Partito di Alternativa Comunista

Continua l'attacco alla legge sull'aborto

Occorre una risposta decisa della classe lavoratrice, delle giovani, delle immigrate

 

Pia Gigli

 

Dopo la legge 40 che ha introdotto il riconoscimento dell'embrione come persona, la legittimazione per via legislativa del Movimento per la Vita negli ospedali e nei consultori per dissuadere le donne dall'aborto (Veneto) e le leggi regionali che contemplano la sepoltura dei feti abortiti (Lombardia), continua l'erosione al diritto all'aborto libero e gratuito. Un'erosione quotidiana che vede, tra l'altro, il taglio dei finanziamenti ai consultori e la loro riduzione su scala nazionale, l'obiezione di coscienza di medici e del personale ausiliario sempre più diffusa, lunghe liste d'attesa e conseguente allungamento dei tempi per l'Ivg. Mentre per l'introduzione dell'aborto farmacologico (pillola RU486) che annullerebbe l'invasività dell'intervento chirurgico, nulla si è fatto e nulla si sta facendo, si rende la vita impossibile alle donne che si rivolgono alle strutture pubbliche per ottenere la prescrizione della "pillola del giorno dopo".

 

Il Vaticano comanda...

 

Ed ecco che, tra la fine di agosto e i primi di settembre, con il pretesto di un errore verificatosi per un aborto terapeutico presso l'ospedale S.Paolo di Milano, riprendono gli attacchi alla legge 194. Di "eugenetica" e di "ricerca del figlio perfetto" hanno parlato - senza pudore - i migliori portavoce delle gerarchie vaticane come Eugenia Roccella (organizzatrice del Family day) e Paola Binetti (teodem dell'Unione), il segretario della Cei Giuseppe Betori e l'ex presidente della Cei, Ruini (che credevamo ormai in pensione), supportati dal Movimento per la Vita, da varie associazioni scientifiche e mediche e da parlamentari del centrodestra. Tutti costoro ormai non attaccano frontalmente la legge 194, tanto è vero che lo stesso Ruini ha riconosciuto che "non c'è la condizione culturale per abrogarla", ma propongono di "rivederla" di "fare il tagliando", magari attraverso un regolamento o linee guida che ne "migliorino" l'applicazione. Sotto accusa, stavolta, sono gli articoli 6 e 7 della legge che trattano dell'aborto oltre i 90 giorni, cioè l'aborto terapeutico consentito per "grave pericolo per la vita della donna" o per processi patologici o gravi malformazioni del nascituro "che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna". I diktat del Vaticano e le pressioni degli antiabortisti puntano a stabilire dei limiti temporali precisi e restrittivi per l'interruzione di queste gravidanze, regole più severe per l'aborto selettivo, e poi...l'applicazione di misure di sostegno alle donne che decidono di non abortire (magari sotto la spinta delle azioni di convincimento del Movimento per la Vita insediato nei consultori e negli ospedali) . Occorre notare che la legge 194 non stabilisce precisi limiti temporali, ma lascia liberi la donna ed il personale medico di decidere i tempi dell'aborto terapeutico caso per caso, secondo la loro responsabilità e il progresso delle tecniche. Quindi non c'è alcun bisogno né di aggiornamenti, né di linee guida, peraltro non previste dalla legge.

 

...e il governo si adegua

 

Ed il ministro Turco cosa fa? Sostiene che legge non si tocca, che è la migliore possibile, ma... nello stesso giorno in cui la Cei si pronuncia per accorciare i tempi dell'aborto terapeutico e per mettere sotto accusa le diagnosi prenatali, con un tempismo straordinario, annuncia che sta elaborando linee guida ministeriali che vanno proprio nel senso richiesto dagli antiaboristi.
La cosiddetta "sinistra radicale" - per bocca delle parlamentari "femministe" - non riesce a far altro che balbettare frasi del tipo: "nessun tagliando" e "la legge sull'aborto non si tocca". Mentre il terreno della "responsabilità di governo" è occupato da Maura Cossutta che, in qualità di membro della commissione ministeriale, lavorerà all'elaborazione delle linee guida restrittive.
E' necessario, allora, per rispondere a questo ennesimo attacco, costruire comitati cittadini per la difesa del diritto all'aborto, libero, gratuito ed esercitato nelle strutture pubbliche. Questa è l'unica risposta da dare ai tentativi di rivincita delle gerarchie vaticane che trovano nel governo Prodi il loro migliore "governo amico".

 

 

Il nucleare colpisce ancora

Note sul disastro giapponese e la situazione italiana

 

 Claudio Mastrogiulio

 

Nonostante il silenzio di gran parte dei giornali e delle televisioni nazionali, ci è giunta notizia dell'incidente nucleare avvenuto poco tempo fa in Giappone. In seguito ad un terremoto di magnitudo 6,8 della scala Richter, nella città di Kashiwazaki (sede dell'impianto nucleare più potente del mondo in termini di capacità di rilascio energetico) è avvenuta la perdita di materiale liquido radioattivo in mare. La centrale nucleare è di proprietà della Tepco, il primo produttore di elettricità dell'Asia.

 

Il caso Giapponese e le sue implicazioni

 

Quest'azienda era già ben nota in Giappone da qualche anno quando, nel 2003, in seguito ad uno scandalo sulla sicurezza degli impianti, fu costretta a chiudere tutte le centrali della nazione. Inizialmente un comunicato dell'azienda aveva gettato in pasto all'opinione pubblica proclami tranquillizzanti e tendenti a minimizzare l'accaduto. Si è infatti immediatamente detto che la perdita di acqua con materiale radioattivo in mare corrispondeva alla "innocua" quantità di 1,5 litri (non è assolutamente così, in mare sono precipitati un centinaio di barili, scaricando 1200 litri di acqua radioattiva). Bisogna ora considerare la veridicità delle informazioni che derivano dall'azienda privata che gestisce gli impianti; vale a dire è compatibile con la realtà affermare che l'emissione di materiale radioattivo in mare, indipendentemente dalla quantità, sia insignificante per quel che riguarda le conseguenze sulla salute dell'uomo ?

Attingendo da informazioni ben meno opinabili, è doveroso ricordare che la radioattività, per essere eliminata del tutto rispetto al materiale con cui è entrata in contatto impiega tantissimi anni. La sua pericolosità consiste nella circostanza che si lega all'ossigeno ed entra ovunque, nel corpo umano od anche negli alimenti. L'assorbimento nel tratto gastro-intestinale è immediato e completo; totale è l'intossicazione del corpo tramite il sangue. Per questo semplice motivo è inutile stilare una sorta di funesta classifica che abbia come ambizione quella di squalificare la nocività del nucleare in quanto tale. Questo approccio equivarrebbe a giustificare un disastro ambientale e soprattutto a legittimare, in modo più o meno ignavo, un modo di produzione che con lo sviluppo delle forze produttive globali risulta essere in un rapporto castrante piuttosto che progressivo.

E' infatti una falsità tanto grossa quanto interessata il messaggio secondo cui la deriva nuclearista sia l'unica prospettiva che si innesti in un processo di continuità con il fabbisogno energetico mondiale. Niente di tutto questo. Il nucleare, infatti, rappresenta una delle più nocive fonti di energia non rinnovabili, e per questa sua semplice peculiarità comporta numerosi danni. Oltre a quelli più macroscopici, conseguenze di incidenti ed imperizie varie da parte dei vertici padronali delle aziende produttrici, vi sono quelli più prettamente insiti a questo modo produttivo e maggiormente tacitati dal mondo politico ed economico dei Paesi  a capitalismo avanzato.

 

La situazione italiana

 

Uno di questi, ormai noto, è quello delle scorie radioattive, cioè degli inevitabili scarti di lavorazione delle centrali nucleari. Stando ai fatti nostrani è quanto mai necessario un monito per chi ha a cuore la salute propria e delle future generazioni che popoleranno questa Terra martoriata; un monito che ci veda attenti e vigili sulle attività di pressione delle varie lobbies dell'atomo che pubblicizzano un ritorno all'attività nucleare anche in Italia. Non bisogna dimenticare Latina, Caorso, Saluggia, Moltanto di Castro, oltre all'Enea di Rotondella. Quell'Enea di Rotondella con le 64 barre di uranio regalateci dagli Usa; quell'Enea che negli anni Settanta intrattenne scambi di ricercatori e di plutonio con l'allora amico di comodo dell'imperialismo occidentale Saddam Hussein; quell'Enea che è ormai un impianto di vero e proprio stoccaggio senza alcun tipo di valutazione critica e scientifica in merito; quell'Enea in cui è presente materiale radioattivo derivante dalla mancata solidificazione di 2.7 metri cubi ad alta radioattività depositati nello stesso centro; quell'Enea (allora Cnen) la cui istituzione ingannò facilmente tanta parte del proletariato locale, promettendo sicuri ed agiati posti di lavoro, ed offrendo al contrario soltanto malattie come le leucemie, i cancri, e le degenerazioni del sistema respiratorio. Questo è stato l'apporto che l'instaurazione del nucleare ha avuto nei confronti dei territori limitrofi, non solo all'Enea di Rotondella, ma anche negli altri centri sparsi per l'Italia. Tenendo maggiormente presente che, come il Giappone, siamo un paese ad elevata sismicità; ma, al contrario del paese asiatico non possediamo la medesima attenzione e specificità rispetto alla tematica delle costruzioni antisismiche.

 

L'unica alternativa   

 

A tranquillizzarci non saranno certamente i proclami di quelle istituzioni che hanno decretato l'adozione e lo sviluppo di questa fonte energetica. Al contrario riteniamo necessario mantenere alta l'attenzione sui danni provocati, facendone il fulcro per un'opposizione di classe; tanto più in un momento in cui, nel dibattito politico italiano, da destra e da sinistra, arrivano nuove aperture al nucleare. Nel novero delle marionette delle lobbies dell'atomo rientrano certamente tutte quelle organizzazioni politiche ed ambientaliste che, più o meno ingenuamente, tentano di trovare un accordo tra due aspetti totalmente inconciliabili tra loro. E' impensabile prospettare un futuro in cui ci si possa liberare da queste obsolete e nocive modalità di produzione energetica, se non si costruiscono le basi per una pianificazione raziocinante ed estensiva dell'economia e di tutto ciò che le orbita intorno.

Per questi motivi riteniamo molto più costruttivo prendere in considerazione il carattere classista di questo modo produttivo, incanalando il nostro approccio sulla caratterizzazione delle entità sociali per le quali il nucleare è una prospettiva positiva. L'instaurazione di centrali, con tutti i margini di profitto che creano, in particolar modo con i finanziamenti statali, sono una miniera d'oro per quegli squali delle economie nazionali e transnazionali che ora battono cassa per "ristrutturare" le centrali in disuso, vista l'eccezionalità finanziaria di una costruzione "nuova". Al contrario, possiamo notare che, indipendentemente dalla centrale, ad entrare in contatto con l'imprescindibile radioattività che essa provoca sono gli operai e le popolazioni locali, con tutto il portato di malattie che comporta. E' pertanto chiaro ai nostri occhi che difendere le masse popolari da questi attacchi sempre più imponenti delle lobbies dell'atomo e del sistema politico al loro servizio significa legarsi indissolubilmente ad una prospettiva anticapitalistica.

Di conseguenza concludiamo ritenendo fondamentale pensare alla lotta contro il nucleare come una possibilità di vittoria transitoria, che troverà la sua necessaria completezza soltanto con il superamento di quel sistema economico e politico che lo ha prodotto; consci che solo una mobilitazione unitaria e di classe può raggiungere tale obiettivo.

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                        

NO AL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA!

 

Pubblichiamo parte di un ampio documento elaborato dalla Rete no Ponte, movimento di lotta che vede la presenza attiva delle sezione locale del PdAC

 


A poco più di un anno dall'insediamento del governo Prodi, nulla è cambiato per quanto riguarda il piano delle grandi opere licenziato dal governo Berlusconi. Resta sostanzialmente immutato il programma delle infrastrutture da realizzare. Solo il ponte sullo stretto è stato stralciato in quanto considerata "opera non prioritaria".
Il nostro giudizio sul piano approvato dal governo Berlusconi era profondamente negativo in quanto giudicato incentrato su mere operazioni di cementificazione, speculazione, devastazione ambientale e spreco di denaro pubblico, così come critici siamo sempre stati nei confronti della "legge obiettivo", in quanto strumento per esautorare da qualsiasi potere decisionale le comunità locali e piegare il territorio agl'interessi economici delle imprese interessate alla realizzazione delle opere.

Parimenti negativo è il giudizio sul governo Prodi, che raccoglie senza soluzione di continuità l'eredità ricevuta. La problematica posta dalla questione "ponte sullo stretto" rimane preoccupante, perché, se è vero che sono state sottratte alla Stretto di Messina Spa le risorse Fintecna, è vero anche che la Società del ponte continua ad esistere e con la stessa ragione sociale. Il contratto con Impregilo, peraltro, a tutt'oggi non è stato rescisso.
Per queste ragioni, la Rete no Ponte ha deciso di rilanciare la mobilitazione sulla base di una piattaforma articolata che agisca sul terreno specifico della vertenza ponte, ma anche in collaborazione con il movimento dei lavoratori marittimi dello stretto e degli altri movimenti che si oppongono alla devastazione ambientale e sociale dei propri territori.

Chiusura della Stretto di Messina Spa!

 

Attraverso la modifica dell'art. 1 della legge n. 1158/70, che istituiva la società Stretto di Messina Spa (avvenuta con D.L. 266/2006, convertito in L. 286/2006), essa continuerà le sue attività e potrà addirittura effettuare infrastrutture trasportistiche all'estero.
La Fintecna ha ritirato il proprio impegno finanziario dalla società, ma le sue quote passeranno ad altre società pubbliche non identificate, lasciando quindi aperto l'impegno statale, non soltanto nello stretto di Messina ma anche nella costruzione dell'attraversamento stabile dello stretto. Le rivendicazioni della rete no ponte, che in questi anni ha portato in piazza migliaia e migliaia di cittadini a protestare contro un'opera inutile e dannosa, erano altre.

L'attuale maggioranza di governo ha disatteso le aspettative, pur se limitate, dichiarate in campagna elettorale, assumendo una posizione ambigua. Mentre ministri e segretari di partito non nascondono la loro posizione pro-ponte, il servizio di trasporto marittimo pubblico e privato sullo stretto è stato gravemente depotenziato e sono stati promossi lavori pubblici propedeutici al ponte. Dunque, occorre un'inversione di tendenza, a partire dall'abrogazione della legge n. 1158/70, con la conseguente liquidazione della Stretto di Messina Spa. La rete no ponte chiede l'immediata rescissione del contratto stipulato dalla Stretto di Messina Spa con la cordata vincitrice dell'appalto, capeggiata da Impregilo. Il contratto, registrato nell'aprile del 2006, prevedeva che il progetto definitivo del ponte sullo stretto avrebbe dovuto essere consegnato entro 180 giorni, mentre ne sono trascorsi oltre 300 dal termine presunto per la consegna del progetto definitivo e dalla dichiarazione del ministro delle infrastrutture di voler avviare il procedimento per la cessazione del rapporto. Ad oggi, nulla è stato fatto, e questo è ingiustificabile e intollerabile.

 

Unità d'azione con il movimento dei lavoratori marittimi e con i pendolari dello stretto!

 

L'area dello Stretto è attraversata da forti movimenti di lotta dei lavoratori marittimi che chiedono diritti e stabilizzazione del posto di lavoro. La tragedia dello scorso inverno, che ha causato morti e feriti, ha posto con forza il problema della sicurezza della navigazione nello stretto di Messina. La rete no ponte deve assumere questi temi come centrali nella propria azione e trovare momenti di collaborazione con tutti i soggetti interessati. La precarizzazione delle condizioni di lavoro e di trasporto sono propedeutiche alla riproposizione del ponte sullo stretto.

 

(...)

logoCI

 

Riforma costituzionale in Venezuela

Progresso verso il socialismo o del controllo e la repressione governativa sul movimento di massa?

 

Violenta repressione dei lavoratori della Sanitari Maracay

sull'autostrada Caracas-Maracay, il 24/04/2007

Pochi giorni fa, il Presidente del Venezuela, Hugo Chávez, ha presentato all'Assemblea Nazionale (il Parlamento) un progetto di riforma della costituzione del 1999 (approvata all'inizio del suo primo mandato). Se l'Assemblea dovesse confermarla (cosa scontata, vista l'assoluta maggioranza di deputati chavisti), la nuova costituzione sarebbe finalmente approvata attraverso un plebiscito.
Il testo include vari articoli sugli "obiettivi sociali della produzione" ed il diritto dello Stato d'intervenire nel processo economico, e regolamenta la creazione di organismi definiti di "potere popolare". Prevede pure il diritto di rielezione indefinita per la carica presidenziale, finora limitato a due mandati.
Come succede per ogni provvedimento di una certa importanza approvato dal governo Chávez, anche questo ha generato una forte polemica. Da una parte, l'opposizione di destra, vari governi latinoamericani e l'imperialismo lo hanno criticato come un passo in più verso l'instaurazione di una "dittatura personalista". In bocca a questi personaggi della borghesia e dell'imperialismo, la "difesa della democrazia" e la preoccupazione per i diritti del popolo venezuelano appaiono come una totale ipocrisia.
Dall'altro lato, coloro i quali appoggiano il governo Chávez affermano che la nuova costituzione rafforza la "marcia verso il socialismo del XXI secolo" e che, in questa marcia, è inevitabile colpire interessi e restringere le libertà dei portatori di questi interessi.
Tuttavia, questa posizione tralascia un concetto basilare: non può esserci alcuna marcia verso il socialismo che non abbia come protagonista la classa operaia ed il popolo e come suoi obiettivi la difesa dei loro interessi ed il miglioramento delle loro condizioni di vita. In altre parole, la costruzione del socialismo può essere possibile solo se è fatta dal e per la classe operaia ed il popolo.
Se analizziamo in profondità l'attuale realtà venezuelana, dal punto di vista degli interessi operai e popolari, vediamo che nessuna di queste due questioni chiave esiste. Il Venezuela continua ad essere un paese capitalista e la borghesia continua a controllare il potere politico ed economico attraverso un settore di questa classe: la cosiddetta borghesia bolivariana rappresentata dal governo chavista.[1]
Da quest'approccio di classe, la nuova costituzione, lungi dal rappresentare un passo nella "marcia verso il socialismo", rappresenta un passo in più nell'accelerazione del processo di controllo sempre più totalitario delle libertà democratiche nel paese da parte del governo Chávez. In buona sostanza, quest'accelerazione non è diretta contro la borghesia venezuelana e l'imperialismo (benché possa parzialmente colpirli, a volte, con alcuni provvedimenti come la chiusura di Rctv), bensì contro i lavoratori ed il popolo venezuelano.

 

Cosa rappresenta il governo di Chávez?

 

In varie edizioni precedenti di Correo Internacional abbiamo definito il governo di Chávez come "bonapartista sui generis".[2] Vale a dire, è un governo che rappresenta un settore della borghesia di un paese arretrato che vuole far leva sul movimento di massa per tentare di compensare la sua debolezza di fronte all'imperialismo, e così poter negoziare un margine un po' più ampio di "indipendenza". In generale, governi di questo tipo si appoggiano sulle Forze Armate, direte da un "leader" militare che impone le sue decisioni senza nessun tipo di partecipazione reale dei settori operai e popolari. Di qui, la definizione di "bonapartismo", con riferimento a Napoleone Bonaparte.
Tuttavia, facendo leva sulle mobilitazioni di massa, questo settore borghese è consapevole di stare "giocando col fuoco", perché esiste il serio pericolo che queste mobilitazioni debordino verso un processo rivoluzionario indipendente, che rompa la cornice dello Stato borghese. Per questo, al tempo stesso, ha l'imperiosa necessità di esercitare un ferreo controllo su di esse e di costruire "barriere di contenimento" per evitare che ciò accada.
Rafforzato dalla sconfitta dei tentativi di golpe del 2002 dai suoi continui trionfi elettorali, il governo di Chávez è entrato in una fase destinata ad irrobustire il suo carattere bonapartista e questo ferreo controllo sul movimento di massa. Solo tenendo presente questo quadro può comprendersi perfettamente il vero significato dei suoi provvedimenti e delle sue politiche recenti.

 

Facciamo un ripasso

 

Per gettare le basi di questo concetto, facciamo un ripasso di alcune di queste misure:

 

  • Votazione dei "pieni poteri". L'anno scorso, l'Assemblea Nazionale deliberò di concedere a Chávez i "pieni poteri" per governare. Non v'era alcuna ragione che giustificasse questo provvedimento, dal momento che il governo ha una maggioranza assoluta in parlamento e può approvare le leggi che vuole. Semplicemente, si è trattato di una dimostrazione di obbedienza al "leader".

 

  • La formazione del Psuv. Questo partito viene costruito come uno strumento politico tipico di un governo bonapartista, usando tutto il peso dell'apparato statale per ottenere milioni di iscrizioni, con forti pressioni agli impiegati pubblici, minacciati di perdita del posto, soldi usati per compare dirigenti sindacali e del movimento di massa, ecc. Attraverso di essa, Chávez, dall'apparato dello Stato, può esercitare un controllo molto più ferreo sul movimento di massa e, al tempo stesso, disciplinare verticalmente in questa struttura tutti i quadri del movimento che lo appoggia, oggi ancora parecchio eterogeneo e disperso in varie organizzazioni.[3] Ricordiamo che quelli che non vogliono entrare nel Psuv, benché abbiano combattuto contro i golpisti e la destra in tutti questi anni, sono stati definiti da Chávez "controrivoluzionari". Il Psuv non rappresenta, in realtà, alcuna novità storica: movimenti politici come il peronismo argentino, il Pri messicano o il nazionalismo arabo, hanno creato simili partiti, ferramente disciplinati al leader borghese (Perón, Cárdenas, Nasser, ecc.).

 

  • Chiusura della Rctv. La fine della concessione di questa emittente e la sua incorporazione alla rete governativa dei media ha creato una forte polemica. La Lit-Ci si è opposta a questo provvedimento, segnalando che, in ultima istanza, era diretta contro la libertà di espressione della classe operaia: ed ha ricevuto attacchi molto duri da varie correnti di sinistra, fondati sul carattere golpista e reazionario della precedente dirigenza del canale televisivo. Di questo dibattito possono oggi tirarsi le somme chiaramente. Di recente, ci sono state varie lotte operaie duramente represse dal governo e tutti i mezzi di comunicazione governativi, compresa la Tves (ex Rctv), hanno fatto passare sotto silenzio sia i fatti che la voce dei lavoratori in lotta. Dunque, la domanda a cui rispondere è molto semplice: è aumentata la libertà di stampa della classe operaia con questo provvedimento?

 

La nuova costituzione

 

Vediamo ora la nuova costituzione. Già abbiamo detto che introduce un articolo che permette la rielezione indefinita del presidente. Ma questo criterio non si applica ai governatori ed ai sindaci. In altri termini, potrà essere utilizzato dal solo Chávez.
Si potrà sostenere che questa misura è diretta contro governatori come Jorge Rosales, dello Stato Zulia, ex candidato presidenziale e principale figura dell'opposizione di destra, allo scopo di indebolirne la base d'appoggio. Non condividiamo questo criterio: in un regime difendiamo che solo il popolo venezuelano ha il diritto di decidere quale governatore o sindaco deve continuare a governare o meno. In un vero stato operaio in marcia verso il socialismo, tutte le cariche ed i mandati di governo sarebbero revocabili dalle assemblee popolari o da altro meccanismo di democrazia operaia.
Ma, per di più, quest'articolo è diretto anche contro governatori e sindaci di partiti alleati del governo nazionale che si sono opposti ad entrare nel Psuv. È il caso del governatore di Sucre, Ramón Martínez, del Podemos, che già comincia ad essere pubblicamente attaccato dal governo nazionale.
In altri articoli di quest'edizione del Correo Internacional, abbiamo analizzato come il riferimento agli "obiettivi sociali della produzione", alla creazione di "imprese socialiste" ed organismi di "potere popolare" sono pura retorica e dissimulano soltanto, da un lato, gli intenti di espansione economica della "borghesia bolivariana" e, dall'altro, nuove forme di controllo e bavagli sul movimento di massa, in tutto associato al governo.
Ripetiamo che, a nostro giudizio, il socialismo può essere costruito solo da e per la classe operaia ed il popolo. Ciò significa che il cammino verso un'economia socialista e la creazione di organismi di potere popolare può essere genuino solo se basato su un processo autonomo di mobilitazione ed organizzazione democratica dei lavoratori e del popolo. Nessuno stato borghese, ed ancor meno uno retto da un regime bonapartista, può essere il costruttore dei veri organi di potere operaio e popolare. Come diceva Karl Marx: "La liberazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi".
Per questo, concordemente al suo carattere borghese, il governo di Chávez attacca legalmente, politicamente ed infine fisicamente, ogni espressione di questa mobilitazione ed organizzazione autonome, come gli scioperi e le mobilitazioni dei petroliferi, il controllo operaio dei Sanitari Maracay o la "autonomia" della nt, per sconfiggerle o controllarle.
A partire da qui, risulta chiarissima una conclusione: la mobilitazione e l'organizzazione autentiche dei lavoratori e del popolo venezuelano potranno svilupparsi soltanto lottando in forma indipendente per le loro rivendicazioni tanto immediate quanto storiche. Ciò implica lottare contro il governo Chávez e le sue politiche, compreso questo nuovo progetto di Costituzione.

 

<Articolo 2>

 

La situazione della classe operaia

 

Abbiamo sostenuto che l'attacco alle libertà democratiche è diretto, in ultima analisi, contro i lavoratori ed il popolo. Dobbiamo partire dal fatto che le condizioni di vita delle masse non hanno avuto nessun importante miglioramento durante il governo di Chávez, nonostante, per lo meno negli ultimi quattro anni, gli introiti derivanti dal petrolio che il paese ha ricevuto siano cresciuti e l'economia cresca a buon ritmo.
Più della metà della popolazione attiva continua a sopravvivere di lavori informali come la vendita ambulante od il trasporto precario. Tantomeno è migliore la situazione di chi ha un impiego dipendente. Il salario minimo percepito dalla maggioranza dei lavoratori è di 250 dollari, al di sotto del paniere alimentare di base e molto meno di un paniere familiare completo (700 dollari). I settori che guadagnano un po' di più (come i petroliferi specializzati) possono ricevere 500 o 600 dollari. Le condizioni di lavoro sono pessime, specialmente nelle centrali industriali o nelle raffinerie che non hanno realizzato alcun investimento di base da moltissimo tempo. Contemporaneamente, sono anni che non si concludono contratti collettivi nella maggioranza dei settori.

 

Con te non contratto, con il "golpista" sì ...

 

Tutto questo ha generato una forte ondata di lotte per i salari, le condizioni di lavoro e la conclusioni di contratti collettivi, totalmente occultata sia dalla stampa "democratica" del continente che dai media del governo. Al di à dei casi che analizziamo in questo Correo, vi sono stati conflitti recenti anche alla Sidor (la grande impresa siderurgica dello Stato Bolívar) ed alla Toyota di Cumaná (Sucre).
Di fronte a queste lotte, il governo pretende di scegliere con chi concludere i nuovi contratti. Nel caso dei lavoratori petroliferi della Pdvsa, ad esempio, voleva farlo con i vecchi "dirigenti" golpisti della federazione della Ctv[4], totalmente ripudiati dai lavoratori. Una forte mobilitazione ha impedito questa manovra ed ha obbligato il governo ad accettare che almeno una parte dei negoziatori sia eletta dalla base.
Quando le lotte operaie trascendono, vengono messe da parte le "buone maniere" e le manovre del governo ed appare la repressione diretta. Così è accaduto con i lavoratori dei Sanitari Maracay nello Stato Aragua (v. articolo). E così con i petroliferi di Zulia (occidente del paese), la cui manifestazione è stata duramente repressa dalla Guardia Nazionale, con un bilancio di vari feriti e quattro lavoratori imprigionati, tra le accuse del governo rivolte ai lavoratori di essere "sabotatori". In questi casi, cade la "maschera socialista" del governo di Chávez ed appare in tutta la sua crudezza il suo carattere borghese.

 

Gli impiegati statali

 

Benché possa suonare contraddittorio per coloro i quali difendono l'idea della "marcia al socialismo" sotto questo governo, i lavoratori statali (1.200.000 in tutto) sono quelli che più soffrono le conseguenze di questa politica del governo. Circa la metà percepisce il salario minimo, o meno, come quelli recentemente assunti per le Missioni. Tutti i dipartimenti e ministeri hanno il loro contratto collettivo scaduto da molto tempo: il record appartiene allo stesso Ministero del Lavoro con sedici anni senza rinnovo!
Anche qui il governo vuole scegliere con chi contrattare. Una delle due federazioni sindacali, legata ai vecchi "dirigenti" golpisti, è stata ricevuta dal ministro del Lavoro, José Ramos Rivero, ed ha chiesto il 40% di aumento (cifra al di sotto dell'inflazione degli ultimi quattro anni). L'altra federazione ha rivendicato il 60% ed il pagamento di importi retroattivi per compensare le perdite sofferte. Andando a presentare la proposta, il suo dirigente, Marco García, si è scontrato col fatto che i funzionari del ministero avevano proibito di riceverla.
Di fronte a questa situazione, un nucleo di dirigenti sindacali del settore ha occupato parte degli impianti del ministero, esigendo che venissero discusse quest'ultima proposta e le dimissioni del ministro. In un'atmosfera tesissima, dopo che sono state sospese le erogazioni di acqua e luce e vi sono state minacce ed aggressioni da parte dell'organizzazione Tupamaros (truppa d'assalto del governo), i manifestanti sono stati sgombrati.
Questo caso degli impiegati statali riassume tre dei pilastri della vera politica del lavoro del governo di Chávez: bassissimi salari, disconoscimenti dei reali rappresentanti sindacali ed intento di negoziare con "dirigenti" fantasma e golpisti e, per ultimo, la repressione delle lotte e dei suoi dirigenti.
Risulta evidente che, nella misura in cui queste lotte operaie crescono, crescerà al tempo stesso la repressione governativa contro i lavoratori.

 

 

<Articolo 3>

 

Gli attacchi alla "autonomia sindacale"

 

Altro aspetto centrale dell'attuale politica del governo d Chávez sono i suoi attacchi alla "autonomia sindacale", cioè all'indipendenza dei sindacati e delle centrali di fronte allo Stato ed al governo. Lo stesso Chávez, in un discorso nel marzo di quest'anno, ha affermato che "bisogna smetterla con questa storia dell'autonomia sindacale".
La questione della "autonomia" si riferisce oggi, principalmente, al destino dell'Unt (Unione nazionale dei lavoratori), nata nel 2003 dalla rottura della vecchia Ctv prima della sua posizione golpista. Benché l'Unt e le correnti che la compongono abbiano sempre rivendicato il "processo bolivariano", varie di esse (specialmente la Ccura[5]) hanno rivendicato la necessità della sua "autonomia" di fronte al governo ed agli industriali.
La politica del chavismo prevede che l'Unt si disciplini al Psuv, che si sta costruendo come "braccio politico" del governo. Per questo, propone che la sua direzione sia definita preventivamente all'interno del Psuv e, subito dopo, "eletta" nell'Unt. Tuttavia, quattro delle cinque correnti interne alla centrale sindacale hanno rifiutato questa proposta e, in una recente assemblea plenaria di mille attivisti, hanno deciso di convocare le elezioni quest'anno, senza aspettare il "placet" del governo. Vale a dire, nei fatti, una decisione "autonoma".
L'unica corrente che si è opposta a questa decisione è stata la Fstb (Forza socialista bolivariana dei lavoratori), legata al ministero del lavoro. Il suo principale dirigente, il deputato Oswaldo Vera, appare negli atti del Psuv come "rappresentante" dell'Unt, benché nessun organismo del sindacato lo abbia designato come tale. Vera ha duramente attaccato la decisione di convocare le elezioni. Ecco quanto denuncia Orlando Chirino (dirigente della Ccura ed uno dei coordinatori nazionali dell'Unt): "Penso che le dichiarazioni di Oswaldo Vera siano la risposta ‘ufficiale' del governo centrale contro gli sforzi per riunificare il sindacato". Chirino ha aggiunto che questa risposta è destinata alla "imposizione dei candidati o a dividere il sindacato stesso", spingendo gli iscritti ad abbandonarlo (www.aporrea.org, 3/8/2007).

 

Come Lit-Ci, respingiamo tutti i tentativi del governo Chávez di manipolare coloro che devono essere i "rappresentanti" dei lavoratori. Difendiamo il diritto dell'Unt di realizzare le proprie elezioni interne, senza intromissioni del governo. Rivendichiamo la necessità che l'Unt continui nel percorso per essere un sindacato totalmente "autonomo" dai padroni e, soprattutto, dal governo. Cosa che potrà verificarsi solo col rispetto più assoluto della democrazia operaia al suo interno.
Tuttavia, è necessario trarre tutte le conclusioni da questi fatti. Il governo di Chávez non è disposto a tollerare la minima "autonomia" dell'Unt. Neanche l'elementare diritto di eleggere liberamente la sua direzione. E, se non si disciplina, la sua politica è cercare di dividerla e distruggerla.
Per questo, è chiaro che Chávez ed il suo governo sono totalmente contro qualsiasi espressione di democrazia operaia. Cosa possiamo attenderci, allora, dagli organismi di presunto "potere popolare" previsti dal progetto di nuova costituzione, che saranno direttamente nominati dai ministri, dai governatori e dai sindaci? Benché alcuni di essi possano avere l'ingannevole appellativo di "soviet" (col tentativo di associare questo progetto alla Rivoluzione russa del 1917), il vero obiettivo sarà quello di controllare i lavoratori e, al tempo stesso, utilizzarli come arma per distruggere i più genuini processi di organizzazione, come l'Unt.

 

<riquadro>

Il caso della Sanitari Maracay

 

E le "imprese socialiste"?

 

Il progetto di nuova costituzione venezuelana include vari articoli che parlano degli "obiettivi sociali della produzione", del diritto dello Stato ad intervenire nell'economia ed espropriare settori considerati "strategici" e della creazione di "imprese socialiste".
Sicuramente, questa parte del testo accrescerà l'entusiasmo di coloro che appoggiano il governo di Chávez, considerandolo un passo avanti nella "marcia verso il socialismo". Tuttavia, se lo confrontiamo con la realtà, vediamo che quest'entusiasmo non ha nessuna giustificazione.
In primo luogo, lo stesso Chávez ha dichiarato che ogni impresa produttiva nazionale o straniera avrà posto nel "socialismo del XXI secolo". Suona molto somigliante ad un capitalismo con qualche grado d'intervento statale. Cosa che è stata evidenziata in questi anni di governo, nei quali la borghesia nazionale e straniera continua a fare grandi affari nei settori petrolifero, automobilistico, bancario, ecc., mentre le dure condizioni di vita dei lavoratori e del popolo non cambiano.
Ma se c'è una cosa che dimostra il carattere di "pubblicità socialista ingannevole" di questi articoli è il caso della Sanitari Maracay, un'importante impresa dell'omonima città (capitale dello Stato Aragua), fondata 47 anni orsono.

Stanchi di sopportare i permanenti abusi del suo proprietario, Álvaro Pocaterra (un uomo molto legato ai vecchi politici di Azione Democratica e sostenitore del golpe del 2002), gli 800 lavoratori hanno realizzato, negli ultimi anni, varie lotte per il pagamento dei salari e la realizzazione delle clausole del contratto collettivo.
A fronte di ciò, il padronato ha posto in essere la solita vecchia manovra per sconfiggere i lavoratori: nel 2006, ha abbandonato l'impresa annunciandone la chiusura. I lavoratori hanno occupato la fabbrica, decidendo di assumerne il controllo e mantenere la produzione. Da allora, reclamano che il governo realizzi quanto indicato anni fa dallo stesso Chávez ("impresa chiusa dai padroni, impresa aperta dal governo"). Per questo, chiedono che il governo la espropri e la nazionalizzi perché continui a funzionare sotto controllo operaio.
Tuttavia, lungi dal realizzare quella promessa, anticipando così il presunto spirito "socialista" della nuova costituzione, il governo ha fatto tutto il possibile per porre fine alla lotta di questi lavoratori ed affinché la fabbrica torni nelle mani dei suoi vecchi proprietari.
I rappresentanti del ministero del Lavoro dissero loro che "la cosa migliore da fare è accettare la vendita dell'impresa ed incassare le liquidazioni". Al tempo stesso, come denuncia Orlando Chirino nella menzionata inchiesta, il governo nazionale ha bisogno di prodotti sanitari per le 18.000 abitazioni del Programma Petrocasa. Ma ha optato per appaltarli ad altre imprese, molte delle quali di proprietà di impresari golpisti del 2002, invece di comprare la produzione sotto controllo operaio della Sanitari Maracay, che oltretutto sono di ottima fattura e molto economici.
Come se tutto ciò non bastasse, i lavoratori hanno anche subito la repressione governativa. Stanchi per la mancanza di risposte alle loro rivendicazioni, hanno deciso di marciare sugli autobus alla volta di Caracas, il 24 aprile scorso. Ma sono stati duramente repressi nel percorso dalla polizia del governatore di Aragua, Didalco Bolívar, e da battaglioni della Guardia nazionale. Ne è scaturito, nel maggio scorso, un combattivo sciopero regionale di questo Stato, in solidarietà con i lavoratori e la rivendicazione delle dimissioni del governatore.
Per questo, non dobbiamo confonderci. Il governo di Chávez, e gli interessi della "borghesia bolivariana", possono portare a nazionalizzare imprese come la Cantv e la Elettricità di Caracas, comprando i loro pacchetti azionari. Ciò che mai farà è sostenere un processo di espropriazione generalizzata della borghesia nazionale e delle proprietà dell'imperialismo nel paese, né sviluppare il controllo dei lavoratori nelle imprese nazionalizzate.
Circostanza che viene chiaramente dimostrata da come funzionano oggi queste imprese statali o nazionalizzate, come Pdvsa o Cantv, dirette dalla "borghesia bolivariana", senza nessuna possibilità per i lavoratori di controllarne il funzionamento. Ancor meno il governo chavista intende sostenere la mobilitazione generalizzata della classe operaia e del popolo per far avanzare questo processo.
Perciò, quando fa la sua comparsa un genuino esempio di controllo operaio e di mobilitazione per l'espropriazione di un'impresa, come quello della Sanitari Maracay, invece di appoggiarlo e mostrarlo come un esempio da seguire, il governo di Chávez lo attacca e lo reprime.
I suoi discorsi ed il testo del progetto della nuova costituzione possono essere imbellettati di riferimenti al "socialismo". Però, sfrondandola da questa retorica, la sua politica reale non ha niente a che vedere con gli interessi e le necessità dei lavoratori, ma - questo sì - molto a che vedere con quelli dei borghesi come Álvaro Pocaterra.

 

(Traduzione di Valerio Torre)



[1] La massima espressione di questa borghesia bolivariana è Disonado Cabello, governatore dello Stato Miranda e capo del Comando nazionale del Mvr (l'organizzazione politica del chavismo prima del Psuv). In un'inchiesta giornalistica, ripresa l'anno scorso da vari periodici, il vecchio combattente venezuelano Domingo Alberto Rangel denuncia che Cabello "ha acquistato, attraverso prestanomi, l'industria di inscatolamento di Eveba nel Cumanà, le imprese industriali che erano appartenute ai gruppi Sosa Rodríguez e Montana, oggi dissolti, tre banche commerciali, varie imprese di assicurazioni (...) questa è la verità".

[2] Questa caratterizzazione fu utilizzata da Lev Trotsky per definire il governo di Lázaro Cárdenas ed il sistema di potere in Messico, nel decennio del 1930.

[3] Queste organizzazioni sono il Mvr (Movimiento Quinta República, il chavismo propriamente detto); Ppt (Patria Para Todos, rottura di Causa R); Podemos (rottura del Mas); la Upv di Lina Ron (una specie di dirigente piquetera venezuelana); il Pcv e, persino, il Prs.

[4] Centrale dei Lavoratori Venezuelani. Storica centrale sindacale del paese, fondata nel decennio del 1930. La sua direzione è sempre stata molto legata al partito borghese Azione Democratica (Ad). Dopo il suo appoggio al golpe del 2002 ed al boicottaggio economico degli imprenditori al governo Chávez, si è spaccata e numerose organizzazioni, correnti e dirigenti l'hanno abbandonata per fondare, poco dopo, la Unt.

[5] Corrente classista rivoluzionaria unitaria autonoma, situata alla sinistra all'interno dell'Unt. Un settore di questa corrente, diretta da Osvaldo Chirino, ha rifiutato di entrare nel Psuv; mentre un altro, diretto da Stalin Pérez Borges, lo ha fatto.

Portogallo

Dopo il congresso del Blocco di Sinistra

 

Flor Neves*

 

Il 2 e il 3 giugno scorsi, a Lisbona, si è tenuta il V congresso del Blocco di Sinistra (Bs), che rappresenta, in Portogallo, i cosiddetti partiti anticapitalisti.
A questo congresso sono state presentate 4 mozioni di diverso orientamento. Nel mentre tutto il dibattito politico si è concentrato prima e durante il congresso sulla discussione tra i diversi progetti politici proposti dalla mozione A, che rappresenta la direzione del Bs, e dalla mozione C, composta da elementi di Ruptura/Fer (sezione portoghese della Lit) e un settore di indipendenti di varie regioni del paese e legati al mondo sindacale. La mozione/lista A ha ottenuto 404 voti (77,5%) e 62 eletti alla Tavola Nazionale, la mozione/lista C ha ottenuto 78 voti (15%) e 12 eletti, le liste B e D hanno rispettivamente eletto 4 (5%) e 2 (2,5%) rappresentanti in questo organismo dirigente del Bs.
In una situazione nazionale caratterizzata dai profondi attacchi del governo neoliberale del ‘'socialista'' Josè Socrates e da varie mobilitazioni di massa, che da settembre 2006 protestano contro le politiche governative che attaccano i lavoratori e favoriscono il grande capitale, il grande dibattito durante il periodo del congresso si è sviluppato attorno alla politica nazionale e alla conseguente necessità di come fare l'opposizione al governo. In questo senso la stessa mozione A ha scelto come titolo: "La sinistra socialista in alternativa al governo Socrates", anche se, comunque, il suo contenuto non rappresentava una risposta conseguente e di lotta per la costruzione di questa propaganda alternativa.
Di fatto i sostenitori della mozione A, durante tutto il periodo delle lotte (con manifestazioni di più di 100.000 persone) nel periodo che precedette il congresso non hanno mai appoggiato la necessità di un appello allo sciopero generale nel paese. La direzione del Bs ha appoggiato la proposta di sciopero generale solo quando è stato convocato dalla Cgtp, ormai finito il culmine delle lotte contro il governo e dopo che erano state applicate le principali leggi.. Già da vari mesi la mozione C parlava della necessità dello sciopero generale, appellandosi alla necessità di unificazione delle lotte per combattere il governo Socrates. Queste differenze sul tema dello sciopero generale, che sono in realtà differenze su come affrontare il governo, hanno avuto eco anche nelle proposte di alleanza formulate dalle 2 mozioni.
La mozione C ha presentato la proposta di un appello generale al Pcp, alla Cgtp, ai socialisti che si oppongono alle politiche del governo, e a tutti gli indipendenti in lotta, per concretizzare un'unità d'azione con lo scopo di lottare contro il governo, sconfiggere le sue politiche di attacco ai lavoratori e accorciargli la vita.
La mozione A ha chiarito che la sua priorità sono le alleanze coi settori di sinistra del Ps, in una strategia non centrata nelle lotte, ma nel parlamento, in una prospettiva di progressivo logoramento del governo, che si dovrebbe tradurre, alle prossime elezioni, in un miglior risultato per il Bs.

            Nell'ambito internazionale uno dei temi più controversi è stata la presenza del Bs nel Partito della Sinistra Europea (Pse), presieduto da Fausto Bertinotti di Rifondazione Comunista, che è al governo in Italia. La mozione C ha difeso l'impossibilità della presenza del Bs nello stesso partito europeo di Rifondazione Comunista, partito che nel governo italiano applica le politiche di guerra e privatizzazione che il Bs combatte in Portogallo, nello stesso momento in cui la mozione A sottolineava la necessità di alleanze internazionali ed europee che non mettessero in discussione i "posizionamenti tattici" degli altri partiti del Pse. Anche il Libano è stato argomento di discussione, nella misura in cui la mozione C difendeva una grossa campagna per il ritiro delle truppe portoghesi da tutti gli scenari di guerra e la mozione A non faceva nemmeno riferimento al Libano, per il fatto che nella Mozione A c'è un settore, rappresentato dal deputato europeo Miguel Portas (Política XXI), che è favorevole all'invio di truppe in questo paese.
Infine sono state discusse anche le differenti alternative per la costruzione del Bs, con la mozione C favorevole a un maggior inserimento del Bs nel mondo del lavoro, attraverso la costruzione di alternative sindacali ampie, più democratiche, combattive e di classe dentro gli organismi di rappresentanza dei lavoratori, e la costruzione di nuclei del Bs nelle aziende, nelle scuole, per dinamizzare maggiormente questo lavoro. Dal canto suo la mozione A ha continuato a scommettere nella difesa del lavoro "in rete" nel movimenti sociali, il che significa il mantenimento dell'attuale struttura di funzionamento del Bs, dove i nuclei sono quasi esclusivamente regionali e senza intervento nelle realtà di lotta del paese, e in cui ogni militante è lasciato al suo destino - senza attuazione della politica e senza appoggio - pregiudicando così la possibilità di costruire delle alternative di base e combattive nei movimenti sociali.
Di qui l'importanza anche dell'altra discussione sul progetto di partito per il Bs, con la politica della mozione A a rafforzare un Bs sempre più istituzionalizzato, sempre più rivolto verso il parlamento e più lontano dalle lotte sociali, con minore spazio per la base e per la discussione, e perciò con meno militanti. La mozione C, al contrario, ha difeso la necessità di un maggior intervento nelle lotte sociali, maggior organizzazione interna con spazio per la base e per la discussione. Il risultato raggiunto dalla mozione C, come unica vera direzione di sinistra per un Bs che percorre un cammino di sempre maggior adattamento al sistema, non deriva solo dall'accordo coi due assi politici che aveva fissato come programma, ma anche dal fatto importante di essere il prodotto di una convergenza della corrente morenista in Portogallo con un altro settore indipendente all'interno del Bs, e che si è espressa, oltre che nelle votazioni, nell'elezione di 76 delegati in 17 città del paese.
Ora la sfida consiste nella trasformazione della mozione C e, conseguentemente, della convergenza di cui essa è stata il prodotto, nella costruzione (già in corso) di un'alternativa costante per la sinistra nel Bs, che inizia a concretizzarsi nella formazione di una tendenza nel Bs.

 

*Dirigente di Ruptura-Fer

 

 

 

 

 

Regione Campania
Emergenza rifiuti: la storia infinita
 
Giuseppe Guarnaccia
 
L'emergenza rifiuti in Campania continua, ma sotto traccia, dopo le grandi manifestazioni di protesta dei mesi scorsi. Achille Pansa - prefetto di Napoli - guida l'organo commissariale dopo la parentesi Bertolaso. La decisione è stata presa a Palazzo Chigi, direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Il prefetto, in qualità di nuovo commissario straordinario, sarà in carica fino alla fine dell'emergenza che il governo prevede durerà almeno un anno, fino cioè al ritorno ad una situazione di normalità. Pansa, che aveva già cominciato ad occuparsi del problema rifiuti a Napoli negli ultimi giorni, mentre si accavallavano le contestazioni a Bertolaso e la situazione si faceva di nuovo incandescente, sarà affiancato da una task force di tecnici, come aveva già annunciato il governatore della Campania Antonio Bassolino.
Nella sostanza, la successione alla guida del commissariato speciale è atto dovuto in un certo senso, e la nomina di Pansa è in linea con il disegno del Governo Prodi, cioè, costruire discariche a cielo aperto a poche centinaia di metri da parchi naturali e centri abitati.
Dunque, dopo appena sessanta giorni Bertolaso ha dovuto dimettersi e incassare la sconfitta. Prodi aveva dato fiducia e poteri straordinari al capo della Protezione Civile. Da questa vicenda ne esce sconfitto non solo Bertolaso, ma soprattutto il governo Prodi, incapace di far fronte alla emergenza rifiuti e in grado solo di inviare a Serre, nel salernitano, esercito e polizia per sgomberare un sito, quello di Valle della Masseria, presidiato dalla popolazione locale a difesa di un parco naturale, ubicato a poche centinaia di metri dal sito di stoccaggio.
 
L'individuazione dei nuovi siti
 
Con la conversione in legge del decreto emanato dal governo, sono stati individuati i nuovi siti dove aprire le discariche per lo smaltimento dei rifiuti. Ospiteranno i rifiuti campani: Serre, Terzigno, Savignano Irpino e Sant'Arcangelo Trimonte. Sostanzialmente la situazione non cambia, i nuovi siti tra cui Serre e Terzigno, sono molto vicini ai parchi naturali presenti sul territorio, e il rischio di una devastazione ambientale è molto elevato. I prefetti, è scritto nel decreto, potranno assumere "ogni necessaria determinazione per assicurare piena effettività agli interventi e alle iniziative previsti dal decreto e attuati dal Commissario delegato". Ciò significa che il governo non esiterà ad inviare la polizia sui siti di stoccaggio in presenza di prevedibili proteste delle popolazioni locali, e non esiterà a far caricare - come d'altronde già avvenuto a Serre e Terzigno - i cittadini e i comitati civici sorti a difesa dell'ambiente e della salute pubblica.
 
Prospettive future
 
Nei fatti, la protesta continua e deve svilupparsi anche al di fuori dei comitati civici e dei cittadini, deve coinvolgere i lavoratori, gli studenti, i pensionati e i precari, perché solo attraverso l'unificazione delle lotte e dei lavoratori è possibile sconfiggere i signori del profitto che intendono devastare il territorio campano con l'apertura di discariche attigue a parchi naturali, condannando il territorio e le popolazioni a subire i gravissimi danni prodotti. Il PdAC sostiene e partecipa alle lotte dei cittadini e dei comitati civici per la difesa della salute e del territorio, consapevole che solo un programma dichiaratamente anticapitalista potrà risolvere la questione ambientale, economica,politica e sociale. Solo un governo dei lavoratori e per i lavoratori potrà sviluppare e risolvere coerentemente e compatibilmente con l'ambiente la questione dei rifiuti.

 

Lotte e mobilitazioni in Italia

 

a cura di Michele Rizzi

 

Milano

Sgomberato l'ennesimo campo Rom a Milano nel quartiere di Via San Dionigi. In questo posto dimoravano circa 200 rom assistiti da alcune associazioni laiche milanesi. Già qualche settimana prima dello sgombero, i democratici di sinistra avevano guidato una fiaccolata di protesta contro i campi nomadi di Chiaravalle, facendo a gara in razzismo con Lega Nord ed An. Il quadro politico milanese è quello della competizione, a "destra", tra esponenti del nuovo Partito democratico, guidati dal Presidente della Provincia, Filippo Penati (governo provinciale con il Prc) e la destra fascista e leghista, sull'altare della cosiddetta "legalità", quella borghese e più reazionaria, contro i diritti democratici degli immigrati presenti nella metropoli milanese.

 

Bologna

Lo sceriffo Cofferati ancora all'attacco. Dopo aver ingaggiato una feroce lotta contro dipendenti comunali, immigrati e lavavetri, adesso è la volta dei graffitari. Lo sceriffo felsineo, che vorrebbe che fossero assegnati a sindaci e polizia municipale anche poteri di polizia giudiziaria per un'azione di repressione più "efficiente", ha scatenato la caccia ai graffitari, mettendo in pratica le dichiarazioni del presidente del consiglio, Prodi, che chiedeva tolleranza zero anche per loro. La risposta dei writers bolognesi è stato il disegno del faccione del sindaco "sceriffo" sulle mura della città.

 

Libano

Un rapporto di Human rights watch sulla guerra in Libano accusa pesantemente Israele di aver causato, con bombardamenti indiscriminati, la morte di migliaia e migliaia di civili. Non è certamente una notizia nuova ed è evidente anche il ruolo di appoggio delle forze imperialiste, con elmetto blu, al criminale governo israeliano. E' un ulteriore ottimo motivo per chiedere il ritiro delle truppe italiane dal Libano come da tutti gli scenari di guerra.

 

Chieti

Altro incidente alla Sevel Val di Sangro con l'ennesima esplosione di un cavo che, per fortuna, non ha arrecato danni agli operai dell'azienda, ma ha riproposto il tema della sicurezza sul lavoro che molti sindacalisti compiacenti hanno derubricato dall'agenda delle rivendicazioni, rinunciando di fatto alla conflittualità contro il padronato. Qualche mese fa un'operaia era stata gravemente ustionata dall'esplosione di una cavo simile. Lo Slai Cobas aziendale ha indetto uno sciopero di protesta.

 

Genova

Nuovi premi ai macellai del G8 genovese. Questa volta un'onorificenza, per il suo "tributo" dato sul campo di battaglia contro il movimento, è stata assegnata al dottor Toccafondi, con il reintegro in servizio. Il suo nome può non dir niente ai più, però è sicuramente ricordato dai militanti no global che sono stati "affidati" alle sue "cure". È un imputato al processo di Genova per le torture ai manifestanti, dei quali, invece, avrebbe dovuto occuparsi per visitarli e curarli o farli trasferire in ospedale. Invece, pare proprio che il buon dottor Toccafondi abbia partecipato alla mattanza, offrendo la sua gentile "collaborazione", nell'elargire violenze a buon mercato. Adesso, quindi, il dottore che a Bolzaneto non indossava un camice, ma una maglietta con la scritta "polizia penitenziaria" e pantaloni mimetici, è stato reintegrato in servizio dal Ministero della difesa, nonostante un'accusa ancora in piedi di violenza perpetrata ai manifestanti.

 

Torino

Mobilitazione per chiedere la verità sulla morte di Aber, immigrato morto ai murazzi del Po il 30 agosto, durante un controllo della Guardia di Finanza, per essere finito in acqua ed annegato. Pare proprio che non sia caduto casualmente...

 

Roma

Il Comitato di lotta popolare per il diritto alla casa di Roma ci informa che è in atto una "gara" di solidarietà militante, attraverso cene sociali e feste autorganizzate, per recuperare fondi a sostegno delle famiglie sgomberate dalla ex Zecca all'Alberone dalla sbirraglia del sindaco "democratico" Veltroni.

 

Modena

Successo di adesioni allo sciopero di otto ore e per tre giorni non continuativi alla New Holland di Modena proclamato dalle Rsu dello Slai Cobas contro l'introduzione di ulteriori sabati straordinari che impedisce nuove assunzioni, aumentando notevolmente il profitto della multinazionale. C'è da dire che l'accordo è stato firmato dalle Rsu dei sindacati confederali e ha visto una forte opposizione operaia in fabbrica.

 

 

Il No Prodi Day di Bari

Costruiamo l'alternativa alle politiche padronali partendo dalle lotte

 

Pasquale Gorgoglione

 

L'8 settembre si è svolta a Bari, davanti alla Fiera del Levante, una giornata di contestazione contro le guerre militari e sociali del governo Prodi.
Mentre il primo ministro, insieme a tutto l'establishment politico ed economico pugliese e nazionale, dava l'avvio alla nuova stagione politica illustrando le linee guida dell'agenda di programma per i prossimi mesi, all'esterno si svolgeva un sit-in di protesta contro i durissimi attacchi ai diritti dei lavoratori e contro le missioni militari dell'imperialismo italiano nel mondo.
L' iniziativa, animata dal PdAC pugliese, con la partecipazione dei Cobas e di alcuni militanti del movimento No War, è stata indetta con l'obiettivo di portar fin dentro i confini della blindatissima zona rossa la voce contraria dei lavoratori, dei precari e dei più deboli, cercando di disturbare con la nostra voce la cerimonia di inaugurazione della Fiera, che è anche la giornata in cui riparte, tradizionalmente, la politica italiana dopo la pausa estiva.
Da segnalare, purtroppo ancora una volta, l'atteggiamento restio di Sinistra Critica che, pur sbandierando le varie "incompatibilità" su singoli temi (guerra, precarietà...), ha reclinato l'invito a costruire un'iniziativa comune di protesta che dichiarasse anche l'incompatibilità a qualsiasi sostegno al governo Prodi.

 

La chiarezza prima di tutto

 

"Io non mi lamento". Questo è quello che il governatore pugliese Vendola, orgogliosamente, rivendicava rivolgendosi a Prodi ed alla borghesia schierata in pompa magna, in uno dei momenti più altisonanti del suo innocuo discorso. Una dichiarazione mai così esplicita di affidabilità e di perfetto adattamento alle politiche antipopolari del centrosinistra. Allo stesso tempo la sintesi emblematica di un discorso che spazza via il campo, se ancora ce n'era bisogno, da ogni illusione sulla possibilità che la partecipazione a governi con i liberali determini uno spostamento a sinistra dell'azione di governo.
La realtà ci informa di una situazione esattamente opposta: mai in Italia si è verificato un attacco così profondo e devastante ai lavoratori e mai come oggi la capacità di penetrazione militare ed economica dell'imperialismo nostrano ha trovato maggior attuazione.
Il No Prodi Day di Bari è stato il primo appuntamento dell'autunno caldo; per portare in piazza la voce di chi si oppone al peggioramento delle condizioni di lavoro, contenuta negli accordi del 20 e del 23 luglio su pensioni e competitività, di chi si oppone alla ingiustizia e alla violenza della guerra imperialista, di chi vuole cacciare i governi padronali.
La costruzione di un'alternativa alle politiche confindustriali di centrodestra e di centrosinistra può solo passare attraverso la chiarezza: solo partendo dall'indipendenza chiara e netta, politica e organizzativa, i lavoratori e i movimenti potranno mettere in campo efficacemente la loro forza e tracciare la via per la costruzione di un'alternativa di potere.
Che ogni sit-in, sciopero, manifestazione, di quest'autunno sia un No Prodi Day!

Otranto come Vicenza?

Le spese militari cui il governo Prodi non sa dir di no...

 

Michele Rizzi

 

Un anno fa la Marina Militare italiana presentò, per conoscenza e senza la richiesta di autorizzazioni, un progetto che prevede l'ampliamento della base militare di Punta Palascìa ad Otranto, sulla scogliera della parte più ad est dello stivale italiano.
Si tratta di un sito che fa parte del Parco Naturale di Otranto-Leuca e sarà presto incluso nel costituendo Parco marino. È, dal punto di vista naturalistico, una delle più belle zone dell'otrantino.
Il progetto della Marina militare, secondo la quale non occorrerebbe neanche un'autorizzazione in quanto il territorio è parte del demanio militare (nonostante Cassazione e Consiglio di stato dicano il contrario), prevede nuovi alloggi, due torri di cemento, un parcheggio e la ristrutturazione di una palazzina.

 

Il comitato "Giù le mani da Punta Palascia!"

 

Di fronte all'arroganza della Marina, decisa comunque ad andare avanti nell'ampliamento della base, si è costituito a fine agosto un comitato di lotta "giù le mani da Punta Palascia!" che ha visto convergere in un vasto fronte di lotta organizzazioni ambientaliste, sindacali e politiche, tra cui il Coordinamento salentino contro la guerra, il circolo Arci Zei ed il Forum donne native e migranti, cui ha sin da subito aderito il Partito di Alternativa comunista.
Il 18 agosto si è tenuta la prima manifestazione di protesta a Punta Palascia in cui hanno sfilato i militanti del comitato davanti alla base militare per chiedere il blocco di ogni inizio dei lavori. A quanto pare la Marina militare (checché ne dica il sottosegretario rifondarolo Laura Marchetti, presente alla manifestazione), attraverso il raddoppio della base e in accordo con il Governo nazionale, vuole potenziare un meccanismo di maggiore controllo delle coste pugliesi, in funzione anti immigrati.
Non è stato, dopotutto, proprio il Governo Prodi ad aver aumentato le spese militari ed aver dato il via libera per il raddoppio della base militare di Vicenza? Tutto questo bisognerebbe spiegarlo in fretta alla Marchetti che, nonostante sia un'esponente del governo, continua a raccontare alla stampa di essere contraria alla politica militarista del governo Prodi, mentre i suoi colleghi parlamentari rifondaroli, non potendo opporsi al governo che appoggiano, si limitano ad interrogazioni parlamentari.

 

Un autunno di lotta contro la base

 

Nel frattempo il fronte di lotta contro l'ampliamento della base di Punta Palascia si amplia, con l'adesione di altre organizzazioni e di semplici cittadini fortemente determinati ad impedire l'ennesima azione devastatrice dell'ambiente che l'esercito imperialista italiano, questa volta sul suolo nazionale, si accinge a perpetrare.
A quasi un mese dalla prima manifestazione (che aveva già portato in piazza 3000 persone) il 15 settembre si è tenuta una seconda mobilitazione che ha visto aumentare la partecipazione popolare e l'opposizione al progetto, con l'appoggio anche di artisti e semplici salentini che non vogliono, come i vicentini, un arsenale sotto casa.
Per la riuscita della lotta e di fronte all'estendersi delle adesioni e delle mobilitazioni è importante che siano isolate all'interno del Comitato quelle posizioni (opportuniste e con un evidente ed immediato tornaconto per chi le propone) che puntano a mediare con le autorità istituzionali che a loro volta mediano, al ribasso, con le autorità militari.
Sono sicuramente importanti le sentenze sia del Consiglio di Stato che della Cassazione che affermano che "le opere destinate alla difesa militare sono soggette alle leggi a tutela del paesaggio e la loro costruzione in zona vincolata necessita, pertanto, della preventiva comparazione con l'interesse alla cui tutela è posto il vincolo paesaggistico", però è importante non fare grosso affidamento su di esse, poiché ogni legge rispecchia la natura di classe dello stato che le emana.
È quindi fondamentale che il Comitato prosegua la sua lotta, cominciando con l'isolare i dirigenti della sinistra governista, radicali a parole, che fanno parte di un governo imperialista e guerrafondaio, affinché la mobilitazione popolare (e solo essa può esserne capace) porti al ritiro del progetto di raddoppio della base, alla sconfitta dei vertici della Marina militare, alla sconfitta del Governo Prodi e dei suoi lacchè.

 

Michele Rizzi

Salvatore Cossa

La politica imperialista dell'Europa

 

Susanna Sedusi

 

 

La costruzione dell'Unione Europea

 

La creazione dell'Unione Europea, l'adozione della moneta unica e il trattato di Shengen, che consente la libera circolazione di merci e capitali in Europa, sono stati alcuni passaggi fondamentali della costruzione del blocco imperialista europeo contrapposto a quello statunitense nelle sue ambizioni e, solo in parte, anche concretamente.
Questo processo ha visto una battuta d'arresto quando nel 2005 i No francese e belga alla Costituzione europea mostrò in maniera evidente l'opposizione delle masse popolari al progetto neoliberale delle grandi potenze europee contro i lavoratori.
L'ultimo vertice dei Paesi dell'Ue allargata ha sancito, dopo quella disavventura, che il processo di strutturazione istituzionale del blocco imperialista prosegue. Non si parla più di Costituzione Europea né di referendum bensì di Trattato da concordare tra i governi senza l'impaccio del consenso popolare. E' stata istituita la figura dell'Alto rappresentante per gli esteri e la politica di sicurezza che, senza cambiare nome, avrà più poteri che in passato in quanto riassume in sé le cariche di vicepresidente della Commissione e di presidente del Consiglio dei ministri degli Affari esteri. Il Consiglio avrà una presidenza fissa di durata di due anni e mezzo rinnovabile una volta.

 

Le spinte nazionaliste

 

Ci sono state comunque durissime resistenze da parte di alcuni Paesi (i cosiddetti "euroscettici") verso l'accettazione delle regole comunitarie e infatti anche se sono previste modifiche al sistema di voto (entrerà in vigore il criterio della doppia maggioranza) esso sarà valido solo a partire dal 2017. Solo per le questioni di politica estera, sicurezza sociale e fisco sarà necessaria l'unanimità nelle decisioni del Consiglio, mentre in tutte le altre materie basterà la maggioranza qualificata. I parlamenti nazionali potranno chiedere di rivedere i progetti legislativi alla Commissione Europea se non li riterranno compatibili con le legislazioni nazionali.
Tutti meccanismi attraverso i quali gli Stati mantengono le mani libere al proprio interno. Ma il campo in cui si registrano le maggiori spinte nazionaliste è quello economico: bene l'ha osservato Ciampi quando ha commentato: "Abbiamo una moneta unica ma una politica economica ancora legata ai singoli Stati".
La Francia del presidente neoeletto Sarkozy ha criticato duramente l'operato della Commissione antitrust, poi ha praticamente congelato il Patto di stabilità - complice la Germania - e si appresta, al prossimo vertice dell'Ue a sferrare un attacco alle regole sulla concorrenza all'interno del mercato unico europeo. La nomina di C. Lagarde al Ministero dell'Economia è significativo: la ministra è avvocata specialista in diritto societario e ha difeso gli interessi delle imprese francesi in ambito Wto.
La Germania, dopo l'unificazione, ha avviato un processo di ristrutturazione del proprio apparato produttivo e riorganizzazione delle istituzioni statali nonché militari fino a sviluppare un nuovo attivismo in campo internazionale con l'invio di truppe al di fuori del territorio nazionale nei vari scenari di guerra: sono forti le sue mire egemoniche in Europa.
L'Inghilterra continua a mantenere la sua posizione filoatlantista ma con un occhio ai partner europei: la recente operazione finanziaria di fusione della Lse, la borsa di Londra e Borsa Italiana rappresenta un tassello importante nella costruzione di un grande polo finanziario europeo che non è ancora costituito a causa delle spinte centrifughe di Germania e Francia; questa, non avendo raggiunto l'accordo con Francoforte, ha rivolto l'attenzione oltreoceano fondendosi con Nyse, la borsa di New York.

 

La politica estera e gli interventi militari.

 

Al tempo dell'invasione dell'Irak lo strappo tra la politica statunitense e quella europea (in particolare francese e tedesca) è stato massimo. Gli interessi imperialistici contrapposti in Medio Oriente sono sempre stati molto forti ma, nonostante il rischio di una rottura della Nato, gli Stati Uniti avevano la necessità allora di riaffermare la propria egemonia in una zona di interesse strategico e per superare una profonda crisi economica interna. Francia e Germania non hanno seguito il partner atlantico nell'impresa tentando fino all'ultimo di percorrere la via diplomatica alternativa, non avendo interesse ad abbattere il dittatore Saddam, che garantiva ottimi affari e un giusto livello di repressione politica. L'Italia, scesa subito in campo con l'invio di truppe del governo Berlusconi si è poi defilata dall'impegno con Prodi, impegnato subito dopo in altri fronti caldi (Afganistan, Libano, Somalia). In particolare D'Alema ha avuto un ruolo di assoluto primo piano nella crisi libanese dell'estate del 2006 facendosi promotore della Conferenza di pace a Roma e tessendo rapporti diplomatici con le diverse fazioni in campo, arrivando a passeggiare a braccetto con un esponente di Hezbollah.
E' evidente che in questa fase l'Unione Europea non ha altra scelta che accettare una relativa egemonia statunitense anche se non rinuncia a ricavarsi un proprio spazio e a investire somme sempre più cospicue nel dotarsi di armamenti sempre più moderni. L'allargamento ad est contribuisce a fare dell'Europa una potenza mondiale in termini di masse proletarie oggi buone da sfruttare come manodopera a buon prezzo domani come carne da macello in un eventuale nuovo conflitto mondiale. La discesa in campo della Russia a fianco delle potenze europee potrebbe significare l'avvio di una nuova fase nella politica mondiale: quella di uno scontro interimperialistico.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

 

L'Unione europea: il blocco regionale imperialista.

 

La principale funzione dell'Unione Europea è quella di organizzare centralmente lo sfruttamento della classe operaia europea: infatti è sul terreno della legislazione del lavoro (direttive sull'orario di lavoro e durata della vita lavorativa, direttiva Bolkestein sulle retribuzioni e condizioni contrattuali) e delle privatizzazioni che i Paesi europei si muovono di concerto.
Le politiche neoliberiste vengono imposte proprio grazie a questa unità di intenti e cioè, come dichiarato al vertice di Lisbona nel 2000, quella di fare dell'Europa "la regione più competitiva al mondo", ponendosi l'obiettivo di raggiungere e superare gli Usa.
Ma questo traguardo potrà essere raggiunto solo imponendo un arretramento del movimento operaio europeo, un feroce attacco alle conquiste acquisite a partire dagli anni Cinquanta. Di fatto le retribuzioni sono state fortemente contenute con l'entrata in vigore dell'euro e le politiche di bilancio imposte dagli organismi centrali (Bce) hanno ridimensionato lo stato sociale in tutti i Paesi membri.
L'offensiva neoliberale è strettamente legata alla configurazione di una nuova divisione del lavoro a livello internazionale: le delocalizzazioni verso i Paesi dell'Est europeo e dell'Asia sfruttano manodopera a basso costo, non sindacalizzata, priva di diritti e mantengono così inalterato il saggio medio di profitto di imprese e multinazionali.
Le politiche razziste e xenofobe praticate da tutti i governi europei non servono a fermare le masse di migranti spinti dalla progressiva spoliazione dei Paesi coloniali e semicoloniali: questi lavoratori sono indispensabili alla borghesia imperialista europea, sono un enorme serbatoio di manodopera a buon mercato da utilizzare per fomentare divisioni e conflitti nella classe lavoratrice, sono braccia da sfruttare finché servono e da espellere quando si ribellano e rivendicano i loro diritti.

 

Movimento pacifista e nuovo sciovinismo europeista.

 

La costruzione dell'Ue è perseguita dalla borghesia imperialista europea contro il proprio proletariato. A questo scopo è funzionale la politica riformista e pacifista a parole dei partiti operai-borghesi della sinistra di governo.
Da una parte l'attacco alle condizioni materiali e di lotta dei lavoratori, dall'altra il coinvolgimento sciovinista in appoggio alle politiche di "intervento umanitario" negli scenari di guerra.
Le burocrazie sindacali, integrate nel Ces (Centrale europea sindacale), con le loro politiche concertative si rendono complici dei piani neoliberali della borghesia e dei governi espressioni di essa.
In Italia, in prima linea sul fronte del pacifismo umanitario troviamo il "leader maximo" con spilletta della pace sulla giacca in cachemire (leggi l'on. Fausto Bertinotti che passa in rassegna le truppe) mentre il suo fido segretario di partito, tal on. Giordano, vota tutte le missioni di "pace" siano esse con o senza caschetto blu.
Così anche in Europa, nella maggior parte dei Paesi l'opposizione si definisce al massimo "anticapitalista" (è il caso della Lcr in Francia): ha rinunciato cioè al programma rivoluzionario e ha spesso un orizzonte elettoralistico.

 

Quale prospettiva? Quella rivoluzionaria!

 

Proprio perché l'attacco alla classe lavoratrice è ormai uniforme a livello europeo, qualsiasi lotta non può non tener conto di questa dimensione e un partito che si candidi come avanguardia del proletariato non può prescindere dalla costruzione di sezioni in tutti i Paesi europei. E' ciò che si propone di realizzare il Partito di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit, presente già in alcuni Paesi europei come la Spagna, il Portogallo, la Francia, il Belgio e altri, anche se ancora debole rispetto alla necessità di riorganizzazione del proletariato europeo.
I marxisti rivoluzionari hanno il dovere di lottare contro il proprio imperialismo, contro ogni aggressione militare verso i popoli oppressi, per la chiusura di tutte le basi militari, per lo scioglimento della Nato, per il ritiro di tutte le truppe dagli scenari di guerra, per la solidarietà con i popoli aggrediti costruendo in quei Paesi martoriati una forza rivoluzionaria che sappia unire la capacità di resistenza con un programma transitorio per l'indipendenza nazionale, l'abbattimento delle proprie borghesie reazionarie, per la distruzione dello Stato religioso, per l'emancipazione degli strati poveri della popolazione sotto la guida del proprio proletariato.
La costruzione dell'unità della classe operaia europea passa per la lotta contro le leggi sull'immigrazione, per i diritti democratici sociali e religiosi dei lavoratori migranti, per la riduzione dell'orario di lavoro, per un sistema pensionistico pubblico, per un salario ai disoccupati, per l'estensione dello stato sociale.

 

 

 

Newsletter

Compila questo modulo per ricevere la newsletter del Pdac

Questa domanda è un test per verificare che tu sia un visitatore umano e per impedire inserimenti di spam automatici.

Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale

NEWS Progetto Comunista n 90

NEWS Trotskismo Oggi n15

troskismo_15

Ultimi Video

tv del pdac

Menu principale