Partito di Alternativa Comunista

Guevara e la sua riscoperta del marxismo

 

Una lettera di Roberto Massari a Progetto Comunista

                   

 

Cari compagni della redazione di Progetto Comunista, ho letto con interesse e con piacere l'articolo di Francesco Ricci - "Il Che: un rivoluzionario incorruttibile" - pubblicato sul n. scorso del vostro giornale.
L'interesse è determinato dal fatto che non si finisce mai d'imparare nel vedere come le varie correnti politiche possono guardare alla figura del Che, indicando pregi ed errori ai quali magari non si era mai pensato per semplice pigrizia mentale o anche perché il passare del tempo, più che sclerotizzare, cementifica le certezze in chi determinati interrogativi se li è posti magari quando il Che era ancora in vita (nel mio caso dal 1966) o subito dopo la sua morte, vale a dire quando iniziò la grande opera di rimozione. Devo anzi dirvi che, avendo ricevuto un bellissimo testo da uno studioso libertario - "Riflessioni di un comunista anarchico su Ernesto Guevara", di Pier Francesco Zarcone - ho deciso non solo di pubblicare questo breve saggio sul prossimo numero (7) di Che Guevara. Quaderni della Fondazione, ma anche di sollecitare analoghi contributi da altre correnti politiche, anche se possono aver nutrito verso Guevara critiche severe o vera e propria ostilità.
Quest'ultimo non è il caso vostro, e sarò comunque ben lieto di riprodurre il vostro articolo sul prossimo Quaderno, nella sezione Interventi.
Il piacere, invece, deriva dal fatto che l'articolo di Ricci denota grande rispetto e stima verso la figura di Guevara, già a partire dal titolo: "Il Che: un rivoluzionario incorruttibile" - che ammetterete, con i tempi che corrono, non è cosa da poco. Vi sono poi i tre punti in cui si rimarcano le "somiglianze" tra il pensiero politico di Guevara e il marxismo rivoluzionario, tra le quali - accanto al riconoscimento del suo antielettoralismo e del suo organico internazionalismo - spicca il riconoscimento della coincidenza della sua prospettiva politica con i princìpi della rivoluzione permanente. È un'ammissione importante, anzi importantissima, non solo rispetto alla teoria tappista dei Pc latinoamericani (e del resto del mondo) come fate notare voi stessi, ma anche rispetto a tutte quelle tendenze pseudoleniniste dogmatiche o trotskoidi di varia deformazione che, a tutt'oggi, la teoria della rivoluzione permanente nella sua sostanza dialettica e nella sua attualissima applicabilità, non l'hanno capita né in teoria né istintivamente nella pratica o non l'hanno voluta capire.
C'è infine un quarto punto di somiglianza che è sparso nel testo e affiora qua e là (e che considero oggi politicamente cruciale visto che in Italia una ben precisa corrente di "filocubani" nostalgici dello stalinismo - Pdci, ex Ernesto e Rete dei comunisti - sta cercando di camuffare questo aspetto del pensiero del Che, con grande impegno ma anche con grande disonestà intellettuale): è la critica di Guevara ai paesi presunti "socialisti" che egli, alla fine della sua troppo breve vita, considerava avviati verso il capitalismo e di fatto già "complici dell'imperialismo". È vero, non era ancora la comprensione storicamente fondata della dinamica dello stalinismo, ma anche voi riconoscete che dalle passate simpatie staliniste il Che si era nettamente differenziato e che, attraverso lo studio di Trotsky, si stava avvicinando a posizioni di rigetto della burocrazia in quanto casta controrivoluzionaria. Il "si stava avvicinando" non significa che ci fosse arrivato, ma indica pur sempre una linea di tendenza nel suo orientamento politico. Un orientamento che, nella Dichiarazione programmatica della Fmr (testo fondamentale della nostra tendenza internazionale, scritto nel 1975, ma poi discusso ed emendato fino alla sua definitiva pubblicazione su La Classe e su altre riviste all'estero), definii/definimmo come "centrismo di sinistra" (apparve su La Classe n. 31-32/1980, ma tra breve lo potrete leggere nel quarto volume dei miei scritti inediti, attualmente in stampa):
"All'interno della direzione fidelista è infatti esistita anche una tale tendenza centrista di sinistra, in via di organizzazione e popolarissima tra le masse, che aveva tratto alcuni primi importanti insegnamenti dal processo di rivoluzione permanente in America latina e dall'esperienza economica degli Stati operai burocratizzati; disposta a sacrificare in parte gli interessi nazionali di Cuba per quelli internazionali del movimento operaio; di formazione culturale antiburocratica e antistalinista; incapace di offrire alternative reali, ma conquistabile concretamente da parte di un'organizzazione internazionale rivoluzionaria che invece di adattarsi alle sue debolezze, le avesse combattute fraternamente. Per le masse lavoratrici latinoamericane e di buona parte del resto del mondo non vi sono stati dubbi sul fatto che il massimo esponente di questa corrente soggettivamente rivoluzionaria è stato Ernesto Che Guevara, insieme ai suoi compagni morti combattendo per una concezione errata di rivoluzione socialista e internazionalistica. Dal 1968 tale corrente non esiste più ed è scomparsa (in vari e in parte oscuri modi) dalla scena politica cubana".
Penso che più chiari non si potrebbe essere. Qualcosa di analogo e più sbrigativo, del resto, lo avevo scritto - sempre in La Classe - nell'articolo di commemorazione per il decennale della morte (ottobre 1977).
E ciò ci porta alla critica fraterna nei miei confronti che compare nell'articolo, là dove Ricci mi colloca tra coloro che "vedono nel guevarismo uno sviluppo del marxismo (è il caso dei testi - comunque utili - di Roberto Massari)". E poiché in un'apposita finestra bibliografica si cita con stima la mia principale opera sull'argomento (Che Guevara. Pensiero e politica dell'utopia, 1987/1994), viene il dubbio che tale opera sia stata fraintesa in una parte specifica che tra breve citerò.
Premetto che per me non è mai questione della singola frase o citazione per dimostrare un orientamento di pensiero. Proprio per questo me la sento di poter dire che in tutto il volume non si fa altro che dimostrare che il Che passò la sua vita a riscoprire Marx (compreso il giovane Marx), che non lesse affatto la letteratura del "comunismo di sinistra" europeo, che si avvicinava a Trotsky, ma non ci arrivò a farlo suo (per morte in combattimento e non per morte in vecchiaia), che era un autentico autodidatta anche se su di lui ebbero un'enorme influenza culturale due donne: la madre, per tutta la vita, e la prima moglie Hilda Gadea. E a un punto importante del libro (p. 144), dopo aver riassunto più o meno le cose qui ricordate, dopo aver detto che ci rimane la curiosità di sapere cosa sarebbe venuto fuori da un confronto del marxismo guevariano col freudismo, coi dati della moderna antropologia, con i nuovi sviluppi scientifici del pensiero umano, si afferma chiaramente l'idea che ho sempre avuto in testa e che credo di aver esposto in tutte le mie opere sul Che:
"È difficile stabilire che cosa sarebbe potuto nascere da simili esperienze culturali, col passare degli anni e mentre si dipanava una serie di processi storici contemporanei, sui quali l'attenzione di Guevara era fortemente concentrata . Possiamo invece affermare con relativa certezza che da quella eventuale riflessione difficilmente sarebbero potuti scaturire dei contributi guevariani significativi per un arricchimento della strumentazione più propriamente metodologica conoscitiva del marxismo. La sua non era una mente speculativa, nel senso di una naturale predisposizione all'indagine dei fondamenti gnoseologici di una determinata teoria. Né s'era ancora mai sviluppata in lui la capacità di elaborazione ‘minuziosa', mattone su mattone, delle strutture del discorso teorico, fino ad arrivare alla costruzione di un universo di discorso, vale a dire di quell'edificio sistematico della ‘grande generalizzazione', cui si può poi anche dare il nome di ‘nuova acquisizione teorica'".
Spero che il chiarimento sia utile a tutti e che sulla base di ciò che ci accomuna (ben più importante di ciò che ci divide) nella valutazione positiva dell'opera del Che si possa realizzare nel futuro una collaborazione concreta su tale tema. Vi parlo come presidente della Fondazione Guevara, ma anche come esponente di Utopia rossa.

Hasta la victoria,

Roberto Massari

 

 

Caro Roberto, registriamo volentieri le tue precisazioni e siamo disponibili a organizzare, magari anche nelle prossime settimane, nei giorni dell'anniversario della morte del Che, iniziative comuni di dibattito. Specie perché, di là dallo spessore delle differenze politiche e teoriche tra noi, riteniamo che i tuoi testi su Guevara, a partire dalla biografia, siano un punto di riferimento di grande importanza per chi è interessato a una lettura marxista di Guevara.
Così pure, le differenze che ci sono tra il nostro partito e Utopia Rossa su questioni tattiche e strategiche non ci ha impedito di valorizzare, come sai, anche negli scorsi mesi nel dibattito del movimento no war, i punti di contatto e, quando possibile, di collaborazione.

 

Saluti comunisti,

Francesco Ricci

Dopo il seminario internazionale della Lit

Un passo in avanti nella ricostruzione della IV Internazionale

 

Ruggero Mantovani

 

Un seminario di formazione teorica, internazionale e giovane

 

"Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario", così scriveva Lenin nel Che fare?, riferendosi anzitutto alla necessità della formazione teorica e politica dei militanti e dei quadri impegnati sul terreno della costruzione del partito rivoluzionario e della lotta di classe.
Un momento significativo in questa direzione è stato il seminario della Lit (Lega Internazionale dei lavoratori-Quarta Internazionale) organizzato dal PdAC, sezione italiana della Lit, che si è tenuto ad Otranto dal 25 al 30 luglio del 2007. Un seminario caratterizzato non solo dalle lezioni tenute dai relatori, dal ricco dibattito e dagli approfondimenti storici e teorici degli oltre 120 militanti (di cui una cospicua parte è arrivata da Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, e da Russia, Turchia, Marocco, Nuova Caledonia), ma anche da momenti di allegria e festa, agevolati dal magnifico contesto ambientale offerto dal territorio di Otranto.
Un seminario di formazione teorica, internazionale e giovane che ha confermato l'esistenza di una nuova generazione di rivoluzionari. Un seminario che ci indica la necessità di accrescere e potenziare una scuola di educazione politica il cui portato essenziale non può essere il riflesso di un esercizio di acculturazione libresca sui temi del marxismo rivoluzionario, ma la formazione di quadri e di militanti che si pongono sul terreno della costruzione del partito mondiale della classe operaia.

 

"Ripartire dall'ottobre per sconvolgere ancora il mondo!"

 

La prima relazione dal titolo "Dalla rivoluzione di febbraio all'ottobre 1917: tutto il potere ai Soviet", tenuta dal compagno Antonino Marceca, partendo da una minuziosa ricostruzione dei principali avvenimenti storici della vicenda Russa (dalla formazione del movimento operaio all'evoluzione della borghesia liberale, alla rivoluzione del 1905), ha dettagliatamente approfondito la rivoluzione Russa del 1917. Il relatore ha messo in evidenza come la rivoluzione di febbraio, malgrado egemonizzata dalla classe operaia, abbia visto la borghesia impossessarsi del potere politico grazie alla politica di collaborazione di classe espressa dal menscevismo e all'inefficacia del partito bolscevico, all'epoca minoritario e confuso. Solo con le Tesi di Aprile di Lenin, il partito bolscevico ricondurrà la sua politica alla conquista della maggioranza dei lavoratori espressi nei soviet, imprimendo nella storia universale dell'umanità un avvenimento mai accaduto precedentemente: tutto il potere alla classe operaia e ai contadini.
La seconda relazione dal titolo "Dalle Tesi di aprile allo scioglimento dell'assemblea costituente. Il programma transitorio del bolscevismo", tenuta dalla compagna Fabiana Stefanoni, ha mostrato come la concezione del programma transitorio, lungi dall'essere una pura enunciazione di desideri, ha rappresentato un metodo e una guida per l'azione nell'esperienza pratica del movimento operaio, assolvendo un ruolo fondamentale in alcune esperienze storiche del movimento comunista internazionale. La relatrice ha in particolare affrontato il contenuto transitorio espresso con le Tesi di Aprile da Lenin nel 1917, con cui il rivoluzionario russo ha indicato alla classe operaia e contadina la necessità di rompere ogni collaborazione di classe con la borghesia e al contempo, nel vivo della rivoluzione, ha dimostrato alle masse che la soluzione delle conquiste parziali (pace, lavoro e pane) sarebbe stata possibile solo con la presa del potere da parte dei soviet e con lo scioglimento dell'assemblea costituente.
La terza relazione dal titolo "La formazione del partito bolscevico e l'influenza della rivoluzione russa sul movimento operaio italiano e sulla formazione del Pcd'I", tenuta dal compagno Ruggero Mantovani, ha ricostruito i principali avvenimenti storici che concorsero alla formazione del partito bolscevico fino alla rivoluzione del 1917, descrivendo come la politica rivoluzionaria espressa dal bolscevismo, ebbe una specifica influenza sul movimento operaio italiano e sulla nascita del Pcd'I: dalle inadeguatezze del massimalismo socialista al fallimento del biennio rosso; dagli errori della prima direzione del Pcd'I, al III congresso celebrato a Livorno nel 1926. Il relatore ha sottolineato in particolare l'atteggiamento contraddittorio di A. Gramsci, il quale nel momento in cui vinceva la battaglia contro l'infantilismo bordighista e riorientava il partito al bolscevismo, espresso nei primi quattro congressi dall'Internazionale comunista da Lenin e Trotsky, sul terreno internazionale maturò un atteggiamento conformista rispetto alla bolscevizzazione e alla campagna antitrotskista, con cui lo stalinismo cominciò a seppellire la politica bolscevica.
La quarta relazione dal titolo " Il partito leninista: la differenza tra la Comune di Parigi e la Comune di Pietrogrado", trattata dal compagno Francesco Ricci attraverso una minuziosa ricostruzione storica dei principali avvenimenti, ha mostrato come la borghesia, dopo la rivoluzione francese, avesse perso progressivamente la sua carica rivoluzionaria. Il relatore, offrendo un'originale ricostruzione della Comune di Parigi, ha evidenziato come il suo fallimento fosse da addebitarsi essenzialmente alla mancanza di un partito rivoluzionario: quel partito, il partito bolscevico, che, viceversa, rappresentò il grimaldello della classe operaia russa nell'ottobre del 1917, senza il quale, come disse Trotsky, la rivoluzione non avrebbe vinto.
La quarta relazione dal titolo "Dal movimento di Zimmerwald alla formazione della Terza Internazionale", trattata dal compagno Valerio Torre, partendo da una dettagliata ricostruzione della II Internazionale e dal quadro storico e sociale del contesto internazionale dei primi anni venti, ha analizzato il movimento pacifista che si espresse, come reazione al tradimento del grosso della socialdemocrazia europea, alle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal e come questo movimento rappresentò la nascita, seppur "di fatto", della III Internazionale, che vide i natali formalmente nel 1919.
La sesta relazione dal titolo "I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Le ripercussioni della rivoluzione russa sul movimento operaio internazionale. L'attualità del programma bolscevico come unica risposta delle odierne illusioni di Chavez", trattata dai compagni Daniel Martins della sezione portoghese (Ruptura-Fer) e Joao Calvao della sezione spagnola (Prt-Ir), partendo da una approfondita analisi dell'economia capitalistica mondiale, ha affrontato nello specifico il contesto socio-economico del Venezuela. I relatori hanno evidenziato come proprio le contraddizioni di un paese semidipendente, in rapporto all'imperialismo, mostrano l'inadeguatezza, oltre che l'inganno, del chavismo: un mix di populismo e nazionalismo piccolo borghese, particolarmente egemone sulle burocrazie del movimento operaio che di fatto impedisce lo sviluppo delle contraddizioni capitalistiche del Venezuela nella prospettiva della costruzione di un governo operaio. La relazione ha mostrato, inoltre, come anche agli inizi del terzo millennio si riproponga la necessità della costruzione del partito mondiale del proletariato che prospetti come unica soluzione la presa del potere della classe operaia.
La settima lezione dal titolo "L'attualità della rivoluzione bolscevica e la battaglia della Lit per la ricostruzione della Quarta Internazionale" trattata dal compagno Josè Pau partendo da una analisi dettagliata della storia della IV Internazionale, ha approfondito, in particolare, i temi della crisi maturata al suo interno nei primi anni '50: la regressione politica imposta dal centrismo pablista e l'inadeguatezza dell'opposizione di sinistra che di fatto, al di là di alcuni tentativi di organizzazione frazionista, contribuì a disperdere le innumerevoli avanguardie sparse per il mondo. Nell'ambito di quella crisi storica il relatore ha valorizzato la posizione di Moreno e della tendenza internazionale a cui diede vita, che negli anni successivi tentò, malgrado alcuni errori di valutazione e di posizione, di ricostruire la IV Internazionale delle origini, di cui la storia della Lit oggi rappresenta la continuità politica e programmatica.

 

Il bel film di Huerga su un militante anti-franchista

 

Francesco Ricci

 

A fine aprile, con una distribuzione limitata a pochissime sale (tutte occupate da film di quart'ordine), è uscito anche in Italia Salvador - 26 anni contro. E' il film che Manuel Huerga e lo sceneggiatore Lluis Arcarazo (basandosi su un libro di Escribano) hanno dedicato alla storia vera di Salvador Puig Antich, militante anarchico catalano, morto a 26 anni, vittima del regime franchista.

In una prima parte, il film racconta con un piglio scanzonato, che ricorda il Butch Cassidy di George Roy Hill (1969), le rapine di autofinanziamento che Salvador (studente, figlio di operai) compie insieme ai suoi compagni del Mil (Movimento Iberico de Liberacion), durante gli ultimi anni della dittatura di Franco. I proventi degli "espropri" vengono usati per finanziare la propaganda, stampare libri anarchici (Berneri) e sostenere lotte operaie. Si tratta di spettacolari azioni fatte a volto scoperto, in modo un po' goffo e un po' incosciente (le pistole che si inceppano, piccoli imprevisti comici), che il regista narra con tecnica eccellente, aiutato da un montaggio efficace, accompagnato da una colonna sonora che rispolvera vecchi pezzi dell'epoca, Suzanne di Leonard Cohen, il Bob Dylan di Pat Garrett e Billy The Kid (altro film citato a piene mani nella prima ora), i Jethro Tull (Locomotive Breath). E' un inno alla gioventù che infrange la cappa di ipocrisia del regime, rifiuta di chinare la testa e contrappone all'idea della sottomissione individualistica la lotta, la ribellione e la solidarietà (rapide e realistiche scene, quasi delle pennellate, dipingono le amicizie che Salvador stringe nella militanza e i suoi amori interrotti).

La seconda parte vira in tragedia, la telecamera si fa più lenta, le inquadrature si restringono, le immagini sono immerse nella musica di Starless di King Crimson, Demis Roussos (We shall dance) e dalla colonna sonora originale di Lluis Llach, cantautore catalano impegnato (che aggiorna la sua I si canto trist, scritta all'epoca dei fatti, e compone nuovi bellissimi pezzi). Salvador è stato arrestato. Nelle concitate scene precedenti, durante la cattura, si è difeso da un tentativo della polizia politica di ucciderlo in un androne e, nello scontro a fuoco, è ferito un poliziotto - in realtà ucciso dal "fuoco amico" dei suoi compari anche se il fatto è addebitato a Salvador che viene condannato a morte.

In tutta Europa si svilupperà una campagna per salvargli la vita, senza esito. Il franchismo vuole una condanna che terrorizzi ogni opposizione; inoltre proprio in quelle settimane (dicembre del 1973), il capo del governo franchista, Carrero Blanco, salta in aria in uno spettacolare attentato dell'Eta (episodio a cui Pontecorvo ha dedicato il bel film Ogro), e le speranze (comunque già esigue) di una grazia sfumano definitivamente.

Senza nessuna retorica, Huerga racconta allora gli ultimi giorni di Salvador in carcere, in attesa che un boia arrivi con la garrota: un cerchio di ferro che, fissato a un palo, viene stretto con una vite attorno al collo fino a provocare, lentamente, il soffocamento. La carica umana e la coraggiosa intelligenza del giovane (impersonato da un Daniel Bruhl in stato di grazia, già visto all'opera in Goodbye Lenin) lo aiuteranno a farsi amico anche un secondino che all'inizio incarnava perfettamente tutti i pregiudizi di un proletario che ha tradito la sua classe, un servo del potere che poi, grazie alle conversazioni con Salvador e alle letture che gli suggerisce il suo prigioniero, diventa anti-franchista. L'episodio (peraltro vero) non vuole essere una assoluzione del regime e dei suoi sgherri (gli altri poliziotti assistono ridendo alla terribile esecuzione).

Alcuni reduci del Mil (il gruppo di Puig Antich) e gli anarchici spagnoli e italiani hanno contestato il film, lamentando che la loro organizzazione ne uscirebbe sminuita: in realtà ne esce probabilmente ritratta come dotata di una progettualità confusa, appunto anarchica. Hanno poi sostenuto che il film vorrebbe indurre a credere che ogni lotta è perdente. In questa rozza critica (che sa di zdanovismo) sfugge il fatto che in campo artistico spesso la intentio operis (l'intenzione dell'opera) prevale sull' intentio auctoris (l'intenzione dell'autore), constatazione banale che non richiede approfonditi studi semiotici e che ben sa chiunque abbia avuto il piacere di leggere, ad esempio, il reazionario Balzac. Il regista in effetti non è interessato particolarmente alle idee politiche di Salvador e le lascia sulla superficie della sua pellicola. Ciò non toglie che il film - che suggeriamo di vedere, magari quando uscirà in dvd - risulta un vitalissimo inno alla lotta contro il conformismo della società capitalistica. Il finale, carico di energia, mostra la rabbia dei giovani che per protesta contro l'uccisione di Salvador (avvenuta nel marzo 1974) tornano nelle piazze e sfidano la brutalità della repressione e delle cariche a cavallo della polizia. Si esce dal cinema con gli occhi lucidi, pieni di una incantevole fotografia, e con i pugni stretti.

 

 

 

 

 

 

Contro l’attacco del governo padronale

L’OPPOSIZIONE DEI LAVORATORI!

Costruiamo un partito comunista per la lotta!

 

Francesco Ricci

 

 

E’ iniziato il tempo del risarcimento...

 

E’ cominciato il tempo del risarcimento sociale. O almeno così dovrebbe essere, stando al calendario annunciato qualche mese fa dai ministri di Rifondazione (ricordate? “E’ finita la prima fase del risanamento, ora inizia il tempo del risarcimento”). In realtà, l’unica cosa che è evidente in questo afoso fine settembre (a parte il caldo prodotto dalla distruzione capitalistica del pianeta) è che i padroni, finito l’antipasto a base di Tfr, gustato il primo piatto (quei sette miliardi di “regali” attinti dai “tesoretti” e vantati da Bersani), si preparano alle successive portate, slacciandosi la cintura.
Mentre la stessa Mediobanca certifica che in cinque anni le 38 principali imprese hanno aumentato del 50% i profitti e il valore dei salari dei loro dipendenti è sceso del 10% (valutazione quantomeno al ribasso, visto l’aumento vertiginoso dei prezzi al consumo), il governo amico (dei padroni) ha preparato un nuovo e pesantissimo attacco ai danni dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani. Con i nuovi accordi di luglio (ne parliamo più diffusamente in altri articoli di questo numero) innalza l’età pensionabile, taglia i coefficienti di calcolo delle pensioni, consolida le leggi che regolano il lavoro precario. Non solo. Mentre i dirigenti di Rifondazione sono ancora impegnati a “fare piena luce” (sic) sul motivo che ha spinto il governo a inviare nuovi mezzi corazzati in Afghanistan (chissà se queste aquile ministeriali sono infine arrivate a capire cosa fanno dei blindati in una guerra), la “pace” e la “nonviolenza” restano rinviate alle calende dei romani, notoriamente sconosciute ai greci e a Prodi.
Intanto il ministro di guerra Parisi invia altri carabinieri in Irak e annuncia il raddoppio dei fondi per le missioni “di pace” all’estero informandoci che... “non si tratta di missioni umanitarie” e quindi servono più soldi per le armi. E il suo compare Padoa Schioppa conferma che nella prossima Finanziaria bisognerà aumentare ulteriormente le spese militari per sostenere “i tanti impegni militari”. Dichiarazioni che, a differenza dei frammenti di Eraclito, lasciano poco lavoro a pur abili esegeti del nulla dello stampo di Russo Spena. Intanto il ministro di polizia Amato predispone il suo “piano per la sicurezza” e, con i sindaci-sceriffo del centrosinistra, gareggia nel rilasciare interviste forcaiole confermando che persino sul piano “democratico” i due poli non differiscono e preparandosi a gestire con la “legge e l’ordine” le reazioni prodotte da queste politiche di rapina sociale.
Su queste basi si prepara la nascita del Partito Democratico di cui Veltroni ha precisato il programma, ricopiandolo da qualche quaderno dei desideri di Montezemolo.
Qui trova spazio un guitto come Beppe Grillo che, col suo progetto reazionario e qualunquistico, cerca di trarre un tornaconto dalla delusione profonda di lavoratori e giovani che avevano sperato in qualcosa di diverso dopo la caduta di Berlusconi (significativamente, i sondaggi indicano nella sinistra governista la prima vittima di una presentazione elettorale del comico).

 

Il 20 ottobre serve a rianimare illusioni morenti

 

Rifondazione, data ormai intorno al 3% e seguita a ruota dai Comunisti Italiani (Sinistra Democratica non è messa meglio), è allora costretta a procedere rapidamente sulla strada della propria dissoluzione organizzativa (quella politica è fatto compiuto). Nasce da qui l’insistenza di Fausto Bertinotti e dei dirigenti più lungimiranti del Prc sulla necessità, per assicurare una sopravvivenza alle burocrazie, di completare il “rinnovamento” fino allo scioglimento in un nuovo partito (che dovrebbe chiamarsi La Sinistra) da formare con le altre forze del “cantiere” (Pdci, mussiani e Verdi).
Le differenze interne al gruppo dirigente del Prc, enfatizzate dalla stampa, sono generate solo dai timori e dalla volontà “conservatrice” di alcuni settori preoccupati all’idea di poter perdere qualcosa nella fusione (e conseguente ristrutturazione) con le burocrazie degli altri partiti finora concorrenti. Ma si tratta di differenze esclusivamente sui tempi del percorso (quanto durerà la fase “confederata”?) non sullo sbocco inevitabile, lo scioglimento del Prc e la nascita del nuovo partito. Un partito socialdemocratico più ampio (almeno nelle aspettative) che possa portare in dote, nel matrimonio di governo d’alternanza col Partito Democratico, un più ampio controllo di settori di lavoratori e sindacati.
La manifestazione del 20 ottobre, a questo punto promossa solo da mezzo Cantiere (Sinistra Democratica di Mussi non può farlo per non rompere gli importanti legami che ha nelle burocrazie della Cgil), dovrebbe servire a rianimare le morenti illusioni nella base dei due partiti sulla possibilità di condizionare il governo a sinistra. Lo scopo, come ha esplicitato Giordano alla Direzione del 18 settembre (v. Liberazione del giorno seguente), è di “ricostruire una connessione sentimentale del governo con il suo popolo.” Ispirata da questa pia professione di fede, la piattaforma prevede ritocchi secondari al pacchetto Damiano sul welfare: l'eliminazione della detassazione degli straordinari e dello "staff leasing", un limite di 36 mesi ai contratti a termine. Anche laddove qualcuna di queste rivendicazioni venisse accolta (è possibile, ad esempio, che si modifichi la norma sullo "staff leasing", che non interessa ai padroni), l'impianto rimarrebbe immutato. Peraltro contro il pacchetto Damiano Rifondazione non muove un dito e anzi arriva a non fare campagna per il No al referendum confederale dell’8 ottobre, nascondendosi dietro “l’indipendenza sindacale”.
Per questo, a differenza di altri (che preferiscono rimanere nel vago), diciamo con chiarezza che non aderiamo alla manifestazione del 20 e che è necessario costruirne un’altra, su una piattaforma di lotta, a partire dalle forze che hanno promosso la riuscita manifestazione contro Bush del 9 giugno scorso.

 

Le mezze vie del centrismo e la prospettiva alternativa dei comunisti

 

Dentro e fuori dal Prc, varie organizzazioni centriste denunciano la deriva della sinistra governista ma il più delle volte non avanzano nessuna prospettiva realmente differente, limitandosi così a proporre “mezze vie” che sembrano talvolta ispirate più dalla ricerca di uno spazietto politico che non dalla volontà di costruire una alternativa basata sull’indipendenza di classe dei lavoratori.
Le minoranze rimaste nel Prc (Falcemartello, l’Ernesto di Giannini, Controcorrente di Veruggio) concordano nel riconoscere il carattere anti-operaio dell’azione di governo ma, con qualche differenza tra loro, finiscono col proporre semplicemente il ritiro della delegazione ministeriale e la ricollocazione del Prc: in ogni caso non all’opposizione di entrambi i poli. Una posizione che oltre a non fare i conti con le reali necessità della lotta di classe è del tutto esclusa dalla stragrande maggioranza del gruppo dirigente bertinottiano, a cui ora si è accodato anche Claudio Grassi con Essere Comunisti, intenzionato a non lasciare le comode stanze del “potere”, con relativi incarichi di prestigio e privilegi. La polemica estiva su Liberazione attorno al vizio di certi dirigenti di girare con l’auto blu è la riprova che le scelte politiche sono irreversibili perché fondate su volgari interessi materiali, non su opinioni sbagliate.
Fuori dal Prc si avvicina la proclamazione della scissione (già operante da mesi) di Sinistra Critica.
La scelta di quest’area di uscire dal Prc è certamente giusta. Si tratta peraltro di una conferma che la nostra scelta (fummo i primi a uscire dal Prc nell’aprile dell’anno scorso), che i dirigenti di Sinistra Critica commentarono con ironia o sufficienza, era inevitabile per chiunque non volesse subire la deriva governista di quel partito.
Ma uscire dal Prc per fare cosa? I documenti e le dichiarazioni dei dirigenti si tengono sul vago. Si parla di dar vita a una forza anticapitalista, femminista, ecologista. Nessun riferimento al comunismo (peraltro la sorella francese di Sinistra Critica, la Lcr, ha discusso della possibilità di togliere dal nome il riferimento al comunismo). Dunque una forza - una “rete” e non un partito - genericamente antagonista, movimentista, privo di un profilo programmatico marxista-rivoluzionario. Il che - si badi bene - non è questione del domani ma si riverbera, chiaramente, nelle scelte dell’oggi, come si nota nello stesso atteggiamento in parlamento del deputato e del senatore di Sinistra Critica. Infatti un buon centrista si riconosce dal fatto che non assume mai una posizione netta, richiamandoci alla memoria quel mister Bernacle, che Dickens aveva messo a capo dell’Ufficio Circonlocuzioni, che “per principio non dava mai una risposta definitiva”. Da Ufficio Circonlocuzioni è pure la dichiarazione che Turigliatto ha fatto al Senato sul Dpef: “(...) dovrei votare contro il Dpef. Mi limito a non partecipare al voto perché credo che questo autunno il governo dovrà fare i conti, non con qualche eterodosso senatore, ma con la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori.” Come a dire che i comunisti prima di dare una indicazione politica devono aspettare che si attivi, per ispirazione celeste, una “mobilitazione” (lo stesso principio genuinamente menscevico espresso dalla guida del virtual-giornalistico Pcl, Ferrando, che a proposito del 20 ha dichiarato di aspettare per vedere “cosa faranno le masse”).
L’idea dei dirigenti di Sinistra Critica pare essere quella di strutturare una “rete” (con soggetti ancora tutti da trovare) che faccia rivivere la stagione d’oro del bertinottismo: quella della “internità ai movimenti”. Una stagione - aggiungiamo noi - che servì per preparare la “svolta” di governo. Ma ha senso chiedere a qualche centinaio di attivisti un sacrificio militante per limitarsi a riportare sulla collina un masso destinato, come sapeva bene il povero Sisifo, a rotolare di nuovo a valle?
Noi pensiamo di no. Pensiamo sia più sensato ripartire dal progetto di costruire un partito comunista partecipe della costruzione di un’Internazionale rivoluzionaria.
Un lavoro che abbiamo iniziato rompendo nell’aprile dello scorso anno con il Prc che entrava al governo; che abbiamo consolidato con il congresso fondativo del Pdac (solo una decina di mesi fa) e che proseguiremo nelle lotte di questo autunno. Nella convinzione che la costruzione dell’opposizione all’attacco padronale richiede la costruzione di un forte partito comunista; e la costruzione del partito comunista non può essere slegata dalla promozione di comitati che, dal referendum sul welfare (qualunque ne sia l’esito), proseguano la lotta verso uno sciopero generale unitario e verso la cacciata di questo governo padronale.
Il primo anno e mezzo del governo Prodi è la migliore conferma del postulato leninista che esclude, sulla base dell’intera esperienza storica, che dal sostegno a un governo dei padroni possano venire vantaggi ai lavoratori. Bisogna allora che tutti i militanti sinceramente comunisti tornino sulla via maestra, la via dell’opposizione di classe e della costruzione del partito rivoluzionario, l’unica che conduce - sapendola percorrere tutta - a un governo dei lavoratori.

 

 

(20 settembre 2007)

 

 

 

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