Partito di Alternativa Comunista

Le lotte dei precari e dei disoccupati in Campania

Progetto lavoro: questi fantasmi...

 

Rossella Bosco

 

Una delibera della giunta provinciale salernitana, risalente al giugno scorso, ha stimato la presenza nel territorio provinciale di 200 mila disoccupati. Da questo computo sono esclusi i disoccupati del capoluogo per i quali non esiste un censimento ufficiale. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, provvede direttamente all’assunzione di giovani e meno giovani senza lavoro, attraverso agenzie interinali a lui facenti capo. Sulla scia del fallimentare “Progetto I.So.La.” (inserimento sociale al lavoro), da tempo in atto a Napoli, partorito dal governatore regionale Bassolino e dall’assessore al lavoro Gabriele (Prc), l’assessore provinciale al lavoro Cariello (Prc), vorrebbe emulare il suo mentore regionale. Tale progetto prevede un emolumento di 1000 euro mensili per ogni lavoratore disoccupato che viene “generosamente” invitato a prestare la propria opera per un anno di work-experience. Dunque, i padroni, improvvisati formatori, trarranno benefici economici e fiscali, mentre i lavoratori saranno invitati nella maggior parte dei casi a non presentarsi al lavoro usufruendo di un mensile di 500 euro.

Il casus belli è offerto da Trenitalia che chiede ottanta disoccupati per sostituire altrettanti lavoratori addetti alle pulizie messi in cassa integrazione. I disoccupati rifiutano la logica del divide et impera padronale. Nella provincia di Salerno, l’assessore Cariello prende gentili e cortesi contatti con diversi comitati di disoccupati e promette di fare come e meglio di Napoli. A ottobre la montagna partorisce il topolino; dai 2000 posti richiesti si scende a 1000 poi si chiude a 500, con la nascita del progetto “conoscenza e lavoro”, per il quale sono previste quattrocentocinquanta ore di formazione ma senza percorso lavorativo. Tutto ciò sarà possibile se l’assessore regionale al lavoro Gabriele darà il suo beneplacito.

Dunque, serve necessariamente l’organizzazione di comitati di disoccupati, lavoratori, precari e studenti realmente combattivi. La prospettiva dell’emigrazione per uomini e donne, giovani e meno giovani, oggi rappresenta l’unica alternativa allo stato di indigenza. La presenza nel territorio salernitano di focolai di lotte vede impegnato in prima linea il PdAC e i suoi militanti nella costruzione di una piattaforma politica nella quale sia centrale il diritto al lavoro. L’unione fra lavoratori, precari, disoccupati e studenti sarà la forma di lotta davanti alla quale i ricatti politici-padronali dovranno cedere le armi e dare risposte chiare e definitive.

 

 

Protocollo del 23 luglio e resistenza operaia nelle aziende venete

Il no al referendum a Padova

 

 

Susanna Sedusi

 

L’andamento della partecipazione dei lavoratori alla votazione e i risultati ottenuti a Padova e nel Veneto non si discostano molto dal dato nazionale. A Padova e provincia la partecipazione al voto è stata del 60%, i Sì hanno ottenuto l’81% e i No il 19%. Lo stesso risultato mostrano i dati regionali: in Veneto hanno votato circa il 60% dei lavoratori e i No hanno ottenuto il 22% mentre i Sì sono stati il 78%. Se invece mettiamo in evidenza i risultati ottenuti nella categoria dei lavoratori metalmeccanici vediamo che in Veneto i No hanno ottenuto il 49% dei voti mentre il Sì ha vinto con il 51%. A Padova, sempre nella categoria dei metalmeccanici, i No hanno ottenuto il 42% mentre i Sì hanno vinto con il 58%. Tenendo per buoni questi dati (che buoni non sono per le note condizioni in cui si è svolta la consultazione) possiamo affermare che vi è stata una larga manifestazione di dissenso verso la firma del Protocollo del 23 luglio 2007 a cui dobbiamo dare una prospettiva sindacale e politica con l’obiettivo di costruire un’opposizione di classe al Governo Prodi.

 

Due esempi significativi

 

Quella che si è svolta alla Aps-Acegas il 26/9/07, è stata una delle prime assemblee a Padova sul Protocollo del 23 luglio. Aps-Acegas è un’azienda di proprietà dei Comuni di Padova e Trieste a maggioranza. È nata negli anni Sessanta come cooperativa di lavoratori, è diventata azienda municipalizzata del Comune di Padova per giungere qualche anno fa (dopo la fusione con l’azienda di Trieste) allo status di azienda privatizzata e quotata di borsa. Ma torniamo all’assemblea sul protocollo del 23 luglio: è stata una delle più partecipate degli ultimi tempi: infatti, dopo il processo di privatizzazione lo scollamento tra lavoratori e associazioni sindacali è aumentato e la partecipazione a scioperi, assemblee o riunioni sindacali ne ha risentito in maniera negativa. Erano presenti quella mattina circa 200 lavoratori della divisione ambiente. Bisognava aprire un dibattito tra i lavoratori e riuscire a ricavare uno spazio per far emergere le ragioni del no al referendum, obiettivo raggiunto proponendo la votazione di un ordine del giorno contrario all’approvazione del Protocollo del 23 luglio 2007.

Nonostante le proteste e le minacce del sindacalista di turno, i lavoratori hanno votato l’ordine del giorno presentato che invitava a respingere l’accordo con solo tre contrari tra i lavoratori presenti e 195 voti favorevoli. In seguito, prima del referendum, il pressing del sindacato ha fatto riguadagnare spazio ai sostenitori del Sì ma non abbastanza da impedire comunque una netta vittoria del No, che è passato con il 75% dei voti. Pochi giorni dopo si è svolta l’assemblea per preparare lo sciopero per il rinnovo del contratto scaduto dal dicembre 2006. Anche questa assemblea è stata molto partecipata e l’adesione allo sciopero per il rinnovo contrattuale è stata molto alta. Purtroppo le OOSS non avevano previsto alcun tipo di manifestazione esterna all’azienda, e quindi questa lotta non ha avuto la dovuta visibilità (in città Aps-Acegas è una delle aziende più significative per dimensione).

Un’altra realtà lavorativa significativa in termini di tradizione di lotta dei lavoratori è la Fip di Selvazzano, Comune adiacente al territorio di Padova, dove sono impiegati circa 350 lavoratori della categoria dei metalmeccanici. La Cgil-Fiom rappresenta la minoranza dei lavoratori; sono presenti Fim (in maggioranza) e Uilm (entrata da poco). Il paziente lavoro dei delegati di fabbrica, poco supportati dalla categoria (Fiom), di spiegazione delle ragioni del no al referendum, in preparazione dell’assemblea sul protocollo del 23 luglio e della successiva votazione, ha dato i suoi frutti: i No hanno vinto anche se di misura. L’amara riflessione di T., lavoratore della Fip, è che questa votazione, tanto sbandierata come prova di democrazia sindacale, si sia in realtà dimostrata una pura” illusione di democrazia” e poche sono le aspettative di cambiamento del protocollo sul welfare e precarietà in seguito al passaggio parlamentare (anzi sono forti le previsioni di un peggioramento). Lo sciopero del 30/10 per il rinnovo contrattuale (anche i metalmeccanici sono impegnati in questa vertenza) ha avuto successo con un altissima adesione e una buona partecipazione al corteo che ha percorso le strade della città fino a presidiare la sede della Associazione Industriali in Piazzale Stanga.

 

 

Grottaglie: No alla discarica!

La lotta della popolazione tarantina contro l'ennesimo ecomostro

 

Domenico Friolo

 

Un'importante mobilitazione che vede impegnato il PdAC sul territorio pugliese è quella contro la prossima apertura, nei pressi di Grottaglie, vicino Taranto, di una nuova discarica di seconda categoria (tipo B), che si andrebbe ad aggiungere alle due già presenti nella stessa zona ed alle oltre settanta discariche di vario tipo presenti sul territorio tarantino. Il progetto s'inscrive sulla scia di quella che è la politica perpetrata da anni sia da forze di centrosinistra che di centrodestra in Puglia: si va dai progetti per i rigassificatori di Taranto e Brindisi al termovalorizzatore di Modugno, sino alla decine di discariche, tutti progetti che stanno trasformando la Puglia in un immondezzaio per il capitalismo nostrano.La discarica oggetto dell'ultima protesta popolare si trova in località "La Torre Caprarica", equidistante dai comuni di Grottaglie e San Marzano. Viene presentata come l'ampliamento di due lotti per discariche di rifiuti speciali già presenti, ma in verità è giusto parlare di una discarica nuova di zecca, poiché tra il secondo ed il terzo ipotetico lotto vi è una strada statale che funge da divisorio. L'estensione complessiva dei primi due lotti è di circa 1.600.000 metri cubi distribuiti su 3,5 ettari di terreno, mentre il terzo conterebbe da solo una capienza di oltre 3.000.000 metri cubi per 26 ettari di terreno.La questione principale è che l'area che ospiterà la discarica, non essendo a grande densità industriale, non può giustificare tali quantità di rifiuti (e di discariche). L'unico grande stabilimento industriale nella provincia jonica è l'Ilva di Taranto che peraltro smaltisce il 90% dei rifiuti al suo interno. Ricordiamo, tra l'altro, che per legge i rifiuti industriali dovrebbero essere smaltiti nelle prossimità del luogo di produzione.

 

La nascita del presidio permanente

 

L'amministrazione comunale di centrosinistra di Grottaglie con una delibera comunale datata 2004 è la prima artefice di questo vero e proprio scempio ambientale, appoggiata in questo dalla provincia e del governo Vendola che ha avallato in maniera latente, ma talvolta anche con prese di posizione palesi, le concessioni del comune al padrone di turno.Il 16 Settembre 2007, dinanzi al secondo lotto della discarica di "La Torre Caprarica", è sorto un presidio permanente in seguito a tre anni di lotte portate avanti dal Comitato "Vigiliamo per la discarica". Il presidio è diventato in poco tempo un forum di discussione continua sulle tematiche ambientali e, nell'arco di due mesi, ha organizzato varie contestazioni durante i consigli comunali di Grottaglie e tre cortei che, a dispetto d'ogni malpensante, sono riusciti a portare in piazza oltre 3000 persone (su una popolazione di 30.000 abitanti). Il 26 Ottobre le fiamme gialle hanno apposto i sigilli dinanzi al primo ed al secondo lotto, sequestro convalidato dal Pm di Taranto Daniela Putignano, con iscrizione nel registro degli indagati dell'Ecolevante per violazione di tutela ambientale.Nel frattempo il presidio (che inizia a far paura a più di qualcuno) continua nel suo lavoro costante d'informazione e monitoraggio, stando attenti a non divenire pane per i denti di chi vuole che si resti ancorati ad un mero localismo, rischiando di compiere solo una protesta di facciata utile ai pescecani della politica che vi girano attorno (non ultima la presenza in riunioni del presidio di un papabile candidato sindaco del centrodestra).Il PdAC all'interno del presidio lavora affinché la linea adottata dal movimento vada ad assumere i connotati di un'autentica e reale critica a questo sistema che, pur di garantire il profitto di pochi speculatori, intacca ogni diritto fondamentale della maggioranza dei cittadini; la lotta per la difesa ambientale deve rientrare in questo solco e non ne può essere indipendente. Questo è un rischio in cui i movimenti non guidati da un'avanguardia comunista, che ponga al centro l'alternativa di sistema, vanno inevitabilmente a cadere. Compito dei comunisti è quello di collegare ogni lotta, anche minima, ad un programma transitorio che indichi, come unica soluzione, un governo dei lavoratori alternativo alla barbarie del capitalismo.

 

Due anni di governo Vendola: rossi sì, ma di vergogna!

Tra finanziamenti alle imprese e delocalizzazioni “concertate”

 

Michele Rizzi

 

Quello pugliese avrebbe dovuto essere il governo regionale più a sinistra d’Italia, con un Presidente addirittura di Rifondazione Comunista, con una rivoluzione “gentile” tutta da costruire a partire dai movimenti e dalle esigenze concrete dei più deboli. Dopo la vittoria alle primarie, il buon Niki Vendola, avrebbe dovuto iniziare la sua cavalcata vincente in direzione della “trasformazione sociale”, cominciando il 2005, anno del suo insediamento nei palazzi del lungomare di Bari, con la cancellazione delle leggi del precedente governo regionale, quello del forzista Fitto.

 

Le gesta di un “comunista” al governo

 

A quanto pare il governatore “filosofo”, dopo aver messo nel cassetto - sigillato con nastro di cachemire fornitogli dal presidente della Camera - le tante promesse fatte in campagna elettorale, dalla cancellazione delle leggi della Giunta Fitto, fino alla creazione di un reddito sociale per i disoccupati, ha cominciato ad operare assecondando, in tutto e per tutto, i dettami e i desiderata della borghesia pugliese, così come di preti e vescovi. Il primo atto simbolico - ma non tanto - è stato quello di intitolare il nuovo aeroporto di Bari alla memoria di Giovanni Paolo II (e così sia…). Il secondo è stato un programma di governo basato unicamente sui finanziamenti alle imprese e sulla delocalizzazione delle aziende pugliesi nei Paesi dell’est europeo, fino ad ottenere un posto al tavolo della colonizzazione della ex Jugoslavia, bombardata nel 1999 anche dalle forze aeree italiane. Poi banchetta con il presidente albanese, Sali Berisha, quello delle finanziarie fantasma, per concordare investimenti predatori della borghesia pugliese nel Paese delle aquile.

Successivamente, il “pragmatico” governatore rifondarolo caccia Petrella, allora presidente dell’acquedotto pugliese, per aver “preteso” la ripubblicizzazione dell’acquedotto più grande d’Europa. Lo sostituisce con Ivo Monteforte, ex presidente della multiservizi di Pesaro che aveva appena finito di privatizzare qualche anno prima.

Poi vengono i milioni di euro alle parrocchie, in un piano per lo sport che favorisce le strutture ecclesiastiche ai danni di quelle pubbliche, ridotte ormai al lumicino. Il buon presidente, scordandosi del suo passato no global, vola negli States ad incontrare i vertici della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale per accreditare la borghesia pugliese. L’Ilva di Taranto, il più grande polo siderurgico d’Europa, produce centinaia di morti bianche l’anno? Ebbene, vi pone “rimedio” il presidente Vendola, donando al patron Riva, campione di sfruttamento e mobbing sul lavoro, ben 1,2 milioni di euro che quest’ultimo avrebbe dovuto investire sulla sicurezza sul lavoro. Il bilancio di questo grosso regalo fatto dal governatore all’industriale bresciano è l’aumento di infortuni ed omicidi sul lavoro.

Nel frattempo, Niki il rosso, avvia con il nuovo presidente della Fiera del Levante, la campionaria più grande d’Europa, un piano di privatizzazione della stessa. Infatti, il testo di riforma del settore, varato dalla Giunta regionale, prevede che “l’attività di organizzazione e gestione di manifestazioni fieristiche sarà svolta da soggetti privati. La maggioranza del capitale sociale dovrà essere privata”. E contemporaneamente, con il passaggio alla gestione privatistica della struttura, lo stesso Vendola mette a disposizione circa 22 milioni di euro che serviranno ai privati per organizzare le loro attività commerciali.

 

I finanziamenti alle imprese del governo Vendola: primo passo verso il socialismo?

 

Si diceva spesso che Vendola, così come il suo leader nazionale, Fausto, il parolaio rosso, fosse un tipo salottiero. Evidentemente la battuta ha dei chiari riferimenti materiali. Ed ecco svilupparsi uno strettissimo rapporto con il cavalier Pasquale Natuzzi, re mondiale del salotto della “Divani e Divani”. Il patron Natuzzi, mentre annuncia la cassa integrazione per 2.500 lavoratori del distretto del salotto Santeramo-Matera e dopo aver sottoposto l’azienda ad una forte cura dimagrante operaia grazie alla delocalizzazione in Brasile, Cile e Romania, ottiene dal presidente Vendola svariati milioni di euro di soldi pugliesi.

Milioni e milioni di euro continuano ad entrare nelle tasche del padronato anche con l’ultimo “Accordo di programma quadro” che prevede il finanziamento di ben 18 milioni di euro alla Getrag di Bari (che annuncia 200 licenziamenti), di 2 milioni di euro alla multinazionale dei call center di Modugno, Trascom Worldwide, di 10 milioni di euro alla Bosch di Bari (che annuncia 100 licenziamenti), di 10 milioni di euro alla Ferrovia privata Bari-Nord, mentre Trenitalia taglia alcuni collegamenti regionali. Nel mentre protestano operai licenziati, disoccupati che attendono ancora un reddito sociale e i medici del policlinico di Bari per il Piano ospedaliero…

Ma il buon Vendola è già su di un’altra dimensione, quella che lo vorrebbe leader nazionale della nuova Cosa rossa di Prc, Pdci, Verdi e Sinistra democratica. Il suo motto è dare una “casa” comune alla sinistra. E per questo si cala subito nella parte, dichiarando in un’intervista al Manifesto, che il pacchetto sicurezza razzista del Governo Prodi è una buona misura per la sicurezza.

Come dire… rossi sì, ma di vergogna!

 

Ciò che resta della sinistra a Venezia

...dopo la nascita del Pd, garante dei poteri forti

 

Enrico Pellegrini

 

“Eccola: la Tribù del Pd!”: con queste esilaranti e grottesche parole il segretario della “nuova” creatura politica chiamata Partito democratico si è presentato alla folta platea che gli stava dinnanzi in occasione della passata convocazione dell’assemblea costituente del futuro soggetto politico. Un linguaggio che decisamente non rende merito alla vasta partecipazione popolare che lo ha eletto segretario e che, a prescindere dagli slogan sui meriti di una composizione politica proiettata nel più lontano futuro, rievoca usi e costumi sociali del tutto superati se non geograficamente mal riposti.

Il consenso di massa ricevuto dalle elezioni sulla nomina del segretario ha fatto girare la testa a più di qualche dirigente locale veneziano oramai del tutto disabituato a recepire una così forte partecipazione e un notevole interessamento da parte di una grossa fetta di opinione pubblica. Tutto sembra oramai ruotare attorno alle “innovazioni” del programma di gestione del territorio e alla possibilità di nuove alleanze “politiche” su basi sempre più avanzate. Di fatto, invece, oltre a colorare di roseo sempre lo stesso ceto politico che da anni asseconda lo sfruttamento sociale e le più selvagge speculazioni in città, tali idee e “nuove” proposte tendono al contrario a giustificare una dimensione sempre più svincolata da una seria analisi dell’economia di mercato e di tutti i suoi tragici risvolti.

Ai leader veneziani della nuova creatura politica non interessano le varie tragedie sociali che si presentano ormai quotidianamente sul territorio e sulle quali non dicono una mezza parola relativa alla reale loro soluzione. Ci si riferisce continuamente al risveglio di una speranza che dia un calcio alla cosiddetta crisi della politica (termine quanto mai fuorviante) ma si contribuisce in realtà ad assecondare una totale trasformazione socio-economica di intere aree industriali in preda ad una sempre più accentuata dismissione di grosse filiere produttive.

 

Cambiano casacca ma la loro azione politica è immutata

 

L’irreversibilità del crescente sfruttamento turistico della città non giova in nessun modo ai suoi abitanti, i quali vedono e subiscono un degrado sociale, economico ed urbano qualunque sia l’eventuale sbiadito colore politico delle giunte che la governano. Una città in cui Palazzi prestigiosi di proprietà pubblica si svendono e vengono trasformati in alberghi (l’ultimo in ordine di tempo è Palazzo Priuli) e in cui si profila l’ipotesi di spostare a Porto Marghera il terminal crocieristico delle grandi navi previo smantellamento degli enormi siti produttivi che, come afferma Zacchello, rappresentano un “problema” in tema di disponibilità di banchine e gestibilità del business ad esse collegato.

Montefibre, Solvay, Dow Chemical e molte altre aziende di quel che resta di uno dei poli chimici più grandi del mondo rappresentano un sintomo drammatico relativo al completo ridisegno economico dell’intera provincia e anticipano un totale rovesciamento di idee, valori, culture e tradizioni che queste complesse realtà operaie mantenevano a garanzia di una coesione sociale in passato punto di riferimento unico in regione. Addirittura nel settore aeroportuale, con gli ultimi 140 annunciati licenziamenti della Sav, si preannuncia una situazione esplosiva associata ad un vasto riordino di trasporti lagunari in cui, guarda caso, ricompare il progetto della sublagunare tanto caro a chi intende collegare il circuito turistico veneziano a territori sempre più estesi anche in terraferma. Gli stessi Musei Civici subiscono un processo di esternalizzazione/privatizzazione che li consegnerà a gruppi di potere finanziario-assicurativo con tutto ciò che ne consegue.

Oggi, in presenza di appetiti privati che via via trasformano Venezia in una Disneyland del XXI secolo vendendo palazzi prestigiosi, trasformandoli in alberghi ed in cui è completamente assente un serio programma di edilizia popolare, che proposte offre la cosiddetta sinistra locale? Quali prospettive si pone dinanzi alla domanda di rivendicazione sociale che con forza nelle strade e nelle piazze le migliaia di lavoratori le pongono? Quali esempi sanno offrire se non una superficialità di analisi politico-economica che non intacchi gli interessi di lobby fortissime agenti nella nuova “opportunità ” offerta dal business della logistica, della portualità commerciale, delle bonifiche?

Un’economia che offre sponde sicure nel solo settore ricettivo (turismo, servizi) ed in quello dello sfruttamento logistico commerciale non fa prevedere nulla di più che un impoverimento generale progressivo in cui forti spinte centrifughe di capacità ed esperienze professionali non troveranno alcun appoggio (e mai potrebbero trovarlo) nella miscela di programmi con cui si dipingono le vesti i vari signori locali del Partito Democratico.

 

Le problematiche locali e la nostra posizione

 

Altra questione su cui strumentalmente si indirizzano critiche e malesseri generali riguarda i tagli agli enti locali iniziati dal passato governo e puntualmente continuati dall’attuale in carica; la legge speciale per Venezia ha negli anni risolto diversi problemi con una pioggia di denaro che ha certamente aiutato la città ma che non l’ha preservata dal creare quel circuito artificioso di relativa agiatezza economica in termini di potenzialità di spesa. Oggi si discute su come far fronte alle grosse limitazioni dei vari fondi nazionali sempre più riversati in quel mostro chiamato Mose ma il problema è più esteso e comprende anche tanti altri diversi aspetti che sono riconducibili non solo al Mose ma anche ad una città che affronta i suoi problemi nei termini più sbagliati (ponte di Calatrava in primis) e che privatizzandosi sempre di più a causa di flussi turistici ingenti non concorre al soddisfacimento dei bisogni dei suoi stessi abitanti, visti oramai come un simpatico orpello decorativo all’interno di una città “museo”. Unificare le varie vertenze generali e combattere tali dinamiche in un ottica di forte responsabilità sociale può rappresentare un primo passo per invertire una rotta disastrosa in cui far prevalere con forza ragioni autorevoli di rappresentanza e legittimità di un mondo operaio da anni senza più valide bussole di orientamento politico.

 

 

Questione meridionale e capitalismo

Note su un tema spinoso del movimento comunista

 

Claudio Mastrogiulio

 

 

Considerazioni generali sulla questione meridionale

 

Chi scrive è un lucano, quindi un meridionale, certamente fiero di esserlo così come sono fiero di appartenere al genere umano. È per questa ragione che spero non si possa leggere nelle righe che seguiranno una qualche latente forma di sciovinismo oppure di localismo piccolo borghese. Nella storia del movimento operaio italiano, conseguente all’allargamento dell’egemonia sabauda su tutto il territorio italico, la cosiddetta “questione meridionale” è stata affrontata sotto molti aspetti. Il primo, quello ufficiale, venne fatto proprio dalle forze della reazione monarchica rispetto ai focolai di ribellione che in tutto il Sud il movimento definito come “brigantaggio” sviluppava e capeggiava. Il secondo, trattato non in maniera forbita di particolari come quello precedente, venne intavolato dalle stesse forze reazionarie in relazione alle miserrime condizioni di vita in cui versava gran parte della popolazione nelle regioni più arretrate e retrive dell’intera nazione. Il terzo aspetto, quello a mio avviso più importante ma al contempo meno affrontato dal punto di vista storico e politico-sociale, riguarda uno dei fondamenti ai quali un’organizzazione rivoluzionaria si deve rivolgere e dei quali si deve fare portavoce. La questione meridionale è infatti una problematica riguardante l’arretratezza dello stato di cose presente in suddette aree dal punto di vista economico e, di conseguenza, sociale e politico.

Oggi, così come ieri, tanti politologi e sociologi hanno considerato la situazione riguardante la coscienza meridionale circa la propria condizione una delle sfaccettature che vanno a delineare il problema; ma che in realtà, non accogliendolo nella sua propria complessità e globalità, non ne risolve le vicissitudini. Nella storia del movimento operaio e rivoluzionario si è talvolta avuta la dimostrazione che la limpida fattezza degli avvenimenti fosse contraria rispetto alla riflessione sopraccitata. Quanto detto lo si può riscontrare se si pensa che molte delle lotte che hanno caratterizzato gli ultimi anni e tuttora caratterizzano lo scenario politico italiano provengono proprio dalle situazioni meridionali (protesta di Scanzano, lotte operaie di Melfi, lotta contro il rigassificatore di Brindisi, etc.). Dunque, se si è compreso che il fulcro della questione meridionale non è il presunto lassismo delle classi subalterne o dei movimenti rivoluzionari appartenenti a quei determinati luoghi, come mai la questione non è stata risolta ?

La risposta a questo quesito storico la si può ricercare nella quasi totale assenza di una teoria e di un discorso serio e sviluppato riguardo questa questione in seno ai partiti politici ed alle organizzazioni culturali vicini al movimento operaio. Ho scritto “quasi totale assenza” per la motivazione secondo la quale, leggendo Gramsci, possiamo vedere affrontato il problema partendo da presupposti ideologici e pratici esatti. Ma, purtroppo, anche questa direttiva gramsciana venne tradita o rimase inascoltata tenendo conto delle scelte e delle iniziative prese dai rappresentanti conseguenti delle organizzazioni del movimento operaio e comunista. Non solo venne considerato il problema dell’arretramento del Meridione come una mera conseguenza dell’inadeguatezza di investimenti capitalistici da parte di padroni settentrionali, ma venne addirittura accettata la tesi secondo la quale dovessero essere offerte maggiori tutele ai suddetti padroni rispetto al rapporto investimento-rischio per invogliarli a sfruttare il movimento operaio meridionale e ad incrementare i loro profitti. Furono questi i grandi errori commessi da coloro i quali nel passato avrebbero dovuto difendere i diritti dei lavoratori e delle classi subalterne; senza parlare del quasi totale assenteismo di codeste figure dal panorama politico meridionale o dell’asservimento di queste ultime agli interessi del piccolo padronato locale.

 

Le modalità con cui la borghesia affrontò il problema…

 

Non venne altresì sviluppata un’analisi ben strutturata circa la connessione tra Mafia e classi dominanti. Infatti, vennero invocate la presenza in massa dei tutori dell’ordine e l’intervento dello Stato difensore degli interessi della borghesia. La Mafia non rappresenta altro che un movimento nel quale le classi dominanti si sporcano le mani in proprio con l’obiettivo di creare uno stato nello Stato senza il supporto di quelle stesse istituzioni statali e repressive che ne hanno, alla stregua di quanto accadde con il fascismo, permesso la nascita e lo sviluppo sempre più ingombrante. Tutto ciò accadde perché lo Stato borghese aveva un nemico che, se non avesse affrontato con forza e decisione nette, lo avrebbe sopraffatto: il movimento operaio. Contro quest’ultimo nel settentrione utilizzò le provocazioni fasciste e le sue forze repressive nelle varie manifestazioni e nei vari rivolgimenti sociali (basti pensare ai morti di Reggio Emilia, ai 92169 arresti per motivi politici nel triennio 1948-1950, etc.); nel meridione s’affrancò dall’opposizione sociale e politica anche grazie allo sviluppo del fenomeno reazionario mafioso (basti pensare alle infami uccisioni del sindacalista Placido Rizzotto in Sicilia, per poi arrivare, tanto per ricordare uno dei tanti episodi, all’eccidio di Battipaglia del 9 aprile 1969). In questa cornice storica i movimenti che si ponevano come obiettivo la tutela degli interessi operai non ebbero la capacità o la volontà di sviluppare un discorso di classe che ponesse all’ordine del giorno uno sciopero generale dei lavoratori senza alcun tipo di remora nell’affondare quell’anacronismo storico che rappresentava e tuttora rappresenta l’ordine di cose capitalistico.

 

…e le nostre modalità

 

Oggi più che mai è necessario, soprattutto per noi che ci poniamo l’arduo ma necessario compito di prendere in mano e sventolare il vessillo della rivoluzione proletaria, porci di fronte alla questione meridionale e considerarla come un mezzo attraverso il quale il capitalismo e i suoi governi sottendono per poter arrivare alla totale atomizzazione dell’unica classe sociale progressiva della società, quella operaia. Nel nostro piccolo è ovviamente impensabile anche solo paragonarsi alla forza ed alla ramificazione delle organizzazioni che in passato e tuttora si pongono indebitamente a difensori delle classi subalterne; ma è comunque necessario porsi quei determinati problemi senza dimenticarci che si è realmente rivoluzionari solo nel momento in cui ci si libera totalmente anche da quelle pregiudiziali che possono risultare di primo impatto inconsce, ma che in realtà fanno parte dell’arsenale culturale che la classe dominante detentrice del potere economico, politico e di conseguenza culturale ci ha per anni propinato. Sono altrettanto certo che essendo marxisti rivoluzionari queste differenziazioni, qualora esistessero, verranno superate. Ma come possono esserlo se non se ne discute e non si trova una posizione unitaria che permetta ai militanti del nostro neonato partito di superare finanche l’embrione di considerazioni così fuorvianti, nocive e nichiliste per la storia e per il presente del movimento operaio e comunista ?. Questo il senso del mio scritto che, come ho precedentemente detto, non ha alcun retroterra culturale che si rifaccia a qualsivoglia forma di sciovinismo o localismo; il quale rimanderebbe troppo pericolosamente a quel tipo di ribellismo piccolo borghese che abbiamo ripudiato e stigmatizzato con forza nel momento in cui ne abbiamo abbandonato la fucina: il Prc - Se.

Organismi geneticamente modificati

Mistificazioni borghesi e prospettiva comunista

 

Alberto Cacciatore

 

La Consultazione Nazionale su “Ogm e modello di sviluppo agroalimentare dell’Italia” organizzata dalla Coalizione”ItaliaEuropa-Liberi da Ogm” - che raccoglie le maggiori organizzazioni degli agricoltori, del commercio, della moderna distribuzione, dell’artigianato, della piccola e media impresa, dei consumatori, dell’ambientalismo, della scienza, della cultura, della cooperazione internazionale - si è conclusa con il raggiungimento dell’obbiettivo di 3 milioni di Sì al quesito: “Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?”.

Un risultato un po’ scarso per quella che dai portavoce della Coalizione è stata definita – forse con eccessiva enfasi - la più grande aggregazione di energie sociali, culturali e produttive mai realizzatisi nella storia della repubblica: 28 organizzazioni con circa 10 milioni di associati. Ma a fronte dello scarso risultato elettorale rispetto alle potenzialità dei numeri, l’occasione della consultazione - al di là degli Ogm - ha visto la ricomposizione, attorno ad un’unica strategia, degli interessi di quella borghesia e piccola borghesia dell’agroalimentare, che vuole difendere e rilanciare l'agroalimentare italiano nella competizione mondiale, puntando sulla qualità, genuinità, tipicità, sicurezza e sostenibilità ambientale. Caratteri distintivi del cosiddetto made in Italy, incompatibile evidentemente con una filiera di produzione Ogm. La coalizione proprio grazie all’ampio spettro di cosiddetta “società civile” che rappresentava e al fiancheggiamento della stampa della “sinistra radicale”, ha cercato la partecipazione della popolazione attraverso: la retorica del coinvolgimento dell’intera comunità nazionale in un processo di elevamento delle conoscenze scientifiche e della consapevolezza culturale, di ricoesione sociale, di democrazia partecipata, ampia e reale, sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione di decisiva portata per l’Italia, l’Europa e il mondo; il risibile richiamo ad una globalizzazione non unipolare e omologante, ma multipolare, multiproduttiva, multiculturale, democratica e condivisa, fondata sul protagonismo cosciente dei cittadini; l'illusione che l’obbiettivo di consultare e di far esprimere direttamente i cittadini sul proprio futuro possa dare più forza alla richiesta che il decisore politico e le istituzioni, collocandosi in sintonia con gli orientamenti del sistema-Paese, operino scelte che rispecchino effettivamente gli interessi di tutti.

 

I protagonisti della Consultazione

 

I promotori della consultazione durante la campagna referendaria - evidentemente per dare maggiore appeal all’iniziativa - hanno ricordato che nel 2006 Prodi divenuto Presidente del Consiglio, si trovò d’accordo sulla necessità di promuovere una consultazione nazionale sugli Ogm e sul modello di sviluppo agroalimentare italiano. Ma fu con Prodi Presidente della Commissione europea che nel 2001 furono emanati: la Direttiva che permetteva l’immissione nell’ambiente di Ogm a scopo sia sperimentale che commerciale; i due Regolamenti sull’etichettatura degli alimenti e dei mangimi, nei quali si fissava una soglia dello 0,9% di presenza di Ogm, - considerata accidentale o tecnicamente inevitabile riferita ad ogni singolo ingrediente e non alla massa totale del prodotto – e si escludeva dall’obbligo di etichettatura i prodotti derivati da animali nutriti con Ogm (uova, latticini,carne). Incredibile a dirsi, la Coldiretti, una delle organizzazione dei produttori agricoli presenti nella coalizione, giudicò l’etichettatura utile per garantire la libertà di scelta delle imprese e dei consumatori europei che avrebbero avuto un’arma in più per vigilare sui prodotti posti in vendita nei banchi dei supermercati.

Gli scienziati anti-Ogm della coalizione sostengono che con troppa fretta si vuole applicare una tecnologia che potrebbe avere ripercussioni sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare; invece, per loro, è necessario potenziare la ricerca per verificare gli impatti che tale tecnologia può avere sull’uomo e sull’ambiente, posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze applicative non saranno definitivamente chiarite. Si tratta di prendere tempo e nel frattempo si trasformano gli ecosistemi in laboratori a cielo aperto: la sola sperimentazione in campo aperto produce contaminazione genica nell’ambiente senza possibilità di ritorno allo stato precedente. Ciò che è presentato come solo sperimentato è di fatto già compiuto, e irreversibilmente. Le imprese di agricoltura biologica gridano allo scandalo perché la Commissione europea ha introdotto nel nuovo regolamento sul biologico la soglia dello 0,9% di contaminazione ammissibile per i prodotti biologici, soglia prevista già nell’agricoltura convenzionale, ma questo non solleva altrettanto scandalo.

Ma il biologico non ha tutte le carte in regola dal momento che la certificazione “bio” non è altro che un’autocertificazione che non garantisce affatto sulla qualità dei prodotti, ragione per la quale in Europa il biologico italiano ha un mercato limitatissimo. Infine le associazioni ambientaliste, mentre sostengono che non deve essere consentita nessuna soglia di contaminazione da Ogm nelle sementi convenzionali e biologiche, rivendicano alle Regioni la responsabilità di individuare le aree da destinare a colture transgeniche per assicurare la “coesistenza” tra coltivazioni Ogm, convenzionali e biologiche. E infatti così stanno facendo le regioni - con in testa quelle governate dal centrosinistra – che, mentre si definiscono “Ogm-free”, sono impegnate ad elaborare, e con la consulenza dei succitati scienziati anti-Ogm, le misure necessarie a garantire la coesistenza tra coltivazioni Ogm, convenzionali e biologiche, in osservanza di una raccomandazione della Commissione europea che in quanto tale non è vincolante.

 

La proposta comunista

 

La richiesta di sicurezza alimentare e di un’agricoltura ambientalmente sostenibile – che si è espressa anche nella consultazione - non può trovare una credibile risposta né dai soggetti coinvolti nella Coalizione né negli strumenti da quest’ultima adottati. Non si tratta di moltiplicare le informazioni di ogni tipo, nella speranza che siano sufficienti per una decisione "democratica e cosciente". Un "controllo democratico" dei transgenici è obiettivo incompatibile con i rapporti borghesi della produzione. La questione del potere proprietario del capitale su interi settori produttivi va posta come questione strategica decisiva anche in relazione al controllo sulla qualità del cibo e sulla produzione agricola. La rivendicazione dell’esproprio e della nazionalizzazione senza indennizzo sotto il controllo dei lavoratori e delle masse popolari dell’industria agroalimentare, dell’industria biotecnologia, della grande distribuzione e della grande proprietà terriera per la sua socializzazione nella forma della proprietà collettiva e cooperativa, insieme alla rivendicazione del controllo sociale dei risultati dello sviluppo scientifico e tecnologico, uniche misure in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni sociali e non il profitto privato, possono avere un consenso di massa, e possono esemplificare il senso stesso di una proposta comunista.

La Rivoluzione d’Ottobre

A Novant’ anni dall’assalto al cielo

 

Ruggero Mantovani

 

La rivoluzione russa ha indubbiamente rappresentato l’avvenimento più significativo del Novecento, e, lungi dal poter essere relegata in un asfittico paragrafo della storia, la sua rilettura traduce in viva attualità le implicazioni programmatiche, strategiche e tattiche che hanno trovato la loro origine nella politica espressa dal bolscevismo.

Una verità sistematicamente rimossa dal revisionismo sia socialdemocratico sia staliniano, che seppur con differenti argomentazioni (parlamentarismo borghese per l’uno e “socialismo in un solo paese” per l’altro) ha ridimensionato la rivoluzione bolscevica alle specifiche condizioni di arretratezza della Russia, nel tentativo di eliminare un precedente pericoloso per le classi dominati e sicuramente ingombrante per chi, nella sinistra italiana, è cresciuto all’ombra del togliattismo.

L’attualità della rivoluzione d’Ottobre è stata, viceversa, rivendicata dal seminario della Lit Ci (Lega Internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale) organizzato dal PdAC, sezione italiana della Lit, che si è tenuto ad Otranto dal 25 al 30 luglio del 2007. Un’esperienza militante straordinaria, da cui è nato un libro di ricostruzione storica e teorica della Rivoluzione Russa, che segna, indubbiamente, un passo in avanti nella formazione di una nuova generazione di rivoluzionari.

 

Dal paradosso della rivoluzione di febbraio alla rivoluzione d'Ottobre

 

La rivoluzione di febbraio – asserì Trotsky – è stata guidata dagli “operai coscienti, temprati ed educati principalmente dal partito di Lenin. Ma subito dopo dobbiamo aggiungere: questa guida apparve sufficiente per assicurare la vittoria dell’insurrezione, ma non bastò per assicurare all’avanguardia proletaria la parte direttiva della rivoluzione”. Un paradosso che ha caratterizzato la rivoluzione di febbraio, ma che mise in evidenza che “senza un’organizzazione l’energia delle masse si disperderebbe come il vapore”, e in assenza del partito bolscevico, che nel febbraio del 1917 vedeva tutti i suoi dirigenti migliori in esilio o in galera, il processo rivoluzionario venne interrotto dalla borghesia.

Lenin, ritornato dall’esilio il 3 (16) aprile, iniziò una dura battaglia, sia contro l’ambigua posizione di Kamenev e Stalin, che tendeva “né al sostegno né all’opposizione” del governo provvisorio Kerensky, sia contro quei quadri più radicali che, pur proponendo l’opposizione al governo, non riuscivano ad articolare un programma per la presa del potere.

Con la pubblicazione delle Tesi di Aprile, Lenin capovolgeva l’impostazione del gruppo dirigente bolscevico: rifiutava qualsiasi appoggio al governo e lanciava la parola d’ordine di trasformare “la guerra imperialista in guerra civile”. In definitiva i bolscevichi per Lenin dovevano condurre una profonda agitazione tra le masse per convincerle che solo la rivoluzione proletaria avrebbe fermato la guerra, garantito il pane e ceduto la terra ai contadini.

Nel frattempo il 4 (17) maggio anche Trotsky rientrava dall’esilio e a luglio aderì formalmente al partito bolscevico: in definitiva con le Tesi di Aprile Lenin, facendo autocritica, aderiva all’impostazione di Trotsky sulla rivoluzione permanente, mentre quest’ultimo riconosceva la necessità della formazione di un partito centralizzato contro cui, in nome di un astratto unitarismo, si era schierato per molti anni. Le impostazioni politiche di Lenin cominciarono a far breccia tra le masse organizzate nei soviet nel momento in cui, nel giugno del 1917, ripresero grandi mobilitazioni, ma il 3-4 (16-17) luglio l’impazienza delle masse produsse pesanti scontri armati che l’esecutivo Kerensky represse duramente.

Anche Lenin, così come altri dirigenti bolscevichi, fu perseguitato dal governo e dal suo nascondiglio, contro le mistificazioni revisioniste di Plechanov e Kausky, scriveva il saggio “Il marxismo e lo Stato”, che nel 1918 fu pubblicato con il titolo Stato e rivoluzione. Un’opera di chiarezza teorica in merito alla natura dello stato e ai compiti del proletariato, con cui Lenin, riprendendo quello che aveva già scritto il 24 marzo del 1917 nelle Lettere da lontano, dopo la rivoluzione di febbraio, puntava l’indice contro il revisionismo “dei putrescenti partiti riformisti che avevano snaturato o dimenticato gli insegnamenti della Comune di Parigi e l’analisi che ne ha fatto Marx ed Engels”. I bolscevichi non dimenticarono quegli insegnamenti neanche quando il generale reazionario Kornilov il 27 agosto (7 settembre) tentò il colpo di stato: “anche adesso (dice Lenin) non dobbiamo sostenere il governo Kerensky. Verremmo meno ai nostri principi. Come ci si domanderà non si deve combattere Kornilov? Certamente bisogna combatterlo… Noi facciamo e faremo la guerra a Kornilov come le truppe di Kerensky, ma non sosteniamo Kerensky, anzi smascheriamo la sua debolezza. Qui sta la differenza. E’ una differenza abbastanza sottile ma essenziale e che non si può dimenticare”.

Il 31 agosto (13 settembre) il soviet di Pietrogrado votò la risoluzione bolscevica che prevedeva che tutto il potere fosse assegnato ai Soviet. La strada alla rivoluzione era oramai spianata e il 10 (23) ottobre il comitato centrale del Partito bolscevico votò a maggioranza per l’insurrezione. Malgrado la grave violazione del centralismo democratico di Zinoviev e Kamenev che, rendendo pubblico il loro dissenso, di fatto denunciavano l’intento dei bolscevichi, il 12 (25) ottobre il soviet di Pietrogrado decise la creazione del Comitato militare rivoluzionario con l’intento di dare avvio ai preparativi per l’insurrezione.

Nelle giornate del 26-27 ottobre (8-9 novembre) si aprì a Pietrogrado il secondo congresso dei soviet, nel quale i bolscevichi avevano la maggioranza assoluta, contando inoltre sull’appoggio dei socialrivoluzionari di sinistra. Il congresso assunse tutto il potere e nominò il nuovo governo rivoluzionario designando Lenin a commissario del popolo, il quale, finita l’ovazione del congresso nei suoi confronti, disse semplicemente: “adesso passiamo all’edificazione dell’ordine socialista!”. Malgrado la rivoluzione si sviluppasse senza incontrare forti resistenze, il 12 (25) novembre si celebrarono le elezioni dell’assemblea costituente che portarono in maggioranza le correnti antibolsceviche, profilandosi un dualismo di potere con il congresso dei Soviet. Il 3 gennaio del 1918 i bolscevichi sciolsero manu militari l’assemblea costituente assegnando “tutto il potere ai Soviet”.

 

Il significato e l’attualità della rivoluzione bolscevica

 

La trama che segnò gli otto mesi della rivoluzione russa fece emergere gli assi fondamentali del bolscevismo: conquista dell’egemonia della classe operaia alla prospettiva rivoluzionaria e instaurazione della dittatura del proletariato. Una traiettoria che, se da un lato ha costruito l’essenza del bolscevismo, dall’altro ha rappresentato il testamento di Lenin, che lo portò, nel 1922, ormai profondamente colpito dalla malattia, a condurre l’ultima battaglia contro Stalin e la sua brutale politica di russificazione della Georgia e delle repubbliche causasiche.

La rivoluzione del 1917 è stata indubbiamente l’evento più importante del novecento e ritengo che non sia scontato sottolineare la sua attualità. Per noi, impegnati a costruire un vero partito comunista, è necessario riproporre quella prospettiva e riattualizzare la necessità del partito della rivoluzione mondiale che, per dirla con i concetti di Marx e Lenin, significa: tensione verso i fini e subordinazione della tattica ai principi; dialettica partito-classe, direzione-spontaneità, unità-democrazia; carattere internazionale del socialismo e della lotta di classe. Questi i fattori essenziali della forza comunista che vogliamo costruire, gli stessi che fecero orgogliosamente affermare a Rosa Luxemburg: l’avvenire appartiene dappertutto al bolscevismo.

Quanto ci costano quelle briciole...

Note amare sul nuovo contratto della scuola

 

 

Fabiana Stefanoni*

 

“Signori, davvero: bastava che guardaste in quello strumento!” Aprendo un quotidiano qualunque all’indomani della firma del contratto della scuola (7 ottobre) e leggendo le dichiarazioni di Cgil, Cisl e Uil si poteva, con un minimo sforzo s’immaginazione, trovarsi catapultati in teatro senza spostarsi dalla poltrona di casa. Qualche insegnante si sarà sentito come il povero Galilei di Bertolt Brecht, in una delle scene più divertenti del testo teatrale che ha come protagonista lo scienziato pisano. Galilei tenta di convincere alcuni dotti aristotelici a guardare nel telescopio per osservare che non è il sole a girare attorno alla terra, ma viceversa, e si deve rassegnare a una risposta che non lascia spazio ad obiezioni: “un occhiale che ci mostra cose poco probabili non può che essere un occhiale poco attendibile...”

 

La verità sugli aumenti...

 

I sindacati concertativi, dopo mesi di vuote capriole linguistiche per cercare di dimostrare che nella scuola qualcosa in meglio è cambiato col governo di centrosinistra, hanno sbandierato il contratto come un’importante conquista strappata: si è parlato di 140 euro mensili di aumento, presentato dai mass media come un generoso regalo che papà Fioroni ha voluto elargire, nonostante tutto, a quei fannulloni degli insegnanti. Proviamo noi, quindi, tralasciando le dichiarazioni dei burocrati sindacali, a guardare nel telescopio per vedere che cosa riserva realmente ai lavoratori della scuola il contratto di recente siglato da Cgil, Cisl e Uil (ma anche dalla Gilda e dallo Snals).

Prima di tutto, va precisato che i 140 euro di aumento sono lordi e che, soprattutto, andranno solo ai docenti delle superiori con 35 anni di servizio: solo per fare un esempio, per la gran parte degli insegnanti precari l’aumento consisterà in poco più di 50 euro al mese. In media, comunque, sono stati concessi “ben” 70 euro al mese netti di aumento per i docenti e 50 euro netti per il personale Ata (come si vede, con la solita logica di distinguere tra lavoratori e lavoratori). Oltre a questo, gli arretrati verranno pagati molto meno di quanto previsto e, soprattutto, solo a partire da febbraio 2008, cioè con circa 25 mesi di ritardo!

 

...e quel che ci costano

 

E questa è la parte “buona”. Adesso occupiamoci delle cose brutte: per tanta presunta manna dal cielo non può che esserci una contropartita per i lavoratori. Il nostro telescopio parla chiaro: prima di tutto, gli aumenti (miseri) derivano dai tagli (abbondanti). La vecchia Finanziaria e la nuova prevedono un taglio di 50 mila cattedre, cioè posti di lavoro nella scuola, per un risparmio di ben 4 miliardi di euro in quattro anni, che graverà ancora una volta sulle spalle dei lavoratori, a partire dalle centinaia di migliaia di precari che vedranno ulteriormente ridotti i posti disponibili. Il precariato nella scuola non è più l’eccezione, ma la regola: gli insegnanti precari, costretti spesso ad esserlo per decenni, sono ormai utilizzati in modo strutturale per coprire i posti vacanti e rimandare alle calende greche le assunzioni in ruolo (nell’ultima tornata non sono servite nemmeno a coprire i posti liberati dai pensionamenti).

Ma il ministro Fioroni, in questi mesi, non si è limitato a questo. Prima di tutto, scalzando i suo predecessore berlusconiano, ha promesso in un disegno di legge un incremento dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche paritarie di più di 51 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 100 milioni di euro stanziati dalla scorsa finanziaria. Non bastasse, come riporta il Manifesto del 9 novembre, un regolamento allo studio del ministero dell'Istruzione aggrava quanto previsto dalla Moratti anche in relazione agli istituti non paritari (i cosiddetti diplomifici), che potranno beneficiare per la prima volta di finanziamenti pubblici. Inoltre, è stato ulteriormente aumentato il numero medio di studenti per classe, con un aggravio delle condizioni di studio per gli studenti e di lavoro per gli insegnanti.

Ma molto altro ci sarebbe da dire. Mentre gli istituti cadono a pezzi e i precari che svolgono le supplenze brevi su chiamata degli istituti devono attendere mesi e mesi per vedere uno straccio di stipendio, il solerte ministro, sull’onda della ignobile campagna contro i “fannulloni”, non trova nulla di meglio da fare che delegare al direttore didattico (sempre più un manager che un Preside...) la facoltà di sospendere, in modo arbitrario, gli insegnanti senza nemmeno consultare il collegio docenti! Per non parlare del decreto Bersani, che ha trasformato le scuole pubbliche in fondazioni private, con la conseguente possibilità di attingere finanziamenti da imprese private, che acquisiscono il diritto di partecipare alla stessa gestione didattica: la realtà degli stage in azienda, che conferiscono crediti formativi al lavoro svolto gratuitamente presso enti privati, è ormai la norma negli istituti secondari.

 

Per una scuola pubblica, laica, aperta a tutti e di vera qualità!

 

Lo sciopero generale del 9 novembre è stato un primo passo, piccolo ma importante, per dire no allo smantellamento della scuola pubblica. Certo, anche nella scuola, le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil svolgono con solerzia il loro ruolo di pompieri del conflitto sociale. Basta pensare che, con l'evidente intento di ostacolare la buona riuscita dello sciopero del 9 novembre, è stato convocato pochi giorni prima, il 27 ottobre (guarda caso di sabato), uno sciopericchio la cui piattaforma era una vera e propria carezza rassicurante al ministro Fioroni e al governo Prodi: dateci quel poco che ci avete promesso e terremo tutti calmi e buoni...

Serve una risposta forte: ciò che è stato fatto è grave, ma ciò che ci dobbiamo aspettare lo è ancora di più. Sul sito del Ministero dell'Istruzione è stato pubblicato un "libro bianco" della scuola (300 pagine circa che ci leggeremo durante i mesi di disoccupazione) che prevede altri drastici rivoluzionamenti, chiaramente di segno negativo: sempre maggiori poteri discrezionali ai dirigenti, forme di apprendistato per gli aspiranti insegnanti che andranno a coprire le supplenze, concorsi che azzereranno o quasi le fatiche di decenni di precariato, e chi più ne ha più ne metta.

È ora di dire basta! I lavoratori e le lavoratrici della scuola rivendicano:

- assunzione a tempo indeterminato dei precari e del personale Ata;

- aumenti salariali reali, riduzione del numero di alunni per classe e pagamento integrale di tutti gli arretrati;

- no ai tagli alla scuola pubblica nella finanziaria;

- no ai finanziamenti pubblici alle scuole private;

- no al protocollo del 23 luglio che taglia le pensioni e rende permanente la precarietà;

- per una scuola pubblica, laica e di vera qualità.

 

*Cub Scuola Emilia Romagna

 

 

 

Facciamo come la Francia!

Scioperi e occupazioni nelle scuole e nelle facoltà!

 

Luca Bonomo

 

Il duo d'attacco Mussi-Fioroni, schierato dal governo Prodi poco più di un anno fa, sta portando nelle casse dei poteri forti molti liquidi e sta svuotando le tasche, invece, dei poveri studenti, costretti a contratti a tempo determinato e al lavoro nero, per mantenersi uno studio che, oltretutto, concerne una superficiale e frettolosa istruzione.

 

Smantellamento dell’università e della scuola pubblica?! Work in progress...

 

Prima con tono pacato, poi in modo sempre più netto e inequivocabile, il ministro Mussi ha fatto intendere di aver preso una posizione netta nei confronti dell'odiata controriforma Moratti: non si tocca! Il suo modus operandi è del tutto in continuità con quello dei suoi predecessori, Ruberti, Berlinguer, Zecchino e Moratti. Nella scorsa Finanziaria sono stai effettuati numerosi tagli a Università ed enti di ricerca, ma ne sono stati proposti e accettati numerosi verso privati e “centri d'eccellenza” (Fondo Ordinario per l'Università), questo a sottolineare la continuità col precedente governo Berlusconi che aveva messo in ginocchio le facoltà di tutta Italia, penalizzando soprattutto quelle del Sud. Come ben sappiamo, non è da meno riguardo a controriforme d'istruzione il paffuto Fioroni, estremo baluardo alla difesa del Vaticano. Anche lui, “solidarizzando” con il collega Mussi, ha dichiarato di non voler in alcun modo abrogare la riforma Moratti; anzi, in sordina ha sfornato una marea di note, circolari, atti legislativi e direttive stracolme di “disposizioni correttive e integrative” che in alcuni casi sono riuscite anche a peggiorare la controriforma del neosindaco di Milano.

 

Movimento studentesco in vacanza?

 

Visti i presupposti, uno si chiederebbe: “Perchè non si ha la ben che minima traccia di una forte, radicale e continuativa manifestazione di massa?”. La situazione che concerne lo stallo del movimento studentesco è ormai evidente agli occhi di tutti. Le sigle studentesche presenti negli atenei di tutta Italia sono principalmente due: Udu-Uds (Unione degli universitari e Unione degli studenti) e i collettivi autonomi. La prima organizzazione è un sindacato studentesco ramificato in scuole superiori e università, ha dalla sua un notevole corpo militante che gli consente di candidarsi nelle elezioni del Cnsu (Consiglio nazionale studenti universitari) in quasi tutti gli atenei italiani, è legata direttamente al primo sindacato d'Italia (la Cgil), ha il “merito” di fungere da estintore su quei pochi fuocherelli di rivolta studentesca che ogni tanto provano a rianimarsi.

La seconda organizzazione, se così possiamo definirla, è composta dai collettivi autonomi, anch'essi presenti in massa in molti istituti e licei e nella maggior parte delle facoltà universitarie. Si fanno identificare come “autonomi” e hanno amichevoli contatti con il Global Project di Casarini. Dalle impetuose manifestazioni del G8 di Genova sino ad oggi, hanno trascinato con i loro collettivi il movimento studentesco verso forme di rivolta studentesca più o meno apprezzabili, ma non vincenti.

Successivamente, analizzando i fatti avvenuti in Francia nella lotta contro il Cpe, abbiamo notato che era presente nelle lotte dei compagni francesi un fatto di notevole rilevanza, ossia l’aver esteso la battaglia per la salvaguardia dei propri diritti verso le altre sfere sociali colpite con ferocia da questi governi neoliberisti. Gli studenti francesi sono arrivati ad ottenere un risultato del tutto positivo con l’aiuto di lavoratori, precari e immigrati. Senza una vera collaborazione di classe i nostri compagni francesi avrebbero compiuto il nostro stesso errore!

 

La vacanza è finita! Una sola risposta a Mussi e Fioroni!

 

La controriforma Moratti non ha assunto un sapore diverso da quando il centrosinistra è al governo. Questo bisogna dire agli studenti, che ormai quotidianamente vengono abbindolati dalle dichiarazioni dei futuri leader della “Cosa rossa” (Rifondazione in primis), che ogni giorno, sempre con maggior tenacia e scorrettezza verso lavoratori, studenti, precari e immigrati, compiono il loro sporco lavoro, per il quale del resto sono stati chiamati ammortizzatori delle lotte sociali. In questi giorni sta prendendo piede in Francia la protesta degli studenti universitari francesi contro la legge sull’autonomia degli atenei. Arrivano notizie riguardanti questa rivolta che sta crescendo di giorno in giorno, ne è una testimonianza l’ondata di facoltà occupate a Parigi, Nantes, Rennes, Tolosa, Perpignan. Sotto accusa è la legge sull’autonomia degli atenei votata lo scorso agosto, che autorizza le facoltà a diventare proprietarie dei locali e l’introduzione dei finanziamenti dei privati.

Già si stanno organizzando numerose assemblee con i lavoratori per cercare di intensificare e rendere incisiva e vincente quest’ennesima mobilitazione. L'invito che porge il PdAC agli studenti è quello di tornare ad occupare l'unico posto utile per lottare: la piazza! Le mobilitazioni che si dovranno rigenerare dovranno però portare al più efficace metodo tattico-strategico che ogni rivoluzione ci ha insegnato: l’alleanza degli sfruttati sfornati dal sistema capitalistico, ossia studenti, precari, lavoratori e immigrati. Il segnale che i compagni transalpini ci stanno trasmettendo ancora una volta è traducibile in poche parole: scioperi e occupazioni contro qualsiasi governo razzista, guerrafondaio e padronale!

 

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