitata alla sua rappresentanza.
Il movimento "No Dal Molin" può soffrire di tutti i limiti dei movimenti: credo stia ad ogni singola persona che si ritrova a farne parte prendere coscienza di questo e costruire un percorso che possa garantire non solo il risultato della lotta specifica, ma anche il radicamento nella società di principi di partecipazione che possano portare ad un diverso atteggiamento nei confronti dei beni comuni e dei diritti universali di ogni uomo.

Vicenza e No Dal Molin

Il No alla nuova base deve essere anche un No al governo di guerra Prodi

 

Patrizia Cammarata

 

Il 2 giugno 2007 è iniziata la settimana di mobilitazioni contro il vertice del G8 a Rostock, culminata in una manifestazione internazionale cui hanno partecipato decine di migliaia di persone.
In quegli stessi giorni, il 3 giugno, in Italia, il Presidente del Consiglio Romano Prodi, ospite della giornata conclusiva del Festival dell'Economia a Trento, è stato contestato da circa duecento manifestanti del movimento No Dal Molin contro la costruzione di una nuova base militare Usa a Vicenza.

La protesta segue il presidente del Consiglio

E' di certo una novità positiva e importante che il movimento No Dal Molin si sposti da Vicenza per dare seguito all'azione di contrasto nei confronti di Prodi, considerando che l'esecutivo di centrosinistra da lui capeggiato sostiene la necessità della costruzione della nuova base di guerra. La protesta, quindi, continua a mantenersi attiva e vivace, e il movimento si fa sentire e si esprime ogni giorno attraverso una miriade di iniziative, assemblee, banchetti informativi, comunicati stampa, ecc... In questo momento, mentre scriviamo, la stragrande maggioranza dei militanti, singolarmente o a gruppi, si sta organizzando per arrivare a Roma il 9 giugno e partecipare alla manifestazione contro Bush e le politiche guerrafondaie del governo Prodi, a favore del ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra (Afghanistan in primis), per la chiusura e la riconversione ad uso civile delle basi militari Usa e Nato. Il movimento ha compiuto grandi passi ed è cresciuto anche grazie alla nascita di numerosi comitati che operano nei vari territori militarizzati di Vicenza e provincia.

Ma quale controparte?

E' auspicabile, ora, che riesca a focalizzare con precisione la controparte di quest'importante battaglia. Controparte rappresentata da Bush e dalla sua politica di guerra, sostenuta in Italia non solo dall'amministrazione cittadina di destra, dal Presidente del consiglio Romano Prodi e dal ministro Parisi - che, ricordiamo, ha deluso le aspettative di alcuni portavoce del movimento che lo scorso anno avevano pubblicamente espresso fiducia in un suo intervento, dopo essere stati da lui ricevuti a colloquio in cambio dell'annullamento della già organizzata manifestazione a Roma - ma che è rappresentata anche dai partiti ed esponenti politici locali e nazionali della cosiddetta Sinistra Critica di Rifondazione, da Verdi, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica di Mussi. Tutti quei politici che, mentre a Roma votano le missioni di guerra o la fiducia a Prodi e ai suoi 12 punti programmatici, a Vicenza lanciano appelli contro la costruzione della nuova base militare. La vincente Val di Susa non permette a Fassino, nativo del posto, di presenziare in quei luoghi, mentre a Vicenza, fino a questo momento, sono arrivati indisturbati politici di centrodestra e centrosinistra, ministri (ad es. il verde Pecoraro Scanio), segretari di partiti di governo (ad es. Franco Giordano). Quando Prodi lo scorso gennaio si espresse a favore della costruzione della base, il movimento vicentino scese in piazza e occupò la stazione dei treni al grido di: "Governo Prodi vergogna" e "Governo Prodi, governo di guerra". Lo stesso movimento, però, finora ha sempre permesso ai politici che sostengono questo governo di guerra di fare la passerella a Vicenza e di continuare, indisturbati, a "fare il gioco sui due tavoli".

Vicenza, 4 giugno 2007

 

 

 

Fuori i fascisti dalla scuole romane!

Contrastiamo l'escalation di Blocco Studentesco

 

Adriano De Nardo

 

Nei primi mesi di questo anno scolastico, abbiamo assistito ad una crescita rapida, e purtroppo non contrastata, di Blocco Studentesco, l'organismo collettivo degli studenti di estrema destra che fa capo alla Fiamma Tricolore. E' un fenomeno di cui è utile parlare, perché riguarda direttamente l'attività quotidiana di tanti giovani militanti di sinistra che spesso, in situazioni già difficili e periferiche, si trovano a scontrarsi nel senso fisico del termine con questo tipo di realtà.

 

Perché ancora fascisti?

 

La Fiamma è un partito xenofobo e apertamente neofascista che sta raccogliendo un buon numero di consensi tra i ragazzi che simpatizzano per l'estrema destra, maggiormente fra quelli più influenzabili e che vivono in realtà disagiate: ragazzi che spesso si avvicinano senza sapere nemmeno chi sono e cosa fanno questi personaggi, soprattutto al di fuori della scuola.
Purtroppo, la politica di tradimento dei partiti della "sinistra di governo" lascia ampio spazio alla propaganda populista dell'estrema destra, specie nelle borgate e nei quartieri proletari e sottoproletari, in cui tanti giovani disagiati trovano come unico punto di riferimento, di aggregazione e di sfogo della propria "rabbia sociale" queste organizzazioni di delinquenti.

 

A chi fanno comodo?

 

Gli esponenti di Blocco Studentesco nei loro discorsi non dicono mai cosa fa la loro organizzazione fuori dalla scuola: appoggiati dal loro partito questi ragazzi si sono resi protagonisti di aggressioni ai danni di studenti di sinistra che avevano occupato i loro licei per motivi giusti e legittimi: combattere il disagio nelle scuole, contrastare la riforma del ministro Fioroni (che non ha voluto nemmeno ritoccare lo schifo della riforma Moratti).
Nel periodo precedente alle occupazioni di sinistra, Blocco Studentesco ha organizzato l'occupazione di altri licei, tra cui una scuola di Ponte Milvio. Inizialmente era stato dichiarato che l'occupazione non aveva fini politici, ma era solamente al servizio della lotta degli studenti per migliorare le realtà in cui essi studiano. Difficile credervi quando sui loro "bomberini" comparivano croci celtiche e spillette della Fiamma Tricolore o quando si organizzavano proiezioni di film come "Diario di una squadrista toscana".
E', fatte le dovute proporzioni, la stessa storia di sempre: i fascisti sono sempre stati uno strumento utilizzato dai padroni contro i lavoratori, i giovani in lotta e le loro organizzazioni (si pensi, ad esempio, al caso emblematico dello studente romano di sinistra Valerio Verbano, ammazzato come un cane per aver compiuto un'inchiesta sul legame tra destra "eversiva" ed apparati dello stato).

 

Organizziamoci!

 

La situazione purtroppo non sembra migliorare, anzi, in questi ultimi mesi abbiamo dovuto assistere ad altre aggressioni a danno di liceali di sinistra, a "spedizioni punitive" cui hanno partecipato anche gli amici in camicia nera di Blocco Studentesco, vale a dire i giovani di An organizzati in Azione Giovani, a nuovi attacchi ai centri sociali romani. Aggressioni effettuate con coltelli e manganelli, nella migliore tradizione di questi idioti nostalgici del ventennio utilizzati come burattini dal sistema capitalistico.
L'appello ai ragazzi più giovani è quello di organizzarsi a sinistra per contrastare il dilagare dei fascisti nelle scuole romane; non possiamo lasciare spazio alle idee (e alle botte) di questi vigliacchi che sono interessati solo alla violenza e alla contemplazione della loro stupidità; non possiamo più permettere che le nostre lotte vengano intimidite da queste squadracce al servizio del sistema!

Fioroni e l'istruzione: un ossimoro inaccettabile

Amaro resoconto dopo un anno di politiche classiste

 

Claudio Mastrogiulio

 

Considerazioni generali sulla scuola

 

Una delle eredità maggiormente utopistiche che qualche sessantottino ci ha lasciato in dote era quella secondo cui la scuola potesse in qualche modo configurarsi come una sorta di oasi in mezzo al deserto. Dopo cinquant'anni di regime democristiano ed una quindicina di quello che i politologi borghesi chiamano seconda repubblica, si è potuto osservare che questo tipo di considerazioni avessero la pregnanza paragonabile al solo pensiero della riformabilità del sistema nel suo insieme; vale a dire vicina allo zero. Questo abbozzo di analisi è frutto della lineare consequenzialità che va a delineare un determinato sistema economico-sociale in tutte le sue sfaccettature; e la scuola è una di queste. Merita infatti di essere inserito nel novero delle utopie irrealizzabili il progetto di poter avere sotto i nostri occhi, in una società strutturata secondo la cinica e squallida suddivisione in classi: una scuola in cui si possa usufruire di una reale ed equa possibilità di apprendere ed insegnare senza inutili ed abbondanti affanni; una scuola in cui non si tagli ad ogni rintocco di finanziaria il numero del personale non docente; una scuola in cui non ci sia una precarizzazione selvaggia nei confronti degli insegnanti, vale a dire di coloro i quali rappresentano il fulcro dell'istruzione; una scuola in cui gli stanziamenti per il miglioramento dell'edilizia vengano aumentati anziché essere puntualmente diminuiti. In poche parole risulta impossibile pensare che possa esistere una scuola pubblica propriamente detta se lo Stato non risponde alle necessità del pubblico e delle classi sociali meno abbienti.
Al contrario, impernia le sue controriforme sul progressivo ingresso del privato nelle scuole e, da ciò, sulla conseguente trasformazione delle stesse in aziende private modellate secondo i diktat del padronato locale. Sembrerebbe questo, agli occhi di chi si affaccia per la prima volta nel panorama politico italiano, un quadro apocalittico e probabilmente acuito nelle sue vicissitudini dal solito comunista disfattista, sospettoso ed ipercritico. Purtroppo, per gli studenti figli di salariati e per i lavoratori del mondo scolastico, questo tipo di resoconto è una lucida presa di coscienza per quel che riguarda l'attualità.

 

Qualche nota sulla controriforma appoggiata dalla "sinistra radicale"

 

Quanto detto sopra è stata soltanto una breve introduzione oltre che sull'approccio che è necessario far proprio nei confronti di una delle tante sovrastrutture del capitalismo durante il suo dominio, anche su quello che è il portato eccezionale per quel che concerne i connotati di classe della riforma Fioroni. Nell'ultima Finanziaria "lacrime e sangue" del governo Prodi faceva un irritante capolino, con tutta l'aggressività che ben si confà ad un governo di fronte popolare innestato da solchi di ideologia reazionaria, il capitolo scuola. Si è delineato quindi un periodo di sostanziale continuità rispetto al precedente ministro espressione del governo berlusconiano, con una pletora di leggi che ha costituito e tuttora costituisce uno dei più importanti attacchi alla scuola pubblica della storia dell'Italia a regime liberal-borghese. Si pensi ad esempio alla progressiva riduzione del personale non docente che si va a configurare nel più globale e complesso attacco del governo Prodi al lavoro salariato in tutte le sue diverse peculiarità. Un ulteriore punto su cui è fondamentale porre l'accento e l'attenzione è l'aumento degli alunni per ogni classe, situazione che è inequivocabilmente collegata alla diminuzione delle cattedre e, di conseguenza, al processo di precarizzazione selvaggia che si sta osservando nel mondo della scuola. Una considerazione ancor più attenta meritano le condizioni in cui versano gran parte degli edifici scolastici pubblici italiani; una situazione fortemente e dolosamente aggravata anche da parte di quest'ultima espressione ministeriale del potere borghese con la totale insufficienza per quel che riguarda gli stanziamenti all'edilizia scolastica. Indubbiamente legato a quest'aspetto è la totale immoralità dei finanziamenti alle scuole che chiamano "parificate", vale a dire alle scuole private vicine al clero o a qualsivoglia gruppo di potere più o meno riconosciuto. Basti pensare soltanto all'ultimo finanziamento di 150 mln di euro alle scuole private che, secondo il ministro a cui stanno a cuore le sorti della "famiglia", sono stati necessari per andare incontro "alla gravità della situazione in cui esse versavano".
Ma il clou della riforma della scuola voluta da Fioroni è la trasformazione della scuola pubblica in una fondazione. Questa mutazione comporta numerose conseguenze tra cui è necessario ricordare l'ingresso inesorabile nei consigli dei vari istituti scolastici delle imprese private, le quali, faranno ovviamente quanto in loro potere per accrescere i propri profitti a discapito del livello occupazionale e soprattutto del livello culturale della scuola stessa. Altre importanti conseguenze sono: la polarizzazione incentrata sul ritorno alla scuola di classe per quel che riguarda il "doppio canale" di morattiana memoria, il quale viene assolutamente mantenuto così come era stato strutturato durante il governo precedente. E' inoltre possibile riscontrare la totale insufficienza di norme che regolino il rapporto di alternanza lavoro-scuola; questo accade nel più ampio ed a lungo termine progetto del potere di assicurarsi oltre ad una futura classe dirigente a sua immagine e somiglianza, anche una futura classe lavoratrice abituata sin dal momento della primissima formazione ad essere sfruttata ed a non vedere riconosciuti i propri diritti.
Risulta chiaro che un tale progetto di destrutturazione della scuola pubblica deve trovare un'opposizione caratterizzata da una radicalità netta. La quale può essere offerta solo da un partito, come il PdAC, le cui prospettive non si fermano alla contingenza di una mera conquista transitoria ma arrivano a prefigurare un'alternativa di società e di sistema.  

     

Continua la campagna europea per il ritiro delle truppe

Adesioni anche dai Modena City Ramblers

 

Ha già raccolto migliaia di adesioni la campagna europea per il ritiro delle truppe da Iraq, Afghanistan e Libano. Tra le prime adesioni ricevute, oltre a quelle di tante voci dell'arte, del giornalismo, della cultura di opposizione, anche molte sottoscrizioni operaie e di movimento.
Tra le tante migliaia di firme arrivate, ricordiamo quella di Luca "Gabi" Giacometti, Franco D'Aniello, Davide "Dudu" Morandi, Francesco Moneti, Massimo Ghiacci, Betty Vezzani e Roberto Zeno dei Modena City Ramblers.

Per leggere l'appello: www.partitodialternativacomunista.org.

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Francia: elezioni presidenziali 2007

L'appuntamento è al "terzo turno", quello delle mobilitazioni sociali

 

Alberto Madoglio

 

 

Le elezioni presidenziali che si sono svolte in Francia, non hanno smentito i pronostici. Sarkozy è stato eletto presidente al ballottaggio, battendo la candidata socialista Royal.

 

Sarkozy e Royal: due facce della stessa medaglia

 

I due canditati hanno presentato programmi sostanzialmente identici, rappresentando due versioni di un programma borghese, tanto che entrambi hanno ricevuto il plauso della Confindustria francese.
Ambedue hanno basato la loro campagna elettorale su parole d'ordine xenofobe, minacciando l'uso dell'esercito e della polizia per sedare eventuali sommosse nelle banlieue; entrambi hanno proposto una riforma privatistica del sistema scolastico, una riforma delle pensioni che prevede l'aumento degli anni di lavoro, una difesa dell'Europa di Maastricht e del ruolo imperialista della Francia.
Come spesso accade, gli elettori hanno preferito l'originale alla copia, e ciò spiega perché Sarkozy è risultato vincitore. Ma solo in parte.
Al di là delle dichiarazioni sulla sua "grandeur", la Francia è sì una potenza, ma con un ruolo minore rispetto ad altre (Usa, Giappone, Germania, Gran Bretagna). La sua economia in questi anni ha subito, come le altre, i colpi causati da una globalizzazione e da una concorrenza sempre più marcate.
Ciò ha avuto come conseguenza l'esplosione di crisi e di rivolte sociali che hanno avuto grande seguito tra le masse. La vittoria del No al referendum sulla Costituzione Europea, la rivolta delle banlieue, le imponenti manifestazioni contro il Cpe, fino ad arrivare agli scioperi all'Airbus e alla Citroen di Aulnay (durato 6 settimane) sono stati solo alcuni esempi del modo in cui, nel paese, la crisi si è manifestata.
La mancanza di una direzione cosciente di queste lotte, che indicasse con chiarezza quale dovesse essere l'obiettivo da raggiungere, l'assenza cioè di un partito rivoluzionario, ha fatto sì che all'inevitabile riflusso di quei settori di giovani e lavoratori che si erano spesi in prima persona in quelle lotte, si sia sommata la voglia di "ordine e sicurezza" di quella parte di società spaventata dai vari focolai di rivolta che si sono accesi nel paese.

In questo modo si spiega l'elezione di Sarkozy.

 

I partiti a sinistra del Partito socialista

 

I maggiori responsabili di questa situazione sono i partiti collocati alla sinistra del Partito socialista, che complessivamente hanno visto ridimensionato il loro peso elettorale. Vogliamo qui analizzare il risultato elettorale delle due maggiori organizzazioni dell'estrema sinistra transalpina Lutte ouvrière (Lo) e la Ligue communiste révolutionnaire (Lcr), poiché per ciò che riguarda Verdi e Partito comunista, la loro disfatta si spiega con l'avere, negli anni, indissolubilmente legato le loro sorti a quella del Ps.
La Lcr ha ottenuto sicuramente un buon consenso tra gli elettori. Ciò si spiega sostanzialmente col fatto che negli anni è stata presente in un modo più "dinamico" nelle mobilitazioni, e che il suo giovane candidato, Besancenot, ha impostato la campagna elettorale dando un taglio movimentista che nelle urne è stato premiato.
Tuttavia la Lcr non rappresenta una vera alternativa ai due poli borghesi. Da lungo tempo infatti si presenta come il portavoce più conseguente del popolo "altermondista". La sua critica al sistema capitalistico è rivolta più alle sue storture e aberrazioni che non alla sua natura intrinseca. Il programma del suo candidato alle presidenziali parlava genericamente di una società più giusta, in cui le risorse devono essere meglio distribuite e i prezzi delle merci e dei servizi scambiati sul mercato globale riequilibrati a favore dei paesi del terzo mondo. Nulla di diverso da quello che per anni Bertinotti e soci in Italia hanno propagandato, con quali risultati è sotto gli occhi di tutti.
Lutte ouvrière, al contrario, ha subito una sonora "batosta", perdendo molti dei consensi ottenuti da questo partito nel 2002. E' vero che quel voto era stato anche un referendum contro Jospin, allora primo ministro socialista, di cui Lo aveva tratto i maggiori benefici. Ma non si capisce come mai in cinque anni non sia stata capace di capitalizzare questo consenso, soprattutto in una fase non certo di riflusso delle lotte operaie e giovanili.
Ciò è dovuto al settarismo di questa organizzazione, che l'ha portata a condannare i giovani che hanno incendiato le periferie lo scorso anno, definendoli sbrigativamente "islamisti", e a denunciare il carattere piccolo borghese delle mobilitazioni studentesche contro il Cpe dell'aprile 2006. Invece di porsi alla testa di questi movimenti, cercando di dar loro una direzione politica in un ottica anticapitalista e socialista, ne è rimasta ai margini.
Se a questo aggiungiamo che il suo programma elettorale aveva un'impostazione di fondo riformista (come si può leggere nel suo sito web, in cui esplicitamente si afferma che le rivendicazioni avanzate non hanno nulla di rivoluzionario!) e che, come la Lcr, ha fin da subito fatto intendere che una vittoria della Royal sarebbe stato il male minore (per il secondo turno entrambe hanno reso esplicita questa impostazione, facendo appello a votare per la candidata del Ps), ecco che il magro bottino elettorale non deve stupirci più di tanto.
Dalle elezioni francesi risulta chiaro che la lotta per il partito rivoluzionario deve essere più che mai messa all'ordine del giorno, e che sarà nel "terzo turno", quello delle mobilitazioni sociali, che Sarkozy e le sue politiche potranno essere sconfitti.

Palestina e governo di unità nazionale

È necessaria l'indipendenza politica del proletariato palestinese

 

Antonino Marceca

 

Dopo anni di corruzione e subalternità all'imperialismo del governo diretto da Al Fatah, partito nazionalista borghese fondato da Yasser Arafat, le masse popolari palestinesi con le elezioni del gennaio 2006 affidarono il loro sostegno elettorale e il governo ad Hamas, partito borghese di orientamento islamista.
La sinistra palestinese, socialdemocratica e stalinista, non avendo costruito, nel corso della lunga resistenza del popolo palestinese al sionismo e all'imperialismo, una direzione politica indipendente ed alternativa alla borghesia nazionale, usciva dalle elezioni ridotta ai minimi termini.
Il governo di Hamas, guidato da Ismail Haniyeh, malgrado l'ampia disponibilità dimostrata nei confronti di Israele rispetto al riconoscimento dello Stato ebraico, nei confini del 1967, e al mantenimento della tregua, ha subito il boicottaggio delle maggiori potenze imperialiste e di Israele.
La Commissione dell'Unione Europea decideva di sospendere i finanziamenti (500 milioni di euro, metà direttamente da Bruxelles e il resto di contributi di Stati membri) e di imporre sanzioni economiche. Gli Usa, oltre alle sanzioni economiche, coprivano Israele nella sua azione di strangolamento economico, fisico e militare dei territori palestinesi. Il risultato, perseguito e raggiunto, era il collasso della fragile economia palestinese.
Nel contempo, Usa ed Israele sostenevano finanziariamente Al Fatah e la guardia presidenziale (86 milioni di dollari forniti dagli Usa), contro Hamas e il suo governo.
Su questo sfondo si spiegano i ricorrenti scontri armati tra i diversi gruppi militari che rispondono non solo a fazioni politiche ma anche a singoli esponenti (Dahlan a Gaza) e clan familiari.
L'accordo della Mecca, tra gli esponenti di Hamas e Al Fatah, raggiunto ai primi di febbraio del 2007 con la mediazione dell'Arabia Saudita aveva lo scopo di ricomporre i diversificati interessi in campo. L'accordo faceva riferimento al documento di riconciliazione nazionale firmato nel maggio 2006 dai dirigenti delle fazioni palestinesi rinchiusi nelle prigioni israeliane e prevedeva il rispetto delle risoluzioni internazionali e degli accordi firmati dall'Olp con Israele. Dopo l'accordo, il 15 febbraio il primo ministro palestinese Ismail Haniyeh ha rassegnato le dimissioni e nel contempo ottenuto dal presidente, Mahmoud Abbas, l'incarico di formare un governo di unità nazionale.

 

Il governo di unità nazionale

 

Dopo aver risolto la spinosa questione del nuovo ministro dell'Interno (assegnato ad un indipendente), assicurato il controllo dei servizi di sicurezza ad Al Fatah e la "Forza esecutiva" ad Hamas, il 15 marzo si è costituito il governo di unità nazionale. Del governo fanno parte Hamas, Al Fatah, il Partito della terza via, il Partito del popolo, il Fronte democratico di liberazione della Palestina. Il nuovo governo si prefigge di convincere Ue e Usa a togliere il blocco economico e finanziario. Il quartetto (Onu, Usa, Ue, Russia), autore del piano di pace noto come "road map", ha chiesto al nuovo governo il rispetto di tre condizioni: riconoscimento di Israele, rinuncia alla lotta armata, accettazione degli accordi tra Olp e Israele. Una richiesta di capitolazione totale!Da parte sua il governo israeliano ha chiesto ad Usa e Ue di mantenere lo strangolamento economico dei territori palestinesi, mentre continua a costruire il muro dell'aparth In questo quadro, Mohammed Dahlan, su pressione di Washington, viene nominato vice presidente del Consiglio della sicurezza nazionale.
Nemmeno due mesi dopo la costituzione del governo di unità nazionale, nei quartieri di Gaza sono ripresi gli scontri militari tra le formazioni militari di Hamas e Al Fatah.
Il ministro dell'interno, Hani Qawasmeh, dopo aver constatato l'impossibilità di controllare le diverse milizie - i servizi di sicurezza, fedeli al presidente Abu Mazen e gestiti da M. Dahlan e A. Shbak, e di Forza esecutiva, controllata da Hamas - ha rassegnato le sue dimissioni. Mentre Al Fatah è attraversata da profonde fratture al suo interno, con gruppi militari che tendono ad autonomizzarsi, nello scontro tra le fazioni palestinesi si inserisce pesantemente Israele: dalla parte di Al Fatah e Dahlan. L'aviazione israeliana bombarda le sedi di Forza esecutiva, attua omicidi mirati di dirigenti di Hamas, i tank entrano nella striscia di Gaza, l'esercito sionista rastrella la Cisgiordania arrestando ministri, deputati e i sindaci di Hamas.
Le brigate di Salah Al-Din, dei Comitati per la resistenza popolare e la brigata Al-Qods della Jihad islamica, rispondono all'attacco israeliano con rudimentali razzi Qassan.
A dimostrazione del crescente interesse imperialista italiano nella regione, il ministro degli esteri D'Alema ha proposto all'Anp, il 16 maggio scorso, l'invio di una "forza multinazionale" che andrebbe ad aggiungersi a quella presente in Libano.

 

Un sintetico bilancio

 

Dopo quasi sessant'anni dalla Nakba, la catastrofe del 1948; dopo quarant'anni dalla guerra del 1967 e la conseguente occupazione di Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania, ancora 10 mila prigionieri palestinesi marciscono nelle carceri israeliane e a milioni di profughi palestinesi viene impedito il diritto al ritorno in Palestina.
Non meno drammatica è l'esistenza dei palestinesi nei campi profughi: lo scontro armato nel campo profughi di Nahel Al Bared in Libano tra l'esercito libanese e gli islamismi di Fatah al Islami sta provocando la fuga disperata dei palestinesi verso altri campi ed altre oppressioni. Nel contempo la popolazione araba d'Israele vive una condizione di oppressione sociale e nazionale, di discriminazione razziale.
Il governo di unità nazionale non ha risolto né poteva risolvere nessuno dei problemi vitali del popolo palestinese. La crisi palestinese si inserisce in un quadro mediorientale di crisi, guerra e resistenza per la cui soluzione è necessaria una risposta necessariamente regionale e internazionale.
Il proletariato e le masse povere palestinesi non hanno nulla da guadagnare nello schierarsi nello scontro in atto con questa o quella frazione borghese, questo o quel capo clan del governo di unità nazionale. Solo il mantenimento dell'indipendenza di classe, la costruzione della solidarietà tra le masse operaie e contadine povere della nazione araba e della stessa popolazione ebraica, nel quadro di una prospettiva internazionalista e socialista, può garantire la vittoria contro il sionismo e l'imperialismo.

Dichiarazione della Ust

Siamo lavoratori e non entriamo nel Psuv

 

Riproduciamo la dichiarazione resa lo scorso 8 aprile dalla Unità Socialista dei Lavoratori (Ust) de Venezuela. La Ust è nata in un'assemblea plenaria svoltasi nel passato mese di agosto e sta preparando il suo congresso fondativo. Raggruppa militanti e quadri provenienti da diverse esperienze trotskiste e di sinistra, fra cui i militanti della Lit-Ci nel paese.
Noi, che ci siamo costituiti come Unità Socialista dei Lavoratori, siamo tutti rivoluzionari, lavoratori ed abbiamo deciso di non aderire al Psuv ... Per quale ragione?

 

Dobbiamo analizzare il Mvr e altri partiti devoti al governo ...

 

Il Psuv formalmente ancora non è stato creato ed esistono molti dubbi a cui è possibile rispondere solo analizzando le caratteristiche del Mvr, di Podemos, del Ppt, del Pcv ... Sono partiti che appoggiano ed applicano una politica economica che favorisce i ricchi ... a beneficio della borghesia ed in danno dei lavoratori e del popolo .
Le multinazionali dell'auto ... grazie al Programma Venezuela Móvil sono state esentate dall'Iva in tutta la catena di produzione ...
I padroni delle banche, nazionali o straniere, non hanno nulla di cui lamentarsi: il negoziato con i Buoni Argentini, i Buoni del Sud ed i Buoni della Pdvsa ha loro permesso ed ancora consentirà favolosi profitti ...
I banchieri internazionali ... sono molto soddisfatti, dal momento che il Venezuela ha anticipatamente pagato il proprio debito estero ...
Il settore agricolo e zootecnico ha ottenuto l'esonero dall'Iva nella produzione, nel trasporto, nella distribuzione e commercializzazione, al pari dei produttori di carne ed altri prodotti alimentari ... Un gran regalo a questo settore della borghesia ... più del doppio di ciò che viene destinato al bilancio per progetti di case e sviluppo urbano.
Ora analizziamo le nazionalizzazioni: consideriamo molto importante che il settore della telefonia, dell'elettricità e del petrolio tornino sotto il controllo nazionale, ma purtroppo sono stati "un grande affare" per le imprese imperialiste. Perché nessuno ha sentito gli imprenditori stranieri ... parlar male delle nazionalizzazioni ...?  In realtà, ... li abbiamo visti uscire felici dal Paese, come ha dichiarato il consiglio d'amministrazione dell'impresa elettrica di Caracas: "Questo è stato uno dei migliori affari degli ultimi anni".

 

Il Mvr & Cia ... fanno piccole concessioni ai lavoratori

 

Dopo otto anni al governo ... dobbiamo fare un bilancio di come ... ciò ha portato un avanzamento nelle conquiste ottenute dai lavoratori.  Molti compagni onesti ci dicono: "Guardate le ‘Misiones', le borse di studio ...". Spieghiamo ciò che diciamo.
La disoccupazione è stazionaria. Abbassano le statistiche ed aumentano i venditori ambulanti ...
Le baracche proliferano nelle grandi città e la politica abitativa è un disastro ... Nel 2006 ..., il Ministero dell'Abitazione non è riuscito a costruire neanche 34.000 case ...
La politica salariale favorisce solo i profitti degli imprenditori ... il paniere degli alimenti essenziali ora è superiore al salario minimo ...
Il salario minimo al giorno d'oggi non garantisce il paniere degli alimenti, vale a dire il paniere essenziale di 1.400.000 bolivares (700 dollari) ...
Un'inflazione del 18 % annua corrode i salari ...
I Contratti Collettivi ... Il Mvr è il peggior padrone del paese: i lavoratori del Mercal sono ormai da quasi 2 anni senza contratto; gli impiegati pubblici da 4; quelli dell'Ince da  9, ed i lavoratori dello stesso Ministero del Lavoro da 16 ani! ... Molti pensano che i lavoratori del petrolio guadagnino alti salari, ma un lavoratore stabile della Pdvsa percepisce meno di 150.000 bolivares settimanali (meno di 70 dollari) ...
D'altra parte si osserva un'offensiva contro il movimento operaio ... Sabato 24 marzo, nel Teatro Teresa Carreño ... si è svolta un'importante manifestazione per la costruzione del Psuv. Il discorso di Hugo Chavez è stato chiaro, limpido e diretto: "i sindacati non debbono essere autonomi, bisogna farla finita con questo".
A Chavez non è tremata la voce nel momento di rimproverare i dirigenti sindacali: "Ho molti amici dirigenti sindacali, ma marciano disuniti, uno di qua ed un altro di là. Io non li ricevo finché non si uniscono" ...
... L'autonomia sindacale significa avere il coraggio di denunciare che lo stato venezuelano è un padrone molto cattivo, poiché assume lavoratori senza garanzia sindacali, come un qualsiasi cinese proprietario di un magazzino. ... Se non c'è autonomia sindacale, lotterà allora per il salario e gli abusi commessi contro i pubblici impiegati?

 

Il Psuv nasce sotto il segno del lobbismo

 

Nella manifestazione del Teatro Teresa Carreño, si è potuto vedere come funzionerà il futuro Psuv. Sono stati ammessi solo gli amici degli amici. Gli stessi politici che le masse incominciano a ripudiare ..., per il loro rapido ed inesplicabile arricchimento, erano presenti senza essere stati eletti da nessuno ...
Settori della Unt critici rispetto alla politica economica e salariale del governo non sono potuti entrare ... I compagni di Forza Socialista dei Professionisti, Tecnici ed Intellettuali ... neppure. (...) Se in una festa non sono stati ammessi, figurarsi se potranno partecipare al dibattito sul programma, alla composizione della direzione o alle deliberazioni importanti. Sarà questo un partito più per quelli che parteciperanno con il nostro voto ma non certo con le nostre idee ...

 

La maggioranza della sinistra cammina allegramente ed irresponsabilmente verso il Psuv

 

... Alcuni camminano a testa bassa e rassegnati. Altri ... allegramente ... Perché la sinistra venezuelana si comporta in questo modo? ... Forse è la prima volta che si presenta questo problema per la nostra classe? ... I maestri della classe lavoratrice, Marx, Lenin e Trotsky, fra gli altri, già hanno studiato a fondo questi processi e raccomandarono alla classe lavoratrice di mantenere la sua "indipendenza politica" ...
Il problema più grave è che la sinistra venezuelana è divenuta a tal punto opportunista che ormai non esprime giudizi sui regali fatti alle multinazionali, ai banchieri, agli industriali ed alla borghesia agraria ... Marcia allegramente ... verso il partito che continuerà ad applicare queste politiche.

 

Non vogliamo più di questo

 

... I lavoratori dovranno avere ben chiaro che dopo 8 anni di governo non è stato risolto il problema della disoccupazione e della povertà. Al tempo stesso, che c'è un sperpero della rendita del petrolio per la borghesia.

... Alcuni ci diranno che agire e pensare così significa essere settari. Che è necessario accompagnare l'esperienza e la coscienza delle masse. Rispondiamo che chi fa politica a partire dalla coscienza delle masse sempre, ed inevitabilmente, finisce per capitolare alla loro arretratezza .... Prima l'indipendenza di classe, dopo la coscienza.

In questo senso, consideriamo un errore la lettera inviata da un gruppo di compagni dirigenti sindacali della Ccura (www.aporrea.org, 27/3/2007) al Presidente Chavez circa la "non autonomia dei sindacati". Questa lettera non dice nulla sulla politica economica del chavismo ... Come le masse possono giungere a trarre le loro conclusioni politiche, ed avanzare nella propria coscienza, se i loro dirigenti non dicono tutta la verità? Altro grave problema è che la lettera parte dal presupposto che governo e lavoratori stanno nello stesso campo. Come se questa società non fosse divisa in classi ...
La lettera dice pure: "difendiamo il diritto dei lavoratori a fare politica e ad aggregarsi al Psuv" e che "non vediamo contraddizioni fra costruire il Psuv ed appoggiare la rivoluzione". Quando migliaia di lavoratori pubblici, del petrolio o pensionati di Cantv iniziano a fare la loro esperienza con questo governo e vedono i loro dirigenti chiedere di entrare nel Psuv, possono pensare, in maniera equivoca, "ora le cose cambieranno, perché non è il vecchio Mvr, è il nuovo Psuv". Questo aiuta lo sviluppo della loro coscienza?

... Per questo, il primo provvedimento che debbono prendere è essere conseguenti col congresso fondativo della Ccura che approvò la risoluzione "La Unt di cui hanno bisogno i lavoratori e le lavoratrici", che recita: "Le organizzazioni sindacali debbono essere indipendenti ed autonome dall'imperialismo, dallo Stato, dal governo, dai padroni e dai partiti politici".

 

È necessario un fronte di sinistra

 

La Ust, un raggruppamento di rivoluzionari e difensori senza condizioni dell'indipendenza politica della classe lavoratrice, dell'unità sindacale indipendente ed autonoma, considera che esistono diversi gruppi con orientamenti simili nel paese. Non crediamo che questi gruppi individualmente abbiano la forza per imporre un piano economico dei lavoratori. Tuttavia, se uniamo le nostre forze, possiamo giungere a costruire un grande fronte di sinistra ed avanzare nell'organizzazione indipendente dei lavoratori. ...
L'altra alternativa è entrare nel Psuv e sottomettersi alla sua politica economica di favore per i capitalisti o al silenzio complice rispetto all'occupazione di Haití ... Sottomettersi alla volontà dei soliti governanti, sindaci e deputati ... Sottomettersi a un partito senza democrazia interna a partire dai suoi atti fondativi.
Consideriamo che questo non è il percorso e chiamiamo i compagni della Ccura che hanno firmato la citata lettera affinché rompano con il Psuv ed affinché, uniti, costruiamo lo strumento politico indipendente di cui la classe lavoratrice venezuelana ha bisogno ...

 

(traduzione di Valerio Torre)

 

 

Un esempio storico

Il peronismo negli anni Quaranta

 

Nell'articolo principale di questa edizione affermiamo che la politica del governo Chavez non rappresenta nessuna novità storica e che somiglia a ciò che fecero il peronismo argentino, il Pri messicano o i partiti del nazionalismo arabo, seppure in questo caso con maggiori limitazioni. Abbiamo detto anche che una parte importante della politica chavista è originata dalla necessità di controllare in modo ferreo le mobilitazioni del movimento di massa, per evitare che trabocchi oltre gli argini dello Stato borghese, e che ciò avviene attraverso l'assoggettamento dei sindacati allo Stato e costruendo un partito burocraticamente centralizzato attorno a un leader.
Un periodo della storia argentina illustra chiaramente come viene perseguito questo obiettivo di controllare e disciplinare le masse da parte di una direzione borghese. Il peronismo considera come sua "data di nascita" il 17 ottobre del 1945, quando una mobilitazione di massa liberò il colonnello Peron, già ministro del lavoro in un governo militare imprigionato da altri settori di quel governo. La mobilitazione fu convocata da vari dirigenti sindacali, tra questi Cipriano Reyes, degli alimentaristi.

Successivamente, questi dirigenti sindacali formarono il Partito Laburista che fu la base della prima vittoria elettorale peronista, nel 1946. Ma, dopo il trionfo, Peron, benché fosse stato il primo iscritto del laburismo, dissolse quel partito e creò il Partito Giustizialista, rigidamente disciplinato attorno alla sua direzione personale. Contemporaneamente, incarcerò e torturò diversi dei principali dirigenti laburisti che si opponevano a quello scioglimento, come lo stesso Cipriano Reyes, che rimase per sette anni in carcere. Il fatto è che, nonostante l'appoggio leale alla sua candidatura e al suo governo, il Partito Laburista rappresentava per Peron un pericoloso processo di organizzazione operaia indipendente.
Per parte sua, la Cgt (Confederazione Generale del Lavoro) fu incorporata come "ramo sindacale" del Partito Giustizialista, a fianco del "ramo politico" e del "ramo femminile". Tutti quei dirigenti sindacali che non poterono essere cooptati nel partito o nel governo, e per questo mantenevano qualche elemento di indipendenza (fossero di sinistra o burocrati), furono espulsi dalle categorie sindacali e dalla direzione generale del sindacato, e rimpiazzati da una corrotta sfilza di agenti fedeli al governo.
E' quanto successe, per esempio, con la direzione di sinistra della Fotia (operai dello zucchero di Tucuman), dopo uno sciopero. O con Luis Gay, dei telefonici, un altro dei fondatori del Partito Laburista, obbligato a rinunciare alla segreteria generale della Cgt, nel 1948, per difendere la "autonomia" del sindacato. Viceversa, l'esponente di spicco di questi agenti fedeli al governo divenne José Espejo, un dirigente quasi sconosciuto del sindacato degli alimentaristi, che assunse il ruolo di segretario generale, nel 1949, e mantenne questo incarico fino al rovesciamento del peronismo, nel 1955. Una battuta dell'epoca diceva che era stato scelto perché era "un buono specchio del governo."
Ci sembra che l'attuale situazione venezuelana abbia molti punti di somiglianza con quella dell'Argentina di quel periodo: rafforzato dalla sua recente vittoria elettorale, Chavez ha deciso di procedere verso un ferreo controllo dei sindacati. La definizione di "controrivoluzionari" che utilizza per chi si oppone all'ingresso nel Psuv o difende la "autonomia sindacale" della Unt prelude forse al trattamento che a essi riserverà, similmente a quanto fece Peron con Cipriano Reyes?

 

(traduzione di Francesco Ricci)

 

 

I compiti dei rivoluzionari in Venezuela

 

 

La formazione del Psuv (Partito Socialista Unico del Venezuela), promossa dal governo di Hugo Chavez, è uno dei temi centrali della realtà politica di quel Paese e più in generale del dibattito politico latinoamericano. Da una parte, con una campagna realizzata dall'apparato di governo, due milioni di venezuelani si sono già affiliati a quel partito (Chavez ha detto che il suo obiettivo è arrivare a quattro milioni di aderenti). Dall'altra, si è aperto un intenso dibattito all'interno delle forze che rivendicano il chavismo sull'entrare o meno nel Psuv.
In questo processo, si è diviso il Partito della Rivoluzione e del Socialismo (Prs), fondato alcuni anni fa da dirigenti sindacali di origine trotskista ma che si definisce chavista. Un settore, guidato da Stalin Pérez Borges, ha deciso di entrare nel Psuv, mentre un altro settore, guidato da Orlando Chirino, ha deciso di mantenere una organizzazione politica autonoma. Una divisione, sicuramente, si esprimerà anche nella Ccura (Corrente Classista Unitaria Rivoluzionaria Autonoma), organizzazione sindacale legata a questo partito, con un peso nella Unt (Unione Nazionale dei Lavoratori).
E' chiaro che la scelta se entrare o no nel Psuv coinvolge non solo questioni teoriche bensì, principalmente, questioni molto concrete: che caratterizzazione si fa di Chavez, quale è il bilancio dei suoi otto anni di governo.

 

Perché entrano nel Psuv?

 

Nella dichiarazione in cui annunciano la loro decisione di entrare nel Psuv, Stalin Perez Borges e una ventina di dirigenti del Prs, dopo aver espresso alcune critiche, affermano: "ci sono centinaia di migliaia che, pur vedendo questi problemi e lotte interne, vanno alle riunioni del fronte, alle sue iniziative, raccolgono le sue proposte. Vogliono in realtà costruire questo partito come strumento per accelerare la marcia verso il socialismo. E' la base popolare dei lavoratori e della gioventù, quella che chiede di veder nascere questo partito e non permette che nessuno la fermi... Vogliamo ora stare vicini a queste migliaia di migliaia di compatrioti nel Psuv, vogliamo lottare insieme per difendere un progetto di partito socialista, rivoluzionario e profondamente democratico, dove non abbiano spazio le oligarchie, i privilegi e i rappresentanti di una nuova borghesia, tutti grandi pericoli da cui è afflitta la nostra rivoluzione. Entriamo nel nuovo partito per essere parte dell'immensa forza antimperialista che genererà e per esserne l'avanguardia e far sì che tutti possiamo sviluppare una militanza anticapitalista... dove confluire con tutti coloro che vogliono questo partito per approfondire la rivoluzione fino al socialismo, senza burocrati, senza corrotti, senza latifondisti né padroni."
Secondo questi dirigenti si deve entrare nel Psuv per dare battaglia, insieme con le migliaia di militanti operai e del popolo che stanno entrando in quel partito perché esso sia uno "strumento per approfondire il cammino verso il socialismo" contro la "oligarchia, i privilegi e i rappresentanti di una nuova borghesia" che sono "i grandi pericoli da cui è afflitta la nostra rivoluzione". Il "processo rivoluzionario venezuelano" sarebbe secondo loro combattuto al suo interno tra due opzioni: un settore (Chavez, migliaia di attivisti, i firmatari di questa dichiarazione) vuole farlo avanzare; un altro settore (i privilegiati e una nuova borghesia) vuole frenarlo. Siccome il Psuv sarebbe lo scenario di questa battaglia, non entrarvi equivarrebbe a rinunciare a combatterla. E' importante segnalare che varie organizzazioni trotskiste convergono con questo ragionamento, comprese alcune di origine morenista, come il Mst argentino o il Mes brasiliano (corrente interna del Psol).

 

Un metodo che volta le spalle alla realtà

 

La posizione di questi dirigenti rappresenta una nuova esibizione della teoria del "governo combattuto al suo interno" tra due tendenze opposte creata da diverse organizzazioni di sinistra per giustificare il loro appoggio a Lula in Brasile o a Kirchner in Argentina: sarebbe necessario entrarvi per appoggiare i settori "progressivi" contro quelli "reazionari". Ora questa modalità viene estesa anche al partito di governo.
Per parte nostra, riteniamo che questa teoria sia completamente sbagliata perché muove da un errore essenziale: non definisce la natura di classe del governo che si suppone "combattuto al suo interno". Definirne la natura è molto semplice: quale classe sociale domina lo Stato venezuelano con Hugo Chavez? Perché dopo otto anni che è al potere non è avanzato in una lotta coerente contro il capitalismo e l'imperialismo, nonostante la sua retorica "socialista"? A nostro avviso, il governo Chavez ha una "tara genetica" che gli impedisce di farlo: è un governo borghese, che difende lo Stato capitalista e gli interessi della borghesia.
In un'edizione precedente del Correo Internacional (febbraio 2007) abbiamo sviluppato ampiamente questo aspetto, che viene analizzato anche nella dichiarazione dell'Ust. E' sufficiente esaminare la politica chavista su temi fondamentali come il pagamento puntuale del debito estero (6.000 milioni di dollari nel 2006); il controllo da parte delle grandi compagnie straniere del 40% della produzione petrolifera e il loro dominio incontrastato in aree chiave come l'industria automobilistica; la stagnazione dei salari e il misero livello di vita dei lavoratori; l'ingresso del Venezuela nel Mercosur, ecc. Altro tema centrale è il rafforzamento costante delle Forze Armate borghesi come base di appoggio principale del governo. Perfino le misure più progressive, come la nazionalizzazione di alcune imprese, utilizzata come scusa da molte correnti politiche per motivare il loro appoggio al governo di Chavez, sono misure isolate e molto limitate, fatte attraverso l'acquisto a buon prezzo dei pacchetti azionari (qualcosa di assolutamente normale nel sistema capitalista).
Comunque la si giri, non vediamo da nessuna parte quell'"avanzamento verso il socialismo" (o la possibilità di avanzare in tal senso) che sarebbe promosso dal governo. Siamo invece di fronte a un governo borghese che vuole gestire un Paese capitalista. Di più: che non ha modificato il fatto che il Venezuela è una semicolonia delle potenze imperialiste, specialmente degli Stati Uniti. Dunque, è in questo quadro che dobbiamo analizzare le vere ragioni della costruzione del Psuv.
In questo contesto gli imprenditori fanno molti buoni affari e, per questo, molti di essi aderiscono al chavismo. Come i miliardari Marcos Zarikian (proprietario degli Hotel Eurobulding e considerato come il principale magnate dell'industria tessile venezuelana), Alberto Vollmer (proprietario di Rum Santa Teresa, una delle principali catene di centri commerciali del Paese), Victor Vargas Irausquin e Victor Gil Ramirez (proprietari delle banche Occidental de Descuentos y Fondo Comun) che hanno appena inglobato l'organizzazione Impresari Socialisti del Venezuela, presieduta dall'ex dirigente di Accion Democratica, José Agustin Campos. Queste figure e i rappresentanti della "boliborghesia" (la "borghesia bolivariana"), come Diosdado Cabello (governatore di Miranda e capo del Comando Nazionale del Mvr, che in pochi anni si è trasformato in proprietario di varie imprese), saranno i veri padroni del Psuv.

 

Un tardivo bonapartismo sui generis

 

Secondo la nostra opinione, il governo di Chavez può essere paragonato a quello che Trotsky definì come "bonapartismo sui generis". Cioè governi che sono l'espressione della borghesia di Paesi arretrati che cerca di appoggiarsi sul movimento di massa nel tentativo di compensare la propria debolezza di fronte all'imperialismo e poter fare una pressione su di esso per guadagnare un margine maggiore di "indipendenza". Esempi di questo tipo furono il Pri messicano, il peronismo argentino, il Mnr boliviano o le correnti nazionaliste arabe, come il nasserismo.
Già Trotsky segnalava che, anche nel loro momento di apogeo, a causa del loro carattere borghese questi movimenti sono incapaci di portare a fondo una lotta antimperialista e prima o poi finiscono col capitolare. Un pronostico che la storia del XX secolo ha pienamente confermato.
Nel caso del chavismo, le condizioni economiche e politiche attuali del mondo fanno sì che queste limitazioni strutturali siano ancora maggiori e ancora minore sia lo spazio delle borghesie nazionali per "giochi nazionalisti indipendenti". Minori sono anche i margini per fare concessioni economiche alle masse. Ciò che spiega perché la lotta antimperialista del chavismo è molto più retorica che pratica e perché non abbia migliorato il livello di vita popolare.

 

Il Psuv: uno strumento borghese per controllare le masse

 

Sicuramente, c'è un aspetto di questo tipo di governi che si ripresenta costantemente: nel loro intento di appoggiarsi sulla mobilitazione delle masse "giocano col fuoco", difatti c'è il serio pericolo che questa mobilitazione trabocchi verso un processo rivoluzionario indipendente che rompa il quadro di compatibilità dello Stato borghese. Per questo hanno la necessità imperiosa di esercitare un controllo ferreo sulle mobilitazioni e di costruire "dighe di contenimento" per evitare che trabocchino.
Uno studio storico ci dimostra che questo tipo di governi usa due strumenti principali. Il primo è la costruzione di un partito totalmente disciplinato attorno a un leader con poteri discrezionali e con propri "delegati" da lui designati ai vari ruoli. Basta vedere ciò che furono il peronismo e il Pri messicano o il nasserismo per capire il criterio con cui si sta costruendo il Psuv (si veda l'articolo in queste stesse pagine).
Non esiste nessuna possibilità che questo partito divenga lo strumento in cui possano esprimersi in forma democratica e organizzata le aspirazioni di trasformazione sociale delle masse venezuelane, visto che esso viene costruito dallo Stato per ottenere esattamente l'opposto: controllare e incanalare le masse. Chiamare le masse a entrare nel Psuv, lungi dal favorire una mobilitazione autonoma, contribuisce soltanto a rinchiuderle nel "recinto bonapartista" che sta costruendo per loro la borghesia per evitare precisamente quella mobilitazione. A maggior ragione in quanto questo appello viene fatto in nome della "avanzata verso il socialismo".
Aggiungiamo, infine, che il carattere bonapartista di questi governi li vede impegnati a restringere gli spazi democratici in generale. Un esempio di ciò è stata la votazione parlamentare che ha concesso "pieni poteri" a Chavez per governare. Non c'era nessuna ragione che giustificasse questa misura visto che il governo ha una maggioranza assoluta in parlamento e può quindi approvare tutte le leggi che vuole. In realtà è stata una dimostrazione di sottomissione al leader.

 

Altro tema chiave: l'autonomia sindacale

 

L'altro strumento attraverso cui si vogliono controllare le masse è la trasformazione della struttura sindacale in un apparato completamente dominato dal governo, attraverso i suoi agenti, senza nessun margine (o con margini molto ristretti) di democrazia operaia. Ecco perché Chavez ha attaccato la "autonomia sindacale" nel suo discorso al Teatro Teresa Carreno: "i sindacati non devono essere autonomi, bisogna finirla con questa cosa."
Il progetto del chavismo è far sì che la Unt sia ridotta a essere solo il braccio sindacale del governo e del partito di governo, uno strumento di sostegno alla sua politica, liquidando ogni possibilità che divenga una vera organizzazione sindacale dei lavoratori. Fa parte di questo progetto il volere che al suo interno non esista nessuna corrente con una qualche autonomia e con carattere indipendente, come è ora la Ccura. Si vuole che ogni discussione venga risolta "disciplinatamente" dentro al Psuv.
Finora, viene invitato alle assemblee e alle riunioni del Psuv come "rappresentante" della Unt Rubén Linares, della Federazione dei Trasporti, tra i firmatari della dichiarazione a cui abbiamo fatto riferimento. Sebbene egli sia stato votato dalla base della sua categoria come uno dei "coordinatori" dell'Unt, nessun organismo del sindacato generale lo ha scelto per esercitare tale ruolo. Altri coordinatori con peso e prestigio come Orlando Chirino o anche Marcela Maspero, che finora è stata una disciplinata militante chavista ma che ha poi commesso l'"errore" di fare alcune critiche, non sono stati invitati. E' un primo segnale del fatto che il governo pretende di designare con il Psuv la futura direzione della Unt? E' questo il metodo che difendono Stalin Perez e lo stesso Rubén Linares?

 

Che fare ora?

 

Questa riflessione teorica e politica ha uno scopo molto concreto: definire quali obiettivi devono sostenere ora gli attivisti operai rivoluzionari in Venezuela. In questo senso, vogliamo riassumere brevemente le nostre proposte.

a) Difendiamo il diritto di tutte le organizzazioni operaie e popolari a rimanere fuori dal Psuv senza per questo essere "punite" dal governo o obbligate forzatamente a entrarvi.

b) E' soprattutto importante la difesa della "autonomia sindacale". I sindacati devono essere dei lavoratori e non del governo o del Psuv. Siamo per la creazione di una Unt autonoma che sia un vero strumento di lotta della classe operaia. In questo senso, crediamo necessario che si tenga una nuova assemblea plenaria della Ccura che respinga la risoluzione di gennaio di ingresso nel Psuv.

c) Il Psuv sarà il partito borghese di un governo borghese. Per questo, i lavoratori venezuelani devono costruire un proprio partito, una organizzazione che sia realmente lo strumento dell'indipendenza politica dalle organizzazioni della borghesia e, soprattutto, dal governo chavista e dal Psuv.

d) E' necessario elaborare un programma di obiettivi anticapitalisti e antimperialisti il cui perseguimento apra un reale percorso verso il socialismo. Visto il suo carattere borghese, è impossibile che questo programma e questi obiettivi possano essere applicati dal governo di Hugo Chavez. Solo un vero governo dei lavoratori e delle masse popolari venezuelane potrà realizzarlo.

e) Per sostenere fino in fondo questi obiettivi, è necessario costruire in Venezuela un partito socialista rivoluzionario che sia disposto a portare questa lotta fino alle estreme conseguenze. In questo senso, il primo passo è elaborare un programma di opposizione e di lotta contro il governo di Chavez che col suo falso socialismo favorisce l'imperialismo e la borghesia venezuelana e attacca la classe operaia.

Siamo sicuri che, in molti di questi compiti, lotteremo uniti con vari dirigenti che si sono rifiutati di entrare nel Psuv. Ma deve essere chiaro che saranno lotte contro il governo e la politica che applica in ognuno di questi ambiti.
Siamo consapevoli che Chavez è oggi appoggiato dalla maggioranza delle masse venezuelane che lo vedono come il "proprio governo". In questo senso, riteniamo che sia di piena attualità l'orientamento di Lenin, nell'aprile del 1917, di fronte a un governo borghese che contava su un vasto sostegno delle masse. Riprendendo le sue parole, possiamo dire che il compito principale, "finché siamo in minoranza" è "spiegare pazientemente alle masse la completa falsità di tutte le promesse" di Chavez (sulla marcia verso il socialismo) perché comprendano "la necessità che tutto il potere passi nelle mani" della classe operaia.

 

(traduzione di Francesco Ricci)

 

 

 

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Un esempio storico

Il peronismo negli anni Quaranta

 

Nell'articolo principale di questa edizione affermiamo che la politica del governo Chavez non rappresenta nessuna novità storica e che somiglia a ciò che fecero il peronismo argentino, il Pri messicano o i partiti del nazionalismo arabo, seppure in questo caso con maggiori limitazioni. Abbiamo detto anche che una parte importante della politica chavista è originata dalla necessità di controllare in modo ferreo le mobilitazioni del movimento di massa, per evitare che trabocchi oltre gli argini dello Stato borghese, e che ciò avviene attraverso l'assoggettamento dei sindacati allo Stato e costruendo un partito burocraticamente centralizzato attorno a un leader.

Un periodo della storia argentina illustra chiaramente come viene perseguito questo obiettivo di controllare e disciplinare le masse da parte di una direzione borghese. Il peronismo considera come sua "data di nascita" il 17 ottobre del 1945, quando una mobilitazione di massa liberò il colonnello Peron, già ministro del lavoro in un governo militare imprigionato da altri settori di quel governo. La mobilitazione fu convocata da vari dirigenti sindacali, tra questi Cipriano Reyes, degli alimentaristi.

Successivamente, questi dirigenti sindacali formarono il Partito Laburista che fu la base della prima vittoria elettorale peronista, nel 1946. Ma, dopo il trionfo, Peron, benché fosse stato il primo iscritto del laburismo, dissolse quel partito e creò il Partito Giustizialista, rigidamente disciplinato attorno alla sua direzione personale. Contemporaneamente, incarcerò e torturò diversi dei principali dirigenti laburisti che si opponevano a quello scioglimento, come lo stesso Cipriano Reyes, che rimase per sette anni in carcere. Il fatto è che, nonostante l'appoggio leale alla sua candidatura e al suo governo, il Partito Laburista rappresentava per Peron un pericoloso processo di organizzazione operaia indipendente.

Per parte sua, la Cgt (Confederazione Generale del Lavoro) fu incorporata come "ramo sindacale" del Partito Giustizialista, a fianco del "ramo politico" e del "ramo femminile". Tutti quei dirigenti sindacali che non poterono essere cooptati nel partito o nel governo, e per questo mantenevano qualche elemento di indipendenza (fossero di sinistra o burocrati), furono espulsi dalle categorie sindacali e dalla direzione generale del sindacato, e rimpiazzati da una corrotta sfilza di agenti fedeli al governo.

E' quanto successe, per esempio, con la direzione di sinistra della Fotia (operai dello zucchero di Tucuman), dopo uno sciopero. O con Luis Gay, dei telefonici, un altro dei fondatori del Partito Laburista, obbligato a rinunciare alla segreteria generale della Cgt, nel 1948, per difendere la "autonomia" del sindacato. Viceversa, l'esponente di spicco di questi agenti fedeli al governo divenne José Espejo, un dirigente quasi sconosciuto del sindacato degli alimentaristi, che assunse il ruolo di segretario generale, nel 1949, e mantenne questo incarico fino al rovesciamento del peronismo, nel 1955. Una battuta dell'epoca diceva che era stato scelto perché era "un buono specchio del governo."

Ci sembra che l'attuale situazione venezuelana abbia molti punti di somiglianza con quella dell'Argentina di quel periodo: rafforzato dalla sua recente vittoria elettorale, Chavez ha deciso di procedere verso un ferreo controllo dei sindacati. La definizione di "controrivoluzionari" che utilizza per chi si oppone all'ingresso nel Psuv o difende la "autonomia sindacale" della Unt prelude forse al trattamento che a essi riserverà, similmente a quanto fece Peron con Cipriano Reyes?

 

(traduzione di Francesco Ricci)

 

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