Partito di Alternativa Comunista

Il lavoro secondo Damiano

 

Precarietà

Il lavoro secondo Damiano

La Legge 30 non si tocca!

 

Sabrina Pattarello

 

Il 23 luglio scorso governo e parti sociali sono giunti alla firma del protocollo Damiano su pensioni, lavoro e produttività: trentadue pagine in cui vengono sferrati una serie di attacchi molto duri ai lavoratori. Il testo non risparmia dai suoi affondi il sistema previdenziale pubblico, il contratto collettivo nazionale e l'esercito costantemente in crescita dei lavoratori precari, stimato da una ricerca Nidil Cgil tra i quattro milioni e mezzo e i cinque milioni e mezzo di persone, quota che rappresenta circa il 20% degli occupati: risultato certo non solo della Legge Biagi, bensì di un'involuzione della legislazione sul lavoro iniziata dal protocollo del luglio '93, passando per il Pacchetto Treu, per approdare infine all'attuale accordo.

 

Cosa prevede il protocollo sul mercato del lavoro

 

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, poco o niente viene fatto contro la precarietà. Non viene assolutamente ridefinita la forma contrattuale del lavoro a progetto, contro l'utilizzo del quale vengono proposte generiche e non ben definite iniziative di intervento per contrastarne gli abusi; il contratto a termine continua a poter essere utilizzato a completa discrezione del padronato, a fronte di una generica necessità aziendale, e non viene posto alcun tetto massimo di ricorso alle assunzioni a termine.

Nel caso poi in cui  l'azienda sia in fase di inizio attività, non vengono previsti limiti di sorta. L'azienda vede consolidata la possibilità di mantenere un lavoratore in contratto a termine senza alcun limite temporale, perchè per il datore non scatta più l'obbligo di assunzione a tempo indeterminato, anche se tra proroghe e contratti ex-novo vengono superati i 36 mesi di permanenza presso lo stesso luogo di lavoro: il protocollo d'intesa stabilisce che, dopo tale periodo, l'azienda possa stipulare un nuovo contratto a termine presso la Direzione Provinciale del Lavoro, in presenza di un rappresentante sindacale, cui spetterà un ruolo di certificazione. Non viene posto alcun tipo di limite nemmeno al lavoro interinale, né quantitativo, né nella reiterazione dei contratti; il tanto discusso staff leasing, ovvero il contratto di somministrazione a tempo indeterminato, che sembrava destinato ad essere abolito, viene mantenuto e sostenuto con incentivi da erogare alle agenzie di lavoro che lo praticano. Il lavoro a chiamata viene abolito, ma potrebbe essere sostituito da una sorta di part-time per brevi periodi che finirebbe per assumerne la stessa consistenza e gli stessi tratti negativi per il lavoratore.

Riguardo agli appalti, al committente non vengono riconosciuti particolari obblighi e responsabilità in materia di tutele, diritti e retribuzioni sull'intera filiera dell'appalto. Viene stabilita la possibilità di introdurre clausole elastiche e flessibili per i lavoratori part-time, e solo ai lavoratori impegnati in compiti di cura potrà essere riconosciuto il diritto di rifiutare l'improvvisa modifica dell'orario di lavoro. Il protocollo inoltre, pur riconoscendo sulla carta il ruolo dei servizi pubblici per l'impiego, che si impegna a rafforzare, non nega il valore delle agenzie di lavoro private e delle cooperative per favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le previste misure previdenziali tese a favorire giovani e disoccupati e la riforma degli ammortizzatori sociali, che eleva modestamente le indennità di disoccupazione ordinaria e straordinaria, si rivelano quindi dei semplici palliativi, e non fanno che rafforzare l'idea che il governo Prodi sia in assoluta sintonia con la Legge 30 che dalle tribune elettorali proclamava di voler abolire.

 

Sarà un autunno di lotta?

 

Esistono tutti gli ingredienti sociali ed economici per prevedere un autunno al calor bianco, ma le proposte di mobilitazione contro lo scempio perpetrato dal protocollo Damiano sono esigue e contraddittorie, come nel caso della manifestazione del 20 ottobre lanciata da una parte della cosiddetta “sinistra radicale”di governo; pensata come mossa politica per creare consenso intorno alla costituzione della Cosa Rossa socialdemocratica, che rischia di trasformarsi in un effetto boomerang (solo Prc e Pdci hanno aderito), riassume i suoi contenuti in una dichiarazione rilasciata da Giovanni Russo Spena a Liberazione il 21 agosto scorso: “Quella del 20 ottobre non è e non vuole essere, checché ne dica il solito e non disinteressato coro mediatico, una manifestazione contro il governo. E' invece, questo sì, una manifestazione che si ripropone di esercitare dal basso una pressione positiva sul governo stesso, contrastando allo stesso tempo altre pressioni, ben più invadenti, assai meno amichevoli e che certo non provengono 'dal basso'”.

Sicuramente importante sul versante sindacale il No della Fiom al protocollo Damiano, un No che tuttavia non vedrà la categoria impegnarsi attivamente a contrastare l'esito quasi scontato del referendum che chiamerà prossimamente i lavoratori ad esprimere il proprio parere sull'intesa raggiunta. La presa di posizione del sindacato dei metalmeccanici assume più un significato di dissociazione dalle politiche di deriva a destra della Cgil, che si avvia ormai a diventare un sindacato aziendalistico su modello Cisl; Rinaldini si proclama tuttavia pronto a disciplinarsi. La Rete 28 Aprile, dal canto suo, propone invece di realizzare la battaglia referendaria con la costituzione di comitati a sostegno del No, promuovendo assemblee nelle quali sostenere le ragioni contrarie al protocollo; l'azione di contrasto proposta da Cremaschi è destinata a concludersi qui, in quanto manca  la volontà di articolare il dissenso arrivando alla proclamazione dello sciopero. Simili le posizioni di Lavoro e Società. Rdb-Cub e i Cobas hanno invece deciso di boicottare il referendum, e hanno scelto di presentarsi isolati allo sciopero generale.

 

La proposta del PdAC

 

La costituzione di un fronte unico di lotta contro il protocollo su previdenza, lavoro e produttività rappresenta, secondo il PdAC, l'unica possibilità di vittoria per i lavoratori: un fronte unico imperniato sulla costituzione dei comitati per il No e sulla battaglia referendaria, da realizzare con la collaborazione di tutte le sigle sindacali di classe, aperto al sindacalismo di base, che oltre a rigettare i vergognosi accordi di luglio si impegni a lanciare lo sciopero generale con chiare parole d'ordine contro questo governo, che rappresenta unicamente le istanze di Confindustria e delle grandi banche. Un primo, importante passo verso la costruzione di una reale alternativa di potere.

 

16 settembre 2007

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