Partito di Alternativa Comunista

Lotte e mobilitazioni

 

rubrica a cura di Michele Rizzi

 

Napoli

Continua la vertenza degli operatori telefonici dell'Istituto Ipr Marketing di Pozzuoli, che sta assumendo un forte ed importante risvolto politico e sindacale nella lotta contro il lavoro precario e supersfruttato. Da qualche anno ormai, sono tanti i call-center sbucati dal nulla, grazie soprattutto ai finanziamenti statali, che utilizzano giovani e meno giovani, a cui vengono applicate forme contrattuali e retribuzioni molto precarie (i contratti a progetto la fanno da padroni).
L'Ipr Marketing, società che svolge ricerche soprattutto per gli Enti locali e giornali a tiratura nazionale, assume intervistatori con contratti a progetto anche della durata di pochi giorni, pagando la prestazione anche con notevole ritardo. Adesso, anche con la collaborazione del Nidil Cgil, i lavoratori si sono organizzati e stanno continuando una vertenza che punti alla loro completa stabilizzazione.

 

Forlì

Nasce a Forlì, il Comitato per la casa che vuole dare voce ad un gran numero di famiglie che sono sotto sfratto o che la casa l'hanno già persa. Anche a Forlì, città apparentemente molto ricca, sta rinascendo una forte emergenza abitativa che sta di fatto dando fiato a forme di conflitto sociale organizzato. Il comitato sta lavorando per costruire una forte ed ampia vertenza sul tema del diritto alla casa.

 

Vibo Valentia

Rivolta dei precari della Asl 8 di Vibo Valentia. 94 lavoratori, dopo aver lavorato come interinali alla Asl per diversi mesi, hanno occupato la sede del Comune di Vibo Valentia per chiedere la stabilizzazione del rapporto di lavoro. Tra l'altro, la stessa Regione Calabria, il cui assessore al lavoro è un esponente di Rifondazione comunista, non vuole neanche applicare il protocollo d'intesa che la impegna a prolungare i contratti scaduti per altri cinque mesi. Per il Prc calabrese è senza dubbio un bell'esempio di lotta (contro i lavoratori) e di governo (degli interessi del padronato).

 

Roma

Altro regalo del ministro Bersani alle lobby padronali. Infatti, con l'abolizione del Pra (pubblico registro automobilistico), le tasse per i passaggi di proprietà delle automobili dovranno essere pagate, ma non più all'Aci, bensì alle agenzie private di riscossione e con costi ancor più alti. Altra conseguenza di questa manovra di "liberalizzazione" è che sono a rischio buona parte dei 6000 dipendenti dell'Aci che per cinque giorni consecutivi hanno manifestato sotto Palazzo Chigi.

 

Torino

Continua la mobilitazione dei mille lavoratori della Michelin di Stura, vicino Torino. Una catena di scioperi proclamati dai sindacati vuole contrastare la decisione della multinazionale transalpina che punta a licenziare 20000 lavoratori in tutto il mondo, di cui 10000 in Europa. In Italia si annuncia la conseguente chiusura degli impianti italiani.

 

Trani

La bresciana Franzoni Filati, specializzata nella produzione del tessile e una delle aziende più grandi del settore Tac del nordbarese, annuncia la chiusura dello stabilimento per almeno sei mesi, mettendo in cassaintegrazione centinaia e centinaia di lavoratori. Questa azienda che, come tante altre di questa zona, ha usufruito di ricchissimi finanziamenti pubblici, dopo aver ottenuto i contratti di solidarietà grazie ad un accordo sindacale, adesso si predispone per un eventuale, ma sempre più sicuro, trasferimento della produzione nei Paesi dell'Est, dove certamente la manodopera costa meno e non ha alcuna garanzia sindacale e contrattuale; il tutto, in ossequio, al piano di delocalizzazione "concertata" della Giunta Vendola. I lavoratori hanno proclamato uno sciopero al quale ha già aderito la locale sezione del PdAC.

 

Milano

Continua lo scontro tra i sindacati extraconfederali e la triplice sul contratto degli assistenti di volo dell'Alitalia, in via di definitiva privatizzazione. I sindacati confederali hanno firmato un accordo al ribasso che prevede, nella parte salariale, più che il rinnovo del biennio economico, esclusivamente l'erogazione di una somma, che altro non è che il 70 % del recupero dell'inflazione. Così, dal 1° luglio hostess e steward avrebbero un centinaio di euro in busta paga, mentre una quarantina di euro di conguaglio dovrebbero averli entro dicembre. Adesso la parola andrà ai lavoratori, sperando che nelle assemblee venga respinto l'accordo e che si rimetta in discussione anche la stessa privatizzazione, ulteriore regalo al padronato ed ennesimo scippo ai danni di chi lavora.

Regione Campania ed emergenza rifiuti

A fianco delle popolazioni in lotta!

 

Giuseppe Guarnaccia

 

Sembra che in Campania la "munnezza", intesa nel senso di rifiuti solidi urbani ma soprattutto "politici", si arroghi il potere di decidere le sorti "terrene" dei cittadini del territorio regionale, invadendo le strade con tonnellate di rifiuti pericolosi e tossici per la salute pubblica e occupando i posti "dorati" nelle istituzioni locali, regionali e nazionali con l'arroganza e la presunzione di poter decidere sulla vita delle popolazioni locali come se si stesse decidendo di installare in un pubblico parco un "vespasiano" dove la cittadinanza può trovare sollievo dai bisogni fisiologici. I fatti però sono altri, riguardano la vita pubblica di intere comunità assediate dai rifiuti e minacciate dalla costruzione di discariche a cielo aperto a pochi metri da oasi del Wwf (Serre) oppure progettate nel Parco Nazionale del Vesuvio (Terzigno).

 

La salute pubblica asservita al profitto

 

La classe politica regionale è responsabile dell'emergenza rifiuti. Una situazione al collasso che parte dal 1994, anno in cui la Regione è stata commissariata proprio per fare fronte al difficile momento che viveva tutta la Campania rispetto ad una politica organica di smaltimento dei rifiuti.
I politicanti locali, colpevoli della sciatta-criminale gestione dei rifiuti, propongono come soluzione o le discariche o gli inceneritori: entrambe dannosissime per la popolazione e che producono affari miliardari per la camorra (non che questo dispiaccia a certi politici napoletani). La struttura commissariale e la Regione Campania sono i diretti responsabili dell'attuale emergenza; non solo le discariche non sono state chiuse, ma sono addirittura state moltiplicate, peraltro senza gravi danni al business delle ecomafie, che gettano rifiuti tossici e pericolosi in discariche abusive a cielo aperto. Le istituzioni intendono risolvere l'emergenza devastando ulteriormente il territorio con la costruzione di nuove discariche. La gente, esasperata, ha iniziato ad appiccare roghi per cercare in qualche maniera di liberarsi dei rifiuti che sono veramente tanti ed in ogni via delle città della provincia. L' acutizzazione dello scontro tra le popolazione e le Istituzioni regionali e nazionali vive oggi una fase drammatica.

 

Serre e Terzigno: da parchi naturali a discariche a cielo aperto

 

Le popolazioni di questi due centri della Campania, vivono da settimane in presidio permanente sui siti dove Bertolaso, Bassolino e Prodi hanno deciso d'imperio di installare le discariche.
A Serre, nel salernitano, è stato individuato il sito per la costruzione della discarica a poche centinaia di metri dall'oasi naturale del Wwf, non avendo riguardo di una pronuncia della magistratura salernitana che vietava l'apertura della discarica in quel luogo. La popolazione locale da giorni presidia il sito per evitare che le ruspe del Genio Militare, prontamente inviate dal governo Prodi, e supportate da cinquecento agenti in tenuta antisommossa, possano dare inizio ai lavori. La polizia però ha sfondato il blocco costituito dai manifestanti per impedire l'accesso nell'area dove dovrà essere realizzata una delle quattro discariche indicate nel decreto approvato dal Consiglio dei Ministri. Negli scontri tre persone sono rimaste contuse. Dopo giorni di attesa, il commissariato straordinario per i rifiuti diretto da Bertolaso, ha individuato un altro sito, sempre nella stessa località, dove sversare parte dei rifiuti regionali. Ma anche questo sito è molto vicino all'oasi naturale e i danni per l'ambiente, ma soprattutto per la salute pubblica sarebbero devastanti. La popolazione locale costituitasi in comitato di lotta permanente è pronta a qualsiasi tipo di resistenza pur di difendere la terra, l'aria, l'acqua e la vita di tutta la comunità serrese. Attualmente, la situazione è ancora incerta, anche se i primi mezzi del Genio militare e dell'impresa appaltatrice dei lavori di costruzione della discarica si avviano a lasciare il territorio salernitano, ma la tensione è ancora alta e tutto può ancora accadere.
A Terzigno, nel napoletano, è stato individuato un ulteriore sito per lo sversamento dei rifiuti nel Parco Nazionale del Vesuvio, e Bertolaso, in un'intervista rilasciata all'Adnkronos, ha dichiarato quanto segue:" La questione di Terzigno non e' stata affrontata con superficialità. In provincia di Napoli non ci sono altri posti per aprire una discarica". Bertolaso dunque, senza temere il rischio del ridicolo, in questa dichiarazione lascia intendere che in un territorio vasto come la provincia di Napoli, non ha trovato nessun sito che rispondesse ai criteri ambientali per costruire una mega-discarica, mentre non ci sarebbe nessun impatto ambientale nel Parco Nazionale del Vesuvio; verrebbe da dire che alle derive non c'è mai fine. Gli abitanti di Terzigno e di tutta l'area del Parco Nazionale si sono costituiti in un comitato di lotta che presidia il sito permanentemente. Sono previste diverse manifestazioni pubbliche in cui le comunità locali e movimenti di lotta, saranno presenti per manifestare contro questa scellerata scelta di Bertolaso, Bassolino e Prodi. Dunque, anche a Terzigno si preparano giorni di "passione" per la popolazione, impegnata nella lotta per la salvaguardia dell'ambiente e della salute.

 

Il ruolo della sinistra di governo

 

Come PdAC denunciamo anche con forza l'opportunismo della cosiddetta "sinistra radicale di governo", Rifondazione in testa, che, per tenere fede al proprio sedicente ruolo di "partito di lotta e di governo", si limita a mimare un'opposizione di facciata (il ministro Ferrero che non vota il decreto legge, mentre il Prc sostiene il governo Prodi; il consigliere regionale Rosania che "chiede il permesso" al Prc di potersi astenere nel voto con cui è stata approvata la pessima legge sul piano regionale dei rifiuti, mentre l'intero suo gruppo vota a favore e continua a sostenere il governo Bassolino in prima linea nell'aggressione alle popolazioni che difendono la propria salute), condividendo nei fatti le politiche di guerra e di rapina degli stessi Prodi e Bassolino.
Il Partito di Alternativa Comunista esprime la più totale solidarietà alla popolazione dei territori della regione Campania che in queste ore è sottoposta al brutale attacco del governo nazionale e regionale che, attraverso il braccio armato della polizia e dell'esercito, stanno tentando di sedare violentemente la giusta protesta di comunità che non vogliono subire passivamente le fallimentari e irresponsabili politiche nazionali e locali in materia dirifiuti.
Lo sviluppo di una battaglia contro il problema rifiuti in Campania implica in primo luogo la costruzione di una mobilitazione indipendente dai due poli dell'alternanza e quindi dagli schieramenti politici locali collusi con la ricca e strafottente camorra: tutti interessati al permanere di una situazione da cui traggono profitto. Per fermare le politiche dei governi nazionale e regionale si deve puntare alla costruzione di uno sciopero generale, legando la questione alle altre vertenze locali e nazionali contro il governo.

 

 

Effetti della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato

Annuncio ritardo... per i lavoratori!

 

Mimmo De Feo

 

La privatizzazione del trasporto su ferro ha prodotto la nascita di diverse società per azioni (Rfi,Trenitalia, Italferr, Ferservizi), che, nei fatti, amministrano le Ferrovie dello Stato.
La situazione attuale è di forte crisi per i lavoratori. Licenziamenti, tagli al personale di macchina, viaggiante e della manutenzione. Vent'anni di sacrifici per i lavoratori, con la riduzione del personale dipendente di centoventimila unità. La direzione aziendale è affidata a Innocenzo Cipolletta, economista, banchiere, già direttore generale di Confindustria, attualmente presidente del Sole 24 Ore e Mauro Moretti, ingegnere, ferroviere, con un passato da sindacalista della Cgil.
La strategia aziendale messa in atto dai nuovi dirigenti è assolutamente in linea con quella della Confindustria dei padroni e con quella del governo Prodi. Massimo sacrificio per i lavoratori, il che significa: tagli, riduzione dell'orario di lavoro, flessibilità, alto rischio sul luogo di lavoro.
La più grande azienda statale - il gruppo F.S. è di proprietà del Ministero del Tesoro - ha scelto una politica aziendale degna del peggior padrone privato. Lo stato dei mezzi e delle strutture è obsoleto e fatiscente in molti casi, l'azienda non ha provveduto a mettere in sicurezza la rete esistente causando danni agli utenti e seri problemi alla sicurezza della classe lavoratrice. La tecnologia utilizzata ("Vacma", è un pedale che deve essere pigiato ogni cinquantacinque secondi per evitare che si arresti il treno) esisteva anche durante il fascismo, con gravi rischi per l'utenza e per il personale dipendente. Dal 1986 ad oggi, sono avvenuti oltre 129 disastri ferroviari e più di 50 macchinisti morti sul lavoro. Nel settore manutenzione impianti elettrici, la riduzione del personale ha prodotto un peggioramento delle condizioni di lavoro e un aumento dei km di linea su cui lavorare.
La riduzione del personale dipendente ha prodotto lo "strano fenomeno" dell'aumento dei dirigenti e delle consulenze esterne con retribuzioni elevatissime. Padoa Schioppa promuove ulteriori licenziamenti nel settore delle ferrovie, come se non bastasse il licenziamento del 50% del personale dipendente eseguito dall'azienda.

 

La sinistra radicale e i sindacati: marionette di Prodi

 

L'ondata di privatizzazioni e liberalizzazioni che ha investito il nostro paese ha prodotto profondi disagi alle fasce più deboli della società costrette a pagare il prezzo del profitto con i salari e le pensioni. La complicità della sinistra radicale e dei sindacati confederali è lapalissiana. Dal versante del governo Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi coprono le politiche antisociali messe in atto da Prodi e Montezemolo. Cgil Cisl e Uil sono il paracarro del governo nella classe operaia e lavoratrice. Le privatizzazioni portate avanti dal primo governo Prodi, da Berlusconi e nuovamente da Prodi e Padoa Schioppa annunciano ai lavoratori italiani anni bui per i loro salari e le pensioni. Sinistra radicale e sindacati manterranno il patto di sangue (sputato dai lavoratori) stretto con Prodi, Montezemolo e i banchieri di Maastricht, pur di restare comodamente seduti al governo della settima potenza imperialista mondiale.
Una prospettiva di lotta è l'unica soluzione possibile contro l'attacco sferrato dal governo Prodi alla classe operaia, ai lavoratori e ai dipendenti delle ferrovie, anche favorendo la nascita di comitati di base di classe, combattivi e non concertativi, tra i lavoratori del settore ferroviario. La costruzione di una piattaforma unificante, che sia in grado di unire tutti i lavoratori in lotta nella prospettiva di uno sciopero generale unitario contro il governo dei padroni e dei banchieri, costituisce l'opportunità storica per la costruzione di un governo dei lavoratori e per i lavoratori. L'alternativa comunista rappresenta l'unica alternativa possibile per il lavoratori delle ferrovie e per la classe lavoratrice, l'unica vera soluzione alla crisi prodotta dai padroni e pagata dai lavoratori.

 

Morti sul lavoro

Una vera (e impunita) mattanza

 

Michele Scarlino

 

"È assurdo che si debba morire sul lavoro. E, aggiungo io, per salari bassi, talvolta indecenti". E' con queste parole che il primo maggio scorso Giorgio Napolitano ha reso "giustizia" alle morti bianche sul lavoro. Se non ci fossero lavoratori morti di mezzo, farebbero sorridere (amaramente) tutti gli accorati appelli dei vari politici italiani, da Napolitano a Bertinotti, da Fassino a Fini, da D'Alema a Casini, che si battono contro "la piaga degli infortuni sul lavoro". Insomma le morti sul lavoro sono una vergogna. Bravo Napolitano, fai bene a dirlo. Peccato che Napolitano, da buon borghese, dimentichi che lui è l'autore, ad esempio, della legge che porta il suo nome (la Turco-Napolitano, appunto) che ha reso gli immigrati ricattabili, quindi uomini senza diritti, sfruttabili e mansueti, ad uso e consumo del padroncino di turno.
I signori ed i signorotti che oggi piangono "lacrime amare" e celebrano i morti sul lavoro sono gli stessi che hanno precarizzato il mondo del lavoro (con il pacchetto Treu il centrosinistra e con la legge 30 il centrodestra), gli stessi che hanno reso clandestini (con la Turco-Napolitano prima e con la Bossi-Fini poi) gli immigrati e che hanno in concreto creato le condizioni ottimali affinché gli infortuni moltiplicassero in maniera impressionante com'è avvenuto dal 2000 ad oggi.

 

Qualche numero del fenomeno

 

Quella delle morti bianche è una realtà sotterranea, spesso relegata nelle cronache dei giornali locali, ma che vista nel suo insieme assume le caratteristiche dell'emergenza. Dall'ottobre 2003 all'ottobre 2006 ci sono state 5252 morti sul lavoro (dati Eurispes). In assoluto il maggior numero di morti si sono avuti in Emilia Romagna e Lombardia, regioni dove c'è maggiore impiego di forza lavoro. Il dato interessante è che proporzionalmente il maggior numero di morti si ha al Sud, in particolare in Molise, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia e Campania. Quindi nei posti dove maggiore è la disoccupazione ed il lavoro sommerso, sottopagato e con lavoratori ultra sfruttati, dove è presente la precarietà lì è maggiore il numero degli incidenti. Il maggior numero di vittime si ha nell'edilizia e nei trasporti e l'85% degli incidenti avviene in ditte che lavorano in subappalto.
Tra i lavoratori quelli più colpiti sono gli immigrati (hanno tra le loro fila il triplo degli infortuni), i giovani tra i 18 e i 34 anni (contribuiscono per circa il 50% degli incidenti) ed i precari che negli ultimi anni hanno raddoppiato il numero degli infortuni.
Da questi dati si evince che gli infortuni e gli incidenti sono favoriti dal lavoro nero, dalla precarietà, dallo sfruttamento e dalla clandestinità degli immigrati, dal lavoro minorile, oltre che, ovviamente, dal risparmio (o dall'assenza) sulle misure di sicurezza, dalla mancata informazione dei lavoratori sui rischi della mansione che stanno svolgendo e dalla faciloneria di molti padroni e padroncini locali.
Ad oggi non c'è in Italia un testo unico che tuteli la salute dei lavoratori. Ci sono diverse norme (Dpr 547/55, Dpr 303/56, Dlgs 277/91, Dlgs 626/94 ecc) che affrontano in modo disorganico la questione. Inoltre c'è da considerare che queste norme, già ambigue ed insufficienti, sono spesso derogate (in peggio) a normative regionali e comunali. Ad aggravare la situazione arriva la proposta contenuta nel "pacchetto Bersani" che, tra le altre cose, propone di esternalizzare i controlli sui macchinari e sugli ambienti di lavoro, questo ad ulteriore scapito della già precaria sicurezza dei lavoratori.

 

La mattanza va fermata subito con una vertenza generale di tutti i lavoratori

 

Come abbiamo visto da parte del governo, a parte i bei discorsi ed i vari proclami di rito, non c'è la benché minima volontà di risolvere il problema. Non è una questione di "volontà" da parte di questo o di quel politico. Il problema è di classe: un governo (sia di destra sia di sinistra) che fa gli interessi della borghesia non può salvaguardare gli interessi dei lavoratori e, tra questi, nemmeno la loro salute. Voler realmente salvaguardare la salute significherebbe: abolire le leggi precarizzanti, abolire le leggi contro gli immigrati, aumentare le norme di sicurezza (che per l'impresa sono un costo) e così di seguito. Un governo rappresentante della classe padronale non si adopererà mai per salvaguardare la salute dei lavoratori.
Ancora una volta il destino della classe lavoratrice dipende dai lavoratori stessi: solo con una vertenza generale dei lavoratori sostenuta dallo sciopero generale contro il governo ed il padronato si può migliorare la situazione ridando dignità ai lavoratori.
Nelle aziende devono essere assicurati corsi di formazione per i delegati alla sicurezza e per tutti i lavoratori sui rischi del lavoro che svolgono. Deve essere assicurato il controllo dei lavoratori sulle aziende sanitarie (Spisal) e sui medici aziendali. Per un lavoro che sia dignitoso e sicuro sciopero generale contro il governo.

 

Pubblico impiego: rinnovi nel segno della concertazione

Ciò che resta del... 23 luglio!

 

Enrico Pellegrini

 

La politica dei redditi iniziata con gli accordi di luglio '93, dopo la bufera di Tangentopoli, inaugurò una nuova fase di vita politico-sindacale in cui i costi del risanamento del bilancio statale furono scaricati interamente sui lavoratori italiani.

 

Le contraddizioni della Cgil

 

Gli assi portanti di quegli accordi segnarono una profonda sconfitta ed un netto arretramento per tutto il mondo del lavoro italiano: la cosiddetta "concertazione" rimodulava al ribasso tutta una serie di rivendicazioni, che nel contesto generale della contrattazione ponevano forti limiti alle potenzialità di lotta che la classe sarebbe stata in grado di offrire per raggiungere traguardi più ambiziosi.
Il quadro politico odierno ci presenta una dimensione in cui il sindacato, nella spirale recessiva degli ultimi anni, soffre per una serie di novità emerse nell'ultima fase della sua gestione: la sindrome del nuovo "governo amico" cui obbedire, regalando qua e là un po' di propaganda agitatoria, e la nascita del Partito democratico, soggetto (non unico, tra l'altro) su cui puntano molti dirigenti in vista di consolidamenti stabili e sicuri, sulla via del nuovo corso di politiche sindacali postconcertative.
La Cgil in primis, essendo parte in causa attiva di tutti questi processi, rivive dunque oggi le sue contraddizioni, rese ancor più manifeste dalla compiuta smentita di tutte le sue passate tesi congressuali, con cui vendeva la propria immagine di indipendenza politica e di strumento di difesa "intransigente" dei diritti dei lavoratori e dei pensionati.
Sul versante pensionistico, è evidente ormai che più che scalini o scalone si accetteranno le direttive di Bruxelles, cui il ministro Damiano non mancherà di obiettare; tuttavia ciò non gli impedirà di rendere operative le varie riforme di innalzamento dell'età pensionabile e relativa revisione dei coefficienti di conversione, in tutta coerenza con il suo "illustre" passato.
Si lavorerà di più e si percepiranno ancor meno soldi, una volta andati in pensione! Non solo: milioni di lavoratori continuano a pagare il prezzo di queste politiche subendo (nel senso letterale del termine) rinnovi contrattuali a dir poco vergognosi.

 

Il nuovo contratto del Pubblico Impiego: una pericolosa marcia indietro

 

Il recente rinnovo dei vari comparti del Pubblico Impiego rappresenta l'ennesima marcia indietro rispetto ai passati proclami di presunta tenuta complessiva generale sul piano salariale e nondimeno normativo. L'aumento concordato sulla cifra dei 101 euro è un traguardo raggiunto solamente sulla carta, che non si sostanzia affatto. I lavoratori dello Stato, infatti, percepiranno dal 1° gennaio 2008 tutti gli arretrati, ma saltando di fatto tutto il 2006 e il gennaio 2007.
Ed ecco che, come per magia, i 101 euro di cui sopra si abbassano in media circa 93, cui verrà data disponibilità economica nella prossima legge finanziaria. L'aspetto peggiore di tutta la vicenda è, tuttavia, l'impegno a triennalizzare la prossima tornata contrattuale con un futuro accordo da stabilirsi entro la fine del 2007; è proprio il caso di dire oltre al danno la beffa! La pantomima del mancato accordo a livello confederale su questi passaggi e la definizione di questi ultimi come "via sperimentale" non attenuano la gravità di tutta questa pericolosissima operazione.
I lavoratori degli altri settori subiscono già di riflesso la conseguenza di tale nuova impostazione contrattuale che, peggiorando visibilmente il vecchio accordo del 23 luglio '93 a garanzia dello sdoppiamento sul biennio economico, non garantisce alcun meccanismo di tenuta salariale maggiormente valido.
La sindrome del "governo amico" si è peraltro manifestata anche in occasione dello sciopero dei lavoratori del Turismo dell'11 maggio scorso. Organizzati diverse settimane prima, i suddetti lavoratori e delegati di riferimento sono stati convocati presso il Palalottomatica di Roma dove, alla presenza dei tre segretari generali Cgil Cisl Uil e in un clima di kermesse goliardico-folcloristica, si è assistito ad una vera e propria convention in stile americano, in cui ciascuna sigla sindacale sbandierava la propria posizione e la propria "coerenza" di percorso. Un percorso che li ha visti recedere dall'organizzare una vera e sacrosanta manifestazione attraverso cui rendere più visibile la sofferenza dei lavoratori, alle prese con un Ccnl scaduto da oltre 15 mesi e con una crescente flessibilità e precarietà che il Governo è ben lungi dall'abrogare.
Altro settore estremamente delicato è quello dei Multiservizi (pulimento), cui non viene più dato ascolto da oltre due anni! Nelle pur varie e frammentate realtà lavorative e nonostante una piattaforma di rinnovo estremamente debole sul piano rivendicativo, è paradossalmente uno dei comparti piu' combattivi, considerato che lo sciopero di due giorni consecutivi articolato su scala regionale ha registrato adesioni pressoché bulgare.
Sul piano generale della contrattazione il mondo sindacale è dunque in vero subbuglio: da una parte una dirigenza alle prese con poca più "roba" da vendere nelle poche assemblee fatte, e dall'altra lavoratori che cominciano ormai a capire quali cocenti delusioni hanno subito in quest'ultimo anno; e all'orizzonte si profila un altro triste capitolo successivo: la futura Conferenza di Organizzazione in cui tutto l'apparato Cgil si prepara definitivamente a fare tabula rasa di un secolo di storia.

 

 

Davanti ai cancelli di Mirafiori

E ora? Sciopero generale!

 

Giuliano Dall'Oglio*

 

Nel mese scorso c'è stato un grande sciopero alla Fiat Mirafiori, che è culminato nella decisione, da parte dei sindacati, di indire uno sciopero generale. Questa decisione è in netta contrapposizione con le voci di una (presunta) ripresa del settore, sbandierata tanto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne quanto dai media borghesi, che vogliono coprire la crisi del settore automobilistico in Italia.
Mirafiori, cuore pulsante di Torino e simbolo della Torino che lavora, subisce gli effetti della crisi del settore automobilistico, che da anni si sta spostando in luoghi dove la manodopera costa meno, come ad esempio nei Paesi dell'Est, cosa che ha portato a un periodo di stagnazione occupazionale nella città (nel senso che il lavoro non lo vedi manco guardando con il telescopio).

 

Opinioni raccolte davanti ai cancelli di Mirafiori

 

Siamo andati a vedere che aria tira tra gli operai di Mirafiori, anche per parlare della loro situazione: davanti ai nostri occhi è apparso un diffuso sentimento di scoramento e demoralizzazione da parte degli operai, con cui siamo riusciti a scambiare qualche parola.
Abbiamo parlato con un operaio di mezz'età iscritto al sindacato Fiom-Cgil che rifletteva, in maniera malinconica, sulle tante conquiste ottenute da anni di lotte come ad esempio la riduzione dell'orario di lavoro, la maggiore sicurezza sul posto di lavoro e i piccoli aumenti di stipendio ottenuti durante gli anni; si è inoltre parlato anche della questione legata al Tfr (trattamento di fine rapporto), in relazione al quale il PdAC ha promosso in tutta Italia la costituzione di comitati contro lo scippo del Tfr.
Riguardo a questo argomento, abbiamo notato una buona presa di posizione da parte degli operai, secondo cui i soldi derivanti dal Tfr, che dovrebbero andare a finire nei fondi pensione, alla fine saranno "presi" dai sindacati in combutta con i padroni. Continuando la conversazione con l'operaio, è emerso che i sindacati sono impantanati e che, ora come ora, chi lavora lo fa per dieci; in aggiunta, è risultato enorme il calo di posti di lavoro avvenuto a Mirafiori: infatti venti anni fa circa 40 mila persone lavoravano lì, mentre ora ne sono rimaste solo 12 mila.
Ritornando a parlare di Tfr, gli stessi operai ammettono che c'è poca informazione e che quella poca che c'è è abbastanza confusa; un operaio, con grande sfiducia nei sindacati, ci ha anche parlato dei tipi di fondi pensione messi in piedi per assorbire il Tfr: tra questi c'è il Cometa. Il funzionamento dei fondi è ignorato dalla gran parte dei lavoratori, l'unica cosa che intuiscono è che una buona parte dei soldi affidati a questo fondo finiranno nelle casse dei sindacati, che guadagneranno molto da questa truffa legalizzata.
Parlando con un'operaia aderente ai Cobas e chiedendole se non fosse l'ora di occupare lo stabilimento, lei ha affermato che sarebbe la cosa migliore ma che le principali confederazioni sono amiche del padrone.

 

L'esito del referendum e gli scioperi

 

Un doveroso accenno deve essere fatto ad altri avvenimenti che hanno scosso il territorio torinese: anzitutto, il voto al referendum sulla piattaforma proposta da CGil-Cisl-Uil, che ha visto nelle Carrozzerie il voto contrario di circa l'83% dei lavoratori; questo fatto è indicativo della necessità di una nuova piattaforma che sia indipendente dagli interessi dei padroni e dalle cricche sindacali.
Inoltre, la succursale torinese della Thyssen Krupp, famosa acciaieria che ha qui in Italia la sua "sede centrale" a Terni, ha bloccato per diverse ore Corso Regina Margherita a Torino: questo gesto eclatante è dovuto alla minaccia di chiudere lo stabilimento che dà lavoro a centinaia di persone. Unica nota stonata, l'accordo raggiunto all'assemblea degli operai della Pinifarina, ovvero l'accettazione dei 630 euro di premio produttività proposti dall'azienda: questa può rappresentare una "vittoria di Pirro" per i lavoratori della fabbrica grugliaschese ma l'offerta dell'azienda era di 52 euro (una vera elemosina).
In generale, comunque, la situazione nelle fabbriche torinesi è "calda", nonostante lo scoramento dovuto alla delusione nei confronti delle burocrazie sindacali: gli scioperi che hanno percorso Mirafiori, oltre che tante fabbriche del Piemonte, parlano da soli. La partecipazione è stata ampia, accompagnata da cortei interni e presidi nelle strade. Le assemblee hanno dato voce alla richiesta degli operai: sciopero generale contro la riforma delle pensioni.
La ricetta per uscire dalla crisi in cui sono impantanate diverse fabbriche c'è ed è quella della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio ma per fare ciò ci vuole un "governo di tute blu" che sappia pianificare l'economia e porre fine a questa situazione di sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

 *PdAC, Torino

Il contratto dei metalmeccanici

Una mediazione al ribasso

 

Francesco Doro*

 

Passa al voto referendario l'ipotesi di piattaforma per il rinnovo del contratto

 

Il 29, 30 e 31 maggio si è tenuta la consultazione referendaria sull'ipotesi di piattaforma definita da Fim Fiom e Uilm per il rinnovo contrattuale 2007. Il contratto è da rinnovare sia nella parte salariale che nella parte normativa ed interessa 1.600.000 lavoratori del settore dell'industria privata.
La piattaforma presentata dai sindacati confederali è sostanzialmente in linea con la politica concertativa che ha contraddistinto i rinnovi contrattuali firmati da Cgil, Cisl e Uil in questi anni, sia per quanto riguarda la parte salariale che quella normativa.
Questa ipotesi di accordo viene definita: "un ulteriore momento di sintesi unitaria"; in sostanza dopo gli accordi per il rinnovo del biennio economico sottoscritti nel gennaio 2006, la Fiom, in fase di trattativa con Fim e Uilm, ha ripiegato di volta in volta su posizioni più moderate in virtù di un'apparente unità sindacale.

 

La parte salariale

 

La proposta avanzata sul piano salariale è sostanzialmente insufficiente: l'aumento è di 117 euro lordi al 5° livello che scendono a 101 (67 netti) al 3° livello (dove è inquadrata la maggior parte dei lavoratori del settore), a questi vanno ad aggiungersi 30 euro mensili per 13 mensilità, che si sommeranno ai 130 euro annuali del "mancato premio di risultato" concordati nell'intesa del 2006.
Questa richiesta non è in grado di salvaguardare il potere d'acquisto dei salari, perso a causa degli accordi concertativi derivati dalle politiche dei redditi perpetuate in questi anni.
Dati forniti dall'Eurispes evidenziano che il padronato aumenta i profitti grazie, ai bassi salari, all'aumento delle produzioni aziendali e alla riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto.
La richiesta avanzata dalla sola Fiom nel 2001 durante la stagione degli accordi separati e dell'avvio dei precontratti era decisamente più cospicua.

La parte normativa

Nella nuova piattaforma, nonostante si rivendichi che: "Il rapporto di lavoro normale dell'industria metalmeccanica è il contratto di lavoro a tempo indeterminato", si lascia spazio ad una serie di concessioni in termini di flessibilità e precarietà in piena continuità con il precedente contratto firmato per la parte normativa solamente da Fim e Uilm. Vengono infatti recepiti dall'attuale piattaforma contrattuale pezzi di leggi precarizzanti e sul mercato del lavoro (Pacchetto Treu e L.30) e sugli orari (L.66). Vengono così previsti contratti di inserimento, di somministrazione di manodopera a tempo determinato, c'è un ulteriore peggioramento per le assunzioni di apprendistato, si prevede il superamento delle 40 ore settimanali e turnazioni aggiuntive a fronte di maggiorazioni irrisorie. La normativa riguardante la reperibilità lascia ampi margini di discrezionalità al padronato. La percentuale di contratti a tempo determinato, fissata al 15% sulla totalità dei lavoratori stabili, può essere ampliata in sede di contrattazione aziendale.Sui livelli di inquadramento, si vuole applicare un sistema che prevede 5 fasce in sostituzione alle attuali 7 categorie e istituire a livello aziendale un sistema per la valutazione e confronto retributivo e professionale (le famose pagelle), con modalità di trattative tra Rsu e azienda: questa è un ulteriore deriva tesa a indebolire il contratto nazionale anche sull'inquadramento, posizione fortemente sostenuta negli anni soprattutto dalla Fim.
Per quanto riguarda l'ambiente e la sicurezza sul posto di lavoro le proposte presentate sono deboli e risultano inefficienti per contrastare la deregolamentazione e anarchia presente nei luoghi di lavoro, dove le malattie professionali, gli incidenti e le morti sul lavoro sono in continua crescita.

Il risultato del voto

Nonostante l'ipotesi di piattaforma offra un quadro deludente, l'accordo è stato approvato grazie all'operato delle burocrazie concertative. Secondo i dati definitivi, resi noti da Fim, Fiom, Uilm, hanno partecipato alla consultazione referendaria 520.320 metalmeccanici, pari al 62,13% degli 837.506 lavoratori coinvolti. Secondo tali dati, i Sì sono 450.052, pari all'88,22% dei voti validi. I No sono invece 60.105, pari all'11,78%, un dissenso non trascurabile tenuto conto della forte influenza e pressione dei sindacalisti nei confronti dei lavoratori. Il dissenso si è concentrato nelle fabbriche più combattive, come in Fiat Mirafiori dove l'accordo è stato bocciato a larga maggioranza: qui gli operai sono stati protagonisti in questi mesi di forti contestazioni ai leader di Cgil Cisl e Uil, al Governo e allo stesso Bertinotti, fischiato e indicato come un traditore dai lavoratori.
Alla Fiat di Pomigliano la mozione di bocciatura della piattaforma, presentata dallo Slai Cobas ha ottenuto il consenso totale da parte dei meccanici riuniti in assemblea.

 

Contro ulteriori mediazioni al ribasso, per il rilancio di un accordo dignitoso

 

Ora si avvia il negoziato con le controparti Federmeccanica e Assistal, Unionmeccanica-Confapi e Associazioni Cooperative; una trattativa che si presenta dura già in partenza per il forte significato politico che esprime il rinnovo del contratto della categoria dell'industria più combattiva. La debole proposta di partenza rischia di compromettere il risultato finale e di chiudere perciò con un contratto ulteriormente ridimensionato. Per questo motivo i lavoratori metalmeccanici si dovranno preparare alla mobilitazione e alla lotta anche radicale, dovranno vigilare sull'operato delle burocrazie sindacali perché non accettino mediazioni al ribasso su di una piattaforma già di per se insufficiente.
E' necessario rilanciare una vera democrazia nel sindacato e tra i lavoratori che metta al centro i soggetti interessati nelle discussioni che li riguardano direttamente: la salute e sicurezza nei posti di lavoro, gli orari, il salario, il modo di produzione e la formulazione delle piattaforme contrattuali.
Solo così i lavoratori potranno difendere i propri interessi contro quelli del padronato, potranno veramente contrastare le derive concertative del sindacato, combattere le leggi precarizzanti, far emergere quello che ora è diventata una vera emergenza: il potere di acquisto dei salari!
Queste sono le basi minime per rilanciare una battaglia per la conquista di un contratto di lavoro dignitoso!

*C. D. Fiom Cgil Veneto

 

Sanità e mercato

Ancora passi in avanti nello smantellamento della Sanità pubblica

 

Sabrina Pattarello

 

Il massacro di un settore tanto cruciale e delicato quale la sanità pubblica si compie silenziosamente, giorno dopo giorno, e non passa attraverso il decreto Bersani sulle liberalizzazioni (che tuttavia introduce la privatizzazione delle farmacie).
Le strade intraprese sono altre, e prendono l'avvio dalle proposte del ministro della Salute Livia Turco, che apre di fatto l'ingresso al libero mercato nelle stanze degli ospedali.

 

Da tagli di posti letto e project financing...

 

C'è carenza di strutture sanitarie ed ospedaliere di base, e gli ospedali - in mancanza di strutture pubbliche in grado di garantire le cure a lungo termine, considerate ormai troppo onerose per essere erogate dal pubblico - vengono supportati da cliniche e ambulatori convenzionati e privati,  con costi di accesso difficilmente sostenibili da un lavoratore o un pensionato, che vedono così discriminato su basi di classe l'universale diritto all'assistenza sanitaria e alla salute. Quegli stessi lavoratori e pensionati sono stati chiamati a contribuire a sostegno della sanità pubblica con l'introduzione del tanto discusso ticket sulla diagnostica, il cui destino ancora non è chiaro: verrà revocato? Quando?  In quali regioni?
Dal canto loro queste ultime, dopo la delega statale in materia di sanità, con il vincolo operante del pareggio di bilancio, sempre più spesso si affidano al  project financing per la costruzione di nuove strutture e il ripristino di vecchi edifici: il singolo imprenditore o la cordata che si fa carico di sostenere le spese di realizzazione - senza peraltro sottostare all'obbligo di stabilire una precisa destinazione d'uso dell'immobile - riceve in cambio per svariati anni gli ingenti guadagni che derivano dalla sua diretta gestione.
Questo si spinge fino all'estremo della cogestione privato-pubblico delle strutture ospedaliere, come si prefigura nel nuovo ospedale in via di costruzione a Mestre, dove agli azionisti privati - oltre ai guadagni derivanti dalla gestione di servizi collaterali quali parcheggi, aree commerciali e lavanderie - spetteranno per 24 anni i proventi della gestione di reparti fondamentali  quali radiologia, neurologia e laboratorio di analisi. Si opererà quindi in nome di una logica di profitto, privilegiando l'erogazione di prestazioni remunerative, a scapito della qualità e dell'essenzialità di altri tipi di cure, più dispendiose ma altrettanto indispensabili alla salute.

 

...a prestazione di lavoro privato in struttura pubblica

 

La privatizzazione mascherata, di tipo per così dire verticale (Stato-Regione-direttore generale dell'Asl, cui sono affidati i cordoni della borsa della sanità a livello locale) è fiancheggiata e sostenuta da una privatizzazione orizzontale ancor più subdola, che va ad investire il variegato universo degli addetti sanitari, dal primario, passando per l'infermiere, fino al personale di supporto appaltato a cooperative.
Un medico cui è data la possibilità di svolgere attività privata intra-moenia (all'interno dell'ospedale o in cliniche convenzionate) ed extra-moenia (in uno studio privato) non ha interesse alcuno a favorire il servizio pubblico. Anche il personale infermieristico tende a voler rientrare nell'attività intra-moenia a supporto del medico che la pratica per motivi di ordine pecuniario, e in ciò viene favorito da accordi aziendali tarati sul brevissimo periodo, che nel mentre permettono al lavoratore di guadagnare qualche centinaio di euro annui in più, contemporaneamente a lungo termine contribuiscono a sgretolare l'intero sistema sanitario pubblico. Nel nuovo contratto dei medici in via di definizione, a sostegno del quale i camici bianchi sono recentemente scesi in piazza, si porrà all'ordine del giorno la riduzione del salario diretto per consentire (e incentivare) l'attività privata, a tutto detrimento di quella pubblica: la Cgil, schierata a fianco dei medici, dimostra poca lungimiranza, se non cattiva fede.
Il PdAC si schiera nettamente a favore di un sistema sanitario pubblico di qualità, accessibile alle classi meno abbienti e più svantaggiate, la cui gestione sia affidata in modo avveduto e responsabile direttamente al personale medico e paramedico e agli utenti, configurato sulle reali esigenze di cura e salute e non sulla sete di profitto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo Family day e Conferenza sulla famiglia...

Costruiamo l'opposizione al governo Prodi e al Vaticano!

 

Pia Gigli

 

L'offensiva politica delle gerarchie vaticane già portata avanti con l'attacco al referendum sulla legge 40, con la messa in discussione della legge 194 e con i diktat ai politici sulla legge sui Dico, si è rinnovata nel "Family day" il 12 maggio in piazza S. Giovanni a Roma. Per l'occasione sono state mobilitate centinaia di parrocchie, si è attivato quell'associazionismo e movimentismo cattolico a forte stampo ideologico ed economicamente potente che ha colto il momento opportuno per esercitare, con la forza della piazza, la propria pressione sull'intero schieramento politico. Si è realizzata infatti in quella occasione una convergenza tra la destra reazionaria e i centristi teodem al governo che ha evidenziato la piena disponibilità di gran parte del governo Prodi a subordinarsi ai diktat vaticani, a fronte della flebile e inconseguente critica "anticlericale" della componente laica del governo che contemporaneamente organizzava a piazza Navona una manifestazione di qualche centinaio di partecipanti.

 

Il significato politico del Family Day

 

La manifestazione del "Family day" ha espresso un no deciso alla proposta di legge sui Dico - già frutto di un compromesso al ribasso - che a questo punto non verrà mai approvata, e senza mezzi termini ha ribadito la contrarietà a qualsiasi riconoscimento "pubblico" delle unioni tra omosessuali. Si è voluto affermare la centralità della famiglia "naturale"come istituzione basilare della società, risorsa portatrice di sviluppo economico e, nelle forme associate, di "sussidiarietà" contro uno statalismo "inefficiente e oneroso". Questa famiglia investita di "sacralità" direttamente da Dio, come propagandano le gerarchie cattoliche, diventa "soggetto economico" nel gioco del mercato capitalistico, in sostituzione dello stato nell'erogazione dei servizi pubblici, dall'educazione, alla sanità, al campo dell'assistenza ai più "poveri".
Dalla manifestazione è partito un appello ai politici e al parlamento a riconoscere e "sostenere" (finanziariamente, si intende) questo ruolo.
E infatti si è stabilito un filo diretto tra la piazza del Family day e i tavoli della "Conferenza Nazionale sulla Famiglia" organizzata dal ministro della Famiglia Bindi (dichiaratasi disponibile a sostenere le ragioni di piazza S.Giovanni), tenutasi a Firenze dal 24 al 26 maggio. Le proposte scaturite dalla conferenza, confermano l'impostazione "familista" del governo tesa al recupero di forme di assistenzialismo regressivo, basato sul rafforzamento dell'istituzione familiare e penalizzante per i soggetti più deboli come le donne. Nel corso della conferenza Bindi ha rivendicato i provvedimenti della finanziaria 2007 (in realtà assai miseri, diciamo noi) a favore della famiglia, Prodi ha promesso alle famiglie i due terzi del "tesoretto" ma, subito dopo, Padoa Schioppa ha rivendicato la precedenza alle sue politiche di rigore, dal momento che, a suo dire, ogni italiano ha su di sé un debito di 1000 euro. Nell'ambito della conferenza sono state avanzate proposte "concrete" da parte di diversi soggetti, tra le quali spicca, ad esempio, la proposta di legge per la riforma dei consultori avanzata dall'organizzazione cattolica "Forum delle famiglie" che trasforma i consultori in luoghi di servizi per la famiglia, li privatizza, li collega agli oratori, li considera luoghi di tutela della vita fin dal suo concepimento e li espropria del ruolo di presidii a tutela della sessualità delle donne: insomma, da qui passa un profondo attacco all'aborto e al divorzio.

 

Mobilitiamoci per la difesa dei nostri diritti

 

A fronte di questa ulteriore offensiva reazionaria e fondamentalista cattolica, la sinistra liberale di governo con atteggiamento conciliatorio spalanca le porte al "dialogo" e, mentre rivendica una astratta e inoffensiva "laicità" dello stato, per voce di Fassino capitola anche sui Dico accettando la proposta di intervenire, come ripiego, sul codice civile per garantire alcuni diritti individuali.
E la "sinistra radicale"? Il ministro Ferrero si è limitato a non partecipare alla conferenza di Firenze per "marcare" il proprio dissenso al mancato invito delle associazioni omosessuali.
L'attacco portato allo stato sociale e ai diritti delle donne e degli omosessuali dalle gerarchie vaticane e dai settori del capitale ad esse legate e che trova una sponda nei provvedimenti del governo Prodi, ancora non ha trovato la necessaria opposizione di massa.
E' necessario allora, unificare e rafforzare i deboli tentativi di resistenza esistenti, con la costruzione di luoghi autogestiti di aggregazione e di lotta nei quartieri, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro: riappropriamoci dei nostri spazi fuori dagli oratori, dalle parrocchie, dalle associazioni cattoliche.
Contro ogni forma di privatizzazione - affidata ad aziende private e al privato sociale - che espropria le donne e le lavoratrici di ogni decisione, vogliamo che i consultori siano pubblici sotto la gestione e il controllo delle donne e che siano per le donne, non per le famiglie. Contro le ingerenze della chiesa nel diritto all'aborto libero, gratuito e con tecniche poco invasive, occorre pretendere la non obiezione di coscienza e contrastare la gestione dei servizi alla salute della donne da parte di associazioni cattoliche e antiaboriste.
Rivendichiamo servizi pubblici e gratuiti, per le donne, per i bambini, per gli anziani e sotto il nostro controllo, per difendere la libertà di fare figli come e quando vogliamo, fuori o dentro il matrimonio, per affermare il diritto ad un lavoro stabile tutelato, senza ricatti e con la stessa paga degli uomini, il diritto a una vita senza precarietà.
Allo stesso tempo occorre sostenere una battaglia contro l'ideologia fondamentalista cattolica e reazionaria che è alla base della santificazione della famiglia che la chiesa chiede e pretende da ogni governo borghese. Questo modello di famiglia del tutto funzionale al sistema capitalista, va scardinato, vanno smascherati il sistema di sfruttamento che lo pervade e la sclerotizzazione dei ruoli sessuali che determina. In questo senso deve essere costruita un'unità d'azione con il movimento "glbt" per il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto di coppie omo ed eterosessuali, per il loro diritto alla adozione ed alla procreazione medicalmente assistita.
La battaglia di oggi per la difesa dei diritti delle donne e degli omosessuali va necessariamente inserita nella più generale lotta contro questo governo, contro la sua subordinazione alle gerarchie cattoliche e le sue politiche di massacro sociale, a partire dalla costruzione di uno sciopero generale che lo spazzi via.

Afghanistan: la guerra di Prodi ... e di Rifondazione

L'imperialismo italiano trova una copertura a sinistra

 

Valerio Torre

 

Subito dopo essere uscito indenne dal voto in Senato per il rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan, il governo Prodi è passato all'attuazione di quelle misure a gran voce richieste dai vertici militari e consistenti nell'invio di nuove armi (dalle caratteristiche ancor più smaccatamente offensive) e truppe. Alla fine, anche per i più ingenui l'esecutivo ha gettato la maschera: quella in Afghanistan è, dunque, una vera e propria missione di guerra.
Il 2 aprile si è tenuto il Consiglio Supremo di Difesa, in seguito al quale il governo - forte dell'ambiguo ordine del giorno con cui il parlamento lo impegnava a "rafforzare le misure di protezione del contingente italiano in previsione di un possibile non breve periodo di permanenza"[1] - ha disposto l'invio di 5 elicotteri A-129 Mangusta, 8 mezzi corazzati Dardo, 10 blindati Lince, 145 militari e 13 carabinieri per l'addestramento delle forze di polizia di Kabul, oltre a 2 velivoli senza pilota Predator e ad un Hercules C-130.
È stato lo stesso ministro della Difesa, Parisi, a darne notizia il 15 maggio scorso nel corso dell'audizione di fronte alle Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato, precisando che "la decisione non altera la natura della missione italiana", pur aggiungendo però che l'impegno militare italiano "non si riduce all'autodifesa"[2] e va inserito nel quadro di una "politica militare attiva"[3].

 

E Rifondazione?

 

Vien da sorridere pensando alle parole ultimative scandite con enfasi dal capogruppo al senato del Prc, Giovanni Russo Spena, soltanto il 2 aprile: "Al ministro diciamo chiaramente che se accederà alle richieste dei militari di inviare in Afghanistan gli elicotteri Mangusta noi diremo seccamente no!". Cosa sarà mai accaduto in un solo mese e mezzo per fargli cambiare opinione?
E già: perché subito dopo l'annuncio del ministro Parisi, lo stesso Russo Spena non si è fatto scrupolo di dichiarare che "se servono per la protezione dei nostri soldati non ci opponiamo. L'importante è che non si tratti di uno scivolamento del mandato o di una modifica dei nostri compiti: su questo attendiamo conferme e vigileremo"[4].
Dalle colonne di questo giornale mille e mille volte abbiamo denunciato che il vero ruolo di Rifondazione comunista nel governo Prodi è quello di "pompiere" delle dinamiche di massa che potrebbero prodursi per effetto delle politiche di guerra e di rapina dell'esecutivo: un ruolo che questo partito ricopre alla perfezione ingannando - com'è nel caso delle missioni militari italiane - la propria base sociale di riferimento ed i più ampi settori di movimento, ad esempio facendo loro credere che le nostre truppe all'estero servono per assicurare la pace e ricostruire paesi devastati dalle guerre o dal "terrorismo". In realtà, come ha rivelato il quotidiano la Repubblica, la decisione dell'invio di nuovi mezzi in Afghanistan era maturata mesi prima dell'approvazione del decreto di rifinanziamento della missione e su precisa richiesta degli Stati Maggiori della Difesa; e non è nata da nuove emergenze di protezione del contingente militare di fronte alla recrudescenza della resistenza afghana. La previsione di nuovi mezzi è così stata inserita nella versione dell'ultimo decreto di rifinanziamento già a partire dal testo che era stato in precedenza discusso in prima lettura alla Camera, sepolta in una relazione tecnica di qualche centinaio di pagine allegata al provvedimento in discussione: ma, stranamente, nessun deputato della "sinistra radicale", pur così impegnato a "vigilare", se n'era accorto. Dunque, nel periodo trascorso dall'altro rinnovo della missione Isaf (che infatti non ne prevedeva l'impiego) è maturata - prima e al di fuori di qualsiasi dibattito parlamentare! - la decisione di rendere ancora più aggressivo l'intervento italiano in Afghanistan.

 

Una missione di guerra sin dal primo momento

 

In fondo, ha ragione l'ineffabile ministro Parisi nel sostenere che l'invio degli elicotteri Mangusta[5][6] gli equipaggi dei tre elicotteri Chinook dell'esercito italiano trasportano i plotoni dei marines durante le operazioni d'attacco Usa della missione "Enduring Freedom", che è cosa ben diversa dalla missione Isaf, la sola ad essere stata autorizzata dal parlamento. Mentre, come riferisce il settimanale L'Espresso, gli incursori del Comsubin ed i parà del Col Moschin godrebbero di "grande libertà d'azione" e risultano coinvolti in azioni di combattimento[7]. Inoltre, 90 soldati del 66° Reggimento Fanteria Aeromobile "Trieste" (Brigata Aeromobile "Friuli"), da poco rientrati in Italia dopo aver operato per sei mesi come parte della Task Force "Cobra", hanno partecipato nell'autunno scorso ad un'operazione militare (l'operazione "Wyconda Pincer") con le truppe americane nella provincia di Farah. Ebbene, il 19 aprile scorso nove di essi hanno ricevuto un encomio "per avere compiuto atti di valore e di eroismo". Ovviamente, le motivazioni non sono state rese note e la stampa non è stata autorizzata ad intervistarli. non muta la natura della missione italiana. Dalle pochissime notizie che riescono a filtrare
Ma noi non facciamo fatica ad immaginare quali siano stati quegli "atti di valore e di eroismo"!

 

Via le truppe! Sciopero generale!

 

È evidente che i contorsionismi della sedicente "sinistra radicale di governo", Prc in testa, costituiscono soltanto un danno per l'avanzamento di una coscienza antimperialista delle masse.
Occorre invece far riflettere i più ampi settori del movimento no-war sul fatto che "il nemico è in casa nostra" e che il primo imperialismo da combattere è proprio quello del governo Prodi, che si caratterizza ormai sempre di più come un governo di guerra e di rapina.
Ecco perché il PdAC, insieme alle sezioni europee della Lega Internazionale dei Lavoratori (Lit-Ci), sta conducendo una campagna per il ritiro delle truppe dei paesi coinvolti in tutti gli scenari di occupazione. Questa campagna, di cui abbiamo dato conto sul precedente numero di questo giornale e che portiamo avanti non solo nelle piazze e nelle strade ma anche sul nostro sito (www.partitodialternativacomunista.org), sta raccogliendo migliaia di consensi e sta facendo emergere la diffusa consapevolezza di esigere dai governi europei il ritiro delle truppe.
La campagna continuerà ancora e deve ora essere affiancata dalla parola d'ordine dello sciopero generale contro il governo Prodi. È tempo di costruire un percorso unitario delle forze che si battono contro i governi della borghesia affinché il "nemico di casa nostra" venga sconfitto.
Lo sciopero generale costituisce il primo passo che può condurre le masse a questo esito.



[1] Da apprezzare questo linguaggio così "neutro" che - grazie ad impagabili doti di equilibrismo - consente alla c.d. "sinistra radicale" di ingoiare qualsiasi rospo scontentando il meno possibile la sua base militante!

[2] Un analista militare (ripreso dal sito www.dsmilano.it) sostiene che per le esigenze di sola protezione sarebbero bastati i Lince: rinforzi come i Dardo e soprattutto i Mangusta forniscono al contingente una nuova "capacità di proiezione".

[3] Sfumatura, questa, che non è sfuggita ad un'opposizione non a caso plaudente: il vicepresidente della Commissione Esteri, Alfredo Mantica (An), ha causticamente osservato che "il ministro, avendo precisato che i nostri soldati ricorreranno alla ‘difesa attiva', forse si trova nel governo sbagliato".

[4] Grandioso! Ed ancor più impagabile un'altra esponente del Prc, Elettra Deiana, oggi casualmente vicepresidente della Commissione Difesa della Camera, la cui unica preoccupazione è ... lasciamolo dire a lei stessa: "Se l'unico nostro intervento in quello scenario è sul piano militare, mi chiedo che fine abbia fatto la Conferenza di Pace sostenuta anche dal ministro degli Esteri D'Alema".

[5] Con i quali, indubbiamente, non vengono paracadutati sulle popolazioni viveri e generi di prima necessità! Lo ha espresso bene il senatore Francesco Cossiga, che, di fronte ai mal di pancia della "sinistra radicale", ha ironicamente dichiarato: "Non posso che concordare con le proteste di Giordano e Diliberto ... Gli elicotteri Mangusta, sui quali tra l'altro io ho volato, sono potenti elicotteri d'attacco a terra, perfettamente adatti per combattere la guerriglia ... attraverso missili ...".

[6] Come infatti rileva la rivista telematica Analisi Difesa (anno 8°, n. 76), e come confermato da Parisi in un'intervista rilasciata sull'ultimo numero di Limes, le operazioni in Afghanistan sono coperte da riserbo totale per espressa disposizione del ministro della Difesa, che da un anno ha congelato ogni informazione sulle attività operative, con l'esclusione delle donazioni di viveri agli orfani e le ristrutturazioni di scuole.

[7] Analisti militari ben informati riferiscono di un coinvolgimento crescente delle truppe italiane fuori dei territori di competenza della missione Isaf, a Shindand e nel sud della provincia di Herat, dove gli americani svolgono la missione "Enduring Freedom".

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