Partito di Alternativa Comunista

Gli immigrati in piazza!

Una  grande manifestazione d'autunno contro il governo

 

Domenica 28 ottobre 2007 sono scesi in piazza a Roma più di diecimila immigrati. La manifestazione, organizzata dal combattivo “Comitato Immigrati in Italia”, si è caratterizzata per delle note positive e incoraggianti rispetto alla prospettiva di una crescita del movimento di opposizione dei lavoratori immigrati e italiani al governo Prodi. La radicalità delle parole d'ordine non si è fermata alle richieste di sanatoria e di permesso di soggiorno generalizzato ma ha abbracciato la risposta fiera della piazza a tutte le politiche razziste in termini di immigrazione che in Italia si stanno susseguendo senza sosta da più di dieci anni.

Il governo Prodi (ministro del Prc, Ferrero, alla "solidarietà") ha legiferato sull'immigrazione in sostanziale continuità con la precedente parentesi amministrativa del capitalismo non inserendo né la chiusura dei Cpt nè la regolarizzazione del milione di immigrati presenti in Italia.

Il Partito di Alternativa Comunista è stato tra gli organizzatori dell'imponente manifestazione romana, promossa dal Comitato Imigrati Italia. Alternativa Comunista è stata, insieme con l’organizzazione del “Che Fare”, l'unica sigla politica presente massicciamente in piazza: il nostro intervento è stato tra i più applauditi in piazza, motivo che ci permette di affermare e ribadire con forza che le posizioni di coerenza e nettezza politica pagano in termini di legittimità all'interno di un movimento così eterogeneo, variegato ma anche genuino e sincero.

 

Lotte e mobilitazioni

 

a cura di Michele Rizzi

 

 

Milano

Da circa un mese prosegue la mobilitazione dei lavoratori dell’Ortomercato, iniziata con lo sciopero del 7 e 8 ottobre che bloccò tutta l’attività ed anche l’ingresso dei camion con le merci. La lotta è nata dall’esigenza che i lavoratori abbiano salari dignitosi e una sicurezza sul posto di lavoro, diritti negati da padroni senza scrupoli che, alleati dei caporali del lavoro nero, hanno più volte minacciato e oltraggiato gli scioperanti.

Queste le rivendicazioni dei lavoratori:

1) Un contratto di ortomercato che preveda l’inserimento in busta paga di 300 euro lordi come riconoscimento professionalità ortomercato.

2) Cacciata dall’ortomercato degli sfruttatori di lavoro nero che con il loro criminale operato danneggiano pesantemente la condizione professionale e retributiva di tutti i lavoratori.

3) Il rispetto degli accordi da parte della So.ge.mi, con la fine al transito di camion nelle strade adiacenti ai posteggi al fine di garantire sicurezza e salute dei lavoratori.

4) Fine dei licenziamenti arbritari.

 

Bergamo

Continuano le mobilitazioni e le iniziative pubbliche del movimento No war. Per il 30 novembre è prevista un'iniziativa pubblica contro la guerra, cui partecipa anche la compagna Patrizia Cammarata, dirigente vicentina del PdAC e membro del Comitato Vicenza Est.

 

Potenza

Continua la repressione nei confronti dei compagni militanti dei sindacati di base. Infatti, il 16 ottobre la procura di Potenza ha ordinato 30 perquisizioni in giro per l’Italia a danno di militanti dello Slai Cobas, della Cub e dell’associazione vittime delle armi elettroniche mentali, notificando l’art. 270 bis e il 272 (associazione sovversiva e propaganda sovversiva) e sequestrando documenti e computer. A seguito di questa azione repressiva, tre operai della Fiat sono stati licenziati in tronco. Si tratta sicuramente di un ennesimo attacco a lavoratori impegnati, sin dalla loro assunzione, in vertenze aziendali contro i soprusi che si vivono quotidianamente nelle fabbriche, di piccole e di grandi dimensioni, come la Fiat di Melfi. Guarda caso, l’intervento della Procura di Potenza avviene dopo la battaglia di questi militanti dei sindacati di base contro il Protocollo sul Welfare del ministro Damiano. Infatti, in molte fabbriche come la Fiat di Melfi, a dispetto di ciò che hanno propagandato i media, ha vinto il dissenso pieno contro gli accordi di luglio, anche per questo l’apparato repressivo dello Stato ha voluto puntare ad una punizione esemplare.
A tutti gli operai inquisiti (compreso il compagno Tonino Innocenti, abbonato del nostro giornale) va tutta la solidarietà del Partito di Alternativa comunista.

 

Bari

Da circa un mese si è costituito a Bari il Comitato disoccupati organizzati. Un gruppo di circa dieci disoccupati di lungo corso, assieme alla sezione barese del Partito di Alternativa comunista, sta costruendo un percorso di lotta contro i governi regionale e cittadino, guidato quest’ultimo dal neosegretario regionale del Pd, Emiliano, per far riconoscere il diritto al lavoro e a un’esistenza dignitosa. Prossima tappa della vertenza è una manifestazione sotto la sede della Regione Puglia, da tenere a metà dicembre, contro il finanziamento alle imprese del Governo Vendola e per un reddito sociale per disoccupati e precari.

 

Modugno (BA)

Prosegue la mobilitazione dei cittadini di Modugno, città a pochi chilometri da Bari, contro la costruzione della centrale Turbogas della Sorgenia. Si sono tenute numerose manifestazioni di protesta e di blocco delle turbine dal Porto di Bari con scontri con la polizia e denunce ad alcuni manifestanti, tra cui il comp. Catucci, tra i portavoce del Comitato modugnese contro la centrale e militante della sezione barese del PdAC.

 

Giugliano (NA)

Dopo la manifestazione di Acerra, che ha visto l’adesione delle sezioni campane del PdAC, è riesplosa la protesta contro l’emergenza rifiuti, questa volta a Giugliano, comune alle porte di Napoli. Il business dei rifiuti ruota attorno alla nascita di una vera cittadella della “munnezza”, con 4 kmq di superficie e 3 milioni di tonnellate di rifiuti, dei quali ben 300 mila a cielo aperto. I manifestanti, peraltro caricati dalla polizia, ne chiedono l’immediata chiusura.

 

Iraq

La caccia ai militanti del Pkk ha un nuovo protagonista nella persona del premier del governo fantoccio irakeno, Nouri Al Maliki, che, in accordo con il governo turco e con il benestare dei collaborazionisti curdi filo-americani del nord del paese, ha scatenato una forte offensiva per sgominare i campi dei militanti del Pkk. Tra l’altro, questa azione di forza era stata promessa dal premier irakeno al premier turco alla conferenza internazionale sull’Irak, tenutasi ad Istanbul il mese scorso.

 

Spagna

Ennesima strage di immigrati africani su una carretta del mare andata alla deriva al largo delle coste della Mauritania. Gli immigrati erano partiti dal Senegal con l’obiettivo di raggiungere le coste delle isole Canarie. Sono centinaia e centinaia gli immigrati africani che hanno perso la vita in questo tratto di Oceano che divide le coste africane dalle isole spagnole, tentando di aggirare la sorveglianza area e marittima delle forze di repressione spagnole del premier Zapatero, campione, ancor più del predecessore Aznar, di repressione contro gli immigrati.

 

 

 

 



 

La manifestazione internazionale del 15 dicembre a Vicenza

Per il blocco dei lavori a oltranza!

 

Riccardo Bocchese*

 

“La storica 173° brigata paracadutisti, ricostituitasi a Vicenza nel 2000, è la sola forza strategica aviotrasportata di risposta dell’esercito Usa in Europa”. 4200 militari con le loro famiglie nel 2020 in una Vicenza che, come si legge in un depliant dell’Us Army distribuito lo scorso 15 ottobre alla delegazione della Provincia, è “strategicamente posizionata per dominare Mediterraneo, Africa e Medio Oriente fino al Mar Caspio”. Questo grazie anche alla vicinanza con la base aerea di Aviano e al porto di Livorno “che assicurano una rapida risposta alle situazioni di crisi, combattendo nella guerra globale al terrorismo”.

Quanto il governo Usa si appresta a costruire a Vicenza è pubblicizzato e promosso presso i giovani soldati americani come si farebbe con un villaggio vacanze: “Vicenza è una località di servizio piacevole che offre altresì alloggi di qualità e una solida organizzazione di sostegno della comunità”. “La ragione vera per la quale gli Stati Uniti vogliono il Dal Molin è che noi non ci saremo dentro”, spiega da Bruxelles una fonte militare della Nato ad un quotidiano locale; “tutto ciò che sta accadendo nelle basi del Nord Est italiano - prosegue l’alto ufficiale europeo - è legato al confronto con la Russia”.

Il Dal Molin diventa cruciale, perché gli Stati Uniti potranno agire liberamente senza nessun coordinamento con l’Alleanza Atlantica. Le notizie, divulgate quattro giorni dopo la caduta dell’elicottero americano Black Hawk nel trevigiano, hanno evidenziato come quattro dei soldati morti appartenessero al 31st Fighter Wing, un reparto di aerei a corto raggio. Compito del 31st è la difesa aerea contro la minaccia dell’Est. Lo conferma un documento ufficiale dell’Us Air Force, l’aviazione Usa, solo da poche settimane “declassificato”, ovvero sottratto al segreto militare.

Intanto gli amministratori locali si interessano in maniera bipartisan - la richiesta è venuta dai consiglieri Roberto Cattaneo (Forza Italia) e Daniela Sbrollini (Partito Democratico ex Ds) - alle promesse di “compensazione” per il “disturbo”. Così è recentissimo l’incarico del commissario governativo Paolo Costa alla Provincia per la progettazione della cosiddetta tangenziale nord, una strada di più di 7 chilometri che da via Aldo Moro (sede della caserma Ederle) arriverà in statale Pasubio collegando direttamente la Ederle e il Dal Molin. Costo stimato (4 corsie e gallerie comprese) circa 400 milioni di euro. Fa specie che sia lo stesso giornale locale di proprietà degli industriali Il giornale di Vicenza a commentare che “addirittura potrebbe costare più della base militare, vale a dire l’opera che deve mitigare”. Asfalto in cambio della militarizzazione del territorio.

 

Inospitalità e bonifiche

 

Il movimento vicentino, in vista della manifestazione internazionale del 15 dicembre, si sta muovendo su vari fronti e, come era prevedibile, i mesi di ottobre e novembre, hanno visto momenti intensi di lotta. Disturbo e inospitalità stanno diventando parole d’ordine nei confronti dei militari americani con ripetute manifestazioni davanti alla caserma Ederle. Grazie alla presenza dei disertori americani Chriss Capps e James Circello, il primo fisicamente con una due giorni il 19 e 20 ottobre, il secondo attraverso un filmato e una lettera ai soldati, l’invito alla diserzione con lo sforzo dei militanti del comitato di Vicenza Est diventa sempre più pressante e costante. In particolare James Circello, disertore proprio della Ederle, ha scritto una lettera che ha fatto discutere molto creando anche qualche tensione proprio tra i soldati americani e le loro famiglie che si sono potute raggiungere in occasione della festa di Halloween quando tradizionalmente il Villaggio americano apre anche agli italiani.

Nel mese di ottobre sono iniziati i lavori di bonifica del terreno del Dal Molin. Una bonifica che durerà una decina di mesi, necessari per togliere le bombe inesplose lanciate dagli stessi americani durante la seconda guerra mondiale.

A vincere l’appalto per la bonifica sono due ditte, una di Firenze, la Abc e una di Pozzuoli, la Strago. Ditte che firmano il contratto l’11 settembre 2006: data in cui il movimento contro il Dal Molin era ai suoi primi passi e in ogni caso ancora lontano dalle manifestazioni del 2 dicembre 2006 e del 17 febbraio 2007 ma soprattutto lontano dal sì alla base pronunciato da Prodi il 16 gennaio. Anche alla luce di questa data, emersa solo ora, ancora più evidente appare la presa in giro del governo e del suo ministro Parisi nei confronti delle proteste del movimento di fine 2006 che, ricordiamolo, si piegò al ricatto del ministro Parisi e rinunciò ad andare a protestare a Roma in piena approvazione della Finanziaria, e con una maggioranza in parlamento molto risicata, in cambio dell’udienza con lo stesso ministro Parisi. Purtroppo in molti allora pensavano ancora che un governo “amico” avrebbe ascoltato le ragioni del no e intanto gli “amici” del governo avevano già deciso e i primi contratti per la bonifica erano già stati firmati.

 

Il blocco della bonifica

 

Lo scorso 6 novembre alcune centinaia di attivisti del movimento hanno bloccato le due entrate all’aeroporto Dal Molin. Un blocco che è stato programmato e annunciato fin dall’inizio di tre giorni e che riguardava gli operai della bonifica e non i militari dell’aeronautica. In contemporanea, da parte di attivisti toscani, la contestazione davanti ai cancelli fiorentini della ditta Abc con lucchetti ai cancelli. Il primo giorno un portavoce del Presidio è investito, fortunatamente senza gravi conseguenze, da un militare dell’aeronautica. Al terzo e ultimo giorno, venerdì 9, inaspettata e accolta con grande entusiasmo, si sparge la notizia, pubblicata dal Sole 24 ore, che la ditta Abc si è ritirata “perché non ci sono le condizioni per lavorare in sicurezza”.

Il giorno successivo i responsabili delle due ditte smentiscono: “il personale è stato ritirato temporaneamente ma il contratto non è in discussione” e confermano l’intenzione di riprendere il lavori. Si tratta in ogni modo di una grossa iniezione di energia per il movimento. Il risultato, anche se parziale e momentaneo, è stato importante ed ha dimostrato ancora una volta l’efficacia della mobilitazione.

Per un risultato definitivo sarà necessario che tutto il movimento si prepari per organizzare i blocchi dei lavori ad oltranza, nella consapevolezza che tutta la maggioranza di governo, compresi i parlamentari “pacifisti”, si appresta a votare una finanziaria che prevede il riarmo, il finanziamento alle truppe d’occupazione e alle basi italiane in vari paesi, l’aumento delle spese militari, gli aerei d’attacco F35, i fondi per le infrastrutture finalizzare a collegare la Caserma Ederle e il Dal Molin.

 

*PdAC Vicenza, membro del Comitato Vicenza Est

La lotta delle donne

 

Pubblichiamo due documenti prodotti dalle compagne del PRT-IR di Spagna, membro, come il PdAC, della Lit-Ci, Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale. Il primo è tratto dal Documento delle donne “Per la costruzione di un movimento veramente di classe, combattivo e indipendente” discusso e approvato nel III congresso del partito (dal Bollettino n.4 – III Congresso del PRT) e traccia un bilancio critico del governo Zapatero per gli aspetti che riguardano le politiche per le donne.

Il secondo contributo, scritto in occasione della data del 25 novembre: giornata di lotta contro la violenza di genere, è tratto dal numero 42 del mese di novembre 2007 di A luchar por el socialismo, periodico del PRT ed esprime l’illusorietà delle leggi sulla Violenza di genere e sulla Dipendenza, varate dal governo Zapatero. (La redazione)

 

La Politica del governo (Zapatero)

Il governo Zapatero, è nato dalla sconfitta del governo Aznar; un governo molto debole, coperto fin dal suo inizio dalla burocrazia sindacale del Cc.Oo e Ugt e dalle direzioni opportuniste di Erc e Iu. Un governo i cui obiettivi fondamentali erano imporre un forte arretramento ai lavoratori, implementando le politiche neoliberali; avere il consenso della borghesia, sconfiggere il movimento per l’autodeterminazione e resuscitare il ruolo imperialista spagnolo. E dall’altra parte approvare riforme che presuppongano di rompere con il progetto liberale e che servano per guadagnare un elettorato di sinistra moderata; per questo ha ritirato le truppe dall’Irak, ha approvato la legge contro la violenza di genere e la legge per i matrimoni gay.

Il governo vuole perseguire la politica di porre fine alla disuguaglianza tra i generi da un lato approvando leggi, come se questa fosse un problema di leggi, affrontandola così da un punto di vista borghese, non andando alle vere cause del problema che sono il sistema capitalista e il patriarcato. E mentre parla di uguaglianza tra donne e uomini firma con i sindacati Cc.Oo e Ugt una riforma del lavoro che invece di avanzare nelle politiche di uguaglianza, ha prodotto l’effetto contrario: più precarietà, diminuzione dei salari, licenziamenti e aumento delle ore lavorate senza remunerazione, assumendo un modello di lavoro e sociale non protetto, basato sulla riduzione dei diritti sociali, la privatizzazione dei servizi pubblici e incentivi fiscali alle imprese.

Tutte queste politiche sono state avallate dalle organizzazioni politiche e femministe con l’argomento che rappresentano un passo avanti nell’uguaglianza tra uomini e donne, senza mettere in discussione in nessun momento le vere cause della disuguaglianza: il capitalismo e il patriarcato.

 

 

Porre fine alla violenza di genere, alla disuguaglianza, all’oppressione e allo sfruttamento.

Quanto più il governo Zapatero parla di progresso, civiltà e stato di benessere, approvando leggi e misure che dicono di promuovere l’uguaglianza e di sradicare la violenza di genere, maggiore è il contrasto tra le parole ed i fatti. Due anni di “Legge integrale contro la violenza di genere” non ha evitato che 140 donne siano state assassinate dai loro (ex)partner, mentre la vicepresidente del governo si riempie la bocca affermando che la Spagna è oggi “un paese migliore, più giusto e più degno”. Combinando la “Legge integrale” con la “Legge sulla dipendenza” (che istituisce una serie di misure per l’assistenza ai non autosufficienti – ndr -), abbiamo tutto il contrario di quello che ci vendono: confinamento delle donne in casa, mancanza di attenzione pubblica di qualità a persone non autosufficienti e a donne maltrattate, maggiore sfruttamento e crescente privatizzazione dei servizi sociali. Con finanziamenti molto bassi e distribuiti in maniera diseguale tra le comunità autonome (regioni – ndr- ), gran parte dei territori non dispongono di centri di sostegno integrale, utilizzando in molti casi alloggi e ostelli improvvisati, inoltre è nota la carenza di lavoratori e lavoratrici specializzati per assistere le donne maltrattate. La legge Integrale contro la violenza esclude inoltre alcuni gruppi, come le donne immigrate senza permesso di soggiorno, tossicodipendenti o prostitute. D’altra parte le donne ci pensano due volte prima di richiedere la disposizione di allontanamento, dato che non sempre la “giustizia” sta dalla sua parte, lasciandola in una situazione di maggiore vulnerabilità quando la sua richiesta viene negata. A.S.

 

Mobilitiamoci contro la violenza di genere, lottiamo contro il sistema capitalista patriarcale e le leggi del governo!

 

Dopo lo sciopero generale di novembre

Quali prospettive per il sindacalismo di base?

 

Federico Angius*

 

Se il sindacalismo di base ha urlato tutto il proprio dissenso per una politica assassina dei diritti lo si deve ad un intenso lavoro preliminare che ha coinvolto tutte le strutture, la base e gli attivisti, nei livelli periferici delle organizzazioni, ma soprattutto ha fatto valere le ragioni di chi il sindacato lo fa nei luoghi di lavoro e ne raccoglie gli stimoli al conflitto.

Ma una doverosa precisazione merita la non totale adesione al dissenso manifestata in più ambiti e dalle più insospettabili strutture. Da un lato l’attenzione dei media è stata, sul piano locale e nazionale, maggiore rispetto all’immediatamente precedente passato ostracista; particolarmente attenta a definire soggetti e organizzazioni dello sciopero nelle loro denominazioni per esteso, laddove in precedenza si è sempre lasciato il compito testimoniale ad una generica appartenenza al sindacalismo di base. Ma dall’altra almeno in Sardegna (è opportuno ricordare qui la modalità dell’articolazione regionale scelta per lo sviluppo delle manifestazioni) la mobilitazione ha subito una lieve flessione di presenze nella manifestazione a Cagliari registrata in tutti i settori; flessione che non è connessa con l’alimentazione partecipativa di quella nazionale.

Sorgono due problemi forti di analisi su tali questioni. Come mai l’attenzione dei media pure in presenza di uno sciopero con una partecipazione ridotta rispetto al passato è maggiore e si ritiene di doverne comunque dare notizia, snocciolando peraltro con precisione i nomi delle sigle aderenti? Evidentemente la forza e la drammaticità dei temi, portati dalla piazza nelle piazze, ha esercitato un’influenza non da poco sui mezzi di comunicazione locale, sempre così poco attenti a registrare il disagio sociale e la conseguenza reale delle politiche “retrive” del lavoro. Forse una naturale sensazione di scoramento ha disaffezionato lo zoccolo duro dei cortei, i precari per esempio, più impegnati negli incontri di palazzo per sperare nella caduta di poche briciole (o forse di poco più che una promessa) sul piatto dei loro orizzonti di stabilizzazione. Aderiscono moralmente (nelle assemblee e nei contatti telefonici) chiedendo poi il giorno seguente come è andata e quali sono i prossimi passi.

Ma la realtà cruda è che la cultura della delega in bianco e del territoriale che ti cambia il pannolino, inculcata da anni di confederalismo strisciante, è dura a morire. Ma gli spiragli di lotta ci sono. Nelle città si agita uno spettro (non ancora troppo temibile) fatto di contratti instabili o inesistenti che riempiono se non le piazze almeno le singole assemblee; per superare l’isolazionismo va spiegata la forza della coscienza di classe e dell’unità dei lavoratori, dimostrata da anni di lotte come evidenziata per contrasto da anni di sconfitte e tradimenti riformisti dove questa forza ha subito censure e arretramenti. Per far cresce questa coscienza occorre non abbandonare ora la strada del conflitto per improbabili promesse emendative alla finanziaria, ma serve nuova mobilitazione unitaria apertamente conflittuale e anti-concertativa che dia una spallata al governo dei padroni che oggi tiranneggia i lavoratori.

 

*RdB Cub Cagliari, resp. settore privato

 

La situazione all'interno della Cgil

Gli scenari presenti dopo il referendum

 

Alberto Madoglio

 

Archiviato il risultato del referendum del 12 ottobre (a proposito del quale abbiamo parlato sul nostro sito web), è il momento di soffermarci sullo stato del dibattito all’interno della Cgil, con particolare attenzione per le due più importanti componenti che si sono espresse per il no alla consultazione, cioè Fiom e la Rete 28 Aprile.

Quello che colpisce maggiormente è il disorientamento in cui si trovano gli oppositori alla linea maggioritaria della Cgil, come se il risultato non completamente negativo nel referendum (vittoria del no tra i metalmeccanici e in quasi tutte le grandi imprese, nonostante lo spiegamento di forze a favore dell’accordo, che ha visto impegnati governo, sindacati, Confindustria e i maggiori media del paese) li avesse in un certo modo sorpresi.

La prova più chiara di ciò la abbiamo avuta nel Comitato Direttivo della Cgil convocato dopo il referendum. Di fronte ad una burocrazia maggioritaria che ha dato il via alla  resa dei conti nella confederazione contro i reprobi Rinaldini e Cremaschi, usando come pretesto la loro posizione differente da quella ufficiale verso l’accordo del 23 luglio, questi (pur se con sfumature differenti, più remissivo il primo, più combattivo il secondo) anziché  rispondere a tono, si sono limitati ad un generico appello al pieno riconoscimento della democrazia sindacale, depotenziando così il valore che il milione di no all’accordo rappresenta.

 

Le posizioni ambigue dei dirigenti delle due aree sindacali

 

Lascia francamente esterrefatti la dichiarazione di voto rilasciata da Rinaldini al C.D.: di fronte a una relazione e ad una campagna di stampa, in cui lui e la Fiom sono stati accusati delle peggiori nefandezze, di aver tradito la storia del glorioso sindacato di Di Vittorio e Lama (sic), la risposta da lui fornita è stata patetica prima che assolutamente inadeguata politicamente. In buona sostanza il segretario della Fiom ha affermato che, di fronte ad una vittoria schiacciante dei SI al referendum (82%), non ci si dovrebbe preoccupare troppo di chi ha espresso un’indicazione di voto differente senza fare una battaglia conseguente nelle assemblee per l’affermazione della propria posizione.

Una dichiarazione che esprime cioè una supplica al quieto vivere, con l’impegno a non disturbare troppo il manovratore. Sfortunatamente per lui, Epifani non sembra essere dello stesso avviso. Quello che il segretario Cgil ha ben chiaro è che in questa fase di estrema difficoltà per il governo, il sindacato deve garantirne per quanto possibile la sopravvivenza. E’ quello cha ha più volte affermato, da ultimo con una lunga intervista apparsa sul Corriere della Sera alla fine di ottobre. Ogni pur minima differenziazione dalla linea di totale subalternità del sindacato verso il governo, non può essere tollerata, perché contribuisce ad aumentare i rischi di una caduta dell’esecutivo guidato da Romano Prodi. Quindi la richiesta di aprire un “periodo di riflessione di due mesi” nel sindacato per arrivare alla normalizzazione dei rapporti tra la categoria ribelle (la Fiom), e la Confederazione, a tutto può essere ridotto tranne che ad una mera questione di democrazia sindacale.

Ovviamente non è detto che questa operazione non incontri ostacoli, e quindi non sappiamo quali saranno i suoi sbocchi (nuova maggioranza nella Fiom basata sulla destra della categoria; asse centrodestra cioè Rinaldini - Durante, espulsione dell’area attorno a Rinaldini). Lo sciopero dei metalmeccanici, con un adesione di oltre l’80%, dimostra che la Fiom e la sua attuale maggioranza di centrosinistra(cioè Rinaldini - Cremaschi) ha ancora una forza considerevole tra il lavoratori. Probabilmente al posto di uno scontro frontale nel prossimo Comitato Direttivo, si tenterà di logorare la Rinaldini a livello di camere del lavoro territoriali, colpendo il “ventre molle” della categoria.

Molto dipende anche dalle sorti del governo. Se Prodi riuscirà a passare indenne il percorso che porta all’approvazione della Finanziaria, anche Epifani e la burocrazia sindacale che rappresenta ne usciranno rafforzati, e per Rinaldini il futuro potrebbe riservare brutte sorprese.

Cremaschi, al di là delle posizioni espresse nel C.D., ha più chiaro che per lui e per la Rete 28 Aprile le possibilità di una sorta di “armistizio” con la maggioranza sono quasi nulle, quindi si trova costretto a prendere una posizione apparentemente più radicale. Ad una riunione della Rete in Veneto ha ribadito la linea espressa al seminario di Parma di settembre: denuncia del ruolo subalterno di Epifani verso il governo, del tentativo di trasformare la Cgil in un sindacato corporativo, opposizione perciò alla burocrazia, che vedrà nella presentazione di un documento alternativo al prossimo congresso un suo momento centrale.

Tuttavia, come già scritto in passato, quello che manca è una svolta radicale nella politica di questa tendenza sindacale. Come dare sostanza all’affermazione, in sé corretta, che la battaglia contro la linea ultra moderata della Cgil deve proseguire, e che il punto da cui partire saranno il milione di no al referendum dello scorso ottobre? E’ chiaro che per prima cosa si deve uscire dall’ambiguità per cui si denuncia, magari attraverso un articolo sul giornale del Prc Liberazione, il carattere antioperaio del governo, senza però impegnarsi direttamente per costruire una mobilitazione che abbia come parola d’ordine centrale quella della rottura dei lavoratori con l’esecutivo e con tutti i partiti che lo sostengono, compresi quelli appartenenti alla fantomatica sinistra radicale, Rifondazione in testa.

Così come non si può allo stesso tempo denunciare il livello da fame che hanno raggiunto oggi i salari in Italia, e poi sostenere una piattaforma contrattuale come quella dei metalmeccanici che è ben lontana dal rappresentare una risposta reale alle esigenze di milioni di operai nel paese. E infine perché limitarsi ad un comunicato in cui si saluta positivamente l’adesione dei lavoratori allo sciopero generale proclamato dai sindacati di base il 9 novembre, invece di impegnarsi direttamente per la sua riuscita, per farlo diventare realmente uno sciopero generale di massa per la cacciata di Prodi?

 

La posizione del PdAC

 

Come militanti del Partito di Alternativa Comunista impegnati nella Rete 28 Aprile, così come nei vari sindacati di base, crediamo che solo la più ampia mobilitazione dei lavoratori (e non l’illusione in una fase riformista del governo) possa oggi fermare l’attacco alle condizioni di vita di milioni di persone che governo, padroni e sindacati stanno lanciando di comune accordo. Dobbiamo batterci perché al più presto si convochino riunioni nei luoghi di lavoro tra tutti i lavoratori che hanno votato no al referendum, al di là della loro appartenenza sindacale, per la creazione di un coordinamento nazionale, democraticamente eletto, che dia non solo continuità alle mobilitazioni oggi presenti nel paese, ma che prospetti anche un’alternativa chiara, anticapitalista e rivoluzionaria alle politiche sociali, di guerra e razziste poste in essere dal centrosinistra. Questi, insieme ad una battaglia per una strutturazione democratica interna alla Rete, sono gli assi della nostra battaglia sindacale nella quale saremo impegnati nel prossimo periodo.

 

Sinistra Critica lancia la “costituente anticapitalista”

Opposizione di classe o sostegno critico al governo?

 

 

Francesco Ricci

 

Come si vedrà leggendo l'articolo, la domanda retorica che poniamo nel titolo non deriva da una ostilità preconcetta a quanto stanno facendo i dirigenti di Sinistra Critica ma dalla semplice constatazione di alcuni fatti.

 

Potremmo affermare: lo avevamo detto...

 

Sinistra Critica terrà a dicembre (quando questo articolo sarà già stato scritto) una assemblea nazionale, per promuovere una "costituente anticapitalista", preparata da una dozzina di assemblee locali (nelle città, non molte, in cui questo gruppo è presente), sancendo definitivamente la propria scissione dal Prc, ormai annunciata da mesi.

Non saremo certo noi a criticare la scelta di questi compagni di uscire dal Prc: per parte nostra abbiamo fatto lo stesso, per primi, fin dall'ingresso del Prc nel governo (aprile 2006), incuranti dei commenti sarcastici di tanti, inclusi i dirigenti di Sinistra Critica che definivano la nostra scelta "folle" e "auto-isolatoria". Non ci interessa qui, tuttavia, affermare un "lo avevamo detto" né fare un bilancio delle rispettive scelte (anche se potrebbe essere interessante). E' più importante, piuttosto, valutare il senso complessivo di questa ricollocazione di un'area che, di là dalle sue dimensioni (relativamente ridotte, come si è detto), gode di una notevole visibilità sulla stampa, grazie ai due parlamentari di cui dispone.

 

Il sostegno a intermittenza al governo

 

La Finanziaria anti-operaia del governo Prodi è stata approvata dal Senato il 15 novembre.

La responsabilità primaria della prosecuzione delle politiche contro i lavoratori, i giovani disoccupati e precari, gli immigrati, delle politiche di guerra coloniale dell'imperialismo italiano, ricade sulle forze della cosiddetta Sinistra, cioè i quattro partiti socialdemocratici (Prc, Pdci, Verdi e Sinistra Democratica) che sostengono il governo in parlamento e si adoperano, insieme alle burocrazie sindacali, perché le sue politiche non trovino un'opposizione di massa nelle piazze.

Ma a questa responsabilità primaria si aggiunge il ruolo di quelle organizzazioni e gruppi e dei loro parlamentari (definiti con sprezzo dell'etimologia "ribelli") che continuano ad annunciare una "opposizione" che nei fatti non praticano. In questo campo si distingue Sinistra Critica di Turigliatto e Cannavò.

Questo gruppo ha fino a oggi votato o comunque sostenuto in parlamento il governo. Ha votato l'anno scorso, criticandola, la prima Finanziaria "lacrime e sangue" di Prodi. Ha votato, criticandoli, i Dodici punti con cui Prodi ha rilanciato le sue politiche anti-operaie e le missioni militari. Ha poi proseguito - pur continuando a criticare e a lanciare proclami di "ribellione" sui giornali - ad alternare voti a favore e astensioni su ogni singola misura del governo (dal Dpef in poi). (1)

Sulla Finanziaria il senatore di Sinistra Critica ha espresso una "non partecipazione al voto". E' importante chiarire che questo voto, oltre a non essere politicamente (come è evidente) un voto di opposizione, equivale (per le modalità di calcolo del Senato) a un voto a favore del governo. Difatti il voto di chi "non partecipa al voto" (a differenza persino del voto di astensione) è sottratto dal calcolo del quorum necessario alla maggioranza per vincere. Risultano perciò false le dichiarazioni di Sinistra Critica che proclama di "non aver sostenuto la Finanziaria". Ed è talmente falso che difatti tutta la stampa borghese che sostiene il governo ha apprezzato il voto di Turigliatto come un voto di mancata opposizione, annoverandolo come un gesto che non disturba il governo e facilita il varo della Finanziaria.

 

La rivendicazione del bertinottismo

 

Per parte nostra, a essere sinceri, non ci aspettavamo nulla di diverso dai dirigenti di Sinistra Critica che per anni hanno sostenuto la fase "movimentista" di Bertinotti che, come era chiaro a noi e a tanti, preparava il terreno alla fase governista.

E' utile ricordare che ancora al V Congresso Franco Turigliatto scriveva: "Non c'è dubbio che il recente congresso del Prc segni una svolta politica profonda nel percorso del partito (...) I commentatori (...) non sempre hanno colto l'importanza dell'evento. (...) quella rottura con il lascito togliattiano. (...) Questo rilancio della rifondazione e la ricerca di un nuovo paradigma rivoluzionario apre scenari inediti (...) la riscoperta della rivoluzione, della necessità di un cambiamento radicale". (2).

Ma persino oggi, di fronte all'evidenza dei fatti, nel documento presentato da Cannavò al Cpn di Rifondazione si legge, incredibilmente, una rivendicazione di un presunto bertinottismo delle origini: "Vogliamo costruire un'altra sinistra che riattualizzi la tematica della rivoluzione, così come si era intuito nel testo introduttivo al congresso del 2001."(3).

 

Serve l'opposizione reale, non quella dei giardinieri

 

E' grave che Sinistra Critica continui a presentarsi anche nel movimento che sta costruendo l'opposizione a Prodi (l'area che ha dato vita alla manifestazione del 9 giugno, ecc.) come una forza "di opposizione". Non solo: con una notevole faccia tosta i dirigenti di Sinistra Critica proprio nei giorni scorsi hanno criticato il Prc perché ha sostenuto in parlamento il prossimo G8 e sabato 17 parteciperà alla manifestazione di Genova. Ma in cosa consiste la differenza di Sinistra Critica? Noi, con tutta la buona volontà, non siamo riusciti a capirlo.

I lavoratori che hanno sostenuto senza paure il No al referendum sul welfare nelle scorse settimane; i giovani e i militanti che sono scesi in piazza in questi mesi contro la guerra e le politiche di precarietà del governo; gli immigrati che quindici giorni fa hanno invaso (nel silenzio della stampa) le vie di Roma contro le politiche razziste di Amato e Ferrero, sanno, sappiamo, che l'opposizione di cui c'è bisogno è quella vera, che si esprime in primo luogo nelle fabbriche e nelle piazze e che anche nelle aule della democrazia delle casseforti non abbia paura di esprimere una posizione netta, chiara.

Quanto a Turigliatto, qualche mese fa ha approfittato dello spazio giornalistico per informarci diffusamente sul suo desiderio di ritirarsi a curare le rose. Dopo l'aiuto fondamentale che ha offerto al governo sulla Finanziaria, un ruolo di giardiniere nel parco di casa Prodi se lo è proprio meritato.

Altro dovrebbero invece fare i militanti di quest'area a cui riconosciamo, nella diversità delle posizioni, un impegno in questi anni. E' a loro (non certo a chi preferisce il giardinaggio) che proponiamo di non sprecare energie nella costruzione di una "rete" movimentista, dal programma confuso e incerto (il documento congressuale sembra copiato dai documenti bertinottiani di qualche anno fa), dalla tattica oscillante. Di ben altro c'è bisogno: di un partito comunista, basato su un programma marxista rivoluzionario, per costruire nelle lotte reali di opposizione una prospettiva alternativa.

 

(15 novembre 2007)

 

Note

(1) Il voto altalenante è stato più volte rivendicato da Cannavò e Turigliatto, citiamo tra le dichiarazioni più recenti: "Come detto a marzo, votiamo di volta in volta in base ai provvedimenti." (Ansa, 25 ottobre)

(2) Franco Turigliatto, "La svolta necessaria del quinto congresso", s.d., reperibile a questo indirizzo internet: www.ecn.org/bandierarossa/articoli/n_17/testi/3.html

(3) v. Liberazione, 12 ottobre 2007.

 

“Cosa Rossa”: questione di sopravvivenza

Analisi del processo di aggregazione a sinistra

 

Valerio Torre

 

“Cos’è quella cosa che odora di rosa? Rosa non è, indovina che cos’è!”.

Con questa filastrocca, ripresa da Eduardo De Filippo in un’indimenticabile poesia dedicata all’amore, le mamme di un tempo intrattenevano i propri bambini iniziandoli agli indovinelli. E proprio a questa filastrocca – che in realtà non ha una risposta definita – fa pensare la vicenda della “Cosa rossa” che da qualche tempo tiene impegnati qualche giornale quando è un po’ a corto di notizie più interessanti ma, soprattutto, gli stati maggiori dei partiti della sedicente “sinistra radicale” di governo (per intenderci, Prc, Pdci, Verdi e Sd), tutti indaffarati a recitare il mantra dell’unità a sinistra.

In realtà, il suo carattere cantilenante è l’unica cosa che permette di associare questa estenuante nenia in politichese ad un recitativo di antica nobiltà e tradizione popolare. Già: perché la noiosa commedia recitata dai vari Giordano, Diliberto, Pecoraro Scanio e Mussi non emana affatto un effluvio di rose, bensì un insopportabile puzzo di muffa.

 

L’aspirazione dell’unità a sinistra fra aspettative ed illusioni

 

Se, navigando in internet, si va su un qualsiasi forum di discussione, la quasi totalità degli interventi del c.d. “popolo della sinistra” è di plauso per quest’iniziativa, che, ufficialmente, dovrebbe mettere da parte le differenze esistenti fra le richiamate organizzazioni, puntando invece all’obiettivo che il senso comune dell’elettore medio ritiene imprescindibile: la fine delle divisioni nella sinistra ed il raggiungimento della tanto sospirata unità che dovrebbe consentire la formazione di una più forte organizzazione della sinistra, soprattutto dopo la nascita del Partito democratico di Veltroni.

Le sconfitte storiche del movimento operaio italiano, la dissoluzione del Pci, le fallimentari recenti esperienze dei governi di centrosinistra, hanno di fatto sedimentato una simile aspirazione, nell’illusoria speranza che un unico partito “di sinistra” possa fungere da contrappeso rispetto alle fluttuazioni sempre più centriste degli eredi dei Ds e della Dc, nel quadro di un’alleanza più o meno obbligata per contrastare la vittoria della destra.

E, naturalmente, ognuna delle organizzazioni che dovrebbero confluire in questa fantomatica “Cosa rossa” fa affidamento proprio su quest’aspirazione di massa per accelerare i tempi del processo di unificazione. Ciò potrebbe far pensare all’ingenuo elettore di sinistra che, allora, le differenze sono davvero minime e che sono maturate finalmente le condizioni per porre fine alla negletta diaspora della sinistra.

È davvero così?

 

Unire le differenze

 

Dei quattro partiti che dovrebbero formare questa nuova aggregazione solo tre provengono dalla tradizione (stalinista) del movimento operaio; mentre i Verdi sono sostanzialmente una formazione le cui istanze ambientaliste sono il crocevia di ideologie piccolo-borghesi e progressiste.

Degli altri tre, due (Prc e Pdci) si richiamano – almeno ancora formalmente – alle simbologie del partito comunista, mentre Sd è il portato della scissione prodottasi in seno al processo di fondazione del Pd da parte di chi, dopo aver difeso la Bolognina nell’illusione di condizionare da sinistra la deriva liberale del Pds/Ds, non voleva abbandonare tutti i riferimenti socialdemocratici.

Sta di fatto che le politiche antipopolari ed antioperaie del governo Prodi hanno sempre più messo nell’angolo la “sinistra radicale”, cooptata nell’esecutivo – com’è noto – allo scopo di contenere e depotenziare le lotte e le dinamiche di massa. Scricchiolii ce ne sono stati parecchi (elezioni amministrative, manifestazione del 9 giugno) ed i sondaggi sono risultati impietosi: crollo verticale dei consensi, rapido allontanamento dei militanti, ecc.

All’orizzonte, poi, l’incognita del sistema elettorale, che, non essendo affatto neutro, può garantire la sopravvivenza di un ceto burocratico o sancirne la definitiva scomparsa.

Occorreva, allora, tirare fuori dal cilindro un bel coniglio bianco… pardon, rosso. E quale idea migliore di un “cantiere” per un’aggregazione a sinistra? Prima Bertinotti con un’intervista delle sue; poi l’invito all’unità lanciato da Salvi al congresso del Pdci; quindi, il coordinamento dei gruppi parlamentari per azioni comuni; infine, il tracciato di un percorso contraddittorio, fatto di accelerazioni (“tesseramento subito!”, proclamò Franco Giordano alla Direzione nazionale del 15 ottobre scorso[1]) e rallentamenti (“no, al massimo prima una confederazione per affrontare le elezioni del 2008 e poi si vedrà”, obiettarono Pecoraro Scanio e Diliberto), fino a veri e propri arresti (voto disgiunto dei ministri della “Cosa Rossa” in Consiglio dei ministri sul protocollo welfare; mancata partecipazione di Sd alla manifestazione del 20 ottobre promossa da Prc e Pdci); ma comunque un percorso che porta dritti dritti verso la fondazione di un partito socialdemocratico che possa costituire la vera gamba sinistra del Pd.

 

Bertinotti ci spiega tutto

 

Tuttavia, al di là delle segnalate differenziazioni, che hanno a che fare con gelosie d’apparato, la volontà comune dei quattro partiti è quella di portare a termine al più presto l’aggregazione. La stessa manifestazione del 20 ottobre è stata considerata un “atto fondativo”[2].

Il vero padrone di Rifondazione, quel Fausto Bertinotti che eterodirige il suo partito assiso sui velluti e circondato dagli arazzi della Camera dei deputati, non perde occasione di ribadirlo: “Come viene fuori questa ‘cosa’? Un po’ rozza, approssimativa, ma unitaria. Tutto il resto viene subito dopo: come deve essere organizzata, che tipo di costruzione teorico-politica, la definizione del programma fondamentale … Ma bisogna partire, con chi ci sta”[3].

Questo spiega tutto: fabbricare una scatola vuota pur di tutelare la burocrazia governista di questi partiti che fa delle scelte di governo con la borghesia l’occasione della propria autoconservazione e della propria perpetuazione.

Non bisogna dimenticare, infatti, che la decisione di fondare la “Cosa Rossa” trova le sue vere ragioni in problemi di sopravvivenza. È ormai un dato acquisito che con l’attuale sistema elettorale i governi che si succedono non sono caratterizzati né da stabilità, né – soprattutto – da omogeneità[4]. Ed è in discussione da tempo la necessità di approvare una nuova legge elettorale che consenta una stabilizzazione del quadro politico nel quale i piccoli partiti siano ridotti a pura testimonianza, se non addirittura espulsi dalle aule parlamentari attraverso sbarramenti ed altri meccanismi che premino soprattutto quelli grandi in un panorama di salvaguardia del bipolarismo e, addirittura, nella prospettiva del bipartitismo.

La “Cosa Rossa”, dunque, è una scelta obbligata per la sopravvivenza della piccola burocrazia dei quattro partiti che concorrono a formarla: la sua nascita[5] costituirà l’ennesima illusione per il popolo della sinistra, perché il nuovo soggetto – al di là delle vuote questioni sul nome o sul simbolo – percorrerà come sempre la strada dell’alleanza con la borghesia.



[1] In questa riunione della Dn del Prc vennero individuati come eventi di portata tale da richiedere una fortissima accelerazione del processo formativo della “Cosa Rossa” il risultato del referendum promosso da Cgil, Cisl e Uil, da un lato; e, dall’altro, l’esito plebiscitario delle primarie per l’elezione del segretario del nascente Pd. Tuttavia, la spinta acceleratrice di Giordano è stata sempre contrastata da Verdi e Pdci, che non vedono di buon occhio una vera e propria fusione, puntando invece per il momento su una federazione di partiti.

[2] Certo, tacendo il fatto che uno dei “soggetti fondatori” (Sd) mancasse per meditata scelta all’atto fondativo!

[3] Intervista rilasciata a il manifesto, 10 novembre 2007.

[4] Caratteristiche – queste – reclamate dalla borghesia perché i programmi antipopolari ed antioperai possano essere approvati ed applicati senza particolari resistenze.

[5] I prossimi 8 e 9 dicembre sono convocati gli “Stati generali” della “Cosa Rossa”: nome altisonante per un’assemblea che avvierà formalmente il percorso dell’unificazione.

Il partito che la borghesia italiana tanto aspettava...

Il vero volto del veltronismo

 

Davide Margiotta

 

Dal tracollo della Democrazia Cristiana, la borghesia italiana non ha più un proprio partito di riferimento con un’ampia base di massa. Nelle menti dei suoi ideatori, il Partito Democratico deve sopperire a questa mancanza. In questo progetto hanno ovviamente una parte determinante i Ds che, nonostante abbiano da tempo operato una chiara svolta liberista, portano in dote un importante controllo del movimento operaio ereditato dai tempi del Pci, tramite il controllo della maggioranza del gruppo dirigente della Cgil.

Alle recenti primarie che hanno incoronato Walter Veltroni, tutti hanno potuto osservare i massimi rappresentanti del grande capitale e della grande finanza in fila per votare: De Benedetti, Tronchetti Provera, Profumo, Moratti (per non parlare di Maria Paola Merloni, rappresentante diretta del grande capitale inserita da Veltroni nello stesso esecutivo del partito). Questi “grandi” del capitalismo italiano benedicono la nascita del proprio partito. Il progetto del Partito Democratico ha radici certamente antiche, ma non c’è dubbio che il crollo verticale di consensi del governo dell’Unione ha impresso una accelerazione al processo: c’era urgenza di “rimpiazzare” il vecchio, stanco e noioso Prodi con una ventata di brio e di novità, rappresentata dal sindaco di Roma Veltroni (per la verità pure lui una vecchia volpe della cosiddetta Prima Repubblica, ma tant’è; questo oggi passa il convento).

 

Il peso del Pd e la nuova forma-partito

 

È evidente che le posizioni del Pd e di Walter Veltroni avranno un peso determinante sulle decisioni del governo, e non è difficile immaginare come quello che restava del laicismo dei Ds sarà definitivamente sacrificato sull’altare delle compatibilità col Vaticano. La composizione del nuovo partito segue due strade differenti, ma tra loro fortemente complementari: da una parte si cerca di ricostruire un partito borghese radicato nella società, nelle città, nei quartieri; dall’altra si vuole evitare però la democrazia più o meno reale dei grandi partiti di massa del Novecento. Questi partiti erano costruiti sul territorio, avevano una struttura gerarchica piramidale, ed erano formati da grandi correnti al loro interno. In questo campo è stata operata una sorta di rivoluzione, una ristrettissima oligarchia di burocrati prende le decisioni che poi la base di massa di volta in volta è chiamata a ratificare tramite strumenti di finta democrazia come le primarie, evitando così qualsiasi tipo di partecipazione reale della base nelle scelte del partito.

Il Partito Democratico, seppur in forma un po’ diversa, è l’equivalente di quello che ha costruito Berlusconi con Forza Italia: un vero e proprio comitato elettorale, qualcosa che è tutto tranne che un partito.

 

Il programma del Pd

 

Per il neosegretario il senso da dare al nuovo partito è quello di “dare il via a una nuova stagione di politica senza odio”. In questa semplice frase si racchiude il senso del veltronismo: cancellare dall’agenda politica il conflitto di classe, lo scontro politico, per dare vita ad un perenne inciucio tra padronato, sindacati aziendalistici, governo e opposizione, nel tentativo disperato di rilanciare l’agonizzante capitalismo italiano. Non è un caso che il presidente di Confindustria uscente Montezemolo abbia più volte applaudito gli interventi di Veltroni: il loro programma coincide, essendo il programma della grande borghesia italiana che punta a rendere il precariato perenne, a distruggere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, a rendere il sindacato una mera appendice dell’azienda, a privatizzare quel che resta di non privatizzato per rilanciare i profitti (a partire dalle pensioni), a espandere il capitalismo italiano anche con l’aiuto di missioni di guerra.

 

L’esordio di Veltroni segretario del Pd: via gli immigrati!

 

Dal giorno della sua incoronazione Veltroni ha di fatto rappresentato il nuovo leader-ombra del governo, e la prima dimostrazione di ciò è avvenuta in occasione della nota uccisione della moglie di un ufficiale della Marina per mano di un immigrato, avvenuta proprio a Roma. Il primo a intervenire sulla vicenda è stato infatti proprio lui, dichiarando immediatamente che un simile orrore richiedeva interventi straordinari e immediati, e reclamando al premier Prodi e poi al ministro dell’Interno Amato, “interventi straordinari” a partire dalle espulsioni. Palazzo Chigi rispondeva all’appello immediatamente convocando un Consiglio dei ministri straordinario per trasformare in decreto legge il disegno di legge sui rimpatri.

La norma varata all’unanimità conferisce nuovi poteri di espulsione ai prefetti e apre la caccia a rumeni e rom. Centinaia di poliziotti e carabinieri sono stati sguinzagliati per demolire le baracche della periferia della Capitale, avviando la deportazione delle popolazioni appartenenti a etnie considerate pericolose e geneticamente predisposte alla violenza. Bande di fascisti hanno colto prontamente la palla al balzo, giustificati dal decreto appena varato e dall’ignobile campagna mediatica orchestrata ad arte, scatenando la caccia allo zingaro per Roma.

 

L’inganno del bipolarismo

 

Il progetto delle classi dominanti è quello di avere due partiti che si possano alternare al potere senza mettere in crisi la governabilità del sistema, cioè garantendo i loro interessi senza intoppi. Ogni cinque anni gli sfruttati possono liberamente scegliere chi organizzerà il loro sfruttamento e la loro rapina per i cinque anni successivi in maniera “democratica”: questo è il senso della democrazia parlamentare, che trova la sua massima espressione nel sistema bipolare. L’illusione che uno dei due poli borghesi, o uno dei due partiti borghesi, possa fare anche in minima parte gli interessi dei lavoratori è una illusione mortale per il movimento operaio.

Il progetto dei leader della sinistra riformista, Bertinotti e Diliberto, di contrattare tramite la “Cosa Rossa” con questo partito è ancora più pericolosa di quella di contrattare con l’Unione, visto il peso specifico enorme di questa nuova forza borghese. È necessario invece scegliere una strada completamente opposta: ricostruire una rappresentanza autentica del movimento operaio, una forza comunista in grado di rappresentare gli interessi di tutto il proletariato e organizzare quella che da sempre è la più titanica delle lotte: quella contro gli sfruttatori. Il Partito di Alternativa Comunista si prefigge questo scopo e fa appello a tutti i partiti e le forze del movimento operaio a rompere ogni legame col Pd e il governo Prodi e costruire un vero partito comunista per contrastare davvero gli interessi della borghesia e porre le basi per una alternativa vera, che nella nostra epoca non può essere altro che una alternativa comunista.

 

 

 

Dopo il referendum sul welfare

Rilanciare il conflitto!

 

Francesco Doro*

 

L’8 il 9 e 10 ottobre si è svolta, tra i lavoratori e i pensionati, la “pseudoconsultazione referendaria” sugli accordi del 23 luglio (vale a dire il Protocollo Damiano sulle pensioni e sul mercato del lavoro) firmati da governo, sindacati concertativi e Confindustria. Un accordo che peggiora ulteriormente le condizioni materiali di tutti i lavoratori, dei giovani, degli anziani, delle donne e dei precari: lo “scalone” Maroni è modificato con l’introduzione di “scalini”, la legge 30 rimane invariata, peggiorano le condizioni dei contratti a tempo determinato, s’incentiva l’uso in modo ancor più massiccio degli straordinari da parte dei padroni, si taglieggiano ulteriormente le pensioni, si prosegue nello smantellamento dei contratti collettivi di lavoro (il protocollo è stato affrontato in maniera approfondita nel numero precedente del giornale e sul sito web con vari articoli).

Il giorno dopo, giovedì 11 ottobre, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil illustravano con grande soddisfazione il risultato ottenuto, rendevano noti i dati ampiamente attesi snocciolando i “numeri ufficiali”, esaltando “la grande partecipazione democratica” con l’enorme affluenza al voto di 5 milioni tra lavoratori e pensionati, sottolineando con grande fervore che la stragrande maggioranza dei votanti erano d’accordo con l’intesa siglata contro un’esigua minoranza di voti contrari. Questo risultato, frutto della modalità di svolgimento di questa consultazione, ha favorito non poco il consiglio dei ministri del 12 ottobre che approvava la traduzione in legge dell’accordo.

 

Referendum o plebiscito?

 

Nelle assemblee che hanno preceduto il voto non era previsto alcun contraddittorio e tutta la gestione, dalla convocazione al materiale informativo distribuito, era in mano ad una presidenza costituita dalla burocrazia sindacale favorevole all’accordo e, dall’apertura alle conclusioni, solo in qualità di delegati e lavoratori è stato possibile intervenire contro l’accordo con tempi, tra l’altro, molto ristretti. Inoltre, si sono registrate in diverse categorie, tra cui il pubblico impiego, assemblee non fatte oppure sostituite da assemblee territoriali andate deserte.

L’assenza del controllo operaio, se non nelle grandi imprese sindacalizzate con una forte sinistra sindacale, ha lasciato lo spazio necessario alle burocrazie di turno per operare nella maniera più scandalosa possibile: funzionari che si presentavano alle assemblee con pacchi di schede in bianco e poi andare via introducendole appena votate nelle loro borse; scatoloni ai seggi elettorali privi di qualsiasi garanzia contro le manipolazioni; seggi elettorali allestiti nelle piazze, nei mercati e persino nelle sedi del Partito democratico; si è inoltre votato senza nessuna riservatezza e sotto l’occhio vigile del burocrate di turno, si è visto l’utilizzo indegno dei pensionati nei patronati. Nelle piccole e medie aziende il modello Cisl ha avuto ampi spazi: collaborazione attiva tra padroni e burocrati sindacali nella gestione del voto. Solo cosi si può spiegare l’altissima partecipazione; è l’esempio della Campania, dove più di 40.000 edili e di 60.000 dipendenti del mondo della scuola e dell’università si sono presentati alle urne.

La Fiom, pur avendo dichiarato la contrarietà all’accordo in fase di consultazione, si è sottomessa alla “disciplina” della Cgil. La Rete 28 aprile e Lavoro e Società, la prima in minoranza, la seconda in maggioranza con Epifani, hanno invece dato indicazione esplicita nelle assemblee di votare contro gli accordi di luglio, inoltre la proposta della Rete 28 aprile di costituire Comitati per il No, partita in notevole ritardo, in mancanza di un lavoro coordinato in tutto il paese ed in aggiunta alle regole imposte da Cgil Cisl e Uil hanno indebolito ulteriormente il fronte del dissenso. Tutta l’operazione ha assunto una forma truffaldina direttamente proporzionale alla portata della posta in gioco: l’avvio di un modello sindacale aziendalistico e corporativo ed il sostegno alla politica economica e sociale del governo. D’altronde la burocrazia sindacale non aveva da temere nessuna smentita da commissioni elettorali, centrali e periferiche, strettamente controllate e monopolizzate.

 

L'importante risultato del No nelle grandi fabbriche

Non c’è dubbio che al di là della legittimità e veridicità di tale esito, il Sì è passato in maniera consistente proprio per il sistema banditesco messo in atto. Dai dati forniti da Cgil, Cisl e Uil alla consultazione hanno partecipato 5.115.054 votanti così divisi: 4.012.468 lavoratori attivi, 1.102.586 pensionati; i voti favorevoli sono 4.114.939 per una percentuale dell’81.62% mentre quelli contrari sono stati  926.871 per una percentuale del 18.38%, dato questo molto importante. All’oggi (11 novembre) Cgil, Cisl e Uil non hanno ancora pubblicato i dati scorporati per categorie e per province e solo la Fiom ha fornito i numeri del voto dei meccanici in maniera dettagliata. Nella categoria hanno votato 607.890 lavoratori dei quali 310.00 hanno bocciato l’accordo per una percentuale del 52%, mentre i Sì sono stati 282.587 per una percentuale del 47.61%, un dato significativo che va aggiunto ai 700.000 voti contrari nelle altre categorie, un dissenso espresso soprattutto nelle grosse realtà.

Questo evidenzia come nelle aziende dov’è stata possibile la presentazione delle ragioni contrarie all’accordo, il dissenso operaio si è potuto esprimere anche alla presenza di una consultazione truccata. Il No ha vinto in aziende importanti del gruppo Fiat, da Mirafiori - in questi mesi gli operai sono stati protagonisti, durante le presentazioni della riforma del Tfr e successivamente del protocollo Damiano, di forti contestazioni alla burocrazia di Cgil Cisl e Uil ed al Governo- a Termini Imprese, da Cassino a Melfi fino a Pomigliano, all’Iveco e nel gruppo Piaggio, dalla Toscana all’Aprilia al Veneto, alla Ferrari come alla Maserati, all’Elettrolux, alla St-microelectronics di Catania, all’Alenia di Pomigliano, all’Ansaldo di Napoli, alla Same di Bergamo, alla Ducati, alla Minarelli ed alla Magneti Marelli di Bologna, alla Carraro Assali di Padova, alla tedesca ZF e nel gruppo Fincantieri.

Anche in altre categorie il dissenso si è fatto sentire, nel commercio come all’Ikea di Padova e Milano, alla Carrefur, nei servizi come all’Atm di Milano e all’APS di Padova, ad Atesia il più grande call center d’Italia, nel turismo come ai Musei Civici di Venezia, nel pubblico impiego dall’Università di Siena all’Università di Torino. Al direttivo della Cgil, riunito il 22 e 23 ottobre e convocato con all’ordine del giorno la “discussione e giudizio sul referendum”, è partito il processo nei confronti della sinistra sindacale e della Fiom, accusati di aver sostenuto il No in dissenso con la linea decisa dalla maggioranza della Cgil.

Epifani ha voluto così lanciare un monito a Rinaldini per far rientrare la categoria dei meccanici sotto la disciplina confederale, mentre a Lavoro Società, ancora in maggioranza, è stato chiesto di riallinearsi; Cremaschi è stato accusato addirittura di aver gettato discredito sulla confederazione parlando di brogli. Il documento approvato alla fine del direttivo con 81 voti a favore, 31 contrari (maggioranza della Fiom, Lavoro Società e Rete 28 aprile) e 1 astenuto, apre la strada alla resa dei conti con una verifica a livello nazionale degli organismi dirigenti, un passaggio questo che riduce gli spazi di democrazia all’interno della Cgil. Tutta la sinistra sindacale, compresa la Rete 28 aprile, subirà una forte pressione per adeguarsi.

In questi giorni la Rete 28 Aprile si sta strutturando in area programmatica dentro la Cgil: un “salto di qualità” inevitabile visto l’attacco in corso. Come assi centrali ci sono una ferma e chiara opposizione alla linea di Epifani, la volontà di presentare un documento alternativo a quello della maggioranza al prossimo congresso della confederazione, il rilancio dell’indipendenza e l’autonomia nei confronti dei governi.

 

Dopo il dissenso organizziamo e rilanciamo il conflitto: sciopero generale!


Questi dati sono, da un lato, l’espressione di un forte dissenso tra i lavoratori contro la politica economica e sociale del governo Prodi e del padronato e, dall’altro, la resistenza ad un modello sindacale aziendalistico e corporativo. Il Partito d’Alternativa Comunista è impegnato, a partire da quel milione di no, a costruire un ampio fronte di lotta per la costruzione dello sciopero generale unitario e di massa contro il governo e il padronato sulla base di una piattaforma unificante di tutto il mondo del lavoro salariato, dei precari, dei giovani, dei pensionati: per la difesa del potere d’acquisto dei salari, per una pensione pubblica certa nei tempi e dignitosa nei rendimenti, per un lavoro stabile e sicuro, contro la precarietà, contro questo sistema che produce solo sfruttamento e miseria!

 

*Direttivo regionale Fiom Cgil Veneto; coord. reg. Rete 28 aprile

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