Partito di Alternativa Comunista

Lotte e mobilitazioni

 

rubrica a cura di Michele Rizzi

 

Calcutta (India)

Un sciopero contro il caro carburante ha paralizzato per alcune settimane il Paese, con il blocco di aerei, treni, autubus e tram. Infatti, anche qui, benzina, gas da cucina e gasolio costano un 10 % in più agli indiani che, nonostante il tentativo del Governo di scaricare le colpe della situazione esclusivamente sulla congiuntura internazionale, hanno plaudito allo sciopero dei lavoratori dei mezzi di trasporto pubblici, giunto al blocco di ogni attività economica soprattutto negli Stati di Kerala, Tripura e West Bengala.

 

Roma

Circa 10000 manifestanti hanno partecipato al corteo contro la presenza di Bush in Italia, il giorno 11 di giugno. La manifestazione, organizzata dallo schieramento di forze politiche e sociali del movimento No War che si sono opposte anche alle politiche di guerra del Governo Prodi, tra cui il Partito di Alternativa comunista, ha visto anche la contestazione ad esponenti dei Comunisti italiani e della ex Sinistra Arcobaleno, per il loro appoggio al governo precedente.

 

Stati Uniti

Raffica di scioperi nella Continental, una delle maggiori compagnie aeree americane, per il taglio di circa 3 mila posti di lavoro su di un totale di circa 45 mila dipendenti. La direzione ha fatto sapere che l’aumento del costo del petrolio, che avrebbe causato una crisi pari solo a quella derivata dall’undici settembre, comporterebbe una flessione dell’11% delle capacità dell’azienda e quindi avrebbe reso “necessari” i tagli. Gli scioperi continuano quale risposta alle decisioni aziendali. Nel frattempo, dall’inizio dell’anno, hanno chiuso anche quattro compagnie low coast, con conseguenti licenziamenti di personale aereo e di terra.

 

Santeramo (BA)

Prosegue lo stato di agitazione dei lavoratori della Natuzzi, azienda proprietaria del marchio “Divani e divani” e tra i leader mondiali della produzione di salotti in pelle. Infatti, come annunciato all’indomani della rottura tra la direzione aziendale e di sindacati, i lavoratori della multinazionale sono scesi in piazza ed hanno manifestato a Santeramo in Colle contro i licenziamenti annunciati. I lavoratori non hanno digerito il nuovo Piano aziendale, alla cui base c’è soprattutto e quasi esclusivamente, il taglio dei “costi”, ossia esuberi che riguarderebbero circa il 50% della manodopera. Ovviamente, la ricaduta occupazionale si avrebbe anche sull’indotto che da lavoro a migliaia e migliaia di lavoratori.

 

Genova

Prosegue la “caccia alle streghe” del padron Riva nei confronti di ventisette operai e delegati dell’Ilva di Genova. Infatti, dopo le proteste operaie contro l’intento della direzione dell’Ilva di far saltare un accordo di programma che avrebbe salvaguardato l’occupazione di circa 2.200 lavoratori, sono partite le denunce nei confronti degli operai animatori della protesta. Questo atteggiamento della famiglia Riva, padrona anche dell’Ilva di Taranto, rientra nella logica del ricatto occupazionale e degli attacchi agli elementari diritti dei lavoratori, tra i quali quello allo sciopero, atteggiamento che ormai contraddistingue da anni questi “signorotti dell’acciaio”.

 

Milano

Si prepara una nuova ristrutturazione in Telecom Italia. Quest’ultima prevede il taglio di circa cinque mila dipendenti che l’amministratore delegato dell’azienda di telecomunicazioni, Franco Bernabè, ha già annunciato nel suo nuovo piano industriale. Si tratta di un ennesimo ridimensionamento dell’azienda, dal punto di vista della forza lavoro, che vedrà, secondo le intenzioni dello stesso Bernabè, una riduzione dei “costi”(chiamasi riduzione del personale e diritti dei lavoratori) di ben il 40% entro il 2010. A quanto pare, il taglio dell’organico ammonterebbe, entro due anni, a circa ventimila lavoratori. E’ già annunciato, per gli inizi di luglio, uno sciopero di otto ore, proclamato dai sindacati confederali, con manifestazione a Roma.

 

Bruxelles (Belgio)

In ossequio alle esigenze del capitalismo europeo, i ministri degli affari sociali dell’Unione europea, hanno trovato un accordo per una nuova direttiva su orario di lavoro ed agenzie di lavoro interinale.

La settimana di lavoro “standard” diventa di quarantotto ore, con possibilità di estenderla fino a sessanta-sessantocinque ore. Il ministro italiano al Welfare, Maurizio Sacconi, ha naturalmente salutato con “favore” l’accordo raggiunto. In definitiva, con questa direttiva, mentre ai lavoratori interinali si concede qualche briciola, ossia qualche diritto in più, si cala la mannaia dell’allungamento della settimana lavorativa, che in Italia andrebbe di pari passo con l’eliminazione del contratto nazionale.

 

 

 

Con i lavoratori in lotta di Abbanoa!

Incontro con 37 lavoratori in occupazione a Cagliari

 

a cura del PdAC, sezione di Cagliari

 

Tra le tante problematiche che negli ultimi anni si sono affacciate nel mondo del lavoro sardo c’è quella che riguarda la ristrutturazione dei servizi di erogazione idrica. Tale ristrutturazione è avvenuta con le solite metodologie che strizzano l’occhio alle privatizzazioni, unificando vari enti in una Spa denominata Abbanoa. Abbiamo intervistato alcuni dei 37 lavoratori che dal primo giugno occupano una sede dell’ente, nel tentativo di esprimere la nostra solidarietà a chi rischia di perdere il lavoro e per riaffermare la nostra volontà di difendere una gestione pubblica, trasparente e condivisa delle risorse idriche.

 

Che mansioni ricoprono i lavoratori impegnati nella vertenza?

Dieci sono impiegati tecnici del telecontrollo, sette operatori del call-center per il pronto intervento e venti addetti alla lettura e alla manutenzione dei contatori. Siamo tutti più o meno assunti da ditte d’appalto da cinque-dieci anni.

 

Quando sono cominciati i vostri problemi?

Fin dall’inizio della fase di ristrutturazione e del piano industriale, nel 2007. Il tutto si è svolto attraverso tre accordi quadro: il primo riguardava la stabilizzazione di tutti i lavoratori che conducevano gli impianti, il secondo la stabilizzazione di chi faceva le manutenzioni, il terzo di tutti quelli che non facevano né conduzione né manutenzione, ovvero noi. I primi due accordi quadro sono andati in porto, mentre quello che riguardava noi è ancora in alto mare.

 

Quali sono le difficoltà specifiche per far si che veniate assunti?

Il punto è che la nostra assunzione doveva passare tramite l’istituzione di un nuovo ente interno ad Abbanoa e dipendente dall’Autorità d’ambito, chiamato Abbanoa Servizi. Per istituire Abbanoa Servizi vi è la necessità di due passaggi: la modifica dello statuto dell’ente e l’approvazione dei soci. Il punto è che l’Autorità d’ambito non autorizza la modifica dello statuto.

 

(Vi sentite vittime di un raggiro? Sembra quasi che siate finiti in un limbo in cui non vi è certezza di chi deve decidere cosa.

Proprio così, ci sentiamo in un limbo di incertezze. Prima ci hanno detto che la modifica dello statuto doveva essere approvata dall’Avvocatura di Stato, poi che era di competenza di un gradino ancora superiore, poi che tale approvazione sembra non sia necessaria.

 

Volete lanciare un appello ai vostri dirigenti?

Noi badiamo al sodo e cerchiamo di tenerci fuori da dispute politiche e incomprensioni tra i vari livelli coinvolti: chiediamo solo che tutte le parti si siedano attorno a un tavolo e trovino un accordo per farci tornare a lavorare.

 

11/6/2008

Ancora una volta Parigi insorta

Maggio Sessantotto: la rivoluzione fa tremare la società capitalistica

 

 

Elles ont pâli, merveilleuses,

Au grand soleil d'amour chargé,

Sur le bronze des mitrailleuses

À travers Paris insurgé!

(J. Rimbaud, Les mains de Jeanne-Marie, 1871)

 

Francesco Ricci

 

 

Un sasso che manda in frantumi una finestra. E' così che Bertolucci nel suo The dreamersboulevards nuovamente invasi dalle bandiere rosse. (politicamente insulso, cinematograficamente emozionante) fa irrompere il Maggio francese nelle scene finali del film. Nella realtà un sasso ruppe col vetro anche le certezze della borghesia e dei suoi intellettuali che da mesi cantavano l'eterno ritornello della "fine della storia", della pacifica convivenza di padroni e operai "imborghesiti". Ancora solo poche settimane prima dei fatti che narreremo, gli accademici riuniti alla Sorbona celebravano il centocinquantesimo della nascita di Marx infilando il grande rivoluzionario sotto uno strato di naftalina in quantità tale da preservarlo, ben nascosto negli scaffali dell'erudizione, dal contatto con le masse. Ma le vere celebrazioni di Marx sarebbero arrivate subito dopo, nei

Tuttavia la storia ‑ intesa come narrazione degli accadimenti ‑ è nelle mani dei vincitori che la affidano alle tastiere di giornalisti sempre pronti a raccontarla come piace al loro padrone. Così anche in questo quarantesimo anniversario del Maggio francese le pagine si sono riempite di ricostruzioni bugiarde. La borghesia ha un sacrosanto terrore della rivoluzione, e sapendo che gli oppressi si preparano alle rivoluzioni successive anche imparando da quelle precedenti, considera importante falsificare la storia nella speranza di fermare la rivoluzione con muraglie di piombo tipografico, penultima barriera a difesa della sua proprietà prima del piombo delle armi.

Il Maggio? Una rivolta giovanile, i figli contro i padri, uno scontro di generazioni. Il Sessantotto? L'utopia sognatrice, una fantasticheria irrealizzabile. In questo lavoro di paziente riscrittura si sono distinti non per caso i due principali giornali borghesi, Corriere e Repubblica. Quest'ultimo ha dedicato al Maggio uno "speciale" (il 5 maggio) in cui spicca un articolo di Bernardo Valli: "Nonostante gli slogan leninisti il Maggio fu un'esaltazione dell'individualismo". Un episodio isolato, casuale, figlio di una congiuntura astrale irripetibile. E in ogni caso, assicura Valli, quei giovani "volevano cambiare la vita e il mondo ma senza prendere il potere." E' proprio vero che lingua batte dove il dente duole...

 

Un'ondata internazionale

 

Prima di tornare sulla cronologia di quelle settimane converrà ricordare che non vi fu proprio nulla di "casuale" nel Maggio. Il Sessantotto fu un fatto internazionale, un'ondata gigantesca che sommerse il mondo, bagnando decine di Paesi. L'avvio lo provocarono le masse popolari vietnamite che nel gennaio di quell'anno, con l'offensiva del Tet, dimostravano (così come oggi le resistenze in Irak e Afghanistan) che anche il più potente esercito del pianeta può essere sconfitto. Nell'autunno precedente, l'Europa, come gli Stati Uniti, era stata attraversata da grandi manifestazioni contro la guerra. Italia, Giappone, passando per la "primavera di Praga" contro lo stalinismo, mobilitazioni in Brasile, il Maggio, e quindi la rivolta (e il massacro) degli studenti in Messico, proseguendo con l'autunno operaio (1969) in Italia per arrivare a metà degli anni Settanta alla rivoluzione in Portogallo (1).

Nulla di casuale, nulla di irripetibile. E' dalla nascita del moderno proletariato (due secoli fa) che rivoluzioni ‑ vittoriose o perdenti ‑ si susseguono senza fine e così continuerà, finché la società capitalistica non sarà stata distrutta.

 

Le prime barricate del Maggio

 

Tutto inizia alla facoltà di Nanterre (sobborghi di Parigi) dove gli studenti sono in lotta per solidarietà con i loro compagni arrestati nelle precedenti manifestazioni contro la guerra del Vietnam. Così 142 studenti si costituiscono il 22 marzo in Movimento. Ma il mondo studentesco è in fermento da qualche tempo sia in relazione ai grandi temi internazionali (Vietnam) sia contro le riforme classiste dell'Università ("piano Fouchet"). Bisogna aggiungere (in genere non lo si fa perché stona con la ricostruzione "studentesca" del Maggio) che anche il movimento operaio francese era già stato protagonista di importanti lotte nel '67 contro la disoccupazione e la compressione dei salari. Lotte private dalla burocrazia sindacale di una prospettiva. I primi a muoversi, in effetti, erano stati proprio giovani operai, come quelli della Saviem di Caen (cinquemila lavoratori) che nel gennaio del Sessantotto occupavano la fabbrica contrastando la polizia a colpi di bastone.

Ma torniamo agli studenti che, cacciati da Nanterre, si spostano alla Sorbona (nel centro di Parigi). Il 3 maggio la polizia circonda e invade l'Università dove quattrocento studenti sono riuniti in assemblea e arresta diversi dirigenti. Di lì parte la concitata sequenza di manifestazioni, nuovi arresti, nuove manifestazioni e scontri, così ben descritta in un altro bel film uscito recentemente, che unisce a una splendida fotografia in bianco e nero una pregevole rilettura drammatica di quelle giornate: Les amants réguliers di Philippe Garrel.

Nei giorni successivi le mobilitazioni si estendono a Tolosa, Lione, Marsiglia, Bordeaux... E il canto dell'Internazionale torna a risuonare nelle città francesi, per la prima volta dopo le giornate rivoluzionarie del 1936.

Il 10 maggio, dopo una giornata di cortei, gli scontri proseguono nella notte. Il Quartiere Latino (sulla rive gauche) si riempie di barricate in fiamme che gli studenti difendono con bastoni e molotov dalle cariche dei Crs (l'equivalente della "nostra" Celere). A quel punto, loro malgrado, le burocrazie sindacali di Cgt (egemonizzata dal Partito Comunista Francese, Pcf), Cfdt e Fo sono costrette a convocare lo sciopero generale, pur rinviandolo al giorno 13.

E il 13 di maggio un milione di manifestanti, studenti e operai uniti, invade Parigi e solo l'intervento del servizio d'ordine di Cgt e Pcf impedisce che si rompano gli argini del regime.

Un ruolo importante è svolto dalle organizzazioni dell'estrema sinistra, tanto che al termine della manifestazione sindacale ne parte un'altra (al Campo di Marte) a cui partecipano venticinquemila persone, su iniziativa del Movimento 22 marzo, della Jcr (gruppo giovanile della sezione del Segretariato Unificato di Mandel e Maitan, l'antecedente dell'attuale Lcr e che allora si chiamava Partito Comunista Internazionalista, Pci), della Fer (altra organizzazione trotskista, detta "lambertista" dal nome del suo dirigente, Pierre Lambert) e di vari gruppi maoisti.

 

La fiammata operaia (i trotskisti provocano la scintilla)

 

Ma la scintilla che fa divampare il fuoco operaio parte il giorno dopo a Nantes (meno di trecentomila abitanti). Alla Sud Aviation (tremila operai) l'assemblea di fabbrica approva la proposta avanzata dai trotskisti (i lambertisti dirigono lì il sindacato Cft-Fo) di occupare la fabbrica. Il direttore viene sequestrato e la bandiera rossa issata sugli stabilimenti. E' l'esempio che viene presto imitato dalle principali fabbriche del Paese: gli stabilimenti Renault di Cleon, Flins e soprattutto quello di Boulogne Billancourt (trentamila operai, storica fabbrica delle lotte del 1936). A Bordeaux entrano in sciopero i lavoratori dei cantieri navali e nei giorni seguenti, fabbrica per fabbrica, settore per settore, tutta la Francia.

Gli scontri tra manifestanti e polizia proseguono senza pausa. Il 24 maggio altri settecento arresti a Parigi. Le caserme di polizia sono impiegate per torturare e terrorizzare (Genova non fu un'eccezione, come si vede). Ma la polizia può poco contro una mobilitazione di queste dimensioni e difatti interi reparti sono messi in fuga o si rifiutano di intervenire (quando invece di mani alzate al cielo si trovano di fronte alla autodifesa delle masse, le bande armate del Capitale non possono che indietreggiare).

 

Come spegnere l'incendio (arrivano gli stalinisti)

 

La borghesia trema di fronte agli operai che ora non sembrano così "imborghesiti" come li raccontavano i sociologi ammaestrati. Dieci milioni di scioperanti. Il governo gollista cerca una via d'uscita tentando la maniglia delle due porte d'emergenza che restano: la "concertazione" e la repressione frontale. La prima uscita di sicurezza è tentata con gli incontri del 25 e 26 maggio tra governo, padronato e sindacati, al Ministero degli Affari Sociali in rue de Grenelle. Il padronato e il suo governo sono disposti a fare una serie di concessioni, anche notevoli, in termini di salario e orario. Come sempre, quando ha il timore di perdere molto o tutto, la borghesia è disposta a concedere qualcosa. I burocrati sindacali sono pronti a fare la loro parte per spegnere un incendio che certo non hanno in nessun modo appiccato. La Cgt dichiara: "resta ancora molto da fare ma le rivendicazioni essenziali sono state accettate". Ma l'opinione dei lavoratori è diversa e a Billancourt, già il giorno dopo, gli "accordi di Grenelle" vengono sonoramente respinti.

De Gaulle verifica intanto l'apertura della seconda uscita di emergenza (la guerra civile, evocata da gran parte della stampa internazionale) e il 29 va in Germania in elicottero per incontrare il generale Massu (già distintosi nei massacri coloniali in Algeria) e verificare la disponibilità delle truppe a marciare su Parigi.

Sempre il 29 una nuova gigantesca manifestazione dei lavoratori e degli studenti paralizza la capitale. Lo slogan che risuona con più insistenza è "governo popolare" o, più esplicitamente, "potere dei lavoratori". Ma le burocrazie riformiste si guardano bene dal raccogliere e tradurre questa rivendicazione e Waldeck-Rochet (Pcf) dichiara: "Il governo deve essere battuto nella prossima consultazione elettorale, cui il nostro partito parteciperà con i suoi candidati e il suo programma."

E' il via libera a De Gaulle che scioglie l'Assemblea nazionale e indice nuove elezioni. Un ritorno alle urne per rinnovare gli organismi della democrazia parlamentare borghese recuperandoli dall'orlo del precipizio su cui li ha spinti il proletariato.

Resta da risolvere il problema delle fabbriche che continuano a essere occupate. L'incarico è affidato anche in questo caso agli stalinisti che, in cambio di effimere concessioni dal governo, riescono a spezzare il fronte unitario della lotta e a smobilitare un settore per volta, partendo dai trasporti. Dove la persuasione delle burocrazie non basta, arrivano i fucili della polizia. Come alla Renault di Flins dove nella notte del 5 giugno la polizia circonda la fabbrica. Mentre il Pcf boicotta la manifestazione di solidarietà con gli operai ostacolando attraverso il sindacato dei trasporti la partenza dei manifestanti. Qualche giorno dopo, nel corso degli scontri, Gilles Tautin, un liceale, è ritrovato morto nella Senna. L'11 giugno è il turno di un altro bastione che resiste: la Peugeot di Sochaux, dove i Crs sparano e ammazzano un giovane operaio, Jacques Beylot, ferendone un'altra dozzina.

Mentre operai e studenti vengono uccisi, il Pcf avvia la campagna elettorale e Waldeck Rochet conclude un comizio chiarendo da quale parte stanno i riformisti (precursori, potremmo dire, dei Bertinotti, Ferrero e Diliberto di oggi): "Noi siamo il partito dell'ordine. Bisogna convincersi che non si arriverà al socialismo attraverso gli scontri di piazza." Quella sera stessa arriva la notizia che la polizia, negli scontri di piazza, ha ucciso un altro operaio, Henry Blanchet.

Essendosi assicurato la collaborazione del Pcf, il 12 giugno il governo proibisce ogni manifestazione e scioglie tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra: a partire, chiaramente, da quelle trotskiste. Le elezioni, vinte dai gollisti con il 55%, saranno contraddistinte da una astensione massiccia e lo stesso Pcf (un partito del 20%) dimezzerà i propri seggi, avviandosi al suo declino. Le rivoluzioni non hanno mai avuto il sostegno delle urne a suffragio universale, dove votano oppressi e oppressori, la loro maggioranza la devono cercare negli organismi di lotta (i soviet), che nel Maggio non si costituirono.

 

Il canto del gallo francese soffocato dai riformisti

 

Ancora una volta il giorno della riscossa proletaria, come aveva preconizzato Marx, fu annunciato dal "canto del gallo francese". Come nel giugno del 1848, nella Comune del 1871, nella Parigi del 1936. Ma, anche stavolta, la coraggiosa iniziativa degli operai è stata privata dell'elemento decisivo: una direzione centralizzata, un partito comunista rivoluzionario. Al suo posto nel Maggio ci sono i riformisti, il Pcf stalinista. Una direzione che, attraverso il suo braccio burocratico nel sindacato, lavorò in ogni modo per tenere gli studenti divisi dagli operai; poi per contenere le manifestazioni; quindi per evitare che i comitati di sciopero delle singole fabbriche fossero eletti e revocabili (questo ruolo fu assunto direttamente dai funzionari sindacali) e potessero strutturarsi su base nazionale in una forma di tipo sovietico. Il Pcf lavorò insomma per dividere il proletariato e frammentare la classe operaia, inibendo così dall'inizio la costruzione di quegli organismi di potenziale potere operaio che, dopo una fase di dualismo di potere, in ogni rivoluzione sono destinati a scontrarsi con lo Stato borghese per stabilire chi comanda.

Mancava un partito comunista rivoluzionario con influenza di massa. Che non era rappresentato purtroppo nemmeno dalle organizzazioni che si richiamavano in qualche modo al trotskismo. Tutte organizzazioni che arrivarono al Maggio con uno scarso radicamento. Il Pci-Jcr di Alain Krivine (che è oggi la Lcr imparentata con l'italiana Sinistra Critica di Turigliatto) contava all'epoca 150 militanti, con nessun insediamento operaio, e già soffriva di molte oscillazioni "centriste" (certo non paragonabili a quelle odierne) tanto da anteporre l'astratta parola d'ordine della "autogestione" delle fabbriche all'obiettivo della costruzione e crescita di organismi di lotta di tipo sovietico, unico in grado di lastricare il percorso verso il potere operaio (che pure veniva enunciato nella propaganda ma privato di un'indicazione di percorso). I trotskisti "lambertisti" ebbero un ruolo fondamentale, come si è visto, nel produrre la scintilla che avviò l'occupazione delle fabbriche: ma non furono in grado di sviluppare questa prospettiva. Quanto al terzo gruppo trotskista, Voix Ouvrière, l'antecedente della attuale Lutte Ouvrière, già allora era su posizioni "operaiste" ed era comunque piccola cosa (non paragonabile alle dimensioni attuali di Lo, forza purtroppo anche oggi sprecata viste le posizioni sempre più centriste).

Pur con i loro limiti e le ridotte dimensioni, comunque, i partiti trotskisti ebbero un ruolo di primo piano, a conferma che un programma anti-riformista (in questo caso solo parzialmente corretto), in una situazione rivoluzionaria, può aprire la strada a un rovesciamento dei rapporti a sinistra tra riformisti e rivoluzionari.

Il Maggio resta per i lavoratori e i rivoluzionari una pagina da rievocare con orgoglio perché ha dimostrato la potenza immensa della classe operaia. Quegli avvenimenti di quarant'anni fa sono anche una fonte di insegnamenti. E' solo quando i lavoratori agiscono in forma indipendente e contrapposta alla borghesia e ai suoi governi che possono strappare, con le lotte, anche significative conquiste immediate. Ma se la lotta non sfocia nella distruzione dello Stato borghese e nella conquista del potere, la borghesia si riprende con gli interessi nella fase successiva quanto è stata costretta a concedere. Ecco perché la questione delle questioni è quella di costruire un partito che abbia come scopo il governo operaio contro ogni imbroglio dei riformisti e contro il loro governismo che mira, anche quando è costretto all'opposizione (come oggi in Italia), alla collaborazione e dunque alla subordinazione di classe.

Costruire quel partito basato sull'indipendenza di classe, rivoluzionario, cioè trotskista, che mancò allora: ecco il compito dei lavoratori francesi e di ogni Paese. Perché il prossimo Maggio non ci trovi più impreparati e si possa arrivare fino in fondo.

 

 

Note

(1) Sulla rivoluzione in Portogallo del '74-'75 rimandiamo al nostro articolo: "La più recente (e sconosciuta) tra le rivoluzioni europee" sul n. 10 (giugno-luglio 2007) di Progetto Comunista.

(2) "Le mani di Jeanne Marie": "Sono diventate pallide, meravigliose / Sotto il gran sole carico d'amore, / Impugnando le canne di mitraglia / Attraverso Parigi insorta!". Sono versi che Rimbaud ha dedicato alla Comune di Parigi del 1871.

 

Il Sessantotto in Italia: eredità di una rivoluzione mancata

I gruppi di estrema sinistra e il ruolo del Pci nel biennio che sconvolse l’Europa

 

Ruggero Mantovani

 

Il Sessantotto ha rappresentato una straordinaria esperienza rivoluzionaria nata nel cuore dell’Europa capitalista. La coraggiosa rivolta studentesca del maggio francese, di lì a poco, assunse una tendenza internazionale che aprì la strada ad imponenti scioperi generali e ad una radicalizzazione delle lotte operaie che produssero, anche in Italia, una crisi rivoluzionaria di enormi proporzioni.

Il Sessantotto mostrò, in definitiva, dopo la lotta di resistenza partigiana, la prova del fuoco della rivoluzione in occidente e, al contempo, la verifica, sul terreno dell’esperienza pratica, del tradimento delle burocrazie riformiste e staliniste e dell’impotenza delle impostazioni movimentiste che si svilupparono nell’estrema sinistra.

 

L'Italia nel contesto internazionale

 

Gli avvenimenti che maturarono tra il 1968 ed il 1969 non possono in alcun modo essere ricondotti alle specificità nazionali dei paesi ove si svilupparono, ma si inserirono in una tendenza più generalmente europea ed internazionale. In particolare in Francia, fin dal 1967, una nuova generazione di studenti viveva da un lato le contraddizioni della scolarizzazione di massa e dall’altro un clima politico che in quegli anni si nutriva di esperienze (la lotta e la morte del Che in Bolivia, la resistenza del Vietnam contro l’imperialismo, ma anche le lotte studentesche in Germania e in Italia) che, seppur semplificate e talvolta distorte, rappresentarono un efficace fertilizzante del conflitto contro il potere gollista.

Lungi dalle specificità delle condizioni in cui nacque il Sessantotto italiano, il suo contenuto è da iscrivere in una tendenza internazionale che, seppur si manifesterà con tratti e dinamiche distinti, al fondo fece emergere una nuova generazione studentesca ed operaia che, con le sue lotte radicali, mise in discussione l’imperialismo come sistema di dominio mondiale.

In questo contesto maturava anche in Italia il Sessantotto: una tumultuosa ascesa del movimento studentesco che vide tra il novembre 1967 e il giugno 1968 circa 102 occupazioni di sedi e facoltà universitarie, tra cui (solo per citare le più conosciute) Valle Giulia a Roma, la Cattolica a Milano, la Sapienza a Pisa e la facoltà di architettura a Venezia, che contribuirono al nascere delle mobilitazioni nelle scuole medie in molte parti del Paese.

La repressione del movimento studentesco, che negli avvenimenti sopra riportati fu grave e molto violenta, impresse una rapida politicizzazione degli studenti che fece da innesco alla ripresa delle lotte operaie che si protrassero fino al cosiddetto “autunno caldo” del 1969. Lotte esemplari di contenuto generale (per le pensioni e l’eliminazione delle “gabbie salariali”) e aziendali come, ad esempio, per ricordare le più significative, la Fiat a Torino, la Pirelli a Milano, la Fatma a Roma, il Petrolchimico a Porto Marghera.

Un crescendo di mobilitazioni che si acutizzerà nel luglio del 1969 in occasione del rinnovo del contratto dei metalmeccanici, che vide a Torino, in Corso Traiano, un duro scontro di piazza tra la polizia e il corteo organizzato dagli operai della Fiat e dal movimento studentesco. Lotte radicali che fecero emergere una difficoltà del Pci e della Cgil a controllare questo movimento sempre più influenzato dalle organizzazioni di estrema sinistra, dai comitati di base, ma anche da ampi settori operai che cominciarono a farsi portatori degli interessi generali dei lavoratori.

 

Le rivolte studentesche e la “primavera di Praga”

Il Sessantotto ha intrecciato la lotta antimperialista del Vietnam, il maggio francese, le lotte studentesche in Italia e in altri importanti paesi occidentali, alla splendida “primavera di Praga”. Le vaste mobilitazioni che esplosero in Cecoslovacchia misero in evidenza la crisi del regime burocratico imposto dallo stalinismo. Un vigoroso movimento nasceva nei paesi del “patto di Varsavia”, dopo le rivolte del 1956 in Ungheria ed in Polonia, che fecero emergere l’acutizzarsi della crisi di egemonia politica delle burocrazie moscovite. Una crisi che a Praga si espresse in una molteplicità di forme: rivendicazione degli intellettuali della “libertà di creazione artistica e culturale” come elementare diritto di una società che si definiva socialista; lotta della classe operaia contro la burocrazia per l’elezione diretta dei dirigenti sindacali; mobilitazioni di solidarietà internazionalista degli studenti cecoslovacchi con il Vietnam. Ma la reazione della burocrazia stalinista non si fece attendere: come negli anni Cinquanta, per contrastare il dissenso popolare, avviò un vasto intervento repressivo le cui tragiche immagini contribuirono a scavare la crisi dello stalinismo con ripercussioni sulla burocrazia italiana. L’atteggiamento del Pci rispetto alla questione cecoslovacca, in effetti, non andò oltre l’appoggio della tendenza burocratica espressa da Dubcek e non potendo operare (per questioni internazionali e nazionali) una rottura con il sistema burocratico del Cremlino, dopo la sostituzione di Dubcek con Husak prevalse nel Pci una linea prudente e di accettazione della repressione moscovita. Lo stalinismo italiano per molti decenni impedì, anche con metodi repressivi, l’evolversi di nuove formazioni politiche a sinistra, ma il terremoto del Sessantotto e l’impetuoso movimento di massa impose una parziale modificazione di questa impostazione.

 

L'estrema sinistra

 

Già precedentemente al Sessantotto si segnalavano, tra le tendenze filocinesi, il Partito Comunista d’Italia riconosciuto sia da Pechino e sia da Tirana e il gruppo dei Quaderni Rossi di Panzieri, di minore importanza, che si trasformò in un gruppo maoista ideologico. Dopo la fine del gruppo Classe Operaia in diverse città del Paese aveva acquistato una certa influenza Potere Operaio.

Dal versante sindacale l’emergere dei comitati di fabbrica, nati al di fuori del quadro sindacale ufficiale, rappresentò la necessità di rompere con gli orientamenti burocratici del sindacato confederale, costituirono importanti momenti di mobilitazione di settori operai non organizzati. Il Sessantotto rappresentò un terremoto anche all’interno del Pci in cui per molti anni vi era la maggioranza dei settori politicizzati della classe operaia. Ha smentire le teorie spontaneiste sono i fatti, poiché la maggioranza dei quadri che all’origine animarono le mobilitazione del movimento studentesco, provenivano dal Pci e solo in minima parte, dal Psiup e dal Psi . Tra gli esponenti più noti dell’estrema sinistra ricordiamo: Adriano Sofri leader di Lotta continua (gruppo politico caratterizzato da impostazioni spontaneiste tendenti a contrastare i consigli di fabbrica con la parola d’ordine “siamo tutti delegati”. Le posizioni assunte da questa organizzazione erano di carattere impressionistiche ed estremiste, prive di una chiara prospettiva strategica; ad esempio nel 1971 si ricorda la campagna contro il cosiddetto “fanfascismo” ritenendo cha la presidenza della repubblica a Fanfani avrebbe determinato un nuovo regime autoritario); Franco Piperno di Potere Operaio (un’organizzazione che spesso alternava impostazioni piccoli borghesi come ad esempio la parola d’ordine “rifiuto del lavoro”, ad un concetto di violenza proletaria che spesso confondeva la rabbia con la coscienza di classe); Luigi Vinci di Avanguardia Operaia (organizzazione segnata da un forte eclettismo ideologico: combinava concezioni maoiste con teorie trotskiste deformate, ispirazioni provenienti dalla tradizione dei Quaderni rossi, come ad esempio la visione di un capitalismo razionalizzato che produceva crisi nel momento in cui ne aveva bisogno, combinata ad alcune pratiche settarie che tendevano a trasformare i comitati in cellule della propria organizzazione: il caso della prima Cub egemonizzata da militanti dei Avanguardia Operaia.); Pintor, Magri, Rossanda, Parlato e altri del gruppo del Manifesto (il Manifesto aveva conosciuto le vicende dell’espulsione dei suoi collaboratori dal Pci. Subito dopo questo gruppo presentò un “progetto di tesi” per la costruzione di una nuova formazione politica, privilegiando in particolar modo i rapporti con Potere operaio. Il gruppo del Manifesto si sforzò di rinsaldare i rapporti con le tendenze spontaneistiche più consistenti del movimento ed allo stesso tempo di mantenere la concezione maoista sul piano internazionale, combinando, di fatto, una pratica e una impostazione settaria ed estremistica); Mario Capanna uno degli esponenti a Milano del Movimento della Statale (questo movimento pur partendo da un corretto uso politico dell’Università, aderiva ad una visione del cosiddetto marxismo-leninismo espresso da Mao in cui la critica all’Urss sarebbe cominciata solo nel ‘56).

 

La risposta del Pci

 

La risposta del Pci all’imprevista nascita del movimento studentesco arrivò nel 1969 in occasione del XII congresso del partito. L’assise non mutò il disegno strategico varato con la “via italiana al socialismo”, con l’unica differenza di far rientrare in questo disegno le forze sociali e politiche che emersero dal Sessantotto. In definitiva l’apparato del Pci operò da un lato a cavalcare le spinte del conflitto di classe maturate tra il ‘68 e il ‘69 e dall’altro a contenerne le enormi potenzialità: subordinò la nascita dei consigli di fabbrica al nuovo patto interconfederale del 1972; avviò l’attacco frontale nei confronti della sinistra extraparlamentare.

D'altronde, facendo un passo indietro, tutta l’intera linea politica del Pci durante la resistenza si ispirò al blocco strategico con la borghesia liberale, dapprima con l’alleanza paritetica nel Cnl e poi, dal ‘45 al ’47, entrando dentro i governi di unità nazionale con la Dc. Nei successivi trent’anni di opposizione, tutta la politica dell’apparato del Pci fu finalizzata a riaprire il varco di quella collaborazione governista.

L’integrazione profonda nella società, nell’economia e nello stato, aveva reso il Pci molto simile alla base materiale della socialdemocrazia, ma con un tratto distintivo: il legame con l’Urss (sicuramente più tenue che nei decenni passati, ma assolutamente reale). Il Pci era ben consapevole che, come nel primo dopoguerra, l’ascesa delle masse e la crisi della borghesia erano fattori che avrebbero obbligato ad un nuovo compromesso storico: compromesso che Bellinguer siglò dieci anni dopo.

 

In conclusione…

 

Malgrado nel Sessantotto maturò un quadro sociale fertile per lo sviluppo di lotte rivoluzionarie, accanto al ruolo di contenimento espresso dal Pci, l’autosufficienza dei settori di estrema sinistra, sindacali e politici, non rese possibile la costruzione della direzione strategica delle lotte: non rese possibile la costruzione di quel partito bolscevico che avrebbe potuto dirigere il movimento di massa alla trasformazione radicale della società capitalista.

 

 

[1]

Il Sessantotto degli operai

Un preludio all’autunno caldo del Sessantanove

 

Antonino Marceca

 

Il biennio rosso del 1968-69 si è inserito alla fine di un ciclo di espansione economica mondiale iniziato nel 1940 negli Usa e nel 1948 in Europa Occidentale e Giappone. Le industrie automobilistiche, degli elettrodomestici, degli armamenti erano i settori trainanti; l’impiego dell’elettronica, dell’automazione, l’organizzazione fordista-tayloristica del lavoro aveva determinato un forte aumento della produttività e del volume complessivo della produzione. Le nuove tecniche produttive avevano investito l’agricoltura, la distribuzione e i servizi. Il capitale si concentrava e le multinazionali determinavano una maggiore sincronizzazione e interdipendenza delle economie nazionali. Il surplus di forza lavoro agricola determinava negli anni ’50 e ’60 grandi fenomeni migratori interni ed esterni. Milioni di italiani, spagnoli, turchi, greci, jugoslavi, portoghesi, marocchini affluivano nel cuore industriale dell’Europa, alcuni milioni di messicani e portoricani affluivano negli Usa. In Italia l’esodo rurale assunse dimensioni considerevoli: dal 1950 al 1970 due milioni di lavoratori emigrarono all’estero, oltre tre milioni dal mezzogiorno verso il settentrione.

L’Italia alla fine degli anni ’60 era diventata uno dei paesi maggiormente industrializzati, nelle regioni meridionali la borghesia mafiosa si trasferiva dalle campagne alle città arricchendosi con la speculazione edilizia ed i traffici di stupefancenti. Nel Paese l’industria privata occupava un ruolo preminente, ma con un'alta percentuale di piccole e medie imprese; la creazione della Comunità economica europea (marzo 1957) e l’apertura delle frontiere determinava l’afflusso di capitali stranieri; il capitalismo di stato si rafforzava con le aziende statali e parastatali (Enel, Iri, Eni).

La struttura delle classi sociali aveva subito una profonda trasformazione: la classe operaia industriale in vent’anni era cresciuta in numeri assoluti (oltre 9 milioni) e in percentuali (47,8% della popolazione attiva), più concentrata nell’Italia settentrionale (52%). Mentre diminuivano le figure dei braccianti e della piccola borghesia tradizionale, aumentavano gli addetti all’industria, all’edilizia, al commercio, ai trasporti, ai servizi, gli impiegati e gli insegnanti.

L’automazione dei processi produttivi aveva profondamente cambiato la composizione di classe: nelle fabbriche veniva meno la figura dell’operaio specializzato, mentre aumentavano gli operai comuni e i tecnici; nei servizi il personale amministrativo era sottoposto al capoufficio, come gli operai al caporeparto. Di conseguenza le differenze salariali e normative tra operai ed impiegati tendevano a ridursi, mentre l’alienazione si diffondeva.

Nelle fabbriche, soprattutto in quelle piccole e medie, c’era una grande difficoltà a vedere riconosciuti i diritti sindacali, assenti erano i diritti politici, si lavorava duramente sotto una disciplina padronale di ferro, mancavano o erano carenti i servizi igienici e gli spogliatoi, i ritmi della catena di montaggio erano frenetici, si lavorava a cottimo e i premi erano a discrezione dell’azienda per aumentare la produttività; carente o assente era la prevenzione e la sicurezza nell’ambiente di lavoro, mentre i medici aziendali stavano dalla parte del padrone. Infine i profitti erano alti e i salari bassi. Nei quartieri, soprattutto delle città del Nord, mancavano le case popolari e gli affitti erano elevatissimi.

 

Le premesse dell’autunno caldo

 

I primi sintomi del cambio dei rapporti di forza tra le classi, la presenza di una nuova generazione operaia che subentrava a quella che aveva subito le sconfitte nel dopoguerra, si erano manifestate nel corso delle lotte per i rinnovi contrattuali del 1962. Quell’anno a Torino durante la vertenza dei metalmeccanici veniva assaltata e distrutta la sede della Uil in Piazza Statuto. La Uil e il Sida, sindacato padronale della Fiat, avevano firmato un accordo separato. Quei giovani operai furono accusati di estremismo e teppismo da parte della burocrazia sindacale della Cgil e dal gruppo dirigente stalinista del Pci. La pratica degli accordi separati continuò e con essi la lotta operaia a Milano, Genova, Napoli contro la firma degli accordi separati con l’Intersind (industrie pubbliche) e Confindustria. I contratti siglati nel 1962-1963 non portarono a sostanziali miglioramenti salariali e normativi. Nel corso della stagione contrattuale apertasi nel 1964-65 i sindacati Cgil, Cisl e Uil per la prima volta dalla scissione presentarono piattaforme unitarie. Le vertenze videro la scesa in lotta di metalmeccanici, braccianti, edili, chimici, alimentaristi. La combattività operaia rimase elevata per tutto il 1966 mentre emergevano nuove forme di lotta: scioperi spontanei a scacchiera e a singhiozzo (nella stessa giornata ripetute fermate, ora collettive, ora di reparto), i cortei interni. Il governo fece caricare gli operai dalla polizia a Milano, Roma, Napoli, Genova, Trieste. Proprio in occasione degli scioperi del 1966 si costituisce il primo organismo di democrazia proletaria: Il Consiglio di fabbrica alla Siemens di Milano sotto forma di “comitato di sciopero” composto da delegati di reparto. Nel 1968 proprio per l’insoddisfazione dei risultati ottenuti negli anni precedenti si verificava una diffusa mobilitazione a livello aziendale con richieste di forti aumenti salariali, contro il cottimo e i ritmi di lavoro, la nocività e la monetizzazione della salute, per la riduzione delle distinzioni professionali e per la loro unificazione nel gruppo omogeneo, per il diritto di assemblea retribuita.

Proprio nel corso di quelle vertenze, inizialmente alla Pirelli dove la mobilitazione coinvolgeva operai, tecnici e impiegati, naquero i Cub (Comitati unitari di base). Questi, che successivamente si estesero ad altre fabbriche soprattutto nell’Italia settentrionale, erano composti da avanguardie che si scontravano con le burocrazie sindacali ed esprimevano almeno all’inizio una forte spinta unitaria e combattiva. A Torino, alla Fiat, vennero eletti i primi delegati di linea e di reparto che avrebbero poi costituito il Consiglio di fabbrica. La scelta dei gruppi centristi di boicottare i Consigli di fabbrica attaverso la parola d’ordine nello stesso tempo estremista e movimentista “siamo tutti delegati” avrebbe agevolato l'azione di controllo della burocrazia sindacale e del Pci. In quell’anno le lotte interessarono le fabbriche di tutto il paese, dalla Pirelli alla Fiat, dalla S. Gobain di Pisa alla Montedison di Marghera, dalle Fucine Meridionali al Pignone sud di Bari anticipando le rivendicazioni egualitarie dell’autunno caldo del ‘69. Alla Marzotto, lanificio di Valdagno (Vi), dove regnava da sempre il paternalismo padronale, negli ultimi anni erano aumentati i ritmi, la nocività (rumore assordante, umidità dell’80%), mentre il cottimo era diventato irraggiungibile. Il sindacato proclamava una giornata di sciopero per chiedere la revisione dei tempi, il pagamento del cottimo, il miglioramento dell’ambiente di lavoro; il padronato rispondeva con la repressione dei carabinieri e dei celerini venuti da Padova. Mentre questi controllavano la piazza, gli operai legarono una fune attorno alla statua di Gaetano Marzotto posta davanti alla sua residenza e la tirarono giù; con essa quel 19 aprile 1968 crolla il paternalismo del Veneto bianco. Alla vertenza aperta dalla Cgil sulle pensioni si sommava la lotta per le abolizioni delle gabbie salariali, le sei fasce in cui era diviso il paese. Il 2 dicembre 1968 ad Avola, in Sicilia, la polizia uccise due braccianti, nello stesso mese si firmò l’accordo per il superamento delle gabbie nelle industrie statali. Mentre accanto alle lotte operaie emergevano le lotte popolari per la casa, i servizi sociali e sanitari.

 

 

 

Breve cronologia del Sessantotto in Italia

 

a cura di Claudio Mastrogiulio

 

10 gennaio: ha inizio l'ondata di occupazioni delle università. Da Palazzo Campana, sede universitaria di Torino, la protesta s'allarga in tutta Italia. La polizia interverrà duramente in più occasioni contro le occupazioni, tanto che a Firenze il rettore Giacomo Devoto si dimetterà per protesta contro il prefetto.

 

Notte 2-3 febbraio: occupazione di Architettura all' Università la Sapienza di Roma. Si istituiscono due gruppi di lavoro con larga base di partecipazione: 1) ricerca di temi generali riguardanti la realtà universitaria; 2) individuazione degli obiettivi direttamente perseguibili.

 

12 febbraio: il rettore entra nella facoltà occupata di Lettere per avvertire che se entro le nove e trenta del giorno successivo l'occupazione non avesse avuto fine, professori e bidelli sarebbero entrati per riprendere possesso della facoltà.

 

22 febbraio: gli studenti, considerato che la facoltà di Lettere seguita a restare chiusa e gli esami non hanno corso, decidono di occupare. Penetrano attraverso gli uffici di segreteria, dopo un limitato scambio di idee con i bidelli. Nel pomeriggio interviene la polizia, chiamata dal rettore.

 

1 marzo: a Valle Giulia a Roma durissimi sono gli scontri tra gli studenti, che tentano di raggiungere la facoltà di architettura, e la polizia. Alla fine si registrano 150 feriti tra le forze dell'ordine e 478 tra gli studenti. Quattro gli arrestati tra i dimostranti, 228 i fermati.

 

16 marzo: è fissata per questa data una giornata nazionale d'agitazione. Nella mattinata, un folto gruppo di neofascisti (perlopiù sottoproletari calabresi inviati a Roma con appositi pullman), capeggiati da Caradonna e Almirante, assaltano Lettere brandendo catene e spranghe di ferro. Dopo uno scontro violento con gli occupanti di lettere, verso le dieci vengono respinti di nuovo a Legge. Mentre la tensione va diminuendo, gruppetti di fascisti danno inizio, dal tetto di Legge, ad un lancio di oggetti disparati: mattoni, sassi, vasi di cemento, bottiglie, panche. La folla si disperde immediatamente, ma qualcuno resta colpito. Il lancio prosegue anche dalle finestre. I feriti sono un centinaio, tra questi, gravissimo, Oreste Scalzone che, colpito da una panca lanciata dal secondo piano, riporta una frattura a due vertebre. La polizia interviene quando ormai gli studenti, furiosi, stanno per superare la barriera di banchi e mobili formata in precedenza dai fascisti. Il pavido Caradonna fugge attraverso il rettorato. Nel pomeriggio un grande corteo con più di settemila persone attraversa la città universitaria. Dei 52 neofascisti arrestati nessuno risulta essere studente.

 

19 aprile: a Valdagno, in provincia di Vicenza, scontri durissimi tra la polizia e gli operai della Marzotto in sciopero contro il piano di ristrutturazione dell'azienda. In quest’occasione gli operai in lotta riescono a buttar giù la statua del fondatore dell’azienda, il conte Marzotto. 42 operai sono arrestati.

 

3 ottobre: ha inizio alla Pirelli Bicocca di Milano uno degli scioperi più lunghi ed aspri degli ultimi anni per il rinnovo contrattuale dei lavoratori della gomma.

 

14 novembre: sciopero generale in tutta Italia indetto dai sindacati. Scontri a Firenze, Reggio Calabria e Torino, nei pressi dello stabilimento di Mirafiori.

 

2 dicembre: ad Avola (Sr) la polizia spara durante lo sciopero dei braccianti agricoli uccidendone due, Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, e ferendone 50.

 

31 dicembre: davanti al locale notturno La Bussola di Marina di Pietrasanta (Lu) gli studenti contestano gli avventori (alti borghesi ed imprenditori). La polizia interviene e viene gravemente ferito il militante di sinistra Soriano Ceccanti.

 

 

Per la ricostruzione della Quarta Internazionale!

Il IX Congresso della Lit‑Ci

 

Valerio Torre

 

Si avvicina a grandi passi il IX Congresso mondiale della Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale (Lit‑Ci), che si svolgerà tra la fine del prossimo mese di luglio e gli inizi di agosto in Brasile.

La celebrazione di quest’evento assume un’importanza fondamentale: sia simbolicamente – poiché coinciderà con il 70° anniversario dalla fondazione della Quarta Internazionale – sia per quel che riguarda la realtà della Lit stessa, dal momento che sancisce una fase che è segnata da un iniziale ma progressivo raggruppamento di partiti, nuclei e militanti rivoluzionari intorno a quella che viene vista come un’organizzazione trotskista conseguente.

Sotto entrambi i punti di vista – che, come vedremo, sono intimamente legati – questo congresso ruoterà intorno al concetto strategico della ricostruzione della Quarta Internazionale.

 

Il carattere “aperto” della fase precongressuale

 

Il Comitato Esecutivo Internazionale (Cei) della Lit‑Ci ha deciso, nelle riunioni che hanno adottato le opportune risoluzioni per il congresso, che la previa fase di discussione sarebbe stata segnata da un carattere “pubblico”: vale a dire, che la discussione precongressuale sarebbe stata aperta al confronto ed al contributo delle organizzazioni con cui essa sta discutendo. Si tratta di un’esigenza nata dalla constatazione che, nel quadro di un importante processo – soprattutto latinoamericano – di riorganizzazione del movimento operaio e popolare, è in atto un raggruppamento, ancora embrionale e d’avanguardia, di organizzazioni e correnti internazionali rivoluzionarie intorno alla Lit: che, in quanto organizzazione internazionale rivoluzionaria con posizioni di principio, rappresenta, a fronte della degenerazione opportunista e frontepopulista di ampi settori del movimento trotskista, un riferimento per le organizzazioni che difendono un programma rivoluzionario.

Dunque, si è posta la necessità di approfondire il dibattito politico e programmatico sui problemi centrali della lotta di classe mondiale e sulle sfide poste per il raggruppamento dei rivoluzionari: ciò allo scopo di fare di questo congresso uno strumento di lotta politica ed ideologica per la ricostruzione della Quarta Internazionale. E per questa ragione il dibattito precongressuale ha assunto un carattere “aperto” alla discussione ed al contributo di elaborazione politica di altre organizzazioni che hanno accolto positivamente quest’invito producendo dei testi che sono stati a loro volta sottomessi alla discussione dei militanti attraverso il sito web della Lit (www.litci.org).

 

I documenti: America Latina

 

Il documento relativo all’America Latina analizza la situazione politica nel continente, che è sempre più caratterizzata dalla presenza di governi di fronte popolare (soprattutto di tipo preventivo), come prodotto del combinarsi della lotta di classe e di processi rivoluzionari, della crisi di direzione rivoluzionaria e dell’adattamento dell’imperialismo al combinarsi di questi fattori. Spesso, i governi di fronte popolare riflettono in forma distorta (soprattutto elettorale) l’enorme ascesa di massa e sono sostenuti dalle direzioni del movimento di massa, che, in alcuni casi, vi partecipano direttamente.

In questo senso, un ruolo preponderante – in senso controrivoluzionario – svolge il castrochavismo, cioè quella corrente diretta da Hugo Chávez, che, con l’appoggio delle organizzazioni castriste, tenta di costruirsi su scala continentale fondandosi su un impianto antimperialista di facciata e sulle strutture e l’apparato dello stato borghese venezuelano: così cercando di intercettare il favore e la simpatia delle masse per contenerne le dinamiche.

Tuttavia, iniziano ad apparire i segni evidenti di un processo di riorganizzazione del movimento operaio, ancora minoritario ma crescente, con lo sviluppo di forti rivendicazioni popolari nei confronti dei governi di fronte popolare, che però non possono fare concessioni alle masse e perciò si logorano.

Questo processo può portare all’acuirsi della situazione rivoluzionaria. Ma, come sempre, la chiave di volta sarà la presenza di partiti rivoluzionari con una politica di classe e di preparazione per la presa del potere. Tali direzioni vanno costruite a partire dalla lotta contro la ricolonizzazione imperialista, dall’opposizione intransigente ai governi di fronte popolare e dalla battaglia per l’indipendenza di classe del movimento operaio, attraverso l’adozione di un programma di rivendicazioni transitorie adattato alle condizioni attuali della lotta di classe in America Latina.

 

Europa

 

Il documento sull’Europa propone un’analisi che muove dalla considerazione che l’Unione europea costituisce una piattaforma comune che consente agli imperialismi europei di aggredire i lavoratori tentando di imporre un arretramento storico delle conquiste sociali e lavorative; e, nel contempo, una piattaforma protesa verso l’Est europeo per approfondirne il processo di ricolonizzazione in competizione con gli imperialismi Usa e giapponese. La stessa creazione di un “esercito industriale di riserva” costituito dai lavoratori extracomunitari, benché contraddittoriamente combinata con l’applicazione di leggi restrittive sull’immigrazione (che alimentano sentimenti razzisti e xenofobi), rappresenta una delle modalità per far arretrare il proletariato.

In un quadro segnato da mobilitazioni delle classi lavoratrici, anche massicce in alcuni casi, ma che restano all’interno dei confini dei singoli Stati e non si unificano a livello europeo, appare evidente il ritardo nella costruzione di correnti di massa orientate verso un programma rivoluzionario.

Ed in questo senso, la responsabilità della Lit‑Ci è ancora più grande: l’Europa rappresenta un terreno su cui misurare la capacità di ricostruire la Quarta Internazionale costruendo nel contempo partiti rivoluzionari; ciò soprattutto considerando che partiti che usurpano il nome della Quarta Internazionale – Lcr in Francia, Sinistra Critica in Italia[1] – abbandonano ogni riferimento ai principi del trotskismo, al programma rivoluzionario ed alla necessità di costruire un’Internazionale rivoluzionaria.

 

Il progetto strategico della Lit‑Ci è ricostruire la Quarta Internazionale

 

Per attendere a questo compito la Lit‑Ci parte da un assunto fondamentale: essa non si considera, a differenza di quanto fanno altre tendenze internazionali, la Quarta rifondata, né soprattutto l’unica organizzazione in grado si svolgere questo compito.

Per questo, il IX Congresso Mondiale ha esattamente lo scopo di rivolgere alle organizzazioni rivoluzionarie con cui è iniziato un approfondito percorso di discussione la proposta di ricostruire la Quarta Internazionale come risposta alla crisi di direzione rivoluzionaria in un quadro che vede l’acutizzarsi della lotta di classe in più parti del mondo. Ricostruire oggi la Quarta significa costruire una direzione rivoluzionaria in grado di condurre la classe operaia a sconfiggere l’imperialismo instaurando la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Il programma per raggruppare i rivoluzionari è dato dalle risoluzioni dei primi quattro congressi della III Internazionale e dal Programma di Transizione, votato nella conferenza di fondazione della IV Internazionale, che deve essere attualizzato.

Per dare concretezza a questo compito strategico, la discussione deve girare intorno ad alcuni assi di fondo che costituiscono altresì delle “linee divisorie”: la posizione dei rivoluzionari di fronte ai governi di fronte popolare o populisti di sinistra, in particolare quello di Hugo Chávez, in Venezuela; il sostegno della mobilitazione permanente della classe operaia; la lotta contro tutte le burocrazie e per un regime di democrazia operaia nelle organizzazioni della classe; la presa del potere, la distruzione dello Stato borghese e delle sue Forze armate con l’instaurazione della dittatura rivoluzionaria del proletariato; la necessità di avere consigli operai, contadini e popolari; il carattere permanente della rivoluzione socialista ed il ruolo centrale della classe operaia come soggetto di essa; la necessità immediata ed ineludibile di costruire un’Internazionale rivoluzionaria e partiti nazionali di tipo bolscevico; la difesa della morale operaia e rivoluzionaria.

La proposta è, dunque, rivolta a quelle organizzazioni che condividono questi assi e vogliano improntare la discussione sul metodo delle relazioni leali e fraterne. La Lit‑Ci, che si considera uno strumento per ricostruire la Quarta Internazionale, si mette a disposizione, a partire da questo congresso, di tutte le correnti internazionali od organizzazioni nazionali rivoluzionarie per avviare ed approfondire questo confronto.

 

La morale rivoluzionaria

 

Come abbiamo visto, una delle “linee divisorie” che costituiscono pure gli assi di fondo della discussione che viene proposta è la difesa della morale operaia e rivoluzionaria.

Può sembrare strano che nel congresso di un’organizzazione politica si discuta di morale. Ma il fatto è che la decadenza della società capitalistica, la sua decomposizione morale e l’influenza che i modelli da essa imposti hanno anche sulle organizzazioni del movimento operaio, hanno fatto sorgere l’esigenza di una riflessione sulla morale dei rivoluzionari, poiché questa costituisce una parte fondamentale della battaglia per la ricostruzione della Quarta Internazionale.

La regressione imposta dallo stalinismo e dall’alluvione opportunista degli anni ’90 ha colpito, combinandosi con la marginalità del trotskismo, anche il movimento operaio e lo stesso movimento trotskista, pezzi del quale hanno assunto una “morale d’apparato” (conseguendo parlamentari ed entrando anche in governi di collaborazione di classe)[2].

Dunque, c’è la necessità, se intendiamo avanzare nella costruzione della Quarta Internazionale, di educare teoricamente e programmaticamente i militanti di tutte le organizzazioni che vogliono affrontare questo compito, ad una salda morale rivoluzionaria.

 

Le prospettive del congresso

 

Queste sono le linee generali di discussione del prossimo Congresso Mondiale della Lit‑Ci.

Raccogliendo l’invito a partecipare alla fase precongressuale, molte organizzazioni, nazionali ed internazionali, stanno inviando contributi per la discussione, così mostrando di aver compreso appieno e condiviso l’intenzione che sostiene il carattere “aperto” del congresso. Si tratta di un importantissimo primo passo, che dimostra la giustezza di una scelta del genere.

Siamo convinti che la celebrazione di questo congresso la confermerà e costituirà davvero un passo notevole verso la ricostruzione del partito mondiale della rivoluzione socialista, la Quarta Internazionale.

 

20/6/2008



[1] Su cui, al riguardo, possono essere reperiti molti articoli sul nostro sito web www.alternativacomunista.org.

[2] Pensiamo, solo per fare degli esempi, a Democrazia Socialista del Brasile, prima legata al Segretariato Unificato, che esprimeva il ministro per la riforma agraria nel governo Lula; oppure a Turigliatto e Cannavò, esponenti di Sinistra Critica (ed ancora legati al Su), che hanno sostenuto il governo Prodi e le sue peggiori misure.

La Cina, le Olimpiadi...

…e la brutale affermazione del capitalismo

 

Claudio Mastrogiulio

 

Ad agosto di quest’anno si terranno, a Pechino, le ventinovesime olimpiadi della storia. Non sarà la solita ostentazione dello strapotere economico delle multinazionali europee e statunitensi, ma l’affermazione di una verità che nel corso degli ultimi anni si sta stagliando come assoluta. Il Paese asiatico, che ancora qualche rozzo ideologo di regime si ostina ad accostare al socialismo, viene al contrario colto, in maniera molto più lungimirante, come un mercato le cui potenzialità sono già più che pronunciate. La scelta della Cina come Paese ospitante ha significato la definitiva legittimazione del Paese dinnanzi all’obiettivo che gli squali della globalizzazione hanno; vale a dire l’allargamento del mercato a zone prima difficilmente accessibili in cui poter usufruire a mani basse dell’arretratezza economica e sociale degli attori sociali che tale accrescimento subiranno.

 

La brutalità del regime cinese

 

Negli ultimi mesi hanno avuto grande risonanza a livello mediatico le manifestazioni di protesta dei monaci tibetani che reclamavano l’indipendenza del proprio stato. La risposta del regime cinese di fronte alle legittime rivendicazioni di autodeterminazione del popolo tibetano è stata quella tipica di ogni Paese oppressore e si è caratterizzata su due versanti: la violenza e le mistificazioni.

Saggi della brutale violenza con cui si è consumata la repressione nei confronti del popolo tibetano si sono avuti durante le mobilitazioni di Lhasa. Come ogni stato oppressore, anche quello cinese, molto ha puntato sulla carta delle mistificazioni di regime con l’obiettivo di capovolgere i rapporti materiali che caratterizzavano la realtà dei fatti. Ad ogni proclama dei rappresentanti del governo cinese si evidenziava la considerazione per cui i manifestanti tibetani venivano bollati come teppisti e mercenari al soldo della “cricca del Dalai Lama”. Le contemporanee immagini dei burocrati di regime cinesi che straparlavano di teppismo e quelle del popolo tibetano sottoposto ad un’oppressione politica e militare in piena regola facevano ben capire il grado di profonda vessazione che si stava perpetrando. Ancora qualche temerario s’ostina a strumentalizzare quello cinese come un regime “comunista” al fine di accrescere il grado di mistificazione per cui le storture che caratterizzano quello stato di cose siano una dimostrazione in più dell’inaccettabilità di tutto ciò che finanche s’appelli “socialista” di fronte alle democrazie occidentali (sic!). Questi rozzi tentativi di bassa propaganda sulla pelle di popoli oppressi e lavoratori che non vedono riconosciuti i propri diritti per il semplice motivo per cui a dominarli è un regime capitalista e oppressore immediatamente perdono, qualora ne abbiano mai avuta, efficacia. Le motivazioni che ci portano a ritenere la Cina come un Paese capitalista ed oppressore sono macroscopicamente evidenti, basta analizzare qualche semplice dato sulle caratterizzazione della strutturazione economica del Paese asiatico.

 

Alcuni dati significativi

 

 Innanzitutto quello economico sembra essere l’elemento fondamentale che ci conduce sull’itinerario tracciato. Sulla scia di queste considerazioni si può anche ben comprendere la natura delle garanzie che i grandi potentati economici hanno ricevuto per poter investire pesantemente sull’avvenimento olimpico di quest’anno. Le stime degli ultimi anni hanno riconosciuto alla Cina una crescita annua del Pil (prodotto interno lordo) del 9% e, ad esempio, il 2005 è stato l’anno del superamento dell’economia cinese rispetto a quella italiana nel raffronto dello sviluppo delle diverse economie nazionali. Spesso ascoltiamo illustri rappresentanti dell’intellighenzia occidentale, oltre che tutta la pletora di politicanti al servizio dei padroni dell’economia, affermare che “la globalizzazione, nonostante qualche fisiologica controindicazione, ha portato ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione mondiale”. Ancora sentiamo dire che bisogna prendere esempio dalla capacità di sviluppo dell’economia cinese, tanto quanto da quella giapponese o indiana. Alla base di queste affermazioni vi sono, come al solito per ogni sistema fondato sull’accumulazione privata del capitale e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, delle considerazioni profonde che denotano lo stato dei rapporti di forza tra le classi sociali del Paese asiatico. Le condizioni in cui versano i lavoratori cinesi, nell’ambito dello sfruttamento capitalistico cui sono impunemente assoggettati, sono determinati da peculiarità talmente aberranti da far subito risaltare l’anacronismo storico oltre che sintattico che viene compiuto quando a questo sistema socio-economico si vuole etichettare lo status di “socialista”. Salari bassissimi, condizioni di lavoro disumane ed inaccettabili, assenza della copertura sociale, enormi rischi per la salute dei lavoratori; sono questi gli architravi su cui si staglia tutto l’impianto strutturale dell’economia cinese. Se a questo aggiungiamo che nell’arco degli ultimi anni si è proceduto alla riaffermazione, anche con specifici connotati ordinamentali, della proprietà privata a cui si sta accompagnando, proprio in questi mesi, la stesura di un nuovo codice civile che s’impianti sul concetto di “proprietà”, ben si comprende l’ormai completa restaurazione del capitalismo nel territorio cinese. Si osserva in Cina una marcata sperequazione sociale che, ponendosi in continuità con tutte le grandi realtà del capitalismo internazionale, riposa sullo sfruttamento disumano dei lavoratori salariati del Paese. In questo senso possiamo far nostre alcune oggettività note ma volutamente sottaciute in nome dei bassi interessi della “meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli” (1), cioè il denaro. A far da contraltare alla monumentalità dei profitti che le multinazionali macinano e continueranno a macinare in Cina anche grazie all’appuntamento olimpico, vi sono le miserevoli condizioni di lavoro e salariali dei soggetti subalterni. Un salario medio per un lavoratore cinese si aggira intorno agli 80 dollari, a cui si aggiungono le disumane condizioni di vita che li attendono una volta irrorata nei loro corpi la quotidiana razione di sfruttamento; basti pensare al tratto comune che caratterizza il modello abitativo cinese, per cui molti di questi salariati sono costretti, per l’esiguità delle loro retribuzioni e per l’esosità degli affitti, a dividere le abitazioni con una decina di persone in stabili fatiscenti ed igienicamente improponibili. Le condizioni per accrescere i profitti delle multinazionali ci sono tutte ed esse, non certamente così stolte da pensare che i loro investimenti nel Paese possano essere messi in pericolo da un fantomatico “orco comunista”, non si lasciano sfuggire le ghiotte occasioni per concretizzare questi presupposti. Non è un caso che, oltre a numerose multinazionali d’ogni tipo di industria, a trasferire gran parte delle proprie produzioni in Cina siano stati colossi come l’Adidas, la Puma e la Nike.

 

L’ipocrisia dell’imperialismo occidentale

 

Qualche mese fa fecero scalpore le minacce del presidente della repubblica francese Sarkozy secondo cui sarebbe stato posto in essere un boicottaggio nei confronti dell’apertura dei giochi olimpici se la Cina non avesse decretato la conclusione delle violenze sul popolo tibetano. Verrebbe da considerarlo un gesto significativo se solo non si conoscessero i reali rapporti che vigono tra la Francia (e con essa tutto l’occidente capitalistico ed industrializzato) e l’appetitoso mercato asiatico. Se Sarkozy, così come tutti i rappresentanti dei paesi occidentali, avesse davvero a cuore l’autodeterminazione dei popoli non si presterebbe certamente al ruolo di capofila dell’oppressione interimperialistica in Libano; così come se avesse l’obiettivo di appianare le ingiustizie sociali di un sistema economico che invece considera il migliore possibile, non attaccherebbe i diritti dei lavoratori del suo Paese e, soprattutto, non ne farebbe reprimere le sacrosante mobilitazioni che evidentemente questo stato di cose si porta in dote. Il presidente francese, così come tutti i rappresentanti degli stati occidentali, certamente non prepone agli interessi della propria economia particolari scrupoli di sorta quando debbono crearsi, proprio con la Cina in modo particolare, reticoli di affari ed intrecci macroeconomici.

 

(1): K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.

 

Pubblicazione della Lit‑Ci.                        Nuova serie. N. 139
Maggio 2008

 

A 60 anni dalla sua creazione

Per la fine dello Stato d’Israele

Per la costruzione di una Palestina laica,

democratica e non razzista

[primo articolo]

 

Il 14 maggio si sono compiuti 60 anni dalla fondazione dello Stato d’Israele, basata su una risoluzione dell’Onu del 1947, con l’occupazione del 55% del territorio dell’allora Mandato britannico in Palestina

 

La leggenda creata dal sionismo afferma che lì si unirono “un popolo senza terra” (gli ebrei) con una “terra senza popolo” (la Palestina). La realtà, tuttavia, era molto diversa. L’organizzazione sionista mondiale e le potenze imperialiste (Usa ed Inghilterra), con l’avallo della burocrazia stalinista che governava la ex Urss, utilizzarono come scusa il dramma delle migliaia di rifugiati ebrei europei, brutalmente perseguitati dal nazismo, per trasferirne una parte in Palestina, in modo totalmente artificiale e con grande appoggio finanziario. È notorio che questo progetto fu sostenuto da parte di vari milionari ebrei europei, come i banchieri Rothschild. La risoluzione dell’Onu legalizzò quest’usurpazione.

 

Fu creata così un’autentica enclave imperialista. Vale a dire, un territorio usurpato alla nazione palestinese nella quale si insediarono migliaia di immigrati, provenienti specialmente dall’Europa orientale, totalmente dipendenti da questo appoggio finanziario per sopravvivere e, pertanto, disposti a difendere la politica dell’imperialismo nella regione. Ben Gurion, uno dei principali dirigenti sionisti dell’epoca e primo presidente di Israele, espresse con grande chiarezza questa profonda associazione del sionismo con l’imperialismo statunitense: “La nostra più grande preoccupazione era la sorte che sarebbe stata riservata alla Palestina dopo la guerra. Già era chiaro che gli inglesi non avrebbero conservato il loro Mandato. Se pure si avevano tutti i motivi di credere che Hitler sarebbe stato sconfitto, era evidente che la Gran Bretagna, anche se vittoriosa, sarebbe rimasta molto indebolito dal conflitto. Per questo, io non avevo dubbi che il centro di gravità delle nostre forze doveva passare dal Regno Unito all’America del Nord, che era sul punto di diventare il primo paese del mondo.

 

D’altro lato, la Palestina non era una “terra senza popolo”, bensì la patria storica degli arabi palestinesi, in cui aveva convissuto in pace, per molti secoli, una minoranza di ebrei di origini arabe. All’atto della sua stessa fondazione, Israele non si limitò ad usurpare il territorio aggiudicato dall’Onu: il movimento sionista pianificò ed eseguì un’offensiva per appropriarsi di una parte del settore concesso ai palestinesi (il 20% in più della superficie totale) espellendone gli abitanti.

 

Lo fece attraverso le sue organizzazioni armate e con metodi terroristici contro la popolazione civile. Nel villaggio di Der Yasin, ad esempio, le milizie sioniste assassinarono 254 dei suoi 700 abitanti, un massacro che fu un autentico simbolo di come è stato creato lo Stato di Israele. In tal modo, 800.000 palestinesi (un terzo della popolazione dell’epoca) furono espulsi dalla loro terra ed iniziarono a vivere il dramma dei rifugiati.

 

Non è casuale, dunque, che i palestinesi ricordino questa data come la nakba (catastrofe) poiché significò l’inizio di una dolorosa realtà. Attualmente, il popolo palestinese è diviso fra coloro che vivono all’interno di Israele, discriminati e trattati come abitanti di seconda classe; gli abitanti di Gaza e Cisgiordania, sottomessi all’assedio ed all’aggressione permanente del sionismo, e più di 6 milioni di rifugiati nelle nazioni arabe, che vivono in accampamenti precari, spesso perseguitati e repressi dagli stessi governi arabi.

 

Per questo, da allora, il popolo palestinese, ed anche l’insieme delle masse arabe, si sono posti la necessità di lottare per la liberazione della loro terra espellendone l’invasore sionista.

 

La Lit-Ci (Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale) appoggia incondizionatamente questa lotta del popolo palestinese contro lo Stato sionista. In questo senso, non facciamo altro che mantenere la storica posizione della IV Internazionale che, nel 1948, approvò una risoluzione contro la creazione dello Stato di Israele ed appoggiò la rivendicazione palestinese sul suo storico territorio.

 

 

 

Israele: agente militare dell’imperialismo nel Medioriente

[secondo articolo]

 

L’obiettivo dell’imperialismo, specialmente quello statunitense, con la fondazione di Israele, è stato quello di avere un agente militare diretto nel Medioriente. Una regione che, oltre a possedere le maggiori riserve di petrolio del mondo, viveva un forte processo di lotta antimperialista e contro le corrotte “monarchie petrolifere”. Si trattava di avere “proprie truppe” al proprio servizio contro il popolo palestinese e le masse arabe.

 

Non è casuale che dalla sua creazione, come autentico “avamposto militare”, Israele abbia sempre vissuto in stato di guerra ufficiale o di fatto. Le azioni ed aggressioni militari di questo Stato, dal 1948 ad oggi, sono state le seguenti:

 

1948: Espulsione con metodi terroristici di 800.000 palestinesi. Guerra contro nazioni arabe.

1956: Guerra contro l’Egitto, che aveva nazionalizzato il Canale di Suez (alleanza segreta con la Franciala Gran Bretagna). e

1967: “Guerra dei sei giorni” contro le nazioni arabe: occupazione militare di Gaza, Cisgiordania, alture del Golan (Siria) e penisola del Sinai (Egitto).

1973: “Guerra dello Iom Kippur”contro le nazioni arabe.

1982: Invasione ed occupazione del sud del Libano (sconfitto dopo alcuni anni, Israele si ritirerà “ufficialmente” nel 2000).

1987-1989: Repressione della Prima Intifada (Gaza).

1991: Attacco aereo all’Iraq (Prima Guerra del Golfo).

2000: Repressione della Seconda Intifada (Gaza).

2006: Seconda invasione del Libano (Israele è stato sconfitto dalla resistenza di Hezbollah).

2006-2008: Minaccia di “attacchi aerei lampo” all’Iran.

2007-2008: Attacchi militari ed embargo a Gaza.

 

Uno stato militarizzato

 

L’obiettivo della creazione di Israele, espresso nella precedente cronologia, spiega perché la popolazione israeliana viva sempre “sul piede di guerra”. Al compimento dei 18 anni, ogni cittadino deve svolgere un servizio militare obbligatorio, tre anni per i maschi e due per le femmine. Dopo di che, rimangono come “riservisti” fino ai cinquant’anni, con un mese di addestramento annuale obbligatorio.

 

Per questi “servizi militari”, gli Usa inviano “ufficialmente” 3 miliardi di dollari all’anno ed ancora 2 miliardi ad altri vari titoli. A questo, debbono aggiungersi i fondi raccolti dalle organizzazioni sioniste di tutto il mondo. In tal modo, Israele riequilibra il deficit della sua bilancia commerciale (10 miliardi di dollari) ed il suo cronico deficit di bilancio.

 

Allo stesso tempo, la costruzione di armamenti e tecnologia militare e di sicurezza si è trasformata, da parecchi anni, nella principale attività economica del paese e nella principale voce di esportazioni (12 miliardi di dollari, il 40% del totale), dissimulata nelle statistiche come “esportazione di alta tecnologia”.

 

In altre parole, la maggioranza della popolazione israeliana vive, direttamente o indirettamente, del bilancio militare e dell’industria degli armamenti. Per questo, le forze armate sono, in realtà, l’istituzione più importante dello Stato. Non è casuale che la maggioranza dei leader politici più importanti della storia del paese siano stati in precedenza capi militari.

 

Uno stato razzista

 

Un’altra grande menzogna del sionismo è che Israele è uno Stato “democratico e progressista”. Nulla di più falso. Sin dalla sua fondazione, si è costituito come uno Stato razzista, per la sua ideologia e le sue leggi destinate ad espropriare le case e le terre dei palestinesi.

 

Israele è ufficialmente uno “stato ebraico”. Vale a dire, non è lo stato di tutti quelli che risiedono nel paese o vi siano nati, ma possono essere considerati cittadini soltanto quelli che si considerano di fede o di discendenza ebraica. Il 90% delle terre vengono riservate esclusivamente agli ebrei, attraverso il Fondo Nazionale Ebraico, il cui statuto definisce queste come “terre di Israele”, le vincola a questa istituzione ed esse non possono essere vendute, affittate e neanche lavorate da un “non ebreo”. Ai palestinesi è proibito comprare o anche affittare le terre annesse allo Stato dal 1948.

 

Sin dalla fondazione del paese, esiste un sistema di discriminazione razziale che domina assolutamente tutti i destini delle vite palestinesi. Cosa si potrebbe dire oggi di un paese la cui politica ufficiale fosse l’espropriazione delle terre degli ebrei o che semplicemente proibisse a qualsiasi ebreo di potervisi stabilire sposandosi con una non ebrea? Ovviamente, lo si definirebbe come un flagrante caso di discriminazione antisemita tanto da poterlo comparare col nazismo o con l’apartheid sudafricano. Tuttavia, questo criterio è legale in Israele, grazie ad una serie di istituzioni e leggi che riguardano soltanto i suoi abitanti non ebrei.

 

La Legge della Nazionalità stabilisce chiare differenze fra ebrei e non ebrei per ottenere la cittadinanza. Per la Legge della Cittadinanza, nessun cittadino israeliano può sposarsi con un residente dei territori palestinesi occupati. Ove questo accada, perde i diritti di cittadinanza israeliana e la famiglia, se non è separata, deve emigrare.

 

Per la Legge del Ritorno, qualsiasi ebreo del mondo, se si trasferisce nel paese, può essere cittadino israeliano ed ottenere un’infinità di privilegi che i nativi non ebrei non possiedono. Però i familiari dei palestinesi dello Stato di Israele che vivono all’estero (molti di essi espulsi dalle loro terre in Palestina o i loro discendenti) non possono ottenere lo stesso beneficio per il solo fatto di non essere ebrei.

 

La Legge dell’Assente permette l’espropriazione delle terre che non siano state coltivate per un certo tempo. Però mai è stata espropriata la terra di un ebreo. La maggioranza delle espropriazioni si sono realizzate contro rifugiati palestinesi in esilio, palestinesi abitanti di Israele ed ogni palestinese che risiedeva sulla riva occidentale del fiume Giordano ed aveva terre nella zona allargata di Gerusalemme.

 

 

La falsa “democrazia israeliana”

[terzo articolo]

 

La stampa occidentale, specialmente i media imperialisti, non si stancano di ripetere che Israele è “l’unica democrazia del Medioriente”. Tuttavia, come può chiamarsi “democrazia” un regime che persegue persone per la loro razza o religione? Come può essere chiamato “democratico” un regime nel quale gli abitanti originari espulsi nel 1948 non hanno il diritto di ritornare alle loro case e terre e gli abitanti dei territori occupati nel 1967 non hanno nessun diritto civile?

 

Un regime nel quale i pochi deputati di origine araba non possono criticare il sionismo, sotto minaccia di pesanti sanzioni penali, oppure sono obbligati ad uscire dal paese, come è accaduto ad Azmi Bishara. Nel quale i pochissimi intellettuali ebrei che mettono in discussione le menzogne sull’origine di Israele, o si oppongono alle atrocità dei governi sionisti, sono sottoposti ad intimidazioni e messi nell’impossibilità di realizzare le loro ricerche, come è accaduto con Ilan Pappe, che ha abbandonato Israele nel 2007 per esercitare la docenza in Inghilterra, a causa della pressione che subiva nell’Università di Haifa e delle minacce di morte da parte di gruppi sionisti. Nel quale il fisico Mordechai Vanunu, per il preteso “crimine” di aver rivelato l’esistenza di armi nucleari segrete, venne sequestrato in Europa e, dopo aver scontato 20 anni di carcere, non può uscire dal paese né rilasciare interviste.

 

In qualsiasi paese del mondo, questa realtà sarebbe definita come un’atroce dittatura appena mascherata da “democrazia” ad opera degli oppressori sionisti, la stessa “democrazia” dei bianchi sudafricani durante l’apartheid.

 

Il genocidio dei palestinesi

 

Israele deve esercitare una permanente violenza contro la popolazione dominata. Al fine di mantenere il suo carattere coloniale e razzista, non può tollerare nessuna resistenza interna, né minacce alle sue frontiere. Il suo stesso carattere lo porta ad essere espansionista ed a reprimere qualsiasi minimo dubbio sulla sua natura.

 

Per questo, Israele ha sempre praticato una politica di “pulizia etnica” dei palestinesi, sradicandoli dalle loro terre ataviche o reprimendo duramente sia quelli che vivono all’interno delle sue frontiere sia quelli nei territori di Gaza e Cisgiordania.

 

Circa 11.000 prigionieri politici palestinesi imputridiscono nelle carceri sioniste, centinaia di essi sono bambini e donne. Una di esse ha partorito, ammanettata, nella prigione, dove resta con suo figlio; 70 prigionieri hanno già scontato più di 20 anni di carcere. La tortura è praticata con l’autorizzazione della magistratura e gli “omicidi mirati” di combattenti nei Territori sono una routine quotidiana.

 

La Lit-Ci definisce lo Stato israeliano come “nazista” perché quando si perseguita un popolo intero, con l’obiettivo di eliminarne l’identità, di renderlo schiavo o espellerlo dalla sua terra, non c’è altro nome che meglio possa esprimere quest’essenza politica. La terribile contraddizione storica è che sono i discendenti dei perseguitati in Europa dal nazismo quelli che ora applicano questi stessi metodi contro un altro popolo.

 

La sua popolazione, educata per essere sempre al servizio dell’esercito, accetta con naturalezza, ad asfissiante maggioranza, questa realtà di aggressioni militari ai palestinesi ed ai popoli arabi e questa politica genocida, poiché solo la forza delle armi può garantire la sopravvivenza dell’enclave coloniale.

 

Gaza: territorio palestinese indipendente

 

La crescente difficoltà dell’imperialismo e di Israele per sconfiggere la resistenza palestinese li ha portati a sostenere, nel 1993, gli Accordi di Oslo. In essi, l’organizzazione Al Fatah e l’Olp, fino ad allora indiscussa direzione del popolo palestinese, riconobbero l’esistenza dello Stato di Israele e ne legalizzarono l’usurpazione della maggioranza del territorio palestinese. In tal modo, abbandonarono e tradirono la lotta del loro popolo. In cambio, ebbero la promessa che in futuro sarebbe stata permessa la nascita di uno “Stato palestinese” e la creazione immediata, a Gaza ed in Cisgiordania, della Anp (Amministrazione Nazionale Palestinese). Si trattava, in realtà, di piccoli territori isolati, simili ai bantustan sudafricani all’epoca dell’apartheid.

 

Nel 2006, l’organizzazione Hamas ha vinto le elezioni della Anp. Il suo trionfo è stato dovuto al fatto che ancora manteneva nel suo programma la proposta della fine dello Stato di Israele e l’appello a lottare contro di esso. La vittoria elettorale di Hamas ha messo in crisi la politica degli Accordi di Oslo ed ha mostrato il rifiuto maggioritario del popolo palestinese di detti accordi. Ha evidenziato anche il profondo logoramento della direzione di Mahmud Abbas e di Al Fatah, trasformata oggi in un agente incondizionato di Israele e dell’imperialismo.

 

Al di là degli intenti conciliatori di Hamas, che, a metà del 2007, ha fatto appello a formare un “governo di unità nazionale” con Al Fatah, la situazione è sfociata in scontri aperti fra entrambe le forze ed in un colpo di stato organizzato da Abbas per sostituire Hamas e prendere il controllo totale del governo. La reazione delle masse di Gaza ha spinto Hamas ad espellere da questo territorio l’apparato militare di Abbas e la polizia di Al Fatah. È stato un grande trionfo delle masse palestinesi perché hanno liberato Gaza dal controllo di Israele e dei suoi agenti, trasformandola così, nei fatti, in un territorio palestinese indipendente, quantunque in condizioni di isolamento molto difficili.

 

Sconfiggere Gaza a qualsiasi prezzo

 

Questa situazione era del tutto intollerabile per uno Stato come Israele, che ha iniziato un’azione combinata di attacchi militari, prima per distruggere le infrastrutture per la generazione di elettricità e per la somministrazione di acqua e dopo con bombardamenti diretti sulla popolazione civile ed un embargo serrato per impedire l’ingresso di alimentari, medicinali e combustibili. Occorreva sconfiggere a qualsiasi costo la resistenza del popolo di Gaza obbligandolo ad arrendersi.

 

L’estrema crudeltà di questa politica israeliana, il suo embargo ed i suoi attacchi genocidi, non sono altro che la continuità dei numerosi crimini che i sionisti hanno commesso nei sessant’anni di esistenza di Israele. Questa politica ricorda, sotto vari aspetti, quella che i nazisti usarono contro gli ebrei, durante la Seconda Guerra Mondiale, specialmente la creazione del Ghetto di Varsavia che, nel 1943, si sollevò contro l’occupazione nazista. Addirittura, un ministro del governo israeliano di Ehmed Olmert, è arrivato a parlare di fare un “olocausto” a Gaza.

 

Però, se la sollevazione del Ghetto di Varsavia fu violentemente schiacciata, la resistenza delle masse di Gaza si mantiene in tutta la sua forza. Pochi mesi fa, esse sono giunte ad abbattere i muri di una parte della frontiera con l’Egitto ed hanno obbligato il governo di questo paese, la dittatura proimperialista di Hosni Mubarak, a lasciar passare, per qualche tempo, la popolazione palestinese affinché si approvvigionasse di alimentari e medicinali. Al tempo stesso, questa resistenza prosegue anche in un attacco fatto con missili approssimativi contro il territorio israeliano e riesce a tenere testa ad alcune incursioni delle forze militari sioniste, come nel caso dell’imboscata in cui sono stati uccisi tre soldati israeliani.

 

 

 

60 anni dopo, l’unica soluzione continua ad essere una Palestina unica, laica, democratica e non razzista

[quarto articolo]

 

La Lit-Ci rivendica che l’unica soluzione reale alla situazione di conflitto permanente della regione è la costruzione di una Palestina Unica, Laica, Democratica e Non Razzista, parola d’ordine fondativa dell’Olp, nel decennio del 1970.

 

Ci opponiamo alla proposta dell’Onu dei “due Stati”, uno ebreo ed un altro palestinese, rivendicata, con qualche variante, da diverse organizzazioni di sinistra. In primo luogo, questo “Stato palestinese”, limitato alla Striscia di Gaza e ad una parte della Cisgiordania, non avrebbe nessuna possibilità reale di autonomia economica o politica. L’accettazione di questo “mini-Stato” significherebbe, inoltre, negare il “diritto al ritorno” nella loro patria dei milioni di rifugiati poiché le loro case e terre espropriate permarrebbero in Israele. Dal punto di vista militare, questo piccolo Stato vivrebbe assediato da una permanente minaccia di aggressione da parte di un nemico armato fino ai denti.

 

In questa Palestina Unica, Laica, Democratica e Non Razzista, senza muri né campi di concentramento, potranno ritornare i milioni di rifugiati espulsi dalla loro terra e recupereranno i loro pieni diritti i milioni che vi rimasero e che oggi sono oppressi.

 

Potranno rimanere in essa anche tutti gli ebrei che siano disposti a convivere in pace ed in eguaglianza. In questo senso, facciamo appello ai lavoratori ed al popolo israeliano ad aggiungersi a questa lotta contro lo Stato razzista e gendarme di Israele. Benché sappiamo che, per il carattere della maggioranza della popolazione ebrea e israeliana che abbiamo segnalato, è molto probabile che solo una minoranza accetti questa possibilità e che la grande maggioranza sarà disposta a difendere fino alla fine, con le armi in pugno, l’attuale Stato sionista.

 

Però la costruzione di questa Palestina unita, basata su un recupero del suo territorio storico, ha il suo principale ostacolo nell’esistenza dello Stato di Israele, come enclave coloniale e stato gendarme dell’imperialismo. Per questo, La Lit-Ci afferma che non vi sarà pace in Medioriente, né un’autentica soluzione per il popolo palestinese, fino a che lo Stato di Israele non venga definitivamente sconfitto e distrutto. Cioè, fino a che il cancro imperialista che corrode la regione non sia estirpato definitivamente. Qualsiasi altra soluzione significa la sopravvivenza del “cancro” e la continuazione della sua azione letale e distruttiva. Questo compito storico, equivalente a quello che fu la distruzione dello stato nazista tedesco o di quello dell’apartheid sudafricano, è all’ordine del giorno.

 

Al tempo stesso, la Lit-Ci afferma che la lotta per una Palestina Laica, Democratica e non Razzista è una parte fondamentale delle lotte delle masse arabe ed un passo verso la costruzione di una Federazione Socialista delle Repubbliche Arabe.

 

È possibile sconfiggere Israele

 

Fino ad alcuni anni fa, il compito di sconfiggere Israele sembrava impossibile, dopo le sue schiaccianti vittorie militari fino al 1973. Questa è stata la scusa che hanno utilizzato molti governi arabi e la direzione di Al Fatah per giustificare la propria capitolazione ad Israele ed il loro tradimento della causa palestinese.

 

Sappiamo che la lotta contro un’usurpazione coloniale è sempre molto difficile. Per esempio, l’indipendenza dell’Algeria richiese anni di ribellione popolare, azioni di guerriglia ed una campagna mondiale di appoggio per ottenere di sconfiggere non solo l’esercito francese ma anche i gruppi fascisti, come l’Oas, ed obbligare i coloni imperialisti francesi ad accettare la loro sconfitta.

 

Però la realtà è molto cambiata dal 1973: le due Intifada palestinesi e la ritirata dal Libano, nel 2000, sono stati i primi sintomi dell’indebolimento di Israele. In modo ancora più evidente, la sconfitta delle truppe sioniste nel Libano di fronte alla resistenza diretta da Hezbollah, nel 2006, ha posto la sconfitta e la fine dello Stato di Israele come un compito possibile ed attuale.

 

Un indebolimento che si è espresso anche nella reazione della popolazione israeliana e nella profonda crisi politica che si è aperta nel paese. Per la prima volta, l’esercito sionista è uscito chiaramente sconfitto e logorato dal suo fallimento, mettendo in dubbio la sicurezza, fino ad allora assoluta, che esso era “invincibile” di fronte a possibili insurrezioni ed attacchi armati dei popoli arabi.

 

Al tempo stesso, l’immagine mondiale del sionismo, come un movimento “progressista” e, perfino, “socialista”, crolla miseramente, mostrando la sua autentica natura. La distruzione causata nel Libano e l’azione genocida a Gaza hanno fatto sì che sempre più spesso intellettuali e settori medi, che prima simpatizzavano con Israele, ora lo critichino e lo denuncino con forza. Ciò ha permesso campagne di boicottaggio molto più efficaci, come in Inghilterra, ed azioni vittoriose, in Spagna, contro concerti musicali promossi da Israele. L’isolamento del sionismo è sempre più crescente nel mondo, specialmente nei settori operai e nei movimenti sociali.

 

Quest’indebolimento, inoltre, si produce nel quadro di una crescente crisi della politica di Bush nella regione (la “guerra contro il terrore”), impantanata in Iraq ed in Afganistan e profondamente messa in discussione negli stessi Usa. Israele è un tassello chiave del dispositivo militare imperialista in Medioriente e, come tale, sarà difeso fino all’ultimo dagli Usa. Però questa complessiva situazione apre una nuova occasione nella regione, perfino sul terreno militare.

 

L’appoggio della popolazione egiziana ai palestinesi che cercavano di approvvigionarsi e l’impossibilità dell’esercito egiziano di reprimerli; l’utilizzo, da parte dei gruppi della resistenza palestinese a Gaza, di tattiche ed armi come quelle usate con successo da Hezbollah in Libano; tutto ciò mostra che la situazione si fa più acuta in tutta la regione.

 

Questi fatti rendono possibile ed attuale il compito storico di sconfiggere lo Stato razzista di Israele, a sessant’anni dalla sua creazione. La condizione per questo è lo sviluppo di una lotta politica e militare unificata del popolo palestinese e dell’insieme delle masse arabe e musulmane. La Lit-Ci impegna tutte le proprie forze in appoggio a questo compito.

 

San Paolo,12 maggio 2008

Segretariato Internazionale della Lit-Ci

Vicenza: no alla farsa del referendum

CONTRO LA BASE USA, SOLO LA LOTTA PAGA

 

Comunicato della sezione vicentina del PdAC

 

Il Partito di Alternativa Comunista (sezione italiana della Lit) ritiene che sostenere il referendum contro la nuova base equivale a ostacolare non la base ma la crescita della lotta e della mobilitazione, surrogandole con una consultazione. Col referendum si accetta che sia l'urna (e non la lotta) a decidere e, di conseguenza, ci si prepara ad accettare l'eventuale parere favorevole espresso dagli elettori vicentini, anche a nome di tutta la popolazione nazionale e delle popolazioni di altri Paesi che subiranno attacchi che partiranno proprio da quella base: la base è a Vicenza, ma riguarda tutti, in primo luogo i popoli oppressi dall'imperialismo. Tra l'altro si sa, in anticipo, che nel caso di una vittoria del No ciò che si otterrebbe sarebbe solo un eventuale spostamento del sito in un'altra zona. Ma una delle parole d’ordine del movimento non era “Né qui né altrove”?

La guerra dell'imperialismo - che è un tema secondo noi non separabile da quello della base vicentina - non si sottopone a “consultazioni”. Per questo noi sosteniamo che il referendum è dannoso, costituisce un boomerang per il movimento e l'unico modo per impedire l'allargamento della base è continuare la lotta. Serve una grande mobilitazione, che va ripresa e sottratta all'uso strumentale che ne ha fatto la sinistra “governista” in tutte le sue articolazioni; una mobilitazione che è necessario si ricolleghi con il movimento internazionale contro la guerra e che colleghi l’attacco ai diritti dei lavoratori e lo scempio del territorio al costante aumento delle spese militari.

 

 

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