Partito di Alternativa Comunista

Cultura e società

Il lascito del Sessantotto nei film di Gabriele Salvatores

 

William Hopex

 

Negli ultimi decenni la trasformazione del clima sociale, politico e economico in Italia ha inciso sulle esistenze individuali, e la società è stata plasmata secondo gli interessi del capitale. Le comunità sono state frammentate e si è sviluppata una crescente disillusione verso i valori della società contemporanea, uno stato d’animo esacerbato dalla non realizzazione del potenziale rivoluzionario del Sessantotto e il periodo dopo. Questo sentimento caratterizza i film di Gabriele Salvatores, un regista che ha ripetutamente esaminato le conseguenze dell’alienazione e della vittimizzazione dell’individuo dalle istituzioni statali e dal capitalismo.

 

Il film noir

 

Il suo sguardo ha spaziato dal destino della classe operaia a quello della piccola borghesia per mettere in rilievo la vulnerabilità e lo sfruttamento di entrambi i gruppi. In Kamikazen - Ultima notte a Milano (1987) Salvatores usa l’estetica del film noir per esprimere il rapporto fra un proletariato che riesce ancora a dedicare tempo ai sbocchi creativi e artistici - personificato da Walter Zappa (Paolo Rossi), di professione facchino che si esibisce di notte nei locali milanesi con numeri comici - e una borghesia parassitaria motivata solo dall’accumulazione di capitale e incarnata nel film dall’impresario Corallo.

Il film sottolinea l’affermazione di Marx che una volta che i bisogni materiali dell’individuo sono stati soddisfatti, la produzione culturale e artistica offre maggiori possibilità per realizzare ‘lo sviluppo del potenziale umano per il bene dell’individuo’(1) Benché Kamikazen dipinga un quadro desolato del destino dei comici aspiranti come Zappa, il cui tempo libero viene sfruttato dagli impresari come Corallo, il film dimostra il modo in cui si può impiegare la cultura per sfidare l’egemonia ideologica dei gruppi sociali dominanti. La sovversiva esibizione decostruzionalista di Zappa, eseguita davanti a un pubblico ammutolito, esemplifica il modo in cui la cultura possa sensibilizzare lo spettatore invece di istupidirlo.

 

La generazione postsessantottina

 

Un altro film, Turné (1990), rappresentando una tournée provinciale di una produzione de Il giardino dei ciliegi, dimostra anche il potenziale radicale della cultura impegnata e collettiva, soprattutto dal vivo, a differenza delle tentazioni lucrative della televisione e del cinema che minacciano di minare la compagnia teatrale sussumendo e mercificando gli attori più bravi. Marrakech Express (1989) e Mediterraneo (1991) rivisitano due periodi storici caratterizzati da un fermento sociale - l’agitazione politica della fine degli anni Sessanta e dopo, e la seconda guerra mondiale - per analizzare i fattori che militavano contro una profonda trasformazione sociale. In Marrakech Express, un gruppo di ex-studenti (borghesi che si credevano radicali), ormai dei professionisti di mezza età che hanno fatto la pace col capitale, vengono a sapere che un loro amico, Rudy, è stato arrestato in Marocco per possesso di droga; perciò decidono di andare in Africa con i soldi per ottenere la sua libertà. Il film si sofferma sulle incrinature nei loro rapporti interpersonali sia come viaggiatori che come studenti negli anni Settanta, e si dimostra che i personaggi hanno una percezione illusoria del fatto che esistesse una solidarietà e una maggiore convergenza sociopolitica fra di loro nella loro gioventù.

Il film emette un verdetto severo sul supposto radicalismo del quartetto e la loro classe in questa congiuntura storica. Un flashback basato sui ricordi di Marco (Fabrizio Bentivoglio) conferma che l’apparente radicalismo dei personaggi non era ciò che sembrava. Marco si ricorda di un episodio che simboleggiava l’attivismo particolare del gruppo; lontano dalle immagini ben documentate di barricate e di Molotov, il quartetto viene rappresentato mentre partecipa ad un attacco futile sul refettorio di un’università, un’azione caratterizzata da una violenza gratuita nei confronti dei lavoratori del refettorio piuttosto che nei confronti dei dirigenti dell’istituzione. Così si sottolinea la divergenza - da un punto di vista politico e di classe - tra le fazioni diverse che ‘appartengono’ alla generazione post-Sessantotto. Nel caso dei viaggiatori di Marrakech Express e dei loro equivalenti nella vita reale, la loro sensazione di appartenere culturalmente a quest’epoca viene estesa in modo retrospettivo (e per far comodo a loro) per abbracciare il radicalismo che c’era in giro durante la loro gioventù, una forma di associazione che non è necessariamente corroborata dalle credenziali sociopolitiche degli individui stessi.

 

La mancata trasformazione

 

Mediterraneo analizza il destino di un gruppo di coscritti italiani che avevano la sfortuna di essere coinvolti in una guerra imperialista bei cui confronti nutrivano poco interesse. La loro missione è di occupare un’isola greca durante la seconda guerra mondiale, ma, dopo essere stati abbandonati dal regime fascista, gli italiani vengono assimilati alla cultura dell’isola. Gli spunti radicali del film si trovano nel modo in cui la narrazione spazza via la totalità sociale e le ideologie che caratterizzavano gli stati capitalisti del ventesimo secolo, per delineare una forma alternativa di sviluppo sociale. Data l’assenza di ogni sovrastruttura e autorità esterna, non c’è niente che impedisca agli italiani e agli isolani di realizzare il loro potenziale e di costruire una società in base ai loro talenti e alle loro capacità.

Il critico Terry Eagleton ha fatto ipotesi su dove il potenziale degli esseri umani ci porterebbe se fosse ‘liberato dalla prigione metafisica del valore di scambio.’(2) Proponendo l’idea del ‘sublime marxista’, Eagleton ritiene che la struttura di una società nascente che rispecchiasse questo concetto sarebbe ‘soltanto il contorno delle attività dei suoi membri; non avrebbe una struttura a cui loro dovrebbero adattarsi’.(3) Mediterraneo ci permette di intravedere una tale società, e il film dipinge le possibilità che si presentano quando, dopo che i loro bisogni basilari sono stati soddisfatti, le persone possono incanalare le loro energie verso certi obbiettivi che realizzano il loro potenziale e che beneficano l’intera comunità. Però si rivela impossibile trasferire questo sistema di valori all’Italia dopo la guerra. Sebbene il film rappresenti vividamente l’emancipazione di ogni individuo sull’isola, si rintracciano anche i motivi per la fallita trasformazione dell’Italia ai valori dei coscritti stessi, il cui individualismo e provincialismo erano indicativi della società che ha preso forma dopo la guerra.

 

La svolta

 

Mediterraneo ha costituito una svolta nel cinema di Salvatores, dopodiché i personaggi nei suoi film e la loro ricerca dell’autorealizzazione vengono schierati in una posizione più antagonistica nei confronti delle istituzioni sociali, economiche e politiche. Puerto Escondido (1992) ritrae l’America latina e lo spirito di solidarietà del proletariato messicano come il catalizzatore per il riscatto di un disilluso e impaurito banchiere milanese che abbandona l’Italia dopo essere stato testimone della corruzione della polizia. L’alienazione della gente dallo stato e dalla sua politica economica è rappresentata tramite un gesto di sfida in Sud (1993) quando un gruppo di operai disoccupati prendono d’assalto un seggio elettorale, e in Nirvana (1997), quando, per motivi etici, un progettista di giochi per computer si sacrifica per minare la multinazionale per cui aveva lavorato in precedenza. Recentemente, il regista ha analizzato i modi in cui - in assenza di cambiamento politico alla fine degli anni sessanta - il clima socioeconomico degli anni Settanta in poi ha condizionato le vite delle generazioni successive. In Denti (2000), Salvatores usa il genere dell’orrore per massimizzare l’impatto emotivo dell’impotenza e della mercificazione dell’individuo in una società capitalista sempre più meccanizzata; Amnèsia (2002) svela le famiglie frammentate del nuovo millennio; figli trascurati da genitori che avevano fatto carriera durante gli anni Ottanta e Novanta, ma che sono costretti ad affrontare le loro responsabilità parentali come conseguenza dell’alienazione dei loro figli. Allo stesso modo, l’intreccio di Io non ho paura (2003) è ambientato in Basilicata negli anni Settanta e il film rappresenta il risveglio socioeconomico (piuttosto che sessuale) di un adolescente che è testimone dello sfruttamento dei vulnerabili quando un suo coetaneo del nord è sequestrato e tenuto ostaggio finché non viene pagato il riscatto.

Dal punto di vista tematico, il lavoro di Salvatores ha avuto un ruolo importante durante un periodo in cui il cinema italiano era diventato introspettivo e depoliticizzato, ed è solo ultimamente che la questione del rapporto mutevole tra l’individuo, la società, e lo stato è stata riesplorata da una nuova generazione di registi.

 

(1) K. Marx, The Thought of Karl Marx, a cura di David McLellan (Macmillan, London, 1980), p. 166.

(2) T. Eagleton, The Ideology of the Aesthetic (Oxford, Blackwell, 1990), p. 214.

(3) T. Eagleton, The Ideology of the Aesthetic (Oxford, Blackwell, 1990), p. 217.

 

Grande successo del seminario sul Trotskismo

Tre giorni di dibattiti sulla necessità della prospettiva rivoluzionaria

 

Claudio Mastrogiulio

 

Il 5-6-7 settembre 2008, a Rimini, si è tenuto il seminario per la formazione di quadri, militanti e simpatizzanti del Partito di Alternativa Comunista. Un incontro che ha avuto, tra i tanti, almeno due connotati di significativa importanza: l’essenziale dibattito sulla necessità storica della prospettiva rivoluzionaria che sappia contrapporsi all’opportunismo del riformismo governista, e la massiccia presenza di giovani (un centinaio le presenze).

Il contenuto storico-politico del seminario ha toccato, approfittando di alcuni anniversari caduti in questo anno, taluni dei momenti determinanti per il movimento operaio e comunista novecentesco. Le relazioni, riccamente elaborate ed approfondite, sono state: “Dopo l'Ottobre 1917, la tragedia della rivoluzione tedesca: l'insanabile frattura tra rivoluzionari e riformisti” (relatore Francesco Ricci); “Dall'opposizione di sinistra allo stalinismo alla nascita, nel 1938, della Quarta Internazionale” (relatrice Fabiana Stefanoni); “Il programma transitorio della Quarta Internazionale, le degenerazioni centriste degli ultimi settant'anni e la lotta della Lit per la ricostruzione dell'Internazionale rivoluzionaria” (relatori: Antonino Marceca e Valerio Torre); “La vicenda del comunismo italiano e la necessità, dopo il fallimento dello stalinismo e della socialdemocrazia bertinottiana, della costruzione di un partito comunista rivoluzionario” (relatore Ruggero Mantovani). Tutte le relazioni ed il dibattito che ne è scaturito hanno incanalato l’attenzione dei presenti su due aspetti fondamentali e dialetticamente legati come la prospettiva affrancatrice della rivoluzione ed il tradimento opportunista del riformismo governista (socialdemocratico o stalinista che fosse).

Essendo marxisti rivoluzionari riteniamo che la storia, del movimento operaio e comunista in modo particolare, non sia un trastullo da intellettuali più o meno capaci ma, al contrario, sia un elemento essenziale a cui rivolgersi per riattualizzarne gli insegnamenti nel vivo della lotta di classe. Sappiamo bene, ed è uno dei motivi che ci porta ad organizzare queste importanti iniziative, che il cambiamento reale del sistema sociale attuale potrà avvenire solo se le avanguardie più coscienti sapranno comprendere criticamente gli errori e le deviazioni del passato.

Un partito che sia autenticamente rivoluzionario presta particolare attenzione alla storia del movimento di cui aspira a divenire avanguardia, in modo che sempre si comprenda un assunto fondamentale tratto dagli insegnamenti del passato; quello per cui il Partito è portatore, oltre che di un indirizzo politico, anche di aggregazione, identità storica e politica, educazione politico-sociale, socializzazione culturale. In poche parole il Partito è quell’intellettuale collettivo di cui parlava Gramsci; quelle dita che se unite formano un pugno inesorabile sotto cui schiacciare questo sistema obsoleto e quella cosa che non tradisce di cui parlava Majakovskij in una delle sue mirabili poesie.

Nell’incipit di queste brevi note sul seminario del Pdac parlavamo della massiccia presenza di giovani. È stato questo un riscontro che, con una punta di legittimo orgoglio, ci consente di affermare che l’itinerario tracciato merita una valutazione positiva. Non conosciamo, ad oggi in Italia, un’altra organizzazione che sia capace di aggregare ogni anno un centinaio di compagni (come ben si vede dalle foto sul nostro sito in larghissima parte giovanissimi) su temi storici così scioccamente giudicati superati da qualche pennivendolo di regime il cui nome non ha particolare importanza.    

L’arte della rivoluzione

Introduzione al Manifesto sull’Arte Rivoluzionaria e Libera (Trotsky-Breton, 1938)

 

di Claudia Parma

 

Il Manifesto prende corpo nel 1938 in Messico tra le mani “nuove” di Leon Trotsky e André Breton, padre spirituale del movimento surrealista francese, e rende ancora una volta testimonianza di quanto il dibattito sull’arte sia stato intenso e profondo già prima di tale data ‑ Kant rappresenta il climax della parabola ‑ quanto dopo, a partire dai primi del ‘900, con Dessoir, Heiddeger, Mukarovskij, Bachtin, Benjamin, Lucaks e Adorno.

Il connubio Trotsky-Breton, che potrebbe parere piuttosto inusuale, offre una serie di riflessioni interessanti sui processi che spingono marxismo e surrealismo ad incontrarsi e su quali piani tali intrecci non solo semplicemente si esplicitano ma intrinsecamente si legano. E la questione è senza dubbio degna di nota.

Il Manifesto parte dal presupposto che l’arte e la creazione intellettuale in genere sono oppresse da una forma di schiavismo secolare inflitto dal sistema borghese che ne ottenebra gli intenti, ne svilisce i contenuti e le rende oggetto di mercificazione. L’arte è un’arte “in controllo”, ingoiata dal capitalismo e dalle burocrazie, quella stalinista in primis, che, nell’ottica della divisione del lavoro, ne negano l’acquisizione al proletariato, condannandolo a non essere avanguardia ma perpetua retroguardia senza aspirazioni.

La specifica nel testo è forte: “…la rivoluzione comunista non ha timore dell’arte. Il ruolo dell’artista non è relegabile ma l’artista stesso è plasmato dai conflitti sociali, ne è parte ed una volta conscio, inevitabilmente diventa alleato del processo rivoluzionario. Si tratta di ristabilire quel legame tra l’io e l’esterno che la psicoanalisi pone al centro della sua indagine, di cui lo stesso marxismo permette la riappropriazione, rendendo l’individuo consapevole dei meccanismi profondi che muovono la società e della loro rottura ineluttabile.

Più volte in Letteratura e Rivoluzione Trotsky ribadisce la figura dell’artista come colui che vivendo le lotte e metabolizzando l’esperienza rivoluzionaria può aspirare a quell’arte realmente libera dall’oppressione che si incarna nella cosiddetta “arte socialista”. La necessità dell’emancipazione, della liberazione diventa perciò irrinunciabile, come irrinunciabile è l’assimilazione dei principi che animano e fecondano i virgulti rivoluzionari. L’indifferenza politica mascherata da strenua difesa dell’arte “pura” non è giustificabile in quanto, spesso, strumento di forze che per contro pure non sono affatto.

L’appello ad artisti ed intellettuali culmina nelle parole d’ordine “l’indipendenza dell’arte per la rivoluzione” e “la rivoluzione per la completa rivoluzione dell’arte” e nella proclamazione della F.I.A.R.I. (Fédération Internazionale de l’Art  Révolutionnaire Indépendante) che, purtroppo, dopo la pubblicazione dei due numeri del suo giornale Clé, cessa di esistere già dal 1939. Nemmeno il Congresso Mondiale, ultima tappa del processo di liberazione in ascesa, vide mai la luce.

 

Su marxismo e surrealismo

 

È indubbio che l’approccio novecentesco all’esperienza estetica si dispiega in un continuo bouleversement, in un rovesciamento del ruolo dell’opera d’arte che non appartiene più al piano ideale dell’astrazione pura fine a se stessa, ma si sostanzia nella sfera della sensibilità e implica aspetti sociali, etici, psicologici.

La rivoluzione socialista scardina dal profondo e distrugge i meccanismi del sistema borghese, liberando le masse dai gioghi e rendendo loro l’identità perduta attraverso la presa di coscienza del proprio potenziale; la rivoluzione surrealista opera tramortendo finalmente i condizionamenti dell’io e ristabilendo un contatto diretto con l’inconscio che tuttavia non è staccato dal contesto sociale ma si ricolloca in una surrealtà appunto che non è serva delle logiche ordinarie. Come scrisse il conte di Lautréamont, alias Isidore Ducasse, poeta maledetto e predecessore del surrealismo, su un tavolo operatorio sarà dunque possibile l’incontro fortuito di una macchina da cucire ed un ombrello, giungendo infine all’abbattimento delle contraddizioni ed al superamento del sistema dialettico in conflitto. La resa dei conti avverrà al termine di entrambi i processi di liberazione. Infatti la chiave di volta sta lì: nella volontà di liberazione dalle sovrastrutture, restituendo al soggetto, in una  società socialista infinitamente libera, il sogno surreale perduto.

È interessante spingere il parallelismo oltre, azzardando una similarità di fasi. In Letteratura e Rivoluzione Trotsky distingue l’Arte Rivoluzionaria da quella Socialista; l’Arte Rivoluzionaria vive delle inevitabili contraddizioni della fase rivoluzionaria che è pur sempre una fase di transizione di cui parla Engels, definendola “mutamento del regno della necessità in regno della libertà”. Il regno della libertà per antonomasia è l’Arte Socialista, fine ultimo della lotta e figlia suprema dell’Arte Rivoluzionaria. Parallelamente la libera associazione svincolata dai condizionamenti, le trascrizioni immediate, un figurativismo ancora evidente collocato in una realtà più ampia non sono altro che i mezzi transitori e rivoluzionari che il surrealismo adotta per avvicinare e giungere al fine ultimo della liberazione artistica: toccare l’inconscio e la surrealtà, intesa non come surrogato fantastico della realtà ma come realtà privata delle barriere.

Non a caso molti surrealisti abbracciarono in modo pieno il marxismo e titolarono la loro rivista “Il surrealismo al servizio della rivoluzione”.

Il marxismo si impone il riconoscimento profondo che nessun futuro è possibile sotto la bandiera capitalista, bensì la dannazione per l’uomo che mai si realizzerà e vivrà il suo personale inferno di alienazione fino alla morte, quando nessuno potrà più trarre profitto dalla sua vita. Il surrealismo, parimenti, rifiuta di osannare la modernità borghese che uccide l’arte, immolandola a merce di scambio per pochi e oscurandola agli occhi dei molti.

 

A settant'anni dalla fondazione

Per la ricostruzione della Quarta Internazionale

 

Ruggero Mantovani

 

"Noi Quarta Internazionale, difensori leali dell'Urss contro tutti i suoi nemici, all'interno all'esterno, accusiamo lo stalinismo di aver sottomesso la vita economica del paese agli interessi della cricca burocratica del vertice… La burocrazia reazionaria ha stabilito in Urss un regime totalitario odioso grazie a un sanguinoso regime di terrore continuo, completato dagli attacchi di gangster contro i rivoluzionari all'estero e dalla corruzione del movimento operaio e intellettuale. Questo regime discredita il nome del socialismo."

Con queste parole inizia il manifesto di fondazione della Quarta Internazionale, il cui congresso si tenne il 3 settembre del 1938 nella periferia parigina e non in Svizzera come indicava il comunicato pubblico (una misura di sicurezza preventiva che sarà adottata anche per i congressi seguenti).

 

Lo stalinismo e la nascita dell'opposizione di sinistra

 

Lo stalinismo, lungi dall'aver rappresentato una precipitazione soggettiva di una parte dell'apparato del Pcus, è maturato all'interno delle condizioni oggettive della società sovietica. Il giovane Stato operaio fu messo da subito a dura prova: l'esercito sempre più indebolito, l'accerchiamento delle nazioni imperialiste si combinava con l'inizio della guerra civile che coniugata all'isolamento del paese e alla crisi economica, fece germogliare una burocratizzazione nello Stato e nel partito che Lenin tentò di combattere attraverso le epurazioni.

Un provvedimento, quello delle espulsioni, indirizzato a rigenerare il tessuto politico dalle deviazioni piccolo borghesi, che ben presto divenne nelle mani di Stalin (segretario generale del partito, funzione, quest'ultima, fino a quel momento di gestione organizzativa e non di direzione politica), un potente strumento per espellere i migliori quadri rivoluzionari con lo scopo di accerchiarsi di carrieristi senza scrupoli.

Lenin lottò duramente nei suoi due ultimi anni di vita, sia contro la burocrazia del partito e sia contro la politica sciovinista sulle nazionalità imposta da Stalin. Malgrado l'aggravarsi della malattia, il 23 dicembre del 1922 e il 4 gennaio del 1923 Lenin formula delle note sul gruppo dirigente conosciute come "testamento" con cui dichiarerà: "Stalin è troppo grossolano (...) Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico"; ma il 10 marzo dello stesso anno, la salute di Lenin peggiorerà irrimediabilmente, sopraggiungendo la morte quasi un anno più tardi.

In queste condizioni nel 1923 prendeva corpo l'Opposizione di sinistra: l'8 ottobre del 1923 Trotsky invia una lettera al Comitato centrale del Partito sulla vita interna del Partito e il 15 ottobre dello stesso anno viene stilata la Piattaforma dei 46 firmata da molti autorevoli dirigenti, in cui sono sviluppate le precedenti condanne di Trotsky in merito al deterioramento del regime interno e si chiede il ripristino dell'unità del partito e della libera discussione. Dirà molto pertinentemente Medvedev nell'opera Lo stalinismo: "Nessun'altra pagina della storia sovietica, per venti o trent'anni, è stata altrettanto clamorosamente falsificata quanto la battaglia contro l'opposizione".

Ma nel 1923 Zinov'ev e Kamenev si riunirono in un triunvirato con Stalin contribuendo ad esautorare il politbjuro e quando si resero conto di aver sottovalutato Stalin e consci della situazione che si venne a creare nel 1925, passarono all'opposizione con Trotsky. Ma, tra 1925 e il 1928, Stalin, rimanendo ancora nell'ombra, sferrava un duro attacco all'Opposizione di sinistra, portando all'espulsione dal partito Trotsky, Zinov'ev e Kamenev, oltre a tanti altri dirigenti e militanti comunisti. Questi sono gli anni in cui la burocrazia staliniana si consolida in Urss con il massacro della "vecchia guardia" bolscevica (indipendentemente ove fosse collocata all'interno del Partito), facendo trarre all'opposizione guidata da Trotsky la convinzione che la riforma dello "Stato operaio degenerato" non era più praticabile: occorreva una "rivoluzione politica antiburocratica".

Difatti la politica burocratica perseguita da Stalin in quegli anni si combinava con la teoria del "socialismo in un paese solo", che fu foriera di innumerevoli tragedie del movimento operaio internazionale: migliaia di comunisti cinesi furono massacrati a Canton e abbandonati dal generale Chiang Kai Shek, capo del Kuomintag (partito nazionalista che per volontà del Komintern divenne membro onorario dell'internazionale); così come venne represso un imponente sciopero in Inghilterra messo a tacere dal comitato anglo-russo, in ossequio alla volontà della Trade Union Congress e del Labour Party.

La politica staliniana tra il 1925 e il 1927, come aveva denunciato Trotsky, provocò una strisciante restaurazione capitalistica con l'arricchimento dei Kulaki. Ma la medicina staliniana tra 1929 e il 1931 fu peggiore della malattia: la collettivizzazione forzata ingenerò massicce repressioni nel mondo contadino, anche dei contadini proletari e nei fatti produsse una crisi senza precedenti,

provocando la distruzione di 14 milioni di bovini ed ovini.

I flebili tentativi di Bucharin di eludere gli effetti devastanti della folle politica staliniana del terzo periodo, che non si tradussero mai in un'adesione all'opposizione di sinistra, si risolsero in un pietoso asservimento a Stalin che da lì a poco, nel 1933, lo sostituiva, grazie ai consueti metodi burocratici, con Kirov. Ma anche Kirov, che forse fece l'errore di rendersi conto degli effetti devastanti della politica settaria del terzo periodo (l'ascesa del nazismo e le preoccupazioni per una guerra di Hitler contro l'Unione Sovietica), il 1 dicembre del 1934 venne ucciso da sicari staliniani.

 

La necessità della IV Internazionale, ieri ed oggi

 

E così, dopo la politica del terzo periodo, la collettivizzazione forzata, la repressione della vecchia guardia bolscevica, l'espulsione di Trotsky dall'Internazionale comunista e l'approdo in Spagna e in Francia ai governi di "fronte popolare", la creazione di una nuova internazionale divenne una necessità. In tutto il mondo le avanguardie bolsceviche cercarono di riunificarsi, dapprima con la lega dei Comunisti e poi con la costituzione della Quarta Internazionale, in cui Trotsky avanzerà una previsione politica purtroppo confermata dagli avvenimenti storici successivi: "Il pronostico politico ha un carattere alternativo: o la burocrazia, diventando sempre di più l'organo della borghesia mondiale nello Stato operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e restringe il paese nel capitalismo, o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre la via verso il socialismo".

A Trotsky non interessava la creazione di uno strumento simbolico e testimoniale: la necessità era di dotare le avanguardie bolsceviche di un partito mondiale, indispensabile non solo in termini di ricomposizione organizzativa, ma soprattutto per rilanciare l'essenza del programma transitorio e cioè "per aiutare le masse a trovare, nel processo per la loro lotta quotidiana, il ponte tra le rivendicazioni attuali e il programma della rivoluzione socialista" (L. Trotsky, Il programma di Transizione).

Tra la fine degli anni trenta e la prima metà degli anni quaranta la già debole Quarta Internazionale fu drasticamente ridimensionata per i crimini perpetrati contro i suoi militanti dal fascismo e dallo stalinismo: il più tragico è senz'altro, nel 1940, l'assassinio di Trotsky, che privò il movimento rivoluzionario del suo più autorevole punto di riferimento. La Quarta Internazionale nei primi anni Cinquanta mette in atto un profondo revisionismo il cui principale ideatore fu il dirigente Michail Raptis (detto Pablo). L'analisi impressionistica di Raptis sui successi bellici dell'Urss nella seconda guerra mondiale e sul suo ampliamento dell'influenza in gran parte dell'Europa Orientale e dell'Asia, si coniugava con l'entrismo "sui generis", che prevedeva la formazione di frazioni nei partiti stalinisti e socialdemocratici: i trotskysti, nella concezione di Pablo, divenivano gruppi di pressione sui burocrati stalinisti, considerati, questi ultimi, fattori oggettivi del processo rivoluzionario.

La maggioranza della Quarta Internazionale aderiva a questa impostazione che, in buona sostanza, abbandonava l'idea originaria di Trotsky di costruire il Partito rivoluzionario su un autonomo programma politico, sottoponendo ad una volgare tosatura la tattica e la strategia leninista e approdando ad una concezione spuria ascrivibile al magmatico campo del centrismo.

Questa impostazione produsse una scissione nel 1953 operata dell'americano John Reed e dal dirigente cinese Peng Shu‑Tze, che con il sostegno del 40% dei militanti dell'Internazionale costituirono il "Comitato Internazionale della Quarta", a cui partecipò anche il Socialist Worker Party (Swp) degli Stati Uniti, insieme con la maggioranza dei militanti francesi e inglesi.

Anche Moreno e il partito argentino, che non condividendo l'entrismo "sui generis", partecipavano a questa rottura, ma il Comitato Internazionale, malgrado gli sforzi, non arrivò mai ad essere una vera Internazionale. Questa situazione indusse l'organizzazione morenista, malgrado le innumerevoli differenze, ad entrare negli anni sessanta nel Segretariato Unificato della Quarta Internazionale (formazione nata da Mandel e Maitan in Italia), per uscirne nel 1979 prima della rivoluzione nicaraguense, in cui formò la Brigata Internazionale Simon Bolivar.

La Lit (Lega Internazionale dei Lavoratori) che negli anni ottanta raggruppò la corrente morenista e parte dei dirigenti e militanti lambertisti che, in dissenso con P. Lambert, non appoggiarono il sostegno al governo borghese di Mitterrand in Francia, diede vita al Mas argentino, il più grande partito trotskysta nel mondo. Ma la prematura morte di Moreno, nel 1987, e la caduta dell'Urss, distrusse questo progetto. Da quel momento la ricostruzione della Lit giunge fino a noi impegnati a rifondare la Quarta Internazionale delle origini che, tanto più oggi, è necessaria per rilanciare la costruzione del partito mondiale della classe operaia, per poter dire un'altra volta: "è qui la Quarta internazionale, adesso possiamo sconvolgere il mondo".

Il nucleare

Energia dannosa per il profitto di pochi

 

Michele Scarlino

 

Con l’aumento del prezzo del petrolio degli ultimi mesi, e considerando il futuro aumento della materia prima fonte di energia (indipendentemente dagli ultimi ribassi, che non si traducono mai in ribassi alla pompa, il prezzo del greggio continuerà a salire), e prendendo anche a pretesto questi aumenti, il tema del nucleare e più in generale delle fonti energetiche del futuro è al centro del dibattito politico televisivo degli ultimi mesi.

L’informazione, al servizio delle varie lobbies che stanno dietro alla torta del nucleare, non sta nemmeno fingendo di informare sulla questione. Anzi, dai salotti televisivi alle prime pagine dei vari quotidiani nazionali, è tutto un elogio del nucleare: insomma possiamo ufficialmente annunciare l’inizio della martellante campagna a favore dell’atomo. Effettivamente, per farsi una idea sulla questione bisognerebbe parlare di dati (possibilmente reali) e bisognerebbe conoscere un minimo i progressi tecnologici degli ultimi e dei prossimi anni. E sì, perché se si sapesse realmente a che punto è arrivata la tecnologia e soprattutto a quali livelli arriverà tra qualche anno, anche il più ingenuo capirebbe che dietro la scelta del nucleare si annidano interessi economici molto forti (mostrando infine la questione per quella che è: una questione di classe) e non scelte indirizzate verso la salvaguardia del pianeta sul quale viviamo e dei suoi abitanti che queste scelte subiranno.

In questo breve articolo cercheremo di mostrare quali sono i motivi per cui quella del nucleare è una scelta sbagliata per la popolazione e per i lavoratori su cui ricadrà il peso ambientale ed economico (molto alto, come vedremo) di questa scelta, che porterà, di contro, profitti molto alti a chi erogherà energia atomica.

In primo luogo cerchiamo di capire quello che è, secondo noi, il motivo strategico per cui la borghesia italiana ha deciso di puntare sul nucleare: fondamentalmente ha bisogno di rendersi meno dipendente dal punto di vista energetico dalla Russia e dal Medio Oriente creandosi una propria fonte energetica in “casa”. Proprio in questi giorni il numero uno di Gazprom, Alexei Miller, ha annunciato che il greggio potrà salire a 250 dollari al barile entro il 2009; immaginate quelle che potrebbero essere le ripercussioni per il capitalismo italiano che annaspa già ora, nonostante gli enormi sacrifici imposti alla classe lavoratrice italiana.

 

Analizziamo i problemi

 

Iniziamo dal primo problema: tempi e costi. In queste settimane è stato annunciato dal governo, per bocca del ministro Scajola, la volontà di investire nel nucleare sin da questa legislatura. Innanzitutto calcoliamo i tempi di creazione di una centrale: se i lavori iniziassero domattina alle otto ci vorrebbero (nelle previsioni più rosee) almeno tra gli otto e i dodici anni per completare l’opera. Questo significa, realisticamente, parlare del nucleare nel 2020. Ma a quali prezzi? Il costo è stimato attorno ai quattro miliardi di Euro. Qui già iniziano i primi problemi (che fanno capire il portato di classe della questione): chi pagherà le centrali? L’Enel, solo per fare un esempio, sarebbe disposta a coprire il 49% del costo di una centrale… la restante parte sarebbe a carico dello Stato, ovvero pagheranno le centrali con i soldi ricavati dai lavoratori e dai pensionati con finanziarie lacrime e sangue. Un altro argomento che viene usato nei dibattiti televisivi dove si spiega perché dobbiamo fare il nucleare è il costo della bolletta.

Abbiamo tutti in mente Vespa che ci spiega, dal salotto bianco di Porta a Porta, che noi paghiamo il doppio della bolletta di francesi, tedeschi, svedesi... A parte la non realtà dell’affermazione: semplicemente non è vero che francesi o tedeschi pagano la bolletta la “metà di noi” (infatti, chi usa questo argomento difficilmente cita dati, anche perché non ne ha), ma poi ci sono da prendere in considerazione altri fattori: ad esempio in Francia, il paese dove il nucleare è maggiormente usato in Europa, il 40% dell’acqua potabile è utilizzato per raffreddare i reattori delle centrali. Quanto ci costerebbe la bolletta dell’acqua, ad esempio? Ma queste domande, evidentemente, è meglio non farsele. Questi problemi vengono, dolosamente, non analizzati.

Altra questione: il futuro prezzo dell’uranio. La Cina ha ordinato, per i prossimi quaranta anni, la costruzione di ben 44 centrali nucleari. Quale sarà il prezzo dell’uranio quando queste centrali funzioneranno (non è un problema da poco, considerando che quelle italiane ancora non esistono). Come la mettiamo con la famosa bolletta?

E che dire dei rischi per la salute umana, per l’ambiente e smaltimento delle scorie? Un’altra questione è quella dell’allocazione delle centrali. Anche se in totale sicurezza (cosa che, evidentemente, non può esistere) le centrali sono un pericolo per la salute degli uomini e dell’ambiente. In primis per i lavoratori che nella centrale ci lavoreranno, poi per la popolazione che vivrà nei pressi della centrale. I rischi di contaminazione sono altissimi (diventano certezze di contaminazione). Un’ultima questione: lo smaltimento dei rifiuti. Lo smaltimento dell’uranio (anche se è già un errore usare questo termine, perché l’uranio non viene mai “smaltito”, viene solo messo “sotto il tappeto”, ovvero interrato) comporta un costosissimo procedimento che, ricordiamolo, dovrà essere gestito da privati che dalle centrali dovranno creare profitto (ovvero, tenderanno a risparmiare ovunque possibile).

La questione energetica va affrontata partendo da una consapevolezza: non aspettiamoci scelte sagge da chi sceglie in base alla legge del profitto. Il problema dell’approvvigionamento energetico può essere affrontato solo in una ottica di gestione mondiale delle risorse, in ultima analisi, combattendo il capitalismo che sta portando il pianeta alla catastrofe ambientale e sociale.

 

 

Brevinlotta

 

Fiat: si ricorre ancora alla cassa integrazione

 

Uno degli aspetti tipici del capitalismo nella sua fase di maggiore decadenza è quello del sovrannumero della forza lavoro e dunque della disoccupazione. La situazione attuale di una delle più grandi aziende d’Italia, la Fiat, rispecchia questo breve approccio analitico. Da agosto l’azienda automobilistica torinese sta infatti attuando una strategia di contenimento dei costi d’impresa, in poche parole sta avviando il processo di cassa integrazione. Come ben si comprende, la cassa integrazione è l’anticamera della delocalizzazione se non del licenziamento e quindi della definitiva perdita del posto di lavoro. Nei maggiori stabilimenti dell’azienda torinese sparsi per la penisola la realtà è univoca ed incontrovertibile: si sta attaccando la sicurezza del posto di lavoro e conseguentemente di vita dei lavoratori. Da Mirafiori a Melfi, passando per Pomigliano d’Arco e finendo a Termini Imerese la situazione è pressoché identica ed omogenea. A Mirafiori la cassa integrazione è prevista per una settimana a settembre, una ad ottobre ed una a novembre; per Termini Imerese si prospettano una settimana ad ottobre ed una a novembre; per Melfi, dove si assembla la Grande Punto che tanti profitti ha garantito ai discendenti di Agnelli, una settimana ad agosto, una a settembre, una ad ottobre ed una a novembre; infine per Pomigliano d’Arco una settimana a settembre, una ad ottobre ed una a novembre. L’azienda privata torinese che per anni ha ricevuto sovvenzionamenti statali onerando non troppo indirettamente quei lavoratori precedentemente licenziati, oggi vive una fase calante attribuita dai suoi dirigenti alla congiuntura economica. La medicina che i padroni o gli amministratori dei colossi del capitalismo propongono è sempre la stessa: far pagare la crisi o la flessione dei profitti ai lavoratori. L’attuale amministratore delegato della Fiat Marchionne ribadisce con forza la necessità di queste manovre di contenimento dei costi d’impresa. Vien quasi da sorridere, se la situazione non fosse oggettivamente preoccupante, ricordando le parole di elogio che qualche tempo fa l’ex presidente della Camera Bertinotti riservava a questa figura nuova del capitalismo nostrano. Al “compagno” Bertinotti, imbevuto di un gandhismo ipocrita ma anche delle sirene inebrianti degli scranni del potere borghese, bisognerebbe ricordare che Marchionne rappresenta un valido tutore degli interessi dei padroni ed un altrettanto zelante aggressore dei diritti dei lavoratori. Non c’è altro modo per difendere i diritti dei lavoratori che la mobilitazione unitaria di essi con tutti gli sfruttati della società, senza lasciarsi ingannare da una presunta benevolenza di qualche padrone. A questo proposito citiamo le parole di uno di quelli che potrebbero identificarsi come un rappresentante dell’intellighenzia borghese; Marco Ponti, professore di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, ha affermato in occasione della vicenda Alitalia le seguenti parole: “… non ho mai visto tigri vegetariane e non conosco nessun uomo d’affari disposto a perdere soldi sull’altare dell’italianità”. Che il professor Ponti abbia scavalcato a sinistra l’ormai pensionato (“beato lui che una pensione ce l’ha” verrebbe da dire) subcomandante Fausto ?!?. Temiamo di sì. (Claudio Mastrogiulio)

La deriva della Cgil

La firma sull’accordo per il modello contrattuale: l’atto finale

 

Francesco Doro*

 

Il confronto tra le parti sociali sul nuovo modello contrattuale iniziato il 18 giugno 2008, ha portato il maggior sindacato italiano a fare un ulteriore salto di qualità in peggio. La Cgil, dopo anni di politiche concertative e di contrasto della crisi capitalistica (accordi luglio 93, leggi precarizzanti Treu e Biagi, riforme pensionistiche, scippo del tfr ecc…) scaricate direttamente sui lavoratori salariati, accetta oggi l’impostazione che governo e Confindustria pongono per questa trattativa, che significa per i lavoratori un arretramento alle condizioni degli “anni Cinquanta” e di fatto marcia spedita verso il modello di sindacato unico, aziendalistico e corporativo, meglio conosciuto come “modello Cisl”. La ritrovata unità sindacale con Cisl e Uil ha aperto la strada verso il processo di unificazione solo momentaneamente congelato dal fatto che la caduta del governo Prodi e la sconfitta alle elezioni politiche del partito democratico e delle sinistre non garantiscono per ora il riciclo di un esercito di burocrati in esubero verso apparati dello Stato (Inps, Inail ecc).Ma la deriva in atto non si ferma: dopo aver garantito la pace sociale al governo Prodi, le burocrazie confederali si preparano ora a garantirla al governo Berlusconi.

 

Lo stato della trattativa

 

Al momento in cui si scrive questo articolo nessuna firma è stata posta: la trattativa sulla riforma del sistema contrattuale sta procedendo solo tra sindacati e Confindustria. Si prospettano quindi tre modelli contrattuali: uno per l’industria, uno per il pubblico impiego (il governo ha già ottenuto per i lavoratori pubblici la triennalizzazione dei contratti, il rinnovo a costo quasi zero e la decurtazione di indennità e premi incentivanti la produttività) e uno per commercio e servizi, categorie per ora escluse dalla trattativa. Se questa sarà la linea d’azione di Confindustria i primi risultati saranno la divisione tra lavoratori e un generale arretramento di tutto il movimento operaio.

A fronte dello smantellamento della scuola pubblica, dell’attacco ai diritti e ai salari delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e privati, dell’ulteriore precarizzazione del lavoro, la Cgil invece di contrastare questa impostazione, fortemente degenerata rispetto all’inizio delle trattative, riunisce il proprio direttivo nazionale il 9 settembre a Roma alla fine del quale si approva con voto unanime un’iniziativa di mobilitazione per il 27 di settembre, mera forma di pressione nei confronti del governo sull’indirizzo della politica economica, sociale e fiscale. Questo esito deprime in partenza la capacità di risposta dei lavoratori ed è forviante rispetto alla posta in gioco: si proclama la mobilitazione sulle politiche economiche ma non si mette in discussione la trappola che il governo ha preparato con la divisione in tre dei modelli di contrattazione.

 

Lo stato di salute delle opposizioni interne.

 

Il completamento della mutazione della Cgil passa anche per la conferenza di organizzazione tenutasi all’inizio del 2008. L’asse centrale discusso è stato quello di far passare le ormai note politiche di risanamento: far digerire ancora una volta il boccone amaro ai lavoratori.

In risposta alle forme di dissenso espresse durante la conferenza è partita una campagna terroristica con richiami demagogici alla disciplina di confederazione.

Il cambio dei vertici con l’esclusione da questi delle sinistre interne, Lavoro Società ‑ area fortemente burocratizzata ‑ e la Rete 28 Aprile di Cremaschi è il segnale che per accelerare la deriva del totale abbandono degli interessi immediati dei lavoratori la Cgil ha bisogno di annientare le pur deboli opposizione al proprio interno.

Questo nuovo, ma non inaspettato assetto confederale ha prodotto la nascita di un asse in opposizione ad Epifani: la gran parte di Lavoro Società, la Rete 28 Aprile di Cremaschi e la Fiom di Rinaldini hanno danno vita a un blocco di natura prevalentemente burocratica e leaderistica che riunito in assemblea nazionale a Roma il 23 luglio ha rilanciato l’opposizione in Cgil.

Da un lato questo evento potrebbe costituire un importante passo in avanti per la costruzione di un fronte in Cgil, anche in previsione dell’elaborazione di un documento alternativo per il prossimo congresso; d’altra parte tuttavia sia la Fiom che Lavoro Società che, in parte la Rete 28 Aprile indugiano a rompere con le regole disciplinari interne alla Cgil, non sviluppando una conseguente e necessaria unità d’azione con il sindacalismo di base, che nei fatti è oggi l’unica forza sindacale che ha messo in campo un azione di contrasto alle politiche del governo proclamando lo sciopero generale del 17 ottobre, data in cui noi pensiamo si debba investire il massimo delle forze oggi presenti in campo.

Il risultato è evidente: da un lato Cremaschi dichiara giustamente che la Cgil deve rompere le trattative, ma se a questo non si collega l’azione di un ampio ed unitario fronte di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio e del sindacalismo di base, su di una piattaforma rivendicativa contro le politiche di governo e padronato si rischia una sonora sconfitta senza nemmeno aver lottato: la firma del protocollo sul nuovo modello contrattuale da parte di Cgil Cisl e Uil significherebbe una pesante sconfitta e un arretramento di almeno mezzo secolo di storia del movimento operaio italiano (15-9-2008).

*CD Fiom Veneto - Coordinamento regionale Rete 28 aprile Veneto

Il libro verde di Sacconi

Lavoratori al macello

 

Alberto Madoglio

 

 

Con un titolo che fa tornare alla mente le bucoliche atmosfere della pubblicità del Mulino bianco, "La Vita Buona Nella Società Attiva", il Ministro per il welfare Sacconi ha presentato a fine luglio il libro verde per la riforma dello stato sociale. Entro tre mesi verrà varata la versione definitiva per la discussione in Parlamento. Così come la famosa pubblicità in voga negli anni '80 nascondeva una realtà fatta di pesanti attacchi al mondo del lavoro (sciopero alla Fiat nel 1980, il referendum sulla scala mobile del 1984, all’estero affermazione delle politiche ultra liberiste di Reagan e della Thatcher), anche questa proposta di riforma nasconde, dietro il titolo e le affermazioni rassicuranti presenti nel testo, la volontà di sferrare un nuovo colpo al sistema di protezione sociale nato dopo le dure mobilitazioni operaie e studentesche degli anni '60 e '70 dello scorso secolo.

 

Il contenuto di questo attacco

 

A una lettura superficiale il tono della bozza può apparire rassicurante. Sicuramente è l’impressione che si ha dall’incipit, in cui si dice che il libro verde è dedicato ai giovani e alle famiglie per ricostruire in loro la fiducia nel futuro. Si potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad un progetto che finalmente voglia ripagare i lavoratori dei sacrifici fatti negli ultimi anni. Le note dolenti vengono subito dopo. Prendendo a pretesto le tendenze demografiche presenti oggi in Italia (invecchiamento della popolazione) e di conseguenza la presunta insostenibilità del welfare così come lo abbiamo conosciuto finora, si avanza una proposta di riforma e razionalizzazione. Come?. Affermando che alle funzioni di garanzia dello stato sociale garantite dal settore pubblico, debba accompagnarsi il concorso “sussidiario” del privato e di non meglio precisati organismi intermedi. Proseguendo nella lettura si capisce dove si vuole arrivare. Per quanto concerne le pensioni, pur riconoscendo il lodevole tentativo fatto dai precedenti governi per rendere più moderno (leggi “ridimensionare drasticamente”) il sistema pensionistico, si afferma che tutto ciò non basta.

Si propone una revisione dei coefficienti di trasformazione dei contributi pensionistici (cioè l’ammontare della pensione), un ragionamento più approfondito sulla questione dei lavori usuranti (che significa non riconoscere a quei lavoratori il sacrosanto diritto di poter terminare l'attività lavorativa prima di essere completamente “usurati” dalla loro professione) e infine la volontà di valutare un ulteriore aumento dell’età pensionabile, per andare oltre i 62 di età previsti dalla riforma del luglio 2007, varata dal Governo Prodi in cui era presente quello che, senza un minimo senso del ridicolo, oggi tenta di farsi passare come paladino degli oppressi, l’ex Ministro Paolo Ferrero.

Per la Sanità si propone una riforma mirante a “eliminare gli sprechi e le disfunzioni”. Per fare questo si pensa a un sistema più aperto ai privati, a formule legate al mondo della finanza creativa per trovare risorse alfine di ammodernare stabili e macchinari, e maggiori ricorsi alle assicurazioni private per garantire ai cittadini ciò che il pubblico non potrà più rimborsare. Parlare di una maggiore presenza dei privati nella sanità per eliminare gli sprechi, farebbe venir voglia di sorridere, se in realtà non si stesse parlando di un servizio che negli anni è andato via via peggiorando, proprio per il massiccio ingresso dei capitali privati nel settore, e che hanno causato la situazione disastrosa in cui versa oggi la sanità in Italia. Inoltre vari casi di cronaca, tra i quali il più recente e clamoroso della clinica privata Santa Rita, nel capoluogo dell’efficientissima Lombardia, regione di stretta osservanza formigonian-ciellina, provano che oltre ai danni di natura economica, la presenza dei privati nella sanità peggiora invece di curare la salute della popolazione.

Infine per quanto riguarda il sostegno all’occupazione, le ricette avanzate non si discostano per la loro natura da quelle elencate nei punti precedenti: flessibilità nel rapporto di lavoro (come se le leggi Treu e Biagi, rispettivamente varate dai Governi Prodi e Berlusconi, non avessero già nei fatti azzerato le tutele per i lavoratori neo assunti),moderazione salariale, fine della politica assistenzialista per i disoccupati. Particolarmente interessante questo ultimo punto. Infatti, invece di “assistere” come si è fatto fino ad oggi i disoccupati (colmo dell’arroganza visto che la disoccupazione in Italia è sempre stata sinonimo di miseria più dura), si propone la formula del cosiddetto welfare to work. Per spiegare cosa ciò comporti, basta vedere il bel documentario di Michel Moore “Bowling a Columbine” per avere la prova dei disastri che ha causato dove è stato applicato. Su questo punto si è solo all’antipasto. Con la riforma del sistema contrattuale prevista per settembre, avremo il menù definitivo. Questi i punti salienti.

 

L'unica risposta è l'opposizione sociale

 

Di fronte alla proposta avanzata dal Ministro Sacconi, quali sono state le risposte delle opposizioni politiche e sociali? Il Pd si è subito detto disponibile al dialogo, anzi ha criticato il Governo per non essere abbastanza liberista e modernizzatore in materia. D’altronde il partito di Veltroni nel suo programma elettorale parlava esplicitamente di “più imprenditorialità” per quanto riguarda il welfare. Non pervenuta la reazione della “sinistra radicale”. Il Prc era in quei giorni troppo impegnato a decidere quale delle sue due opzioni governiste dovesse dirigere il futuro del partito: se quella liquidazionista di Vendola/Bertinotti o quella, poi risultata vincente, più “movimentista” dell’ex Ministro Ferrero, difensore delle missioni imperialiste italiane in Libano e Afghanistan, della caccia all’immigrato, della politica antisociale del Governo Prodi, e che al di là di una retorica per forza di cose più radicale, ha più volte ribadito che il Prc non sarebbe mai diventato un partito pregiudizievolmente di opposizione.

Nelle prossime settimane dalle parti di Viale del Policlinico alzeranno i toni della polemica, ma come nel passato si tratterà solo di un bluff, funzionale alla politica più sopra delineata. Infine i sindacati hanno protestato, peraltro molto blandamente, contro l’ipotesi di un nuovo innalzamento dell’età pensionabile, ma si sono comunque detti interessati a discutere, in particolare la Cisl che vede nel progetto avanzato la possibilità di diventare gestore in prima persona del nuovo welfare che si verrebbe a creare, sancendo in maniera definitiva la sua trasformazione in un grande patronato dispensatore di servizi finanziati dallo stato e dai privati. Solo la mobilitazione dei lavoratori indipendente da entrambi gli schieramenti borghesi può fermare un progetto che altrimenti segnerà una sconfitta storica per le classi sfruttate del Paese.

Dopo il congresso di Rifondazione: niente di nuovo dal riformismo governista

La vera svolta rivoluzionaria di cui c'è bisogno

 

Francesco Ricci

 

 

A uno sguardo distratto il panorama politico a sinistra appare completamente diverso da come lo avevamo lasciato prima dell'estate.

Avevamo lasciato Rifondazione dilaniata da una lotta tra le due principali correnti, una guidata dal bertinottiano Vendola, data come vincente, una guidata dall'ex ministro Ferrero. Uno scontro senza esclusione di colpi per la supremazia dopo il disastro elettorale: uno scontro privo di differenze politiche reali. A segnalare la sostanziale identità tra le due mozioni di maggioranza di Rifondazione erano stati anche i presentatori degli altri documenti alternativi: Falcemartello e la composita mozione dell'Ernesto, che sembrava in procinto di unirsi alla "costituente comunista" lanciata da Diliberto, l'altro grande trasformista della sinistra italiana, tornato improvvisamente rosso rubino dopo anni di grigio ministeriale.

Poi, in una notte di mezz'estate, come in una commedia shakespiriana, un colpo di scena ha rovesciato i ruoli e Paolo Ferrero, col sostegno di tutte le minoranze, è stato eletto segretario. Immortalato mentre saluta col pugno chiuso dal palco, sembra davvero che abbia riscoperto il comunismo autentico, stanco di ben due anni di fedelissimo sostegno a uno dei peggiori governi imperialisti degli ultimi decenni (come ha commentato acidamente D'Alema, Ferrero era sempre il più accomodante nel consiglio dei ministri).

Non bisogna tuttavia essere ferrati in ottica per sapere che talvolta la vista gioca brutti scherzi. E' una cosa che sperimentiamo spesso osservando quadri di grandi o capaci pittori che riescono a darci la sensazione che i volti dei loro ritratti ci seguano con lo sguardo. Nel gruppo dirigente di Rifondazione si sono a quanto pare esercitati per anni alle tecniche pittoriche e riescono oggi a rendere verosimile anche questa tardiva conversione al comunismo che è più falsa di quei fondali disegnati nei film degli anni Quaranta.

 

La rincorsa per saltare più lontano (nelle braccia della borghesia)

 

Ma la pittura non è l'unico campo in cui deve saper eccellere un buon riformista. Talvolta è utile anche conoscere le tecniche del salto in lungo. Cosa ha sempre insegnato Bertinotti che bisogna fare ogni volta che si esauriscono gli spazi negoziali nel rapporto di collaborazione con la borghesia? Ha insegnato che bisogna fare una "svolta a sinistra", allontanarsi, prendere la rincorsa, fare una "svolta a destra" e saltare nuovamente in braccio alla borghesia. Tutta la storia di Rifondazione è fatta di queste svolte apparenti il cui fine è stato unicamente quello di costruire con la presenza nei movimenti i rapporti di forza per arrivare preparati alla contrattazione con la borghesia e ottenere un ruolo e un riconoscimento nel suo governo (Prodi I e Prodi II), nelle sue giunte (disseminate per tutto il Paese). Paolo Ferrero sta facendo esattamente la stessa cosa. Mentre Vendola prosegue il percorso di costruzione di una appendice del Partito Democratico, insieme a Sd, Verdi e socialisti vari, la nuova maggioranza di Rifondazione sembra allontanarsi dal Pd, correndo in direzione opposta. Ma chiunque abbia un minimo di conoscenza di certi burocrati e li abbia visti in azione negli ultimi decenni sa che si tratta appunto e solo di una rincorsa per saltare di nuovo e meglio nelle braccia della borghesia.

Solo Claudio Bellotti può credere (o fingere di credere) che il Prc abbia rotto per scelta di classe col Pd e che il fatto di governare col Pd in più di mezza Italia (scelta che Ferrero ha platealmente confermato) sia solo un "punto" da risolvere "nelle riunioni locali". Solo il dirigente di Falcemartello, arruolato nella nuova maggioranza (con tanto di ingresso in segreteria), può scrivere senza scoppiare a ridere che il congresso di Chianciano ha definito "una alternatività strategica rispetto al Pd e il conseguente abbandono della prospettiva di ricostruire il centrosinistra (...)."

Chi non ricorda che fu proprio su quel "punto" che Bertinotti, ripetute volte, appoggiò la sua leva non per sollevare il mondo ma per riguadagnare una nuova alleanza di governo col centrosinistra? In ogni caso, se è la memoria a difettare, ci ha pensato Ferrero in tante interviste a spiegare alla borghesia che la nuova collocazione all'opposizione del Prc non è figlia di una scelta strategica bensì "è una scelta che vale nel contesto attuale" (Repubblica, 29 luglio). Un contesto in cui, governando nazionalmente Berlusconi ed essendo le elezioni un problema lontano, non costa nulla dichiararsi "partito di opposizione".

 

Paolo sulla via di Damasco?

 

Chi voglia studiare la storia del movimento operaio (un esercizio da non lasciare agli accademici) noterà che il riformismo non si è mai convertito. Certo, ripensamenti di militanti e dirigenti onesti ce ne sono stati: ma credere che l'intera burocrazia che dirige il Prc e che è strettamente attaccata alle migliaia di posti e ruoli guadagnati in questi anni in ogni interstizio di questa società si sia all'improvviso pentita è davvero abusare pericolosamente dell'ingenuità. Le conversioni sulla via di Damasco avvengono solo nelle storie di fantasia, come quelle raccontate nel Vangelo. La nostra impressione è, per dirla tutta, che il Paolo avvolto dalla luce e che si pente e cambia vita non si chiamasse Ferrero.

I dirigenti riformisti vanno combattuti e sconfitti politicamente. E' nel corso di questa battaglia contro il riformismo che sarà possibile guadagnare alla prospettiva rivoluzionaria le centinaia di militanti in buona fede che anche oggi commettono lo sbaglio di affidarsi ai vari Ferrero e Grassi e di credere alle loro "svolte".

Solo il fallimento elettorale ha prodotto una rottura del gruppo dirigente del Prc e la ricerca di ogni frazione dirigente di salvarsi ai danni dell'altra. Se il governo Prodi non fosse inciampato per lo sgambetto di Mastella, Rifondazione sarebbe ancora al governo e Ferrero farebbe ancora il ministro; così pure, se l'Arcobaleno avesse raggiunto risultati elettorali maggiori, l'asse Bertinotti-Ferrero non si sarebbe spezzato.

Peraltro la riprova di quanto diciamo non richiede una attesa storica: già alle prossime elezioni amministrative sarà evidente ‑ a chi non voglia chiudere gli occhi ‑ che la "svolta a sinistra" non esiste. Già nei prossimi mesi si potrà vedere che la politica perseguita dai riformisti ‑ anche quando non sono al governo ‑ resta una politica governista. Perché la collaborazione di classe è l'elemento senza cui il riformismo non esisterebbe e senza cui le burocrazie non potrebbero preservare i loro piccoli o grandi privilegi, strettamente legati a questa società e dunque all'illusione, che spargono a piene mani, che possa essere riformata e governata diversamente.

Ma chi vuol credere nella "svolta" dovrebbe comunque già oggi chiedersi perché Rifondazione non avanzi, forte dell'essere ancora il principale partito a sinistra, una piattaforma per unificare le lotte e costruire uno sciopero generale contro Berlusconi. La semplice ragione è che la svolta è solo mimata e non si basa sulle fondamenta comuniste di una ritrovata indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi governi.

 

I centristi disorientati dalla "svolta" di Ferrero

 

L'unico effetto della "svolta" di Ferrero nel mondo reale è quello di aver messo in difficoltà tutti i progetti intermedi tra quello riformista e quello rivoluzionario, cioè i progetti che siamo soliti definire "centristi" (in quanto oscillano al centro tra le due prospettive).

Sinistra Critica, il gruppo di Turigliatto e la D'Angeli, dopo aver rotto col Prc in nome di un dichiarato ritorno alla "Rifondazione di Genova", cioè alla fase "movimentista" del Prc collocato (forzatamente) all'opposizione, si trova oggi spiazzata. Già una parte di quest'area non se la era sentita di uscire da Rifondazione; è prevedibile che altre parti si sentano attratte dal ferrerismo che costituisce appunto un ritorno al bertinottismo (anche se contro Bertinotti), o più precisamente al bertinottismo di lotta, anticamera di quello di governo.

Di un rientro nel "nuovo" Prc già parlano, apertamente, altri settori che erano usciti o per partecipare alla costruzione del Pcl ferrandiano o per dare vita a gruppi della galassia neostalinista. Tutti gruppi che speravano di poter svolgere un qualche ruolo entrando in forma organizzata nella "costituente comunista" di Diliberto ma che oggi devono fare i conti con lo svuotamento di quel progetto provocato dalla "svolta" di Ferrero. Diliberto non può che complimentarsi per la "svolta a sinistra" ma è evidente che la sua ipotesi di ritagliarsi uno spazio inalberando l'identità "comunista" è compromessa dallo sviluppo imprevisto dei fatti ‑ che già ha bloccato la fuoriuscita dell'Ernesto dal Prc.

Grande è anche la difficoltà del Pcl di Ferrando. Essendo questo un gruppo costruito sulla sommatoria di opzioni differenti (nostalgici del Pci, fan di Chavez, compagni semplicemente confusi, come si vede anche solo facendo un giro sui siti internet locali), in cui l'unico collante è dato dalla centralità assoluta del Capo e dal confuso riferimento al "comunismo"; il richiamo della "svolta a sinistra" già ora esercita una forte e comprensibile attrazione per la gran parte dei (peraltro scarsi) attivisti.

Inoltre entrambe le organizzazioni centriste si sono costruite investendo nelle elezioni come momento di verifica essenziale del loro esistere. Ora, le elezioni europee della prossima primavera costituiranno per tutti questi gruppi un ostacolo insormontabile. Con una Rifondazione che si presenterà di nuovo col proprio simbolo e sventolando un ritrovato "comunismo", le percentuali elettorali già modeste guadagnate da Pcl e Sc sono destinate a essere polverizzate. La stessa Rifondazione, per non subire alle europee un colpo mortale che eliminerebbe anche il tentativo ferreriano di rivitalizzare un progetto riformista sotto altre vesti, dovrebbe riuscire a superare la soglia di sbarramento che, nel momento in cui scriviamo, si ipotizza attorno al 5%. Una sconfitta alle europee, sommandosi a una possibile scissione bertinottiana, costituirebbe un colpo violento per la barchetta ferreriana.

 

La costituente dei comunisti rivoluzionari, unica via

 

Svolte riformiste, insomma, non ce ne sono state quest'estate. La vera svolta di cui c'è bisogno è comunista. Non solo nel nome ma nei fatti: il che significa ripartire dalla indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi ‑ un punto di partenza di per sé non risolutivo ma certo indispensabile per costruire un partito d'avanguardia, di militanti inseriti nelle lotte.

E' per questi motivi che come Pdac abbiamo aderito e continuiamo a sostenere il progetto politico della "costituente dei comunisti rivoluzionari", promosso da un gruppo di attivisti politici e sindacali diversamente collocati, avviato con una petizione che nelle scorse settimane ha già raccolto una piccola ma significativa area (2). Lo facciamo con l'insieme delle nostre posizioni programmatiche e forti di un prezioso gruppo di militanti e quadri, in gran parte giovani e giovanissimi, che stanno crescendo nel Pdac (come abbiamo visto nel seminario di settembre) e nell'esperienza ‑ unica ‑ di costruzione di un partito su base internazionale, nella Lit.

Privi come siamo di presunzioni di autosufficienza, continueremo a sviluppare questa battaglia in ogni lotta, movimento, assemblea, sciopero, proponendo a tutti i militanti comunisti, ovunque oggi collocati, di partecipare alla costruzione di quel partito realmente comunista, internazionalista, rivoluzionario, cioè trotskista, che ancora non c'è. Non è un percorso breve: sia perché ogni passo è contrastato dalla borghesia, sia perché dobbiamo fare i conti con gli ostacoli riformisti e centristi, cioè di gruppi che non costruiscono nulla di duraturo ma continuano a produrre danni.

 

 

(12 settembre 2008)

 

 

(1) Rifondazione dopo il congresso. La nostra battaglia per la svolta a sinistra. (pubblicato sul sito di Falcemartello, 9 settembre 2008).

(2) Il testo dell'Appello, Mai più al governo con i padroni, è pubblicato sul sito www.costituenterivoluzionaria.org

 

Alitalia

I lavoratori non pagheranno per i padroni!

 

Claudio Mastrogiulio

 

In un giorno di fine agosto il governo Berlusconi IV ha presentato il piano Fenice, un piano di “salvataggio” della compagnia di bandiera Alitalia. Durante la campagna elettorale, mentre Berlusconi promette che la cosiddetta “italianità” dell’azienda non sarebbe stata intaccata, Prodi effettua con uno degli ultimi atti del proprio nefasto (per i lavoratori) governo un “prestito ponte” da 300 milioni di euro per permettere all’Alitalia di evitare un immediato fallimento e l’apertura delle procedure concorsuali. I francesi dell’Air France non acquistano l’azienda, Berlusconi vince le elezioni ed è di fatto costretto a mantenere la parola data circa l’italianità della compagnia di bandiera. Quello che Berlusconi non aveva spiegato durante la populistica propaganda che lo ha portato a Palazzo Chigi erano le modalità attraverso cui sarebbe arrivato a realizzare i suoi intenti. Come da facile pronostico per chi osserva la realtà attraverso le lenti chiarificatrici della lotta di classe a pagare la crisi di Alitalia, il suo “risanamento” e la preservazione della sua “italianità” sono i lavoratori. Il piano Fenice ha infatti decretato la nascita di una cordata italiana capeggiata da Colaninno, Sabelli, Tronchetti Provera, Riva, Marcegaglia, Profumo e qualche altro nome meno noto del gotha del capitalismo italiano, chiamata Compagnia Aerea Italiana (Cai). Vi partecipa anche l’amministratore delegato della Banca Intesa/San Paolo, creditrice dell’azienda. Il piano Fenice presentato dal governo è molto semplice nella sua partigianeria padronale: viene etero - diretto il piano Cai che prevede l’acquisto per 400 milioni di euro di alcune attività di Alitalia e la fusione di quelle con la compagnia Air One di Carlo Toto che dovrebbe divenirne azionista. Tra esternalizzazioni e licenziamenti uscirebbero dalla Cai ben 5.500 lavoratori dipendenti. Altra questione centrale è la proposta padronale di introdurre in Alitalia le Rappresentanze unitarie dei Lavoratori (Rsu), una sorta di parlamentino eletto dai lavoratori che può trattare con l’azienda. Le regole previste per le elezioni danno un premio di maggioranza del 33% ai sindacati confederali e dunque concertativi. Con quelle regole i sindacati di piloti ed assistenti di volo, che raccolgono il maggior numero di iscritti tra il personale di volo, rischiano di contare molto meno di Cgil, Cisl e Uil. Le altre passività (i debiti) di Alitalia andrebbero collocate nella Bad Company, di matrice pubblicistica, destinata alla liquidazione. Dunque, i profitti andranno a rimpinguare le tasche già colme dei padroni ed i debiti saranno accollati sulle spalle dei lavoratori italiani. La realtà prospetta in modo  migliore di ogni teorizzazione o speculazione ermeneutica la concretizzazione della divisione in classi della società e, soprattutto, il superamento d’ogni concezione idealistica circa uno stato presunto arbitro imparziale dei processi economici e sociali.

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