Partito di Alternativa Comunista

Bolivia: rivoluzione e controrivoluzione

Bolivia: rivoluzione e controrivoluzione

Le prospettive dopo il referendum revocatorio

 

Valerio Torre                                                        

 

Già alla vigilia del referendum revocatorio del 10 agosto, la Bolivia si trovava in una situazione esplosiva: era in atto uno sciopero dei minatori che rivendicavano da Evo Morales che mantenesse l’impegno assunto nella campagna elettorale del 2005, cioè la fine di un sistema neoliberale di pensionamento e la sua sostituzione con una nuova legge più giusta. D’altro canto, si producevano attacchi della destra, che culminavano con l’esplosione dell’auto di un ministro del governo e manifestazioni di protesta che impedivano l’arrivo di Hugo Chávez e di Cristina Kirchner nel paese.

Tuttavia, mentre la giusta lotta dei lavoratori si scontrava con la forte repressione da parte della polizia di Evo Morales, al clima di terrore e di instabilità politica creato dai settori reazionari il presidente ha risposto invitandoli al dialogo a partire dal giorno seguente al risultato referendario.

 

L’esito del referendum revocatorio

 

Evo ha ottenuto un gran trionfo a livello nazionale, col 67,41% di Sì ed il 32,59% di No. In un quadro di alta partecipazione al voto (83%), ha aumentato – rispetto alle elezioni presidenziali – il proprio peso in tutti i dipartimenti in cui è divisa la Bolivia (nove), vincendo in sei, compreso in Pando ed in Chuquisaca che sono diretti da prefetti della c.d. “Mezzaluna”. Questo risultato, però, è stato ridimensionato dalla conferma dei prefetti della Mezzaluna nei dipartimenti già controllati dalla destra. La revoca dei prefetti di Cochabamba e La Paz, alleati di questa, non avrà conseguenze neanche nel caso, abbastanza probabile, che Evo riuscisse a sostituirli con propri uomini, dal momento che l’oligarchia reazionaria controllerebbe pur sempre cinque dipartimenti su nove.

Insomma, se il referendum ha rafforzato Morales nazionalmente, non gli ha consentito di cambiare i rapporti di forza a livello amministrativo: dunque, nessuno ha perso e tutti hanno vinto.

 

La resa di Evo Morales e le sue conseguenze

 

Le masse boliviane non si aspettavano certo che il referendum potesse risolvere la crisi politica nel paese, ma certamente confidavano che quantomeno si ridimensionasse: lo dimostra l’alta partecipazione al voto.

Ma Evo Morales ha subito tradito questa sia pur limitata aspettativa. Il 12 agosto ha convocato un tavolo di concertazione con i prefetti oppositori proponendo – di fronte alla loro richiesta di devoluzione dell’imposta sugli idrocarburi riscossa dallo Stato – un patto che costituisce di fatto una resa: offrendo all’oligarchia di legalizzare gli statuti di autonomia dei dipartimenti[1] inserendone la rivendicazione centrale nel progetto di nuova costituzione varato dall’Assemblea Costituente per poi sottoporre questa nuova versione a referendum popolare.

Un cedimento, insomma, che ha rappresentato la legittimazione di settori golpisti di una borghesia che, sconfitta alle elezioni presidenziali del 2006 dalla netta affermazione di Evo Morales, ha dovuto accettarne il governo come il male minore, lavorando al proprio rafforzamento in questi due anni e mezzo in attesa di tempi migliori. E questi tempi sono infine arrivati grazie ad una politica sempre più capitolatrice agli interessi della borghesia da parte di Evo, che ha negoziato in continuazione con essa frenando nel contempo i movimenti sociali perché restassero buoni, in attesa e tranquilli, spacciando il solito argomento che il suo governo è senz’altro preferibile a quelli che lo hanno preceduto.

Questo cedimento ha avuto conseguenze immediate: la borghesia cruceña ha percepito la debolezza del governo ed ha abbandonato il tavolo convocando nei 5 dipartimenti ribelli lo sciopero civico, mentre la Unione Giovanile Cruceña, un movimento di tipo fascista addestrato e foraggiato da sedicenti Comitati Civici dell’oligarchia, attaccava già il 15 agosto due commissariati di polizia. Si trattava, in realtà, di una manovra preparata per poter alzare la posta rivendicando dal governo centrale la necessità di una polizia locale dei dipartimenti.

Il 16 agosto Santa Cruz sembrava un campo di battaglia. Il 19 lo sciopero simultaneo nelle 5 regioni le ha completamente paralizzate. D’altro canto, Evo Morales – che non si era fatto scrupolo sino a pochi giorni prima di reprimere, come abbiamo visto, le giuste lotte dei minatori – si trastullava col suo 67% di appoggio popolare manifestando tutta la sua impotenza nel fronteggiare una vera dichiarazione di guerra da parte dell’oligarchia.

 

La situazione si fa più critica

 

Pochi giorni dopo, mentre Morales emetteva il decreto che fissa il prossimo voto referendario sulla nuova Costituzione, a Santa Cruz iniziavano repressioni razziste contro gruppi di indigeni. Contemporaneamente, in Tarija e nel Beni, bande fasciste inscenavano violente proteste antigovernative con blocchi stradali ed instauravano un clima di terrore.

Intanto, il governo di Evo, ritenendo che l’ambasciatore Usa fosse coinvolto nell’organizzazione di tali disordini e nell’appoggio dell’oligarchia, lo espelleva: analoga misura veniva assunta come ritorsione dal governo Bush ai danni dell’ambasciatore boliviano.

Proprio mentre scriviamo, gruppi fascisti si sono impossessati di numerosi uffici pubblici, delle principali strade e degli aeroporti della Bolivia orientale, attentando contro i mezzi di comunicazione ed alcune infrastrutture degli idrocarburi. In questo momento, Morales non governa questa zona e le valli boliviane.

Eppure, Evo, mostrando una debolezza che gli viene dall’essere il capo di un governo di fronte popolare, cioè di un governo borghese che si serve del proprio ascendente sulle masse per difendere, al contrario, gli interessi della borghesia, ha continuato a rifiutare di dichiarare lo stato d’assedio contro quello che egli stesso definisce un “golpe civico delle prefetture contro l’unità del paese e la democrazia”, con la scusa di “non cedere alle provocazioni”. D’altronde, la stessa reazione popolare, è sinora stata molto timida, proprio per aver riposto eccessiva fiducia in un governo che le masse sentono come proprio, ma che continua a tradirle sollecitando, anche di fronte a tale picco di violenze, il dialogo con i prefetti ribelli. Ad oggi, gli scontri hanno registrato 8 morti, decine di feriti, torturati e persino desaparecidos.

 

L’unica alternativa

 

Oggi, più che mai, è necessario che le masse, nonché i settori popolari che ancora credono in Evo Morales, rivendichino da lui che nessun accordo deve essere raggiunto con l’oligarchia, nessun passo indietro deve essere fatto nell’approvazione della nuova Costituzione, e con nessun riconoscimento delle istanze secessioniste dei dipartimenti ribelli. È necessario, soprattutto ora, che rivendichino l’armamento popolare per sconfiggere definitivamente i separatisti e le loro squadracce. È necessario ancora che rivendichino, finalmente, una vera espropriazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle risorse naturali, con l’espulsione dal paese delle multinazionali imperialiste; e che, ancora, venga infine approvata la riforma delle pensioni reclamata dai minatori, dagli insegnanti, dagli operai industriali, ecc.

E, come la storia boliviana ha insegnato, è necessario, per progredire nel processo rivoluzionario, vincere la grande sfida per i lavoratori, i contadini e le loro direzioni: forgiare una direzione unitaria e combattiva delle lotte. Ma, per giungere a questo risultato, occorre che le organizzazioni sociali recuperino la propria indipendenza di classe di fronte al governo e che le direzioni si pongano alla testa delle mobilitazioni.

È una sfida che può essere vinta: è l’unica alternativa – quella rivoluzionaria – che i lavoratori ed i contadini boliviani hanno.

(13 settembre 2008)



[1] Statuti che sono il prodotto di referendum illegali convocati dai prefetti, con cui si cerca di portare avanti, attraverso un fittizio processo di “autonomizzazione” un progetto strategico di vera e propria divisione delle regioni ricche della Bolivia da quelle contadine e povere.

Newsletter

Compila questo modulo per ricevere la newsletter del Pdac

Questa domanda è un test per verificare che tu sia un visitatore umano e per impedire inserimenti di spam automatici.

Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale

NEWS Progetto Comunista n 90

NEWS Trotskismo Oggi n15

troskismo_15

Ultimi Video

tv del pdac

Menu principale