Partito di Alternativa Comunista

Respingiamo gli accordi di luglio!

Costruiamo i Comitati per il No, prepariamo lo sciopero generale

 

 

Antonino Marceca

 

 

Il pacchetto Damiano va respinto al mittente

 

Nella storia sindacale ci sono date e accordi che segnano dei cambiamenti profondi, che aprono una nuova fase, non sempre e non necessariamente progressiva.

Gli accordi del luglio ’92 e ’93 segnarono l’inizio del modello sindacale concertativo, l’accordo di luglio di quest’anno sulle pensioni, il protocollo Damiano sul mercato del lavoro, gli ultimi contratti firmati del pubblico impiego, dei postali, dei chimici, del turismo aprono la strada al modello sindacale aziendalistico e corporativo. Questo modello sindacale è stato sostenuto negli anni dalla Cisl, condiviso perché più confacente ai suoi interessi dalla Confindustria. La presenza di un governo di collaborazione di classe, di fronte popolare quale è il governo Prodi, la realizzazione in questo quadro del Partito Democratico, espressione degli interessi del grande capitale e con un radicamento reale nella burocrazia sindacale, ha impresso un’accelerazione a questo processo.

Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha indicato negli accordi di luglio quegli “interventi e misure” del governo che costituiscono “l’attuazione di un disegno organico”. Un “disegno organico” che si è esplicitato in un duro attacco al salario, ai diritti e alle tutele dei lavoratori, a tutto vantaggio dei poteri forti, degli industriali e dei banchieri.

Gli accordi di luglio sono un altro tassello, il più grosso, di quegli “interventi e misure” che confermano le leggi Treu e Biagi sulla precarietà, la cessione di attività di impresa, la riforma Dini e lo scalone Maroni sulle pensioni. Queste norme sono state concentrate e peggiorate nel nuovo pacchetto Damiano.

 

L’accordo sulle pensioni

 

Il 20 luglio è stato firmato l’accordo sulle pensioni che, attraverso il sistema degli scalini, riesce persino a peggiorare la legge Maroni portando l’età pensionabile nel 2013 a 62 anni, mentre introduce un meccanismo automatico di taglio dei rendimenti pensionistici.

Lo scalone di Maroni viene diluito in tre scalini, nel periodo gennaio 2008-gennaio 2011, andando anche oltre: dal 1 gennaio 2008 l’età minima di anzianità è di 58 anni, dal 1 luglio 2009 di 59 anni e quota 95, dal 1 gennaio 2011 di 60 anni e quota 96, dal 1 gennaio 2013 di 62 anni, con 35 di contributi o di 61 con 36 e quota 97. Per chi ha maturato i quaranta anni di contributi ci saranno quattro "finestre di uscita", lo stesso vale per le pensioni di vecchiaia, che non decorrono più al compimento dell’età minima. Accanto all’aumento dell’età pensionabile l’accordo prevede, in linea con la riforma Dini, un meccanismo automatico, da attuare entro il 2008, che determinerà il valore dei coefficienti di rendimento previdenziale sulla base di parametri esterni al bilancio dell’Inps: le dinamiche delle grandezze macroeconomiche, l’andamento demografico, l'aspettativa di vita, gli obiettivi di bilancio statale. Sulla base di queste valutazioni, il governo ogni tre anni, autonomamente e senza obbligo di contrattazione, stabilirà a quali coefficienti di calcolo la pensione dovrà fare riferimento, con apposito decreto ministeriale.

Pertanto con questo accordo si apre la prospettiva di una progressiva decrescita dei rendimenti pensionistici, una scala mobile rovesciata. La burocrazia sindacale ha evidentemente deciso di mandare alla deriva quello che resta della pensione pubblica puntando a gestire assieme ai poteri forti i fondi pensione. Inoltre l’accordo prevede: l’aumento dal 2011 dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori; di procedere all’unificazione degli Enti previdenziali che porterà ad un travaso dei soldi dai fondi in attivo (quello dei lavoratori dipendenti) a quelli in passivo (quelli dei dirigenti d’azienda, autonomi). L’accordo è stato condito con una polvere di zucchero fatta di tutele per i lavori usuranti, una promessa prevista dalla Dini e mai mantenuta, aumento miserevole delle pensioni minime, promessa della copertura previdenziale per i periodi di disoccupazione, in modo da addolcire l’amara medicina.

 

Il protocollo sul mercato del lavoro

 

Il 23 luglio, due giorni dopo aver acquisito l’accordo sulle pensioni, il governo ha presentato alle parti sociali, sindacati e organizzazioni padronali, il protocollo su previdenza, lavoro e competitività.

L’ideologia che regge l’impianto del protocollo è quella di una politica economica e sociale ispirata ai principi di “crescita ed equità”, la lettura dell’intero protocollo mostra quale è la prosa di questo liberismo compassionevole.

Nel capitolo sulla competitività vengono previsti detassazione e sgravi contributivi per la parte che forma il premio di risultato, aziendale e territoriale, la cui misura massima passa dal 3 al 5% della retribuzione. Inoltre viene abolita la contribuzione aggiuntiva sugli straordinari, prevista dalla legge 549 del ’95.

Quest’accordo potenzia la contrattazione aziendale, dove avviene la definizione del premio di risultato, e indebolisce il Contratto collettivo nazionale di lavoro, l’unico che può garantire il potere d’acquisto dei salari e la solidarietà tra tutti i lavoratori, specialmente in presenza di una struttura economica costituita da una prevalenza di piccole e medie imprese, in cui la contrattazione aziendale copre appena il 30% dei lavoratori. Inoltre il premio di risultato è strettamente connesso al risultato aziendale, sempre che siano veritieri i bilanci aziendali presentati in mancanza di un controllo operaio, che dipende dal ciclo economico capitalistico. In più, gli straordinari costando alle aziende di meno saranno utilizzati per allungare l’orario di lavoro e la settimana lavorativa, e per questa via peggiorare le prospettive occupazionali dei precari e dei disoccupati.

Il capitolo sul mercato del lavoro conferma quanto titolava il Sole 24 ore del 25 luglio: “la riforma riabilita” le leggi Treu e Biagi. La precarietà diventa sempre più l’asse centrale su cui poggia il mercato del lavoro, tanto che oggi oltre il 50% dei nuovi contratti sono precari, in modo da permettere alle aziende di gestire liberamente la forza lavoro. I contratti a termine vengono confermati, senza causali né tetti contrattuali, con l’obbligo che trascorsi 36 mesi nella stessa azienda, anche non continuativi e della durata di diversi anni, il successivo contratto a termine deve essere stipulato alla presenza di un rappresentante sindacale presso la Direzione provinciale del lavoro. Senza questo passaggio il nuovo contratto si considera a tempo indeterminato. Le aziende possono pertanto farne un largo uso, mentre al sindacato è assegnato un mero ruolo burocratico.

I contratti interinali, a differenza dei contratti a termine, non presentano questo pietoso vincolo della certificazione sindacale; anche i contratti "cocoprò" si consolidano, inoltre a carico di questi lavoratori, nei prossimi tre anni, è previsto un aumento dei contributi (dal 23,5 al 26,5%). Lo staff leasing infine, benché poco utilizzato dalle aziende, continua ad essere vigente e all’occorrenza potrebbe costituire elemento di trattativa per agevolare il voto della sinistra di governo all’intero pacchetto Damiano.

Nei capitoli ammortizzatori sociali prevale la parte compassionevole del pacchetto, viene previsto un aumento dell’indennità di disoccupazione, la copertura previdenziale con contribuzione figurativa, il sostegno al reddito dei parasubordinati con attività intermittente. Il tutto con i soldi della fiscalità generale, ossia degli stessi lavoratori.

Gli accordi di luglio congiunti alla triennalizzazione e alle deroghe ai contratti nazionali costituiscono dunque la leva per frammentare i lavoratori a livello aziendale e individuale di fronte al padronato, il cui risultato, va da sé, sarà un aumento di sfruttamento e oppressione del lavoro salariato.

 

I comitati per il No e per lo sciopero generale

 

Agli inizi di settembre le segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil si sono riunite per discutere di come organizzare la “consultazione con voto certificato” dei lavoratori e dei pensionati. Il metodo proposto è quello del precedente e raffazzonato pseudo-referendum del ’95 sulla riforma delle pensioni Dini, questo significa che in ognuna delle migliaia di assemblee nei posti di lavoro sarà rappresentata una sola posizione: quella di chi sostiene e difende gli accordi di luglio. Questa modalità di svolgimento delle assemblee senza contraddittorio limita fortemente la libertà di espressione e, unita alle “urne aperte” e controllate dalle sole burocrazie, al ricorso pilotato ai voti passivi, rischia di trasformare la consultazione in un plebiscito.

I direttivi unitari di Cgil, Cisl e Uil riuniti il 12 settembre hanno approvato l’intesa del 23 luglio e dato avvio alla consultazione, mentre per le votazioni, nei luoghi di lavoro e nelle sedi sindacali, è stata stabilita la data dall’8 al 10 ottobre.

Il giorno prima il Comitato Centrale della Fiom Cgil aveva respinto a larga maggioranza, 125 voti contro 31 e 3 astenuti, le intese di luglio. Un fatto di notevole importanza che rafforza l’opposizione alla politica economica e sociale del governo, un evento purtroppo frenato dal fatto che l’organizzazione sindacale di categoria, dicendo di considerare la materia “di natura confederale”, si sottomette alla “disciplina” della Cgil. Quindi la Fiom non mette in discussione le modalità di svolgimento della consultazione definite dagli esecutivi confederali e i dirigenti Fiom che presiederanno le assemblee illustreranno (come ha detto Rinaldini) la posizione delle segreterie confederali. Un atteggiamento che impoverisce la posizione assunta dalla Fiom e indebolisce la battaglia contro i famigerati accordi di luglio.

La Rete 28 aprile e Lavoro e Società, la prima in minoranza, la seconda facente parte della maggioranza di Epifani, hanno ribadito che daranno invece indicazione esplicita nelle assemblee di voto contro gli accordi di luglio. La Rete 28 aprile ha inoltre proposto la costituzione di Comitati per il No. I comitati possono rappresentare un fatto di rilievo, un primo passo verso la costruzione di un fronte unico di lotta: se costituiti dai lavoratori e dai militanti sindacali contrari all’accordo, al di là della sigla di appartenenza, compresi i militanti della RdB Cub e dei Cobas i cui dirigenti hanno invece dichiarato di voler “boicottare” la consultazione.

Noi riteniamo che i Comitati per il No non devono limitarsi alla denuncia degli accordi di luglio, ma organizzare il controllo dei lavoratori sulla consultazione e far crescere nei luoghi di lavoro la necessità di organizzare dopo il 10 ottobre, al di là dell’esito della consultazione, la battaglia per contrastare l’attacco governativo, costruendo lo sciopero generale contro il governo e il padronato. Il passo successivo deve essere, noi pensiamo, quello di contrapporre al modello sindacale aziendalistico e corporativo, un altro modello sindacale rivendicativo e conflittuale, indipendente dal governo e dal padronato. Al “disegno organico del governo” dobbiamo contrapporre un altro disegno organico: la mobilitazione per una vertenza generale, sulla base di una piattaforma unificante, che stringa attorno alla classe operaia, in un vasto fronte unitario di lotta, i giovani e le masse popolari, nella prospettiva di un’alternativa di classe, per un governo dei lavoratori.

 

 

(20 settembre 2007)

Immigrati: capro espiatorio padronale

Il dibattito sulla sicurezza e la deriva razzista del centrosinistra

 

Enrica Franco

 

Non c’è più la sinistra di una volta. O non c’è più la sinistra? Ormai la solidarietà e l’antirazzismo sono valori obsoleti, ora la sinistra, o meglio i democratici, hanno altri valori, primo fra tutti la legalità. L’ha spiegato bene il ministro Giuliano Amato presentando il suo pacchetto sulla sicurezza: i principali nemici degli italiani sono venditori ambulanti, mendicanti, lavavetri e graffitari, altro che mafia! L’impegno principale del Ministro degli Interni sarà proprio quello di ripulire le strade delle nostre città da questi delinquenti che vendono merci contraffatte, cd masterizzati e quant’altro, altrimenti “rischieremmo una svolta fascista”, ha detto proprio così Giuliano Amato per giustificare la sua linea dura nei confronti degli immigrati. Sembrerebbe quasi una battuta ma purtroppo era serissimo...

 

Sulle misure del governo Prodi

 

L’attuale Governo annovera già una lunga serie di provvedimenti contro gli immigrati. In principio fu la Commissione De Mistura sui Cpt con le sue “ovvie” conclusioni: i Centri sono utilissimi, semmai vanno gestiti meglio ma l’idea di chiuderli è assolutamente bocciata. Dopo questo inizio col botto i ministri Amato e Ferrero presentarono il disegno di legge delega sull’immigrazione che apporta qualche blanda modifica alla Bossi-Fini. Tra queste ricordiamo la nascita di una corsia preferenziale per gli ingressi di immigrati facoltosi, oltre alla possibilità per gli immigrati benestanti di utilizzare il proprio patrimonio bancario come garanzia per un anno di permanenza in Italia. Gli immigrati operai invece dovrebbero continuare a iscriversi alle liste delle ambasciate, ma non prima di aver dimostrato una buona conoscenza della lingua, della cultura e della Costituzione italiane!. Peccato che poi gli imprenditori preferiscano assumere uno straniero entrato in Italia con permesso turistico piuttosto cha attingere da fumose liste di ambasciate. Le altre poche modifiche, come detto, sono puramente di facciata e non intaccano minimamente i pilastri della legge precedente.
A fine estate arriva la direttiva Amato-Mastella sulle espulsioni degli immigrati arrestati: gli immigrati scarcerati non verranno più trasferiti nei Cpt, ma in un altro penitenziario per poi essere immediatamente espulsi. Visto che i Cpt vengono comunemente equiparati alle galere allora perché non tagliare la testa al toro e lasciarli direttamente marcire in carcere anche se hanno già finito di scontare la loro pena?. Le violazioni dei diritti nei confronti degli stranieri ormai non sembrano più scandalizzare, l’equiparazione straniero uguale delinquente è così radicata che sembra normale trattenere in galera un uomo che ha già scontato la sua pena.
Il ministro Amato naturalmente non è l’unico a regalarci perle di razzismo, oltre ai ministri Mastella e Ferrero che hanno volentieri collaborato con lui si sono sollevati gli scudi anche dei sindaci di sinistra, da Domenici a Veltroni a Chiamparino, facendo impallidire la povera Letizia Moratti! In queste ultime settimane è infatti scoppiato il caso “lavavetri” provocato dal sindaco di Firenze Domenici, il quale aveva deciso di metterli tutti in galera, tranne poi essere bloccato dal Procuratore capo di Firenze. Così, non contento, il sindaco è arrivato a chiedere più poteri di polizia; con questa mossa  la Lega era davvero fuori gioco! La discussione, seppur a tratti comica come per la proposta di Alfonso Gianni (Prc) di istituire un albo dei lavavetri (!), ha rinfocolato l’odio verso gli extracomunitari rendendoli degli ottimi capri espiatori. Prima dei lavavetri era toccato ai rom con la loro progressiva ghettizzazione nelle principali città, capofila di quest’ennesima crociata fu il sindaco di Roma Walter Veltroni e di esempi purtroppo ce ne sono molti altri. E mentre i lavoratori non riescono ad arrivare alla fine del mese e perdono qualsiasi minimo diritto, come la pensione, gli immigrati vengono trattati come delinquenti, rinchiusi nei Cpt superaffollati e deportati in massa.

 

Il caso di Bari e le nostre conclusioni

 

Quest’estate il Cpt di Bari è stato teatro di diversi tentativi di fughe e brutali repressioni, nonostante questo Ferrero, ministro di Rifondazione Comunista, si ritiene soddisfatto del suo disegno di legge delega che non abolisce ma anzi rilancia i lager per stranieri.
La deriva xenofoba della sinistra ha un obiettivo ben preciso: occultare i disastri del Governo e incanalare la rabbia dei lavoratori contro i sottoproletari. Se fino a poco tempo fa in molti ponevano grandi speranze in questo governo di sinistra, ora purtroppo bisognerà ammettere che il tempo ci ha dato ragione: il governo di centrosinistra si è rivelato un governo dei padroni esattamente come quello di centrodestra e la sinistra “radicale”, che tenta di lanciare qualche slogan propagandistico, non fa altro che sottoscrivere tutte le leggi antioperaie, razziste e discriminanti di questo governo. Perché gli immigrati possano circolare liberamente e possano avere il diritto a un lavoro e a una casa c’è bisogno di un’alternativa vera, con questa prospettiva dobbiamo animare questo autunno di lotte: i lavoratori italiani e stranieri devono unire le forze per far cadere qualsiasi governo dei padroni.

A proposito del Partito democratico...

Dove sarebbe la novità?

 

Francesco Fioravanti

 

 

Domenica 14 ottobre si svolgeranno le primarie del Partito Democratico. Quest'appuntamento rappresenta l'atto finale di un processo che vede coinvolti i due principali partiti della coalizione governativa (Ds e Margherita), uniti dalla volontà di rispondere ad un'esigenza concreta nata dal contesto politico italiano: quella di portare in dote alla borghesia un partito in grado di rappresentare organicamente i suoi interessi, andando così a colmare quel vuoto lasciato negli anni '90 dalla scomparsa della Democrazia Cristiana, per lungo tempo garante e gestore delle sorti del capitalismo italiano.

 

Il nuovo compromesso storico nel partito unico

 

La nascita del Pd è stata caratterizzata da forti polemiche, sia interne che tra gli stessi protagonisti del progetto. La formazione del nuovo soggetto non poteva avvenire senza che prima si fossero delimitati al suo interno i rapporti di forza necessari a garantire l’equilibrio futuro del partito per evitare che si partorisse una creatura nata già morta. Per molto tempo abbiamo assistito, attraverso le informazioni che hanno fornito i mass-media  ad un dibattito incentrato su questioni che, se analizzate superficialmente, sarebbero anche potute apparire di secondaria importanza, ma che in realtà celavano ben altro: la collocazione internazionale del partito, la necessità di caratterizzarlo o meno come partito laico, i suoi rapporti con altri soggetti politici, nascondevano bisogni ed esigenze di blocchi di apparato interessati a rafforzare i legami con diversi settori del mondo industriale e finanziario, naturali referenti di quelli che sono stati definiti gli azionisti del Pd. Il coinvolgimento dei "cittadini", l'allargamento alla "società civile", la costruzione dal basso del nuovo partito, in realtà hanno rappresentato solamente belle parole utilizzate per nascondere quello che realmente si andava a delineare: una fusione fra burocrazie partitiche che intendono sposare compiutamente la causa del grande capitale, impegnandosi a portarne avanti le politiche e a difenderne le esigenze. Il partito nuovo che i dirigenti Ds e Margherita millantano di voler costruire in realtà non ha nulla di tale: nuove non sono le facce, nuovo non sarà il programma.

 

La farsa delle primarie e dei programmi alternativi

 

Con le primarie di ottobre assisteremo quindi all'ultima recita dei democratici in salsa italiana. A confrontarsi, oltre a personaggi sconosciuti in cerca di un briciolo di notorietà, saranno tre dei principali dirigenti del centro-sinistra: Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta. Come appare del tutto evidente i tre non partono assolutamente alla pari: i piani alti di Margherita e Ds hanno investito pesantemente sul sindaco di Roma, presentandolo di volta in volta come l'uomo nuovo del centro-sinistra italiano, l'unico in grado di contrastare il ritorno di Berlusconi, il leader abile a catturare consensi trasversali e a proporsi come "luminosa guida" per il futuro. Molti sono stati anche gli elogi spesi dai principali organi di stampa della borghesia italiana - a testimonianza della condivisione complessiva del progetto politico - ed interessante è stato in questo senso il dibattito che si è svolto sulle pagine di Repubblica e Corriere della Sera. I principali giornalisti dei due quotidiani, nei loro articoli di fondo, hanno sottolineato la bravura e le capacità dimostrate in questi anni alla guida della capitale da parte del leader in pectore del Pd e si sono spesso soffermati sulla sua storia personale, dipingendolo come distante dalla figura di grigio burocrate di partito; ma allo stesso tempo hanno voluto chiedere a Veltroni un impegno preciso: quello di prendere una posizione chiara sul dibattito che attraversa la coalizione governativa, cercando di imprimere in questo modo una svolta riformatrice all'azione di governo. La risposta di Veltroni a queste richieste è stata esemplare: le sue prime parole da candidato alla guida del Pd sono state spese a favore del taglio delle tasse, in difesa della flessibilità (precarietà e  difesa della legge Biagi) e a sostegno della linea che invoca maggiore sicurezza nelle città italiane. Ci verrebbe da chiedere: in che cosa Veltroni si differenzia dagli altri e dove sta la radicale novità? Forse nel fatto che Veltroni ha scritto un libro sul suo viaggio in Africa e gli altri no?

In questo quadro è abbastanza imbarazzante parlare della campagna per la conquista della leadership svolta dai tre concorrenti. Di fatto non esistono differenze programmatiche, nemmeno minime, ed è naturale che la contesa abbia assunto talvolta i tratti della farsa.

 

Una trappola per i lavoratori

 

Ciò che deve interessare ai lavoratori italiani, e di conseguenza anche al PdAC , è il fatto che la nascita del Pd sgombera il campo da qualsiasi equivoco: il suo programma coincide sia con quello della borghesia che con quello della coalizione; per gli altri partiti dell' Unione i margini di manovra sono praticamente inesistenti. Ecco perchè è del tutto fuorviante affermare - come fanno i leader della sinistra riformista - che col Pd bisogna dialogare e confrontarsi perchè questo è il naturale interlocutore per una prospettiva di governo. Esso è il naturale interlocutore di chi è interessato a gestire questo sistema per salvaguardare i propri privilegi -come nel caso dei dirigenti del Prc, del Pdci, ecc.- non di chi mira a rappresentare genuinamente gli interessi degli sfruttati.

 

 

 

Precarietà

Il lavoro secondo Damiano

La Legge 30 non si tocca!

 

Sabrina Pattarello

 

Il 23 luglio scorso governo e parti sociali sono giunti alla firma del protocollo Damiano su pensioni, lavoro e produttività: trentadue pagine in cui vengono sferrati una serie di attacchi molto duri ai lavoratori. Il testo non risparmia dai suoi affondi il sistema previdenziale pubblico, il contratto collettivo nazionale e l'esercito costantemente in crescita dei lavoratori precari, stimato da una ricerca Nidil Cgil tra i quattro milioni e mezzo e i cinque milioni e mezzo di persone, quota che rappresenta circa il 20% degli occupati: risultato certo non solo della Legge Biagi, bensì di un'involuzione della legislazione sul lavoro iniziata dal protocollo del luglio '93, passando per il Pacchetto Treu, per approdare infine all'attuale accordo.

 

Cosa prevede il protocollo sul mercato del lavoro

 

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, poco o niente viene fatto contro la precarietà. Non viene assolutamente ridefinita la forma contrattuale del lavoro a progetto, contro l'utilizzo del quale vengono proposte generiche e non ben definite iniziative di intervento per contrastarne gli abusi; il contratto a termine continua a poter essere utilizzato a completa discrezione del padronato, a fronte di una generica necessità aziendale, e non viene posto alcun tetto massimo di ricorso alle assunzioni a termine.

Nel caso poi in cui  l'azienda sia in fase di inizio attività, non vengono previsti limiti di sorta. L'azienda vede consolidata la possibilità di mantenere un lavoratore in contratto a termine senza alcun limite temporale, perchè per il datore non scatta più l'obbligo di assunzione a tempo indeterminato, anche se tra proroghe e contratti ex-novo vengono superati i 36 mesi di permanenza presso lo stesso luogo di lavoro: il protocollo d'intesa stabilisce che, dopo tale periodo, l'azienda possa stipulare un nuovo contratto a termine presso la Direzione Provinciale del Lavoro, in presenza di un rappresentante sindacale, cui spetterà un ruolo di certificazione. Non viene posto alcun tipo di limite nemmeno al lavoro interinale, né quantitativo, né nella reiterazione dei contratti; il tanto discusso staff leasing, ovvero il contratto di somministrazione a tempo indeterminato, che sembrava destinato ad essere abolito, viene mantenuto e sostenuto con incentivi da erogare alle agenzie di lavoro che lo praticano. Il lavoro a chiamata viene abolito, ma potrebbe essere sostituito da una sorta di part-time per brevi periodi che finirebbe per assumerne la stessa consistenza e gli stessi tratti negativi per il lavoratore.

Riguardo agli appalti, al committente non vengono riconosciuti particolari obblighi e responsabilità in materia di tutele, diritti e retribuzioni sull'intera filiera dell'appalto. Viene stabilita la possibilità di introdurre clausole elastiche e flessibili per i lavoratori part-time, e solo ai lavoratori impegnati in compiti di cura potrà essere riconosciuto il diritto di rifiutare l'improvvisa modifica dell'orario di lavoro. Il protocollo inoltre, pur riconoscendo sulla carta il ruolo dei servizi pubblici per l'impiego, che si impegna a rafforzare, non nega il valore delle agenzie di lavoro private e delle cooperative per favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le previste misure previdenziali tese a favorire giovani e disoccupati e la riforma degli ammortizzatori sociali, che eleva modestamente le indennità di disoccupazione ordinaria e straordinaria, si rivelano quindi dei semplici palliativi, e non fanno che rafforzare l'idea che il governo Prodi sia in assoluta sintonia con la Legge 30 che dalle tribune elettorali proclamava di voler abolire.

 

Sarà un autunno di lotta?

 

Esistono tutti gli ingredienti sociali ed economici per prevedere un autunno al calor bianco, ma le proposte di mobilitazione contro lo scempio perpetrato dal protocollo Damiano sono esigue e contraddittorie, come nel caso della manifestazione del 20 ottobre lanciata da una parte della cosiddetta “sinistra radicale”di governo; pensata come mossa politica per creare consenso intorno alla costituzione della Cosa Rossa socialdemocratica, che rischia di trasformarsi in un effetto boomerang (solo Prc e Pdci hanno aderito), riassume i suoi contenuti in una dichiarazione rilasciata da Giovanni Russo Spena a Liberazione il 21 agosto scorso: “Quella del 20 ottobre non è e non vuole essere, checché ne dica il solito e non disinteressato coro mediatico, una manifestazione contro il governo. E' invece, questo sì, una manifestazione che si ripropone di esercitare dal basso una pressione positiva sul governo stesso, contrastando allo stesso tempo altre pressioni, ben più invadenti, assai meno amichevoli e che certo non provengono 'dal basso'”.

Sicuramente importante sul versante sindacale il No della Fiom al protocollo Damiano, un No che tuttavia non vedrà la categoria impegnarsi attivamente a contrastare l'esito quasi scontato del referendum che chiamerà prossimamente i lavoratori ad esprimere il proprio parere sull'intesa raggiunta. La presa di posizione del sindacato dei metalmeccanici assume più un significato di dissociazione dalle politiche di deriva a destra della Cgil, che si avvia ormai a diventare un sindacato aziendalistico su modello Cisl; Rinaldini si proclama tuttavia pronto a disciplinarsi. La Rete 28 Aprile, dal canto suo, propone invece di realizzare la battaglia referendaria con la costituzione di comitati a sostegno del No, promuovendo assemblee nelle quali sostenere le ragioni contrarie al protocollo; l'azione di contrasto proposta da Cremaschi è destinata a concludersi qui, in quanto manca  la volontà di articolare il dissenso arrivando alla proclamazione dello sciopero. Simili le posizioni di Lavoro e Società. Rdb-Cub e i Cobas hanno invece deciso di boicottare il referendum, e hanno scelto di presentarsi isolati allo sciopero generale.

 

La proposta del PdAC

 

La costituzione di un fronte unico di lotta contro il protocollo su previdenza, lavoro e produttività rappresenta, secondo il PdAC, l'unica possibilità di vittoria per i lavoratori: un fronte unico imperniato sulla costituzione dei comitati per il No e sulla battaglia referendaria, da realizzare con la collaborazione di tutte le sigle sindacali di classe, aperto al sindacalismo di base, che oltre a rigettare i vergognosi accordi di luglio si impegni a lanciare lo sciopero generale con chiare parole d'ordine contro questo governo, che rappresenta unicamente le istanze di Confindustria e delle grandi banche. Un primo, importante passo verso la costruzione di una reale alternativa di potere.

 

16 settembre 2007

 

Lotte degli insegnanti

No alla scuola di Fioroni!

Sempre più privata, sempre più precaria

 

Fabiana Stefanoni

 

Mentre scriviamo, non passa giorno che il ministro Fioroni non venga contestato da insegnanti e famiglie per i recenti provvedimenti, che hanno drammaticamente accelerato lo smantellamento della scuola pubblica in Italia e aggravato le condizioni di vita e di lavoro degli insegnanti. Eppure, gli applausi al ministro non sono mancati. Al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, è stato ovviamente osannato. Queste le reazioni di uno dei presenti, Vittadini, presidente della fondazione per la sussidiarietà: “Il ministro ha compiuto un passaggio enorme, non un contentino ma la parità economica tra scuole statali e non statali, e questa è per noi la linea Maginot, una novità epocale...” (Corriere della Sera, 26 agosto). Le nefandezze che il ministro ci ha riservato in un anno ricco di amare sorprese hanno fatto arrossire di vergogna la stessa Moratti, che mai aveva osato spingersi tanto in là. L’arma più forte di Fioroni è la concertazione: Cgil, Cisl e Uil, a fronte del più pesante attacco alla scuola dell’ultimo decennio, non muovono un dito. Come se nulla fosse accaduto, si limitano a fare le pulci al ministro, senza la minima intenzione di convocare uno sciopero generale del settore.

Proviamo a riassumere l’opera nefasta del ministro:

Parificazione di fatto delle scuole private di ogni ordine e grado: non solo sono aumentati i contributi statali alle scuole private ma, per la prima volta, verranno estesi anche alle scuole superiori: un regalone al Vaticano, dato che la gran parte degli istituti privati sono cattolici e gestiti dalla Chiesa. Inoltre, si annuncia la trasformazione degli stessi istituti pubblici in “fondazioni”, con l’apertura ai finanziamenti da parte delle aziende.

Pesantissimi tagli alla scuola pubblica: previsti dalla finanziaria vecchia e annunciati nella nuova, si sono tradotti in una pesante riduzione dell’organico. Sono stati tagliati in particolare molti posti nel sostegno, con conseguenti disagi sia per le famiglie, sia per i precari, spesso costretti a ripiegare sul sostegno a causa della mancanza di cattedre nelle altre classi di concorso.

Aumento del numero massimo di studenti per classe: il numero massimo è stato alzato a 33! (mentre Padoa Schioppa sogna classi di 40 alunni sul modello coreano...). Le condizioni di lavoro per gli insegnanti sono sempre più disagevoli: istituti fatiscenti, classi ingestibili. Con l’aumento del numero di alunni per classe non si fa altro che aggravare il fenomeno del cosiddetto bullismo. È inutile lanciare ipocrite battaglie contro il bullismo, come fa il ministero, se poi si contribuisce a creare il terreno fertile perché si diffonda!

Sempre più precarietà per gli insegnanti: gli insegnanti precari devono in media attendere 15-20 anni prima dell’assunzione in ruolo. Le recenti immissioni in ruolo, attese da anni, non sono servite ad assorbire nemmeno una percentuale minima delle centinaia di migliaia di insegnanti precari. Ovvio: un precario costa meno allo Stato, perché per quasi tre mesi all’anno non è pagato! Non solo: con la decisione di trasformare le graduatorie in graduatorie ad esaurimento, gli insegnanti che non sono ancora riusciti ad accedere ai costosi corsi abilitanti a numero chiuso non potranno più iscriversi alle graduatorie dei provveditorati! Questo significa che dovranno accontentarsi, fino alla convocazione remota di eventuali nuovi concorsi, delle supplenze brevi su chiamata degli istituti, con tutti i disagi connessi (pagamenti in ritardo a volte di mesi, difficoltà di controllare le graduatorie, incertezza lavorativa continua, mesi e mesi di disoccupazione).

La scuola è sempre più un’azienda: prendendo a pretesto la campagna contro i presunti insegnanti “fannulloni” (oltre al danno la beffa, se consideriamo che lo stipendio di un insegnante non è nemmeno sufficiente a pagare l’affitto di un trilocale in una grande città!), Fioroni sta portando a compimento la trasformazione delle scuole in aziende, dove il preside è un manager che può decidere di sospendere un insegnante senza nemmeno sentire il parere del collegio docenti!

 

È ora di dire basta! È ora di fermare lo smantellamento della scuola pubblica! È ora di fermare gli attacchi ai lavoratori del governo Prodi! Anche la scuola necessita subito di un grande sciopero generale, per dire no ai tagli alla scuola pubblica, contro i finanziamenti statali alle scuole private, per l’assunzione in ruolo di tutti i precari, per consistenti aumenti salariali, per la riduzione del numero di alunni per classe!

 

Gli accordi di luglio e il no della Fiom

La deriva inarrestabile della Cgil

 

Francesco Doro*

 

La storia del maggior sindacato di sinistra italiano è costellata di politiche di compromessi e di arretramenti. Gli ultimi 15 anni sono stati segnati dalla famosa politica dei redditi iniziata con gli accordi del luglio ’93, che ha inaugurato una nuova fase sindacale in cui i costi del risanamento del bilancio statale e della crisi capitalistica sono stati scaricati interamente sui lavoratori, sui pensionati e sulle masse popolari. Nei fatti si è assistito ad una lunga stagione di accordi e di rinnovi contrattuali, siglati al ribasso, che hanno posto un grosso freno alle potenzialità di mobilitazione e di lotta della classe lavoratrice.
Se la cosiddetta “concertazione” ha, di fatto, segnato un forte arretramento per tutto il mondo del lavoro salariato, la Cgil, con la firma dell’accordo sulle pensioni del 20 luglio 2007 e della successiva intesa del 23 luglio sul mercato del lavoro (trattati in maniera approfondita in altri articoli di questo numero), compie ora un salto di qualità abbandonando definitivamente la “via concertativa” e aprendosi la strada verso un modello sindacale aziendalistico e corporativo, tanto ambito dalla stessa Cisl e dal padronato.

 

Il referendum sul protocollo d’intesa: il no della Fiom, le posizioni della Rete 28 Aprile

 

Il comitato centrale della Fiom Cgil ha respinto le intese a larga maggioranza, 125 voti contro 31 e 3 astenuti. Un fatto di notevole importanza, che rafforza l’opposizione alla politica economica e sociale del governo; un evento purtroppo frenato dal fatto che la sigla dei metalmeccanici si sottometterà alla "disciplina" della Cgil. La Fiom non mette in discussione le modalità di svolgimento della consultazione referendaria che avrà luogo dall’8 al 10 ottobre, e che prevedibilmente registrerà un risultato plebiscitario a favore del Sì: i dirigenti Fiom che presiederanno le assemblee illustreranno la posizione delle segreterie confederali. Un atteggiamento che impoverisce la posizione assunta e indebolisce la battaglia contro i famigerati accordi di luglio, costringendo la Fiom, a referendum ultimato, a piegarsi alla Cgil.
La Rete 28 aprile e Lavoro e Società, la prima in minoranza, la seconda facente parte della maggioranza di Epifani, hanno ribadito che daranno invece indicazione esplicita nelle assemblee di votare contro gli accordi di luglio. La Rete 28 aprile ha inoltre proposto la costituzione di Comitati per il No, senza tuttavia avanzare la chiara parola d’ordine della rottura dei lavoratori col governo confindustriale e con i partiti di sinistra che lo sostengono, Rifondazione in primis. Per la Rete 28 Aprile è inevitabile ora compiere un "salto di qualità": è necessaria una più ferma e chiara opposizione alla linea di Epifani, avente come assi centrali la decisione di presentare un documento alternativo a quello della maggioranza al prossimo congresso della confederazione, rilanciando l’indipendenza e l’autonomia nei confronti dei governi. Ma la natura lideristica della Rete, basata sul consenso e non sulla democrazia operaia, limita fortemente la possibilità di far crescere un dissenso organizzato all’interno della Cgil.

 

Respingiamo gli accordi di luglio, costruiamo lo sciopero generale!

 

I Comitati per il No non devono limitarsi alla denuncia degli accordi di luglio, ma organizzare il controllo dei lavoratori sulla consultazione e far crescere nei luoghi di lavoro la necessità di organizzare dopo il 12 ottobre, al di là dell'esito del referendum, la battaglia per contrastare l'attacco governativo, costruendo lo sciopero generale contro il governo e il padronato.
Il passo successivo deve essere quello di contrapporre al modello sindacale aziendalistico e corporativo, un altro modello sindacale rivendicativo e conflittuale, indipendente dal governo e dal padronato.
Al “disegno organico del governo” dobbiamo contrapporre un altro disegno organico: la mobilitazione per una vertenza generale, sulla base di una piattaforma unificante, che stringa attorno alla classe operaia, in un vasto fronte unitario di lotta, i giovani e le masse popolari, nella prospettiva di un’alternativa di classe, per un governo dei lavoratori.

(20 settembre 2007)

*Comitato direttivo regionale Fiom Veneto;

coord. reg. Rete 28 aprile

9 novembre

Proclamato lo sciopero Cub, Cobas, SdL

Saremo in piazza a lottare per un grande sciopero unitario

 

Federico Angius*

 

La finanziaria che verrà

 

I soliti dati – falsati - di Padoa Schioppa e soci preparano il terreno all’attacco allo stato sociale attraverso la prossima finanziaria. Il sistema delle bugie a sostegno dell’iniziativa è articolato: si parla di aumenti retributivi nel pubblico impiego, mentre la realtà ci indica salari che hanno perso drammaticamente potere d’acquisto, col progressivo indebolimento ed indebitamento dei lavoratori. Oltre settanta contratti attendono il rinnovo.
D’Alema, già nemico giurato dell’articolo 18, sostiene che l’organico della pubblica amministrazione è troppo pesante e va “alleggerito”. Dunque una finanziaria pesantissima per le fasce più deboli e che non risolve assolutamente la questione del precariato. Il governo va deciso allo scontro con i lavoratori, per i quali è già tempo di mobilitazione nei posti di lavoro

 

Gli accordi di luglio

 

Questo governo si fa dettare la linea direttamente dai padroni, dai banchieri, e dalla Confindustria, copiando il peggio del governo precedente e mischiandolo ad una reazionaria politica di sicurezza, condita dalla beffa degli accordi di luglio in cui, nella parte previdenziale, viene aumentata l’età pensionabile arrivando a peggiorare la Maroni. Segue la truffa ai danni dei lavoratori che svolgono attività gravose o usuranti in quanto è previsto un intervento che riguarda solo 5.000 lavoratori; la riduzione dei coefficienti per il calcolo della pensione penalizzerà i futuri pensionati a partire da chi inizia oggi il lavoro.
La parte degli accordi riguardante gli ammortizzatori sociali è ridicola di fronte alla necessità di contrastare il lavoro precario e creare sostegno al reddito.
In compenso ci sono i soliti regalucci alla Confindustria diminuendo il compenso dovuto per gli straordinari e aumentando il salario aziendale su cui non saranno versati i contributi previdenziali.

 

Saremo in piazza

 

La Cub ha assunto l’impegno dello sciopero generale previsto per il 9 novembre, cui hanno aderito anche Cobas e SdL. È una mobilitazione importante, e quindi la appoggiamo e vi parteciperemo, anche se non dimentichiamo che una risposta incisiva a questi pesantissimi attacchi potrà venire solo dalla costruzione di uno sciopero generale unitario di tutti i lavoratori. Bisogna riorganizzare la lotta come nella straordinaria mobilitazione contro lo scippo del Tfr e rilanciando le ragioni della previdenza pubblica che è stata ulteriormente attaccata dall’accordo del 23 luglio scorso. Bisogna proseguire l’iniziativa contro la guerra e le basi di guerra per cui il Governo Prodi intende stanziare nuovi e importanti fondi, a conferma del proprio carattere guerrafondaio. In definitiva, bisogna combattere contro questo governo con i nostri strumenti di lotta, ricercando la massima unità tra tutti i lavoratori, per colpire uniti, nel nostro interesse.

 

*RdB Cub Cagliari

 

 

 

Morti “bianche”... come i colletti dei loro assassini

La guerra per il profitto e le sue morti

 

Davide Margiotta

 

La più grande guerra dimenticata del mondo è quella condotta quotidianamente dai padroni contro i proletari. Una guerra a senso unico, che ogni anno lascia sul campo di battaglia oltre due milioni e duecentomila lavoratori (dati dell’Ilo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite). In Italia i morti sono quattro al giorno, in proporzione specialmente tra atipici ed immigrati.
Si tratta di stime calcolate sicuramente per difetto, che non considerano le centinaia di migliaia di lavoratori (non solo in nero) che perdono la vita per malattie professionali che nessuno riconosce come tali. Per non parlare degli infortuni e delle invalidità.

 

Il “governo amico”

 

Ogni tanto questa tragica mattanza ottiene la ribalta dei media, generalmente dopo qualche fatto particolarmente eclatante. Così quest’anno Giorgio Napolitano ha affrontato l’argomento in occasione del Primo Maggio.
Secondo il Presidente della Repubblica “non esistono soluzioni radicali e facili" al problema, occorre sentirne “tutto il peso umano e sociale” ed ha ricordato di avere cercato di assolvere, con i suoi appelli, il dovere istituzionale di reagire. Ha infine preso atto "con soddisfazione" del disegno di legge delega presentato al Parlamento per riordinare l'intera normativa e ha dato atto al ministro Damiano del suo personale impegno. Insomma, giornali e telegiornali che finalmente trattano dell’argomento, la presenza di un “governo amico” dei lavoratori, il presidente Napolitano in persona che si fa carico del problema: tutto lascia pensare che finalmente si affronti la cosa in modo serio.

 

La montagna partorisce il topolino: la legge delega

 

Il risultato di tutto questo discutere è stato il disegno di legge delega sulla sicurezza votata in modo bipartisan dal Parlamento, con un solo voto contrario.
Diciamo subito che il decreto si può riassumere così: ai lavoratori il fumo, ai padroni l’arrosto.
Accanto alle solite promesse fumose di lotta al lavoro nero (chi, come e quando la farà, è un mistero che il decreto non svela), a nuove  norme su appalti e sub-appalti (costi per la sicurezza indicati nei bandi di gara, divieto di ribasso d'asta), e all’assunzione di trecento (!) nuovi ispettori del lavoro, trovano posto gli immancabili aiuti alle imprese: venti milioni di euro all’anno tra agevolazioni e crediti di imposta per formazione e prevenzione. E qualora fossero accertate delle precise responsabilità per la morte di un lavoratore? Sono previsti "fino a centomila euro e fino a 3 anni di reclusione". Piuttosto che abbassare i ritmi di lavoro e rispettare tutte le norme sulla sicurezza, verrebbe da pensare che tutto sommato ai padroni valga la pena rischiare…la vita del lavoratore!

 

L’unica soluzione: il controllo dei lavoratori

 

Abbastanza recentemente si è scatenato un vero putiferio intorno alle dichiarazioni sulle morti bianche del leader disobbediente e parlamentare del Prc Francesco Caruso. Secondo Caruso, Treu e Biagi, avendo ispirato le leggi sulla precarietà, hanno armato le mani dei padroni (salvo poi ritrattare, dicendo di essere stato frainteso e che si sa “…io parlo un po’ così. Certo, non ho usato un linguaggio molto garbato”). In realtà per una volta il buon Caruso aveva ragione visto che le morti sul lavoro non sono un fatto inevitabile; sono il prodotto di un sistema economico e di produzione, il capitalismo, che sull’altare del profitto per pochi, sacrifica tutto: sicurezza, ambiente, fino alla vita degli stessi lavoratori che producono la ricchezza di cui poi i padroni godranno. Chi ha lavorato in un cantiere o in una fabbrica sa che gli operai sono costretti a ignorare molte delle norme esistenti sulla sicurezza, ricattati in mille modi (specialmente precari e immigrati), o semplicemente per non mettersi in cattiva luce davanti a capi e capetti.
Nessuna legge cambierà la situazione, solo il controllo diretto e centralizzato dei lavoratori su cosa, come e quanto produrre può fermare la strage e limitare le vittime a quelle veramente inevitabili (come si può morire scivolando sul pavimento di casa, ammettiamo che sia possibile morire lavorando). È di questa opinione persino Sameera Maziadi Al-Tuwaijri, direttrice del programma dell’Ilo per la sicurezza sul lavoro, e certamente non una simpatizzante comunista, secondo cui “gli incidenti non sono intrinseci al lavoro. L'esperienza dimostra che la maggior parte degli incidenti si possono evitare”. È proprio il grado di sfruttamento cui siamo sottoposti quello che fa morire tanti lavoratori: ritmi disumani, mancanza di misure di sicurezza per aumentare i profitti, mansioni pericolose, lavoro nero. La storia dell’umanità è una storia di lotte di classe.
Da sempre intellettuali e lacchè al servizio dei potenti hanno cercato di negare questa elementare verità. In realtà, non è possibile comprendere nulla del mondo se non si è compreso che oggi come ieri esistono sfruttatori e sfruttati, in perenne lotta. E’ in corso una guerra per il controllo dei beni prodotti dal lavoro umano: un pugno di supermiliardari schiaccia sotto il proprio tallone miliardi di proletari costretti a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere, quasi sempre in condizioni tali da dover rischiare la propria vita e la propria salute sul posto di lavoro. L’assassino ha un nome: si chiama capitalismo. Nessun governo sarà mai “amico dei lavoratori”, finché non sarà un governo di lavoratori.

 

 

Manifestazione internazionale a Vicenza - Novembre 2007

 per riunire e rafforzare i movimenti

 

FERMIAMO LA GUERRA ORA!

STOP THE WAR NOW!

 

Appello per l'impegno immediato dei movimenti contro la guerra con preghiera di massima diffusione - Inviateci l'adesione - Segnalateci la disponibilità per traduzioni, collaborazioni e appoggio organizzativo - Segnalateci la disponibilità ad ospitare una conferenza nella vostra città nei mesi di settembre e ottobre - Inviateci indirizzi e-mail utili di associazioni, siti, giornali - Non esitate ad inviarci le vostre proposte e segnalazioni.

 

Le guerre in Afghanistan e Iraq continuano quotidianamente da anni sotto i nostri occhi, contro la volontà di intere popolazioni. Non solo: i governi preparano nuovi gravi progetti bellici. Dall'Italia già da anni continuano ad avvicendarsi soldati per il fronte.

 

Controllo dell'informazione, corruzione della politica, militarizzazione, distruzione ambientale, guerra permanente, rischi globali, repressione, impoverimento.

 

Aumento delle spese militari, truppe d'occupazione, acquisto di aerei da guerra, progetti militari aggressivi, nuove basi d'attacco nelle città che abitiamo.

 

Per pagare le guerre contro i popoli si tagliano i salari, le pensioni che ci spettano, gli ospedali ai lavoratori e ai cittadini.

 

Basta! Non lo possiamo accettare, è il momento di reagire. Ci rivolgiamo ai milioni di persone che sono scese in piazza nel 2003 contro la guerra: la situazione è peggiorata da allora e siamo di fronte a un pericoloso e rapido processo di riarmo che va contrastato.


Sono morte centinaia di migliaia di persone, quasi tutti civili, molti i bambini, non possiamo stare a guardare. Noi siamo per la solidarietà internazionale e la pace.

 

Ci rivolgiamo a studenti e lavoratori: siate autonomi dalle vostre organizzazioni se queste non sono conseguenti nei fatti alla politica di pace che affermano a parole di voler perseguire! Osiamo insieme, fermiamo i nuovi progetti di guerra. Non si può arretrare.

 

Vi invitiamo a partecipare ad una grande manifestazione a Vicenza: la questione della costruzione della nuova base di guerra nell'area Dal Molin ci riguarda tutti. Come è indispensabile pretendere la conversione ad usi civili di tutte le basi militari presenti, che sottraggono spazio e risorse alla vita di tutti noi.

 

Nessuno sconto, da parte dei movimenti per la pace, alle scelte del governo italiano, ai politici e alle organizzazioni che lo sostengono.

 

Vi invitiamo a discutere questo breve appello, che verrà tradotto in molte lingue, a diffonderlo e a comunicarci la vostra adesione a questi indirizzi il prima possibile

 

Per adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Per informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Per donazioni: vedi su www.comitatovicenzaest.splinder.com

Siti: www.comitatovicenzaest.splinder.com - www.altravicenza.it

Segnala sul tuo sito l'evento, verrà aggiunto alla lista!

Telefoni: 333 3054853 – 320 1592838 – 349 2916878

 

Primissime adesioni:

 

Comitato degli abitanti e dei lavoratori di Vicenza est – Contro la costruzione di una nuova base a Vicenza    – Per la conversione della caserma Ederle ad usi civili

Confederazione Cobas

Partito di Alternativa Comunista (sezione italiana della Lega Internazionale dei Lavoratori, Lit)

Via le truppe - Comitato per il ritiro delle truppe

Il Comitato Solidarietà Immigrati - S.Pio X di Vicenza

Il Comitato per l'Unità della Sinistra di Monticello Conte Otto (VI)

Megachip, democrazia nella comunicazione

Cristina Toffanin – Malo (Vi)

Mosaico di Pace

Information Guerrilla

Rete degli Artisti contro la guerra

Mondo senza guerre

Gruppo Informale Torinese “Cittadino anch’io”

Coordinamento per l’unità dei comunisti

USI - AIT Liguria

Philip Rushton scrittore

Coordinamento per l'Unità dei Comunisti

Coordinamento Nord/Sud del Mondo (Milano)

Aurelio Urbano e enosteria "Ai popoli" (Go)

AltraVicenza

Dott. Michael Uhl, Veterans For Peace National Board, VFP representative to the nousbases campaign.

Associazione Alternativ@mente giornale on line

Collettivo Utopia Project

Assemblea Permanente NOFly di Ciampino

Rete Nazionale Rifiuti Zero

Noam Chomsky

Chris Capps, Iraq Veterans Against War

Pianeta Futuro

Delegate e delegati RSU del COBAS pubblico impiego di Pisa

Aspromonte LiberaMente onlus

Comitato Xirumi libera - Lentini (SR)

circolo Zabriskie Point di Novara

Antonella Zarantonello

Paul A. Iversen

Nadia d'Arco comitato un ponte per... Bologna

Rete Lilliput Vicenza

Chalmers Johnson author: Nemesis: The Last Days of the American Republic.

RivistaIndipendenza

Fausto Gianelli Assessore alla Cultura Comune di Pavullo nel Frignano (MO)

Nella Ginetempo

Gruppo Bastaguerra di Roma

Rudy M. Leonelli

No war no where, associazione nata di recente di Schio

Antonio Mazzeo (Comitati Sigonella)

Daniele Pagliarini

Giovanni Folliero

Materiali Resistenti

I Cittadini Invisibili (Sicilia)

La Soglia Gruppo Comboniano di Licata (Ag)

Comitato per la ripubblicizzazione dell'acqua di Barletta

LILA (Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids) di Bari

Megafono Rosso - Foglio per l'unità degli studenti in lotta

Maria Teresa Turetta delegata Rdb-Cub componente Rsu Comune di Vicenza, componente comitato no-basi no-guerra di Arcugnano

Siddique Nure Alam Bachcu (presidente Comitato Immigrati in Italia)

Associazione bangladesha Dhuumcatu

Comitato unitario contro Aviano 2000

Isa Giudice (psicologa; Frosinone)

Riccardo Rossi (Rete 28 aprile - Puglia)

Proletari Comunisti - circolo di Taranto

La Rete ambientalista della provincia di Alessandria

Il Coordinamento dei Comitati della Fraschetta

Medicina democratica Movimento di lotta per la salute

Comitato operai contro l'amianto della Nexans (LT).

Alex Zanotelli

Alberto Contessi

Doriana Goracci ( www.reset.netsons.org, www.triburibelli.org, www.grandenud.blogspot.com, www.coipiediperterra.org, www.forumetruria.it)

Medard Krzisnik, Slovenija, Ljubljana

Marco Barbierato - (Vicenza)

Giuseppe Sapia (Formia)

 L'Altra Lombardia SU LA TESTA- Milano

Giorgio Riboldi Al- COBAS Regione Lombardia

Aderisce Francesca Rodella de L'altra Lombardia SU la TESTA- Bologna(studentessa universitaria)

Aderisce AL- Cobas Regione Lombardia

Il “Collettivo liberate gli orsi” di Pistoia

LILLIPUT nazionale

 

L'elenco completo dei commenti degli aderenti lo trovi sul post adesioni http://www.comitatovicenzaest.splinder.com/

Seguiranno assemblee aperte in Italia ed all'estero per potenziare questo percorso.

 

(ultimo aggiornamento: 18-09-2007)

Continua la campagna per il ritiro delle truppe

Costruiamo in tutte le citta comitati "Via le truppe"!

Continua la campagna europea per il ritiro delle truppe, che vede coinvolti, in particolare, oltre al nostro Paese, Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Russia, Inghilterra. In molte città d'Italia sono nati, o stanno nascendo, comitati per il ritiro delle truppe: Cremona, Roma, Messina, Torino, Cagliari, Brindisi, Belluno, Bari, Barletta, Latina, Vicenza, Pesaro, Chieti, Salerno, Ivrea... E' inoltre arrivato il sostegno alla campagna da centinaia e centinaia di associazioni e singoli individui da molte altre città d'Italia.

Lo scopo dei Comitati "Via le truppe" è anzitutto quello di fare controinformazione: banchetti informativi, raccolta di firme per il ritiro delle truppe europee da tutti gli scenari di guerra, iniziative pubbliche, dibattiti. Il primo bilancio della campagna è andato oltre le nostre aspettative: le firme raccolte sono migliaia e migliaia, molte rappresentano importanti realtà operaie e di movimento, alcune sono di personaggi riconosciuti del mondo della cultura e dell'arte.

Occorre continuare e intensificare la battaglia, contro le politiche di guerra del governo Prodi e degli altri governi europei. Invitiamo singoli, sindacati e associazioni a costruire Comitati per il ritiro delle truppe (Comitati "Via le truppe") in tutte le città. No alla guerra imperialista! Via subito le truppe da Iraq, Libano e Afghanistan!

Info e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Leggi e sottoscrivi il nostro appello: www.vialetruppe.org

 

 

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