Partito di Alternativa Comunista

Classici del marxismo

 

a cura di Ruggero Mantovani

 

A ottant’ anni dal congresso di Lione

L’eredità di Gramsci e del Pcd’I

 

Ottant’anni fa, nel gennaio del 1926, vicino a Lione, si teneva il III congresso del Partito Comunista d’Italia: si chiudeva la fase dell’originario infantilismo bordighista, e la storia dei comunisti italiani, seppur per un breve periodo, si collocava nella tradizione del bolscevismo. Nonostante il congresso di Lione abbia fatto registrare gravi anomalie (sospensioni di dirigenti della sinistra e alcuni verbali falsificati), rimasero inalterate le regole del centralismo democratico e fu garantito il pieno diritto di tendenza, tant’è che alla sinistra fu fornito lo spazio per una controrelazione (anche più lunga della relazione).

 

Gramsci e Bordiga

 

Le tesi per il congresso furono composte da diversi documenti che analizzavano una molteplicità d’argomenti: situazione internazionale e nazionale, questione agraria, tesi politiche e sindacali. Il testo senz’altro più importante fu rappresentato dalle cosiddette “tesi di Lione”.

La frazione bordighista, a sua volta, presentava due testi: Piattaforma del comitato di intesa e Progetto di tesi della sinistra.

La tattica rigida di Bordiga era il riflesso di un metodo che basandosi su previsioni rivoluzionarie mostrava una tendenza all’astrazione, finendo per far coincidere il partito con un organo della classe separato da essa. Pur criticando giustamente la cosiddetta bolscevizzazione, il bordighismo non ne colse la natura: demolire nei partiti comunisti ogni opposizione, reale o potenziale. La sinistra si limitò a criticare la divisione del partito in cellule su base di fabbrica, poiché, a suo dire, sarebbe divenuto uno strumento corporativo. Non solo: Bordiga si oppose tenacemente alle parole d’ordine dell’ Internazionale relative al “governo operaio” e al “fronte unico”, poiché a suo dire entrambe deformate da tatticismo e opportunismo.

Ma il dibattito che avrebbe segnato la più forte discriminante tra Bordiga e Gramsci fu senz’altro il giudizio sul fascismo: Bordiga riteneva che il sistema capitalistico fosse “sempre identico”: “a noi pare – scriveva – (...) che nel fascismo e nella generale controffensiva borghese odierna non vi sia un mutamento di rotta della politica dello stato italiano (...), non crediamo all’antitesi tra democrazia e fascismo (..) non faremmo miglior credito in questa seconda situazione al naturale manutengolo della democrazia: il riformismo socialdemocratico”.

L’identificazione che Bordiga sosteneva tra il capitalismo e il fascismo non coglieva una contraddizione fondamentale: nel suo stato nascente il fascismo era stato il prodotto politico della piccola borghesia urbana e dalla reazione agraria, che nel riflusso del biennio rosso segnava un inedito fenomeno di massa; ma ben presto il fascismo divenne lo strumento di un’oligarchia industriale ed agraria che accentrava nelle sue mani il controllo di tutte le ricchezze del Paese e del risparmio nazionale, per finanziare l’espansione imperialistica nel mondo; e qui sta la crescente contraddizione proprio con la base sociale da cui era originato.

Una contraddizione interna al sistema borghese che per Gramsci e il gruppo di centro - pur non immune da un’eccessiva “sociologizzazione” - era fondamentale, poiché indicava una tendenza che avrebbe provocato futuri capovolgimenti.

 

Il partito di Gramsci fu un partito bolscevico

 

Al congresso di Lione matura, rispetto all’originaria fase bordighista, una nuova dialettica partito-masse. Dispiegare una politica di massa significava per Gramsci legare ogni rivendicazione immediata a un obiettivo rivoluzionario; servirsi di ogni lotta parziale per insegnare alle masse la necessità dell'azione generale; cercare di ottenere che ogni lotta di carattere limitato fosse preparata e diretta per condurre alla mobilitazione e all’unificazione le forze proletarie.

Anche se in Gramsci non era chiaramente esplicitato un programma di rivendicazioni transitorie, quel che più conta è che un programma generale per non essere una sterile fraseologia rivoluzionaria aveva bisogno di un collegamento, di un ponte ai problemi attuali delle masse, al quale riconnettere un combinamento dialettico di parole d'ordine unificanti la parzialità delle lotte alla strategia rivoluzionaria.

Il partito comunista gramsciano riattualizzava il partito di Lenin, un partito che non poteva essere semplicemente formato da un gruppo di persone con le stesse opinioni, con la stessa ideologia da predicare in qualunque luogo anche in assenza della classe: “(...) per noi [asseriva Lenin] un partito è una frazione di una determinata classe, è uscito dalle viscere di questa a cui lega la sua sorte. Un partito porta l'impronta incancellabile della classe da cui è nato; la sua origine ne predetermina il ruolo e guida tutta la sua storia” .

Il ruolo di direzione del partito sulle masse, riattualizzando l'impostazione leninista, era inteso da Gramsci in senso dialettico, epurato dal meccanicismo bordighista, dalla sua tattica rigida e dalle sue astratte previsioni rivoluzionarie.

“Noi – asseriva Gramsci – affermiamo che la capacità di dirigere la classe è in relazione non al fatto che il partito sì proclami l'organo rivoluzionario di essa, ma al fatto che esso effettivamente riesca, come parte della classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla massa un movimento nella direzione desiderata e favorita dalle condizioni oggettive. Solo come conseguenza della sua azione tra le masse il partito potrà ottenere che esse lo riconoscano come il loro partito (conquista della maggioranza) e solo quando questa condizione si è realizzata esso può presumere di trascinare a sé la classe operaia. Le esigenze di quest’azione tra le masse sono superiori a ogni ‘patriottismo’ di partito”.

 

La costruzione dell’egemonia di massa

 

Con il congresso di Lione Gramsci riorienta non solo il rapporto partito-masse ma più specificamente la correlazione direzione-spontaneismo, consapevole che ciò che il movimento crea nel suo stadio nascente è un’azione circoscritta alla sua condizione materiale.

Gramsci indica al partito di agire sull'esito di questa azione, “per accrescere la sua influenza, dimostrando con i fatti che il suo programma d'azione è il solo rispondente agli interessi delle masse e alla situazione oggettiva, per portare sopra una posizione più avanzata una sezione arretrata della classe lavoratrice”.

Dirigere la classe operaia per Gramsci ha significato agire in profondità in tutte quelle organizzazioni ove questa era strutturata, “compiendo in esse e attraverso di esse una sistematica mobilitazione di energie secondo il programma della lotta di classe e un'azione di conquista della maggioranza alle direttive comuniste”.

Il lavoro di massa escludeva decisamente ogni tipo di subordinazione del partito al sindacato: i comunisti dovevano organizzarsi in frazioni nelle formazioni sindacali, partecipandovi per sostenere “il programma e le parole d'ordine del loro partito”, rigettando ogni orientamento che tendeva ad estraniarli dalle organizzazioni di massa.

La difesa dei sindacati di classe e della loro coesione organizzativa non assumeva aspetti corporativi ma era funzionale alla strategia rivoluzionaria: il partito doveva nelle peggiori situazione oggettive tendere a conservare tutte le accumulazioni di esperienza tecnica e politica acquisite dalle masse proletarie.

Gramsci ammoniva che il lavoro nei sindacati di massa non sarebbe bastato per conquistare alla rivoluzione la classe operaia, poichè la loro struttura corporativa tendeva a trasformarli in uffici di propaganda; era compito del partito stimolare la creazione di “organismi rappresentativi di massa”, per riattivare i produttori alla mobilitazione e prospettare un fronte unico di combattimento.

La necessità di organizzazioni non esclusivamente sindacali, cui il partito doveva attivamente tendere, significava per Gramsci trasportare il lavoro di massa dal terreno corporativo a quello industriale di fabbrica, facendo divenire questi legami con il movimento “elettivi e rappresentativi”.

Questa concezione, malgrado integralmente approvata al congresso di Lione, subì tuttavia due opposte critiche: l’estrema sinistra riteneva superato il lavoro nei sindacati indicando esclusivamente la fabbrica quale terreno privilegiato per l'azione politica; la destra del partito (rappresentata da Tasca), indicava il sindacato come unico strumento d'azione, preoccupata di non urtare gli apparati del movimento sindacale.

Le posizioni sul sindacato, sul partito e sul programma dimostrano chiaramente che Gramsci non si limitò a condurre una dura battaglia contro l’estremismo e il settarismo che aveva caratterizzato l’origine del Pcd’I, ma impresse una sostanziale evoluzione del partito verso il bolscevismo. Un altro aspetto distintivo della costruzione del partito rivoluzionario è stato rappresentato dal ruolo delle alleanze tra la classe operaia e le classi che “oggettivamente si trovano su un terreno anticapitalistico, quantunque siano dirette da partiti e gruppi politici legati alla borghesia”.

La questione delle alleanze non assunse mai per Gramsci un carattere tattico improntato alla contingenza di un processo accumulativo di forze: essa rappresentava la diretta traduzione della leniniana “conquista della maggioranza”, della formazione di un blocco sociale maggioritario che avrebbe reso possibile la maturazione soggettiva delle forze motrici della rivoluzione, in cui il partito avrebbe dovuto dispiegare la sua funzione di direzione.

Qui tutta la novità impressa da Gramsci sulla “questione meridionale” che, epurata da valutazioni sovrastrutturali, era ricondotta nell’“in sé” dei conflitti nati nel capitalismo italiano: la progressiva attrazione della piccola borghesia per il fascismo e il pericoloso assorbimento del proletariato contadino in soluzioni regionalistiche attraverso formazioni borghesi come “l’Unione Nazionale”, indussero Gramsci a sostenere la necessità di fornire ai contadini meridionali una direzione autonoma per sottrarli definitivamente all'influenza della borghesia agraria.

Il solo organizzatore della massa contadina meridionale era l'operaio industriale, rappresentato dal partito comunista quale strumento di riunificazione del blocco sociale subalterno.

In definitiva, ciò che maturò negli anni Trenta con la politica dei “fronti popolari”e successivamente con la “svolta di Salerno” e con la “via italiana al socialismo”  (involucro ideologico del compromesso storico berlingueriano negli anni Settanta) ha rappresentato la negazione e la rimozione di quel partito rivoluzionario che al congresso di Lione nel 1926 Gramsci contribuì a costruire e che tanto più oggi, con la fine del Prc nel governo borghese dell’Unione, risulta assolutamente irrinunciabile per il movimento operaio italiano.

Coscienza spontanea e coscienza socialista

Alcuni spunti dal Che fare?

 

di Alberto Cacciatore

 

Lenin a conclusione dell’opuscolo Che fare? del 1902, dopo aver delineato un rapido bilancio storico della socialdemocrazia russa scrive: “Quando il terzo periodo sarà sostituito dal quarto (già annunciato da numerosi indizi)? Non sappiamo. Ma crediamo fermamente che il quarto periodo ci porterà al consolidamento del marxismo militante, che la socialdemocrazia russa uscirà dalla crisi rafforzata e virilizzata, che la retroguardia degli opportunisti avrà il cambio da una vera avanguardia della classe più rivoluzionaria. Auspicando tale cambio e riassumendo in una parola quanto abbiamo scritto, alla domanda: che fare? possiamo rispondere brevemente: liquidare il terzo periodo!”

Nel terzo periodo, che è ai suoi albori nel 1897 e sostituisce definitivamente il precedente nel 1898, “la lotta proletaria abbraccia nuovi strati di operai, si estende a tutta la Russia e contribuisce così direttamente a rafforzare le tendenze democratiche fra gli studenti e altri ceti della popolazione. Ma la coscienza dei dirigenti non è all’altezza della spinta spontanea, vasta e potente; fra i socialdemocratici l’elemento predominante è ormai costituito da militanti di un altro tipo che si sono formati quasi elusivamente sulla letteratura marxista ‘legale’, tanto più insufficiente quanto più alta è la coscienza richiesta dalla spontaneità della massa. Non solo i dirigenti sono in ritardo teoricamente (libertà di critica) e praticamente (primitivismo), ma si sforzano di giustificare il proprio ritardo con mille e un argomento altisonante. Il movimento socialdemocratico è abbassato al livello del tredunionismo (…). Questo periodo è caratterizzato (…) dall’unione di un praticismo meschino con una noncuranza totale per la teoria. Il socialismo scientifico cessa di essere una teoria rivoluzionaria organica per trasformarsi in un beveraggio ‘liberamente’ diluito con l’acqua di un qualunque nuovo manuale tedesco: la parola d’ordine della ‘lotta di classe’ non incita più a un’azione sempre più ampia ed energica, ma serve di emolliente, perché - si dice - ‘la lotta economica è indissolubilmente legata alla lotta politica’; l’idea del partito non incita a creare un’organizzazione rivoluzionaria di lotta, ma giustifica una specie di ‘burocraticismo rivoluzionario’ e i fanciulleschi passatempi con le forze democratiche”.

 

“Marxismo legale” ed “economicismo”

 

Alla fine del 19° secolo Lenin dovette sostenere, prima in Russia e poi all’estero, una dura lotta contro i “marxisti legali” e gli “economicisti” che nella socialdemocrazia russa avevano sostenuto la parola d’ordine della “libertà di critica”, diffusa da Berneisten nella socialdemocrazia internazionale. Questa nuova tendenza che “critica” il marxismo “vecchio” e “dogmatico”, pervertiva la coscienza socialista, svilendo il marxismo, predicando la teoria dell'attenuazione degli antagonismi sociali, dichiarando insensata l’idea della rivoluzione sociale e della dittatura del proletariato, riducendo il movimento operaio e la lotta di classe a un gretto tradunionismo e alla lotta “realista” per piccole riforme graduali, trasformando il movimento operaio, ai suoi albori, in un’appendice del movimento liberale.

L’adesione alla “critica” coincideva con la propensione dei militanti socialdemocratici per l’“economicismo”: gli operai debbono condurre una lotta economica, gli intellettuali marxisti debbono fondersi coi liberali per la lotta politica. Veniva stabilito un rapporto meccanico tra lotta economica e lotta politica: è lo sviluppo della lotta economica che favorisce il processo spontaneo del formarsi di una coscienza politica della classe operaia.

Alla sottomissione del movimento operaio alla spontaneità Lenin risponde citando le parole di Kautsky: “Socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all'altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l’una né l’altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall'esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente. (…) Il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe”.

Lasciata a se stessa, prosegue Lenin, “la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradeunionista”. Pur negando l’idea che “il movimento puramente operaio sia di per sé in grado di elaborare una ideologia indipendente”, non ne consegue “che gli operai non partecipino a questa elaborazione; ma non vi partecipano come operai, bensì come teorici del socialismo (…) nella misura in cui giungono ad acquisire più o meno completamente cognizioni della loro epoca e a farle progredire.” Perché possano riuscirvi più spesso “bisogna sforzarsi di elevare il livello della loro coscienza in generale”. Da qui l’importanza dell’educazione e della formazione di quadri operai all’interno del partito.

 

Coscienza e partito

 

Lenin riconoscendo che “la classe operaia va spontaneamente al socialismo” sottolinea, però, che “l’ideologia borghese, che è la più diffusa (e che risuscita costantemente nelle più svariate forme), resta pur sempre l’ideologia che, spontaneamente, soprattutto si impone all’operaio”. Ciò è dovuto al fatto che l’ideologia borghese è più antica e sviluppata di quella socialista e inoltre “possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione”.

Spontaneità e coscienza non sono separate in modo meccanico ma in connessione dialettica. In effetti Lenin sostiene che “vi è spontaneità e spontaneità”, che gli operai si impegnano in lotte in cui in fondo “l’elemento spontaneo non è che la forma embrionale della coscienza”. Questa, tuttavia, non può giungere alla sua forma sviluppata di coscienza socialista senza un partito dotato di teorie e teorici che analizzino gli sviluppi politici, economici e sociali nel loro contesto più ampio: “la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni (…) il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi.”

La preoccupazione di Lenin può sintetizzarsi con una parola: generalizzare la lotta, i suoi terreni, i suoi soggetti, le sue finalità. Nel tentativo di sviluppare l’egemonia operaia nella lotta politica, “l’ideale del socialdemocratico non deve essere il segretario di una Trade Union, ma il tribuno popolare che sa reagire a ogni manifestazione di arbitrio e di oppressione, ovunque essa avvenga e qualunque strato essa colpisca, che sa generalizzare tutte queste manifestazioni in un solo quadro della violenza poliziesca e dello sfruttamento capitalistico, che sa servirsi di ogni minuzia per esporre davanti a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni democratiche, per spiegare a tutti il significato storico mondiale della lotta emancipatrice del proletariato”.

Il senso di questa contrapposizione la si può tradurre in quella tra particolare e generale. Gli “economisti” non vedono il tutto, non colgono l’unità concreta delle determinazioni sociali. Il feticismo del fatto economico li induce a perdere di vista l’organicità del sistema sociale e quindi la complessità del quadro dei conflitti di classe.

Non c’è azione politica rivoluzionaria né coscienza politica (cioè coscienza di classe) rivoluzionaria finché si rimane prigionieri di una concezione corporativa della propria identità e funzione. La “coscienza veramente politica” della classe operaia è frutto del riconoscimento delle dinamiche fondamentali dello sfruttamento capitalistico, che conduce di per se stesso a cogliere le ragioni comuni e le finalità generali della lotta rivoluzionaria.

 

Ex libris

a cura di Fabiana Stefanoni

 

Ministro di grazia ma non di giustizia

A sessant’anni dall’amnistia Togliatti

 

Nominato ministro di Grazia e giustizia nel governo Parri il 19 giugno 1945, Togliatti conservò l’incarico ministeriale anche nel primo governo De Gasperi. All’indomani delle elezioni del 2 giugno ’46, con le quali – accanto al referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica – si elesse l’Assemblea costituente, De Gasperi sollecitò Togliatti a predisporre uno schema d’amnistia per i fascisti. Togliatti eseguì senza esitazioni: il 22 giugno 1946 fu emanato il “decreto presidenziale di amnistia e indulto per i reati politici e militari n. 4”, meglio noto come “amnistia Togliatti”. Più di vent’anni di oppressione fascista in Italia venivano cancellati con un colpo di spugna per mano del principale dirigente del Partito comunista italiano: un’ondata di scarcerazioni eccellenti portò a compimento quel processo di “normalizzazione” politica – per usare la nota espressione di De Gasperi – che, dopo la Resistenza, consegnava definitivamente ai grandi gruppi capitalistici italiani le redini del Paese.

 

Qualche dato interessante

 

Il libro di Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti (Mondadori, 2006), è un libro interessante, basato su ricerche d’archivio e sul tentativo di ricostruire con precisione e dati alla mano i numeri dell’amnistia. Per la prima volta, a detta dell’autore, si utilizza la documentazione d’archivio, dalla quale emerge che parti significative del decreto sono stese di pugno dallo stesso Togliatti, nonostante il tentativo della storiografia filo-Pci di presentare l’amnistia come un’imposizione da parte della Democrazia cristiana: “le ‘carte Togliatti’ attestano l’immediata consapevolezza da parte dello statista delle dimensioni massicce delle scarcerazioni, in contrasto con le versioni minimizzatrici da lui fornite per rassicurare l’opinione pubblica” (p. 4).

L’autore – che non prova particolari simpatie per il leader del Pci – non si fa scrupoli nell’elencare gli effetti del decreto, non trascurando i dati più scabrosi. Per citare qualcuno dei tanti casi esaminati nel libro, si ricorda che solo nei primi quattro giorni di applicazione (25-28 giugno), la Corte d’assise di Roma scarcerò, in applicazione del decreto d’amnistia, 89 fascisti accusati di collaborazionismo e atti rilevanti: “tra di essi comparivano elementi distintisi nell’apparato propagandistico della Rsi, una quantità di spioni e delatori e alcuni giudici dei tribunali speciali” (p. 49). Verso la fine di luglio (un mese dopo!) migliaia di fascisti beneficiarono dell’amnistia, compresi dirigenti noti per l’attività politico-militare svolta nel 1943-45 nelle brigate nere e nelle varie formazione armate della Repubblica Sociale Italiana. Se si considera poi che la quasi totalità dei giudici aveva giurato fedeltà al fascismo, transitando allegramente da Mussolini a Badoglio, da Salò alla repubblica, il gioco è fatto: alla fine della fiera l’amnistia fu applicata anzitutto ai maggiori responsabili del fascismo, compresi i partecipanti alla marcia su Roma (la Cassazione romana arrivò a definire “repubblica necessaria” il regime di Salò).

Se il libro è interessante dal punto di vista dei dati e dell’aneddotica – si ricorda, ad esempio, che tra i collaboratori di Togliatti durante l’incarico governativo figurava Gaetano Azzariti, presidente nientemeno che del Tribunale della razza dal 1938 al 1943, nelle vesti di “consulente” – si mostra invece carente dal punto di vista della cornice storica all’interno della quale i fatti vengono inseriti, fino a sfiorare il ridicolo quando si abbozza un giudizio critico sugli eventi.

 

Fronti popolari e stalinismo: le ragioni dell’amnistia

 

Lo schema interpretativo, sul quale Franzinelli articola la propria analisi dell’amnistia all’indomani della caduta del fascismo, manca degli elementi necessari a inquadrare le scelte di Togliatti nel contesto sociale e politico nel quale presero vita. Per questo, agli occhi dell’autore, l’amnistia appare quasi una scelta personale di Togliatti, motivata da una non meglio precisata volontà di compensare quelle che l’autore definisce “incongruenze dell’epurazione” (p. 260). In altre parole, si sarebbe trattato di un atto in buona fede di Togliatti ai fini della “pacificazione nazionale”, atto che ha poi trasceso le intenzioni originarie, diventando la causa di profonde insoddisfazioni e nuove “violenze di massa” (106).

Al di là dei giudizi di merito dell’autore – che, evidentemente, considera “atto di pacificazione” la stabilizzazione del sistema capitalistico e, quindi, dello sfruttamento di una classe su un’altra – la ricostruzione appare più giornalistica che storicamente fondata. Nessun cenno, ad esempio, viene fatto all’elemento determinante nella definizione delle scelte del leader del Pci: la politica dei fronti popolari, conseguenza della la vittoria della burocrazia stalinista in Unione sovietica e nell’Internazionale comunista. Nel VII Congresso (1935), l’Internazionale passò con un balzo apparentemente repentino dal “socialfascismo” (il cosiddetto terzo periodo) alla teorizzazione della necessità dell’unità di classe col nemico (i fronti popolari, appunto). L’alleanza di governo con la borghesia – esclusa di principio nel programma dei bolscevichi e della Terza Internazionale all’indomani dell’Ottobre – diventava il tributo che la classe operaia doveva pagare alla burocrazia stalinista: la rinuncia alla conquista del potere e alla prospettiva della rivoluzione internazionale era l’altra faccia della medaglia degli accordi di Stalin con le potenze imperialiste per la preservazione del proprio potere in Unione sovietica.

La celeberrima “svolta di Salerno” – con la quale Togliatti, nel marzo ’44 pose all’ordine del giorno la necessità della collaborazione di classe coi partiti della borghesia, non solo escludendo categoricamente qualsiasi traduzione della lotta di liberazione dal fascismo in potere della classe operaia, ma addirittura rimandando a data da destinarsi la messa in discussione della monarchia – si deve leggere in questo contesto. L’assunzione da parte di Togliatti di incarichi ministeriali, con la conseguente elargizione di attestati di fedeltà alla borghesia (nel caso specifico, il condono di vent’anni di violenze fasciste), trova le sue ragioni nell’adesione del Pci allo stalinismo: occorreva da un lato garantire gli accordi siglati da Stalin con l’imperialismo a Yalta e Potsdam ai fini della spartizione delle reciproche aree d’influenza; dall’altro lato, tentare di reiterare l’esperienza dei fronti popolari, sempre ai fini del consolidamento del potere sovietico.

 

Il vero scandalo

 

Discostandosi dall’ottica giornalistica del libro di Franzinelli, occorre individuare i veri fatti di fronte ai quali è il caso di gridare allo scandalo: non tanto il numero, alto o basso, di fascisti che sono rimasti impuniti all’indomani della Liberazione ma, piuttosto, il tradimento da parte della burocrazia stalinista del Pci delle ragioni della classe operaia. Di fronte a una situazione sociale potenzialmente rivoluzionaria, così come si venne configurando nel corso della Resistenza (con momenti particolarmente avanzati, dal punto di vista dello scontro di classe, in occasione degli scioperi del marzo ’43), il principale ruolo esercitato dalla direzione del Partito comunista italiano – appendice dell’Internazionale di Stalin – fu quello di contenere le spinte radicali, traghettare la classe operaia tra le braccia della borghesia, indurla a restituire le armi per riconsegnare il potere nelle mani degli stessi gruppi capitalistici che, fino a poco prima, si erano serviti del fascismo per portare avanti i propri interessi.

Il dopoguerra in Italia ha rappresentato l’ennesimo esempio di collaborazione di classe: mentre a livello internazionale la classe operaia veniva privata di una direzione rivoluzionaria, ministri comunisti, a braccetto con i partiti della borghesia, Democrazia cristiana in primis, garantivano al capitalismo una stabile sopravvivenza per gli anni a venire. Anche questo esempio storico ci insegna che la necessaria articolazione tattica del programma di un partito comunista, che va definita sulla base delle contingenze storiche, non può prescindere dal rispetto di alcuni principi imprescindibili: tra questi, l’indipendenza della classe operaia dai governi della borghesia. Non c’è prassi rivoluzionaria se si dimentica che l’essenza del programma comunista è “organizzazione della lotta di classe e direzione di questa lotta, il cui scopo finale è la conquista del potere politico da parte del proletariato e l’organizzazione della società socialista” (Lenin, 1899).

 

 

Lotte e mobilitazioni in Italia

 

a cura di Michele Rizzi

 

Cosenza

Qualche settimana fa è esplosa la protesta dei lavoratori della Bocoge che ha avuto la sua punta più alta nella manifestazione operaia nei pressi dell'Università della Calabria. La protesta si è poi spostata sulla Ss 107, per Commenda, Quattromiglia e Arcavacata. I lavoratori chiedono certezze per il futuro, stante il rischio concreto di licenziamento per l’inattuazione del piano di sviluppo del polo tecnologico. Il blocco ha paralizzato completamente la statale 107 tra Commenda e Arcavacata, lo svincolo di Cosenza Nord e la zona di Quattromiglia, impedendo a migliaia di lavoratori di recarsi al lavoro e agli studenti di frequentare i corsi all’Università.

 

Milano

In sciopero anche i dipendenti dell'Università Statale di Milano, che per la prima volta negli ultimi vent’anni si sono astenuti dal lavoro. La partecipazione è stata discreta e parte dalla forte opposizione del personale non docente alla politica di nuovi tagli per il personale tecnico-amministrativo, con lo scardinamento del sistema dei passaggi orizzontali fortemente voluto dall’amministrazione dell’Università.

 

Torino

In più di 150.000 hanno partecipato al Gay Pride di Torino del mese scorso con una fortissima presenza da tutte le città italiane. Centinaia e centinaia di striscioni hanno chiesto uguali diritti sociali anche per le coppie gay, lesbiche, trans, a partire dall’immediata introduzione dei Pacs. La manifestazione è stata un successo dal punto di vista organizzativo e delle presenze, come accade ormai da anni. L’unico problema reale è che, nonostante le enunciazioni e le presenze all’iniziativa, il governo dell’Unione, in ossequio alle gerarchie ecclesiastiche che vedono in Rutelli il loro principale portavoce governativo, non attuerà i Pacs, magari limitandosi esclusivamente, come fatto da Vendola in Puglia, a minimi riconoscimenti che non vanno alla sostanza della discriminazione sessuale. Per questo Progetto comunista – Rifondare l’opposizione dei lavoratori chiede al vasto mondo gay–lesbico di sviluppare una necessaria opposizione alle politiche filo-ecclesiastiche del governo Prodi, per una vera estensioni dei diritti civili e sociali a chi è stato da sempre discriminato per le sue preferenze sessuali.

 

Bruxelles (Belgio)

Continua la mobilitazione dei sans papiers contro il governo belga. La loro è una battaglia che dura da svariati mesi contro una legislazione in tema di immigrazione che dal 1999 non prevede alcuna assegnazione di permessi. Le ultime manifestazioni hanno visto la partecipazione anche di tanti lavoratori belgi come fronte unitario di lotta contro le politiche discriminatorie del governo, legate peraltro alle politiche dell’Unione europea in tema di immigrazione, e contro lo sviluppo del razzismo alimentato dal Partito xenofobo di estrema destra, Vlams Belang. Le stime ufficiose parlano di circa 85.000 immigrati costretti a vivere nell’ombra, con lavori in nero e sfruttamento selvaggio. Chi viene arrestato dalle forze repressive finisce nei Cpt, come in Italia ed in qualsiasi Paese europeo dotato di queste carceri del capitalismo internazionale, come prescritto, tra l’altro, dal trattato di Schengen dell’Ue.

 

Milano

I compagni di Progetto comunista lombardi ci parlano di un sostanziale successo della mobilitazione milanese dell’ultimo mese per chiedere la scarcerazione dei 25 compagni arrestati l’11 marzo a Milano per la partecipazione alla manifestazione contro i neofascisti. Ipocrita la presenza di quegli esponenti dell’Unione milanese e nazionale, tra cui alcuni deputati del Prc e del Pdci, che allora avevano condannato verbalmente gli antifascisti per i fatti di marzo e adesso scendono in piazza per la scarcerazione degli arrestati. Naturalmente non si può stare contemporaneamente con le forze repressive dello Stato borghese e con gli antifascisti, con i ricchi commercianti che si lamentano per i loro affari “sconvolti” da una manifestazione antifascista e con chi si batte per il diritto di manifestare. Progetto comunista sta esclusivamente e senza indugio con gli antifascisti chiedendo la liberazione dei compagni arrestati e rivendicando con qualsiasi mezzo un’opposizione irriducibile antifascista.

 

Parachinar (Pakistan)

Altre due insegnanti con le loro figlie sono state massacrate da uomini armati nel Pakistan, ai confini con l’Afghanistan. Sono state sorprese mente facevano lezione in una delle scuole comunitarie professionali per donne. In questo Paese la pressione fondamentalista non ammette alcun ruolo sociale per la donna, se non quello di “angelo del focolare”. Il governo pachistano è un alleato di ferro dell’imperialismo americano.

 

Bologna

Prosegue l’attività della Giunta Cofferati sul fronte degli attacchi ai diritti dei ceti meno abbienti. Adesso, dopo la caccia agli immigrati, la battaglia contro i lavoratori del Comune, lo scontro con i ragazzi dei centri sociali, è la volta della privatizzazione della gestione degli impianti sportivi, in ossequio alle gerarchie ecclesistiche della città felsinea. La parte del leone la fa la società Mastersport, legata a Comunione e liberazione, che ottiene la gestione di 8 su 11 impianti sportivi. Cofferati piace sempre di più ai poteri forti della città, di centrodestra e di centrosinistra, molto meno alla sinistra antagonista, che, al contrario dei balletti ridicoli di quella istituzionale, dal Prc a Pdci e Verdi, è all’opposizione del governo cittadino ormai da mesi.

 

 

 

 

 

 

 

Intervista agli operai della Nexans

Lotta e autorganizzazione contro la concertazione

 

a cura di Davide Persico

 

Ultimamente nella zona di Latina sono in piedi diverse vertenze in cui gli operai stanno resistendo ai peggiori attacchi padronali (Tetrapak, Meccano e altre) che vanno avanti sulla pelle dei lavoratori. Esempio emblematico di queste lotte è quella degli operai della Nexans che, dal 2001, si sono auto-organizzati in un comitato di fabbrica per porre rimedio alla continua latitanza della burocrazia sindacale Cgil totalmente impegnata nella concertazione con i padroni.

Ne parliamo con due operai in lotta: Danilo Pecorilli (presidente del comitato) e Fabio Frusone (Rsu-Cgil).

 

Vediamo l’intera vicenda Nexans di Latin: come si è sviluppata e le conseguenze materiali sulle condizioni dei lavoratori

“Il comitato nacque in occasione della vicenda dell’amianto, a cui i lavoratori dello stabilimento erano continuamente esposti durante i turni. Nella fabbrica dove noi lavoriamo sono presenti circa 54.000 mq di amianto, e perciò abbiamo fatto causa all’azienda con l’aiuto dell’avvocato Ruggero Mantovani, dirigente di Pc-Rol. Dopo tre anni abbiamo vinto la causa (aprile 2005) e quasi tutti coloro che avevano i requisiti pensionistici sono usciti. Ma nonostante la vittoria del ricorso il piano di smaltimento dell’amianto non è ancora stato avviato, e neanche le più elementari operazioni di manutenzione. A fronte di tutto questo, abbiamo ritenuto che il comitato spontaneo rimanesse in vita per far fronte ad altre vertenze; una di queste è quella che ci vede impegnati in questi giorni, cioè quella sul recupero salariale, che già in precedenza era previsto da un accordo risalente alla fine degli anni ’80 firmato dallo stesso sindacato che adesso non ne vuole più sapere. Questa vertenza, che è ancora in corso, ha fatto sì che all’interno del nostro comitato entrassero molti operai, arrivando a contare all’incirca 200 membri”.

Quindi il comitato è nato inizialmente sulla questione amianto?

“Sì, ma i motivi sono stati diversi, anche per sopperire a un ridimensionamento dell’intero organico. Quando è sorta la fabbrica a Latina, circa quarant’anni fa, occupava 1.200 lavoratori, ma con il passare del tempo il numero è sceso vorticosamente fino a 217 unità (di cui oltre 70 interinali). Le politiche concertative della burocrazia sindacale, in particolar modo della Cgil, sono state fondamentali per questa operazione di riduzione dell’organico”.

Quindi la situazione che si è prodotta è anche da addebitarsi alla mancanza di combattività da parte della Cgil?

“Non solo! La questione investe la Cgil anche a livello nazionale, in quanto in nessuna riunione nazionale il sindacato ha accolto i nostri documenti e le nostre proposte, persino quando è stato indetto da tutta l’RSU uno sciopero di sole due ore. E la reale assenza del sindacato si fa sentire anche in un momento così drammatico in cui la Nexans a livello mondiale sta rilanciando sul tema della produttività e della concorrenza, mettendo su un vero e proprio ricatto, con la minaccia del trasferimento delle commesse”.

Come è strutturato il vostro comitato?

“Il comitato è formato da un presidente e da un esecutivo di nove membri. Come vedi ci siamo dati anche delle elementari strutture di direzione, che dal nostro punto di vista erano indispensabili per far fronte a una situazione di forte passività e smobilitazione di tutti i lavoratori. Il comitato inoltre si è dotato di uno statuto”.

Parliamo dell’ultimo Congresso Nazionale della Cgil

Si è cercato di fare un congresso unitario con un documento unico. Gli intenti di buona parte dei militanti erano quelli di abrogare la Legge 30 dal versante dei lavoratori, dal versante delle lotte che erano nate sulla scia degli attacchi del governo di centrodestra (es. abolizione dell’Articolo 18). Il sospetto era che la maggioranza della Cgil fosse cambiata unicamente perché c’era un governo di destra, e che poi con un governo amico, cioè di centrosinistra, sarebbe tornata di nuovo alla concertazione. Infatti dopo le elezioni del 9-10 aprile la Cgil ha mostrato il suo vero volto. Si sono spartiti le poltrone nei posti dirigenti, eliminando qualsiasi elemento di democrazia interna, che dovrebbe invece essere la cosa più elementare per un’organizzazione dei lavoratori.

A novembre la fabbrica ha operato una riorganizzazione senza nemmeno una concertazione con il sindacato. Sono partiti e hanno aumentato i carichi di lavoro senza tecnologie idonee, mettendo così a rischio la sicurezza dei lavoratori. Mentre facevamo sciopero la Nexans metteva in libertà le persone che protestavano. Come Rsu abbiamo cercato di coinvolgere il sindacato a livello nazionale, nel procedimento ex Articolo 28 della legge 300, con le firme della maggioranza dei lavoratori. Ma la burocrazia nazionale ha risposto che non si poteva fare. Questo è l’emblema di cos’è il sindacato all’interno della fabbrica: nulla.

Per quanto riguarda il governo Prodi, cosa vi aspettate da esso?

“Cosa ci aspettavamo! Ci aspettavamo altre cose, per esempio che tutte le promesse fatte durante gli anni del governo Berlusconi, fossero mantenute. Non ci aspettavamo lontanamente che tirassero fuori quello schifoso programma che hanno scritto, un programma che non soddisfa minimamente le esigenze di noi ex militanti del Prc. Infatti chi ha fatto nascere materialmente il comitato sono tutti compagni che provengono dall’esperienza di Rifondazione, esperienza fatta con la speranza che quel partito facesse una politica diversa rispetto a quella che sta facendo invece ora come parte organica del governo dell’Unione. Esempio lampante è la questione della Legge 30, che sarà semplicemente modificata e non abolita; oppure la questione della scala mobile, dove ancora una volta si rivendica la terribile politica di concertazione con i padroni; per non parlare delle privatizzazioni che portano al taglio dell’occupazione”.

Giustamente Rifondazione non farà nulla per i lavoratori!

“No, tant’è vero che noi aderiremo al nuovo partito comunista che si sta costituendo. L’adesione ufficiosamente è stata data con la nostra se pur esigua presenza all’assemblea del 22 aprile. Certamente non tutti i 200 aderiranno a Progetto Comunista – Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori, e toccherà a noi lavorare dall’interno a guadagnare più compagni possibili alla nostra proposta programmatica”.

 

Questa vicenda ha dimostrato che là dove manca una direzione sindacale coerente le avanguardie operaie si devono autorganizzare e allo stesso tempo devono continuare a dare battaglia anche nei sindacati più riformisti e concertativi come la Cgil. Questi due lavoratori nonostante il tradimento di classe della burocrazia sindacale hanno capito che non possono lasciarla vinta ai padroni e ai burocrati, che devono stare lì a conquistare più operai possibile a una prospettiva politica e sindacale diversa. Questa prospettiva è la prospettiva di Pc-Rol, è la prospettiva del potere dei lavoratori, è la prospettiva del socialismo.

Respinti i licenziamenti dei lavoratori dello Slai Cobas

Condannata la Fiat per comportamento antisindacale

 

di Pasquale Cordua

 

Gli operai della Fiat Auto hanno salutato con calore il ritorno in fabbrica degli otto compagni dello Slai Cobas. Neanche il tempo di qualche stretta di mano e subito al lavoro: i pomeriggi nella sede dello Slai a Pomigliano trascorrono nella preparazione delle elezioni della Rsu che si terranno nei prossimi giorni, elezioni che qualcuno voleva rimandare a settembre quando sarebbe passata un po’ quell’aria triste della Direzione e delle burocrazie sindacali che avevano tanto sperato e lavorato per non vedere più in fabbrica una scomoda e conseguente opposizione ai loro piani.

L’affermazione potrà sembrare esagerata, frutto di fantasie estremistiche, ma abbiamo qualche”carta” per dimostrarla e lo facciamo di nuovo e volentieri perché le nostre intenzioni di costruire un sindacato di classe, le nostre richieste alla classe operaia di rompere con le direzioni dei partiti e dei sindacati concertativi, devono essere conseguenti.

 

Cosa ne pensano le burocrazie sindacali ed i partiti loro ascari

 

Su Cronache di Napoli del 16 febbraio, all’indomani dei licenziamenti, è comparso questo pezzo: “Il commissario della sezione cittadina del Pdci nonché esponente della federazione di Napoli, Nello Di Palma, condanna i modi dei manifestanti ed in particolare degli iscritti allo Slai Cobas. ‘Non condividiamo assolutamente i metodi - ha affermato - che sono stati utilizzati, che possono essere definiti da squadristi, che sono sicuramente antidemocratici e che non ci appartengono in alcun modo’. Mentre la federazione di Napoli del PRC è ‘al fianco della Fiom impegnata in questi giorni con i lavoratori in assemblee e referendum’. ‘Il Prc - si legge in una nota diffusa dalla Federazione Provinciale e dai Circoli di fabbrica Prc di Pomigliano - esprime un giudizio complessivamente positivo sulla conclusione dell’ipotesi di accordo … che sconfigge le posizioni oltranziste di Maroni e Sacconi e della Confindustria’”.

Se a ciò aggiungiamo quanto apparso sul Manifesto ed i comunicati dei Ds, si comprende la regia dell’operazione. Spesso nella storia del movimento operaio il livello politico ha isolato i lavoratori preparando la repressione che ne seguiva, ma qui i licenziamenti sono stati direttamente promossi dai burocrati del sindacato e dai partiti che intendevano legittimarsi come prossima forza di governo. Anche qui bisogna produrre le prove: nella comparsa di costituzione e difesa, la Fiat Auto, contro lo Slai Cobas, chiama a testimoniare il segretario nazionale della Fiom-Cgil, Rinaldini, cita il comunicato del 15 febbraio a firma Fim-Fiom-Uilm-Fismic intitolato “Democrazia non violenza” e il comunicato dei Ds intitolato “La democrazia calpestata” e afferma che gli iscritti Slai hanno tenuto “… comportamenti che non possono avere alcuna giustificazione o copertura, condannati da tutte le forze politiche e sindacali”. Certo è veramente bizzarro che la Fiat dei golpisti e dei fascisti si preoccupi della democrazia e di garantire l’ordinato svolgimento delle assemblee e dei referendum e di tutte le altre conquiste ottenute dai lavoratori.

Scornati e delusi, perfino dalla giustizia borghese, le controparti dei lavoratori dovrebbero fare autocritica ed invece nemmeno un rigo sul reintegro degli otto licenziati: i solerti lecchini delle direzioni padronali, gli ipocriti tutori dei referendum truccati, non hanno speso una sola goccia d’inchiostro per salutare il ritorno in fabbrica dei lavoratori, ed ora dovranno anche rispondere alla denuncia per diffamazione che lo Slai Cobas ha sporto contro le loro ingiurie.

 

Un nuovo fronte di lotta: la Fiat Avio

 

Ma anche nel merito i compagni dello Slai avevano ragione. Alla vicina Fiat Avio le rappresentanze sindacali, compreso un iscritto al Prc che si vanta d’essere “della componente di sinistra”, hanno sottoscritto un accordo per l’orario di lavoro flessibile e sabati lavorativi. Anche qui è necessario spiegare il perché di tanto zelo sindacale: Fiat Avio vuole quotarsi in Borsa ed ha bisogno di presentare agli investitori un’immagine di fabbrica nella quale regna l’ordine e gli operai sono “faticatori”, disposti a lavorare in qualsiasi condizione e solidali con l’azienda. A far passare questa linea ci pensa la Rsula Fiat Auto perché lì si sta cercando di proporre un analogo meccanismo. nella quale non mancano i rifondatori, i più zelanti di tutti. Anche qui l’accordo viene fatto sancire da un referendum truccato e fatto passare minacciando di espellere dal sindacato i lavoratori che dissentono, privandoli così di tutele ed esponendoli alle successive ritorsioni dell’azienda. La lotta per respingere questo accordo è appena iniziata ma riguarda anche

 

I nostri compiti

 

Di fronte a noi, quindi, c’è un compito non da poco: si tratta di sostenere attivamente la lotta degli operai di Pomigliano, di estenderla, di diffonderne gli obiettivi ed i contenuti e di denunciare in ogni sede la connivenza e la subordinazione dei sindacati confederali agli interessi dei profitti capitalistici. La situazione, almeno a Pomigliano, è interessante: la prossima scadenza delle elezioni della Rsu si sta presentando insieme ad un dibattito, senz’altro ancora informe, sulla questione del Partito e del suo rapporto con la lotta sindacale. La vicenda dei licenziamenti è stata un’utile occasione per iniziare questa discussione nella quale deve entrare in maniera militante tutto il corpo della nostra Organizzazione.

Lotta alla precarietà: il caso Atesia

Governi e burocrati sindacali: dieci anni contro i lavoratori

 

di Leonardo Spinedi

 

La vertenza dei lavoratori Atesia in lotta ha oramai assunto una rilevanza generale e nazionale; non è un caso: si tratta di una lotta esemplare e chiarificatrice per quel che riguarda innumerevoli questioni di primaria importanza. Condizioni di lavoro precario, ricattabilità dei lavoratori, tradimento del sindacalismo concertativo, virtù e limiti del sindacalismo extraconfederale, tentativi di autorganizzazione dei lavoratori, questo è il patrimonio di questa vertenza, di cui proviamo a tracciare (con l’aiuto del dossier pubblicato dal Collettivo dei lavoratori in lotta) una brevissima storia riassuntiva.

 

Una storia di sfruttamento

 

Atesia, il più grande call-center del Paese, si costituisce nel 1989, all’interno del gruppo Seat Pagine Gialle nel settore delle ricerche di mercato. Nei primi anni ’90 viene acquisito con tutta la Seat dalla Telecom e da allora si trasforma in call center con servizi di contact center inoltre mantenendo quelli di ricerche di mercato.

Il 24 maggio 2004 un accordo fra Telecom e sindacati stabilisce che a partire dal 1 luglio 2004 le sue attività e le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti vengano suddivisi, trasferendo a Telecontact Center (gruppo Telecom) le attività relative al 187 mentre le restanti attività (119 e campagne esterne a Telecom/Tim) rimangono ad Atesia che però viene acquisita per l’80,1% del capitale dal gruppo Cos.

Atesia ha sede nella piattaforma del centro commerciale e direzionale Cinecittà 2 (via Lamaro) anche per quanto riguarda la parte trasferita al Telecontact Center.

La storia di questa azienda è da subito storia di sfruttamento selvaggio della forza lavoro: i dipendenti vengono infatti inizialmente impiegati con contratti di collaborazione a partita Iva e con il pagamento della postazione di lavoro; sono sottoposti ad una infame subordinazione, tanto che un’ispezione sollecitata dal Sulta nel 1996 dà come esito la denuncia dell’illegalità dei rapporti di lavoro in Atesia. In soccorso del padrone arrivano immediatamente i burocrati dei sindacati concertativi, che firmano un primo accordo nel 2000 in cui si sostituiscono i contratti precedenti con contratti co.co.co. (forma di lavoro precario introdotta dal centrosinistra con il "pacchetto Treu") e contemporaneamente si tutela l’azienda nei confronti della denuncia dell’Ispettorato: si legge infatti nell’accordo che “le Parti si danno atto che le esperienze di lavoro sino ad oggi attuate in Atesia, funzionali alla realizzazione di una fase di sviluppo delle attività, basate sul lavoro libero-professionale, potranno essere riproposte (…). Atesia attiverà a regime, comunque entro l’1/1/2001, contratti di collaborazione coordinata e continuativa”

A seguito di quest’accordo ha inizio un piano di ristrutturazione aziendale che culmina con il contratto siglato da impresa e sindacati il 23 maggio 2004: suddivisione dell’azienda in due tronconi (Atesia e Telecontact Center), prolungamento delle condizioni di lavoro precario e obbligo di sottoscrizione per i lavoratori di un “verbale di conciliazione” in cui rinunciano a tutti i diritti maturati rispetto all’illegalità dei precedenti contratti co.co.co.

 

La lotta iniza…

 

A fronte di questo infame accordo ha inizio una mobilitazione spontanea dei lavoratori che inizia con una raccolta di firme contro l’accordo che durerà per dieci giorni, insieme al blocco dell’attività del Telecontact Center con tanto di assemblea permanente nel piazzale, corteo per le vie del quartiere e presidi presso Telecom. Una mobilitazione nata e cresciuta nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni borghesi, dei sindacati concertativi e delle forze politiche della sinistra governativa, che vedrà purtroppo nella estrema ricattabilità dei lavoratori il suo punto più debole, rimanendo però sempre viva, pur sottoposta a una vigorosa offensiva padronale (espulsione di circa 200 lavoratrici e lavoratori), e fungendo da catalizzatore per l’organizzazione dei precari; iniziano infatti a prendere corpo all’interno di Atesia forme di autorganizzazione, sostenute dall’assemblea coordinata e continuativa contro la precarietà e dal Cobas Telecom, che si concretizzano nel Collettivo Precariatesia. Il Collettivo apre una vertenza in vista della scadenza di settembre 2005 per ottenere un contratto a tempo indeterminato e lo fa nel modo più diretto ed efficace: la lotta, lo sciopero, la mobilitazione. Ed è proprio la partecipazione alle iniziative del Collettivo - adesioni allo sciopero fra il 70 e il 90%, oltre 300 lavoratrici e lavoratori in corteo il 22 giugno 2005 - che investe il Collettivo stesso della piena rappresentatività dei lavoratori e delle lavoratrici di Atesia, sfiduciando al contempo i burocrati sindacali traditori degli interessi dei lavoratori.

 

…e non si arresta!

 

Si arriva così da ultimo a nuove forme di offensiva padronale, alla trasformazione dei contratti co.co.co. nelle nuove forme previste dalla Legge 30 (con contratti di apprendistato prolungati fino all’incredibile durata di sei anni) con salari da fame e contributi previdenziali praticamente inesistenti; ma la lotta dei lavoratori ha messo paura al padron Tripi, e così l’ 11 aprile viene siglato un accordo che prevede il licenziamento di 400 lavoratori entro il 1 giugno, e di altri 500/600 entro il 30 settembre. Come si vede, cambiano i governi ma la musica rimane la stessa; il 1 giugno viene proclamato uno sciopero con picchetto, ben riuscito nonostante i tentativi di intimidazione della polizia, a cui partecipano tra gli altri i compagni della Fiat di Pomigliano, dei Cobas e dello Slai Cobas (Pc-Rol, appena costituitosi come organizzazione indipendente dopo la rottura con il Prc, è l’unica organizzazione politica a portare attiva solidarietà ai lavoratori Atesia.) Dopo la riuscita dello sciopero, ci si dà appuntamento sotto al ministero del lavoro dopo otto giorni.

 

Il governo contro i precari

 

Sul segno di classe del governo attuale non abbiamo mai avuto dubbi: denunciamo la sua natura filo-padronale, il suo fortissimo legame con gli interessi di industriali e banchieri, il suo programma di attacco ai diritti dei lavoratori da molto prima che nascesse.

Dal neo-ministro del lavoro Damiano (ex burocrate sindacale catapultato da Prodi su una poltrona ben più prestigiosa di quelle targate Cgil) non ci aspettiamo nulla: ha già dichiarato di non voler abrogare la Legge 30 e le sue posizioni in materia di precarietà e legislazione del lavoro sono sotto gli occhi di tutti.

Ci aspettavamo forse un po’ più di tatto, non perché lo consideriamo un gentiluomo, ma perché è evidente che egli ha tutto l’interesse nel cercare di gabbare i lavoratori senza metterseli subito tutti contro; e invece, alla richiesta di incontro dei licenziati di Atesia in presidio sotto al ministero il 9 giugno, Damiano ha risposto mandando giù la polizia e sbattendo loro - letteralmente - la porta in faccia (si veda il comunicato nel riquadro). Al tentativo di entrare comunque nel ministero la polizia ha risposto con le maniere forti, così come altrettanto forti sono state le minacce di sgombero di fronte al blocco stradale. Negli stessi istanti il ministro, con un delirante comunicato, spiegava che il problema Atesia era già in discussione con i rappresentanti sindacali - sconfessati dai lavoratori stessi.

Ringraziamo il ministro Damiano per averci fornito questa preziosissima dimostrazione pratica di cosa significhino parole come “concertazione” e “pace sociale” in una società divisa in classi: botte e fame per i lavoratori, profitti ed impunità per i padroni: sarà bene ricordare infatti come l’Ispettorato del lavoro di Roma abbia già dichiarato illegittimi i contratti a progetto dei lavoratori di Atesia - una “piccola svista” per cui il padron Tripi, grande elettore della Margherita, difficilmente pagherà - e come per giunta i 400 licenziati siano stati accuratamente selezionati tra quelli politicamente e sindacalmente più attivi (si è trattato di fatto di un tentativo di annientamento del Collettivo Precariatesia e di tutti i lavoratori più attivi nei momenti di lotta).

La lotta dei precari Atesia contro le vergognose condizioni lavorative e per il reintegro immediato dei licenziati - a cui continueremo a portare la nostra più attiva solidarietà - è la nostra, lavoreremo affinché la lotta contro queste politiche e contro questo governo di padroni e padroncini diventi la lotta di tutti i precari, per costruire insieme le condizioni per un’alternativa vera: l’alternativa dei lavoratori.

 

Governo Prodi: l’uso dell’istruzione (ovvero, istruzioni per l’uso)

Scuola e università secondo l’Unione

 

di Giuseppe Guarnaccia

 

Dopo le polemiche sulla regolarità del voto, dopo il toto-ministri, Romano Prodi è stato nominato Presidente del Consiglio. Nella squadra di governo, per il Dicastero dell’Istruzione è stato scelto Giuseppe Fioroni, ex sindaco di Viterbo ed esponente della Margherita.

Il programma dell’Unione in tema d’istruzione segna un’evidente continuità tra centrodestra e centrosinistra. L’abrogazione della legge Moratti promessa in campagna elettorale dalla “sinistra radicale” non sembra essere stata accolta dal ministro Fioroni e da Romano Prodi, i quali pensano, invece, siano necessari interventi mirati ed efficaci per apportare modifiche al testo approvato nella scorsa legislatura dal Polo. Dunque, le lotte e le rivendicazioni di questi anni dei movimenti studenteschi e degli insegnanti per l’abrogazione della legge Moratti, per una scuola pubblica ed un’università di massa e non di classe non hanno trovato ingresso nel programma dei banchieri e dei capitalisti.

Lo smantellamento dell’istruzione pubblica - è giusto e doveroso ricordarlo - fu avviato dai ministri ulivisti Berlinguer e De Mauro. La riforma del centrosinistra (difesa anche dalla Cgil) avviò il processo di smembramento della scuola pubblica attraverso la famigerata “autonomia didattica e organizzativa” delle istituzioni scolastiche. Fu dunque l’Ulivo con il ministro Berlinguer a porre le basi per la totale aziendalizzazione della scuola voluta dal centrodestra nella scorsa legislatura.

 

Quali prospettive per la scuola e l’università?

 

La fabbrica del programma di Prodi ha partorito per la scuola e l’università soluzioni di continuità con la precedente riforma. “Per rilanciare la scuola sfrutteremo la sua forza principale, quella dell’autonomia. La progettualità e l’innovazione che vengono dal territorio sono risorse preziose, cui dovremo dare spazio, accogliendo il dibattito culturale e le sperimentazioni coraggiose”.

Dunque, si riparte dall’autonomia scolastica, si riparte dalla prospettiva di un forte decentramento, si riparte dalla possibilità per le scuole di auto-regolarsi in materia di finanziamento, progetto funzionale all’ingerenza delle imprese private nell’ambito formativo. L’offerta formativa rispetto alla precedente riforma non subirà cambiamenti sostanziali: infatti, l’alta formazione professionale, l’apprendistato, l’età lavorativa, i cicli di studio, ripropongono essenzialmente soluzioni di continuità con il precedente testo di riforma.

Per l’università, l’Unione intende adottare politiche coerenti con la riforma Berlinguer e con la riforma Moratti. Il modello universitario disegnato dal centrosinistra continuerà a viaggiare sul doppio binario della laurea di primo livello e specialistica e dei crediti formativi.

Stage, tirocini, dottorato di ricerca come terzo ciclo della formazione attraverso agevolazioni fiscali alle imprese, rappresentano la continuità nelle politiche filopadronali adottate sia dal governo Berlusconi, sia dai precedenti governi progressisti. Dunque, nonostante le belle promesse fatte in campagna elettorale da parte della sinistra dell’Unione (soprattutto il Prc), il nuovo governo non abrogherà la legge Moratti, non smantellerà la “scuola di classe” introdotta dal governo Berlusconi, non offrirà risposte concrete ai movimenti di lotta di questi anni; anzi rilancerà un modello di scuola e di università funzionale alle imprese e al mercato. La riforma Moratti è stata realizzata in continuità con la riforma Berlinguer: la “scuola di classe”, la scuola escludente, è patrimonio comune sia del centrodestra, sia del centro-sinistra. Entrambi gli schieramenti borghesi, rappresentando gli stessi interessi, agiscono con gli stessi principi, quelli della classe borghese contro la classe lavoratrice.

 

Quale linea dovranno adottare i movimenti studenteschi e degli insegnanti

Subito dopo l’insediamento del nuovo governo, è stata indetta dai Cobas una manifestazione sotto la sede del Ministero della Pubblica Istruzione. Al sit-in organizzato dal sindacato di base hanno partecipato numerosi insegnanti e rappresentanti dei movimenti studenteschi che hanno chiesto al ministro Fioroni l’abrogazione della legge Moratti, esprimendo il rifiuto del finanziamento pubblico alle scuole private e l’opposizione alla scuola azienda.

Nonostante le rassicurazioni del ministro sulla possibilità di dialogo con i Cobas e con i movimenti, le iniziative da intraprendere sono numerose. Non basta abrogare la legge Moratti, il nuovo governo dovrà destinare massicci finanziamenti alla scuola pubblica, assumere a tempo indeterminato tutti i precari della scuola, ripristinare la democrazia sindacale e adeguare i salari e gli stipendi dei lavoratori della scuola agli standard europei.

Le recenti occupazioni di numerose facoltà universitarie in Italia, le assemblee di rete createsi durante le occupazioni, gli scioperi indetti dagli insegnanti e dai lavoratori della scuola costituiscono il terreno di lotta da cui ripartire se questo governo non accoglierà

immediatamente le rivendicazioni dei movimenti di lotta degli scorsi anni. Difendere l’università e la scuola pubblica, ma soprattutto un’università ed una scuola di massa, è la piattaforma che i marxisti rivoluzionari devono avanzare nelle mobilitazioni in corso e future, contro i reazionari di destra e i riformatori di sinistra. L’emancipazione delle classi subalterne dalla schiavitù del capitale, passa necessariamente per l’unificazione delle lotte dei lavoratori, dei precari, degli studenti. Solo una lotta conseguentemente anticapitalista, nella prospettiva di una reale alternativa di società e di potere, può liberare la scuola dalla logica del profitto e della mercificazione.

In difesa dell’autodeterminazione delle donne

La legge sull’aborto e la pillola RU486

 

di Pia Gigli

 

La legalizzazione dell’aborto si è avuta con una legge, la 194 del 1978, che era frutto di un compromesso tra le rivendicazioni delle donne e dei partiti laici e di sinistra e le ostilità dei settori più reazionari della borghesia in un clima di generale radicalizzazione dello scontro di classe. Proprio questo carattere di compromesso doveva permettere alla forze cattoliche più integraliste un sistematico lavoro di smantellamento della legge stessa.

Infatti la legge 194 nella sua articolazione prevede la tutela della vita umana fin dal suo inizio (principio che ha trovato un ulteriore rafforzamento con la legge n.40 sulla fecondazione artificiale che ha riconosciuto lo statuto giuridico dell’embrione), la dissuasione delle donne a praticare l’aborto, la praticabilità dell’aborto solo se la gravidanza mette “in serio pericolo” la salute fisica o psichica della donna, un iter complicato fatto di colloqui, certificazioni mediche e attese per permettere un eventuale “ripensamento”.

Viene così stabilita per legge la soggezione della donna all’autorità dello Stato, dei medici e della Chiesa attraverso una trafila che in questi anni è divenuta sempre più un percorso ad ostacoli.

 

L’applicazione della legge 194

 

La legge 194 che ha permesso la diminuzione degli aborti clandestini dal ’78 ad oggi e una diminuzione di più del 40% degli aborti legali dall’82 ad oggi, ma che non ha evitato un loro aumento tra le immigrate e le giovani, è stata ed è ostacolata sia da ricorrenti tagli dei fondi alla sanità con conseguente chiusura di reparti, di consultori e mancanza di personale regolare con il ricorso a lavoratori precari sia dall’obiezione di coscienza praticata da circa il 70% dei medici.

Il risultato è: estenuanti liste di attesa e tempi prolungati da sfruttare per la messa in atto dei più svariati tentativi di colpevolizzazione e di dissuasione della donna.

La costante ricerca del consenso delle gerarchie della Chiesa e dei settori cattolici più reazionari (anche candidando nelle liste dell’Unione Paola Binetti dell’Opus Dei e Olimpia Tarzia del Movimento per la vita, ex UDC già nella giunta Storace) vanno nella direzione del depotenziamento sia della legge 194 che del ruolo dei consultori. La stessa assicurazione di “non toccare” la legge 40 da parte del governo Prodi è stato il prezzo che il centrosinistra ha dovuto pagare per la firma di Mussi in sede europea a favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali. E’ questa la risposta del governo Prodi al “popolo della sinistra” che ha animato i comitati referendari? E’ questa la risposta ai movimenti che si sono mobilitati per l’abrogazione della legge 40 della cosiddetta sinistra radicale ora al governo?

 

Il dibattito sulla pillola Ru486

 

In questo contesto si inserisce il dibattito sulla pillola abortiva Ru486 a seguito delle dichiarazioni della ministra Turco. La Ru486 (mifepristone) è un farmaco, utilizzato sotto controllo medico da circa vent’anni e oggi commercializzato in quasi tutti i paesi europei, il cui uso produce l'aborto precoce in alternativa all’invasività dell’intervento chirurgico eliminando l’ospedalizzazione. Se scelto nella consapevolezza degli effetti e delle controindicazioni, come avviene per un qualsiasi farmaco, può rappresentare una tecnica alternativa come previsto peraltro anche dalla legge 194 (art.15). L’uso della pillola abortiva ha posto problemi al centrodestra nella scorsa legislatura, infatti prima Sirchia, poi Storace hanno tentato di bloccarne la “sperimentazione” a Torino adducendo obiezioni formali ai protocolli in relazione al dosaggio e alla necessità di ricovero. Il vero problema, per gli antiabortisti è che l’uso della pillola abortiva fa scegliere “troppo in fretta” e può ridare alle donne il controllo sul proprio corpo: si potrebbe infatti arrivare ad abortire in ambulatorio o addirittura in casa propria, facendo a meno dell’assistenza dei volontari e magari anche di un tantino di colpevolizzazione.

Esemplificativo a tale proposito è quanto disse Buttiglione nel 1989 quando la Ru486, scoperta da poco, rischiava di essere introdotta in Italia: “la legge (194), pur ammettendo l’aborto, lo vincola ad alcune condizioni, gli pone alcuni fragili limiti. La commercializzazione del nuovo abortivo vanifica ogni restrizione, rende inoperante qualsiasi controllo. Si può pensare che in un tempo non troppo lungo si giunga a vanificare lo stesso controllo della coscienza individuale”.

E’ qui tutto l’odio per le donne che vengono considerate soggetti a cui plasmare la coscienza individuale, possibilmente perché accettino senza ribellarsi il ruolo di incubatrici cui Dio le ha destinate.

 

La posizione del governo

 

Anche nel caso della RU486 il nuovo governo intende affrontare la questione sul piano “etico” all’interno del nuovo comitato etico dei ministri presieduto da Giuliano Amato, il cui orientamento sulla Ru486 è facilmente immaginabile dal momento che più volte si è dichiarato favorevole ad una modifica in senso restrittivo della legge 194. Turco ha dichiarato che aprirà alla sperimentazione, ma “nell’ambito della 194”: dovrà essere prevista la procedura della legge, compreso il ricovero ospedaliero (che per la Ru486 deve essere di 4-5 giorni mentre l’intervento chirurgico viene fatto in day Hospital). Mentre la ministra di “sinistra” si colloca così sulla scia del suo predecessore Storace e accontenta i cattolici del centrodestra e del centrosinistra, nella regione Lazio l’assessore alla sanità Battaglia alla richiesta degli operatori di introdurre la pillola abortiva, pressato dalle crisi di coscienza della Margherita risponde prendendo tempo.

 

Le rivendicazioni necessarie per un nuovo movimento delle donne

 

E’ ora che le donne dicano basta! Di fronte alla inadeguatezza del movimento delle donne (egemonizzato da un pensiero e una pratica piccolo-borghese di rifiuto della contraddizione capitale/lavoro) che dopo le manifestazioni di Milano, Napoli, Roma in difesa della 194, hanno affidato le loro rivendicazioni alla sinistra di governo, è necessario che le giovani, le immigrate, le lavoratrici, si organizzino nella lotta per rispondere all’attacco al diritto all’aborto libero e gratuito. La battaglia delle comuniste e delle donne proletarie per la totale autodeterminazione in tema di sessualità e per l’emancipazione da un’idea di maternità funzionale al sistema di produzione capitalistico, deve partire dalla riappropriazione ed il potenziamento dei consultori pubblici per l’autogestione diretta della maternità, delle tecniche contraccettive (compresa la pillola del giorno dopo gratuita e senza ricetta medica) e delle tecniche abortive meno invasive. E’ necessario liberare i consultori e gli ospedali dal volontariato cattolico e laico cosiddetto “no profit” interessato a supplire le carenze del servizio pubblico. Deve essere contrastata l’obiezione di coscienza del personale medico che deve operare al servizio delle donne. La rivendicazione dell’aborto libero e gratuito va inserita nella più generale lotta del movimento dei lavoratori per una sanità pubblica e gratuita finanziata tassando rendite e profitti; per il controllo sociale della ricerca medica e delle sue applicazioni tecniche; per la nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle industrie farmaceutiche che fanno profitti, anche con i farmaci abortivi come l’Ru486, sulla pelle dei proletari di tutto il mondo; per una scuola pubblica e non confessionale in cui i/le giovani possano essere educati a una sessualità gioiosa e consapevole; per un lavoro a tempo indeterminato contro la precarietà che garantisca una maternità e paternità libere e responsabili.

La crisi del mondo del calcio

Un’altra faccia della crisi del capitalismo

 

di Alberto Madoglio

 

Lo scandalo che sta travolgendo il calcio italiano ha diverse analogie con la Tangentopoli scoppiata nel 1992. All’epoca tutto era iniziato in tono minore con l’arresto di un “mariuolo” che si era fatto incastrare con una piccola tangente di qualche milione di vecchie lire. Oggi tutto è partito da una telefonata intercorsa tra un dirigente della più famosa squadra di calcio italiana, la Juventus, e uno dei “capi” degli arbitri, in carica fino a due anni fa.

Da un semplice piccolo episodio di “immoralità” sportiva (un colloquio troppo amichevole tra controllato e controllore) si è via via presa visione di un sistema basato sulla truffa, la corruzione, la frode, insomma tutti gli ingredienti tipici di ogni crisi capitalistica, perché di ciò in realtà si tratta, e non solamente di campionati il cui risultato finale era in qualche modo predefinito.

Una premessa: anche quando parliamo di sport professionistico, di calcio nel caso specifico, si possono ritrovare i tratti fondamentali che regolano un’impresa di mercato:

- concorrenza spietata tra le varie aziende (squadre) per guadagnare quote di mercato (tifosi) e massimizzare i propri profitti;

- concentrazione di capitale in un numero sempre più ristretto di aziende (squadre), che porta alla creazione di un vero e proprio monopolio;

- centralizzazione del capitale, in quanto gli interessi economici delle squadre di calcio, almeno di quello che ha dato vita al monopolio sopra citato, non sono limitate all’ambito sportivo, ma spaziano dal settore immobiliare a quello della distribuzione commerciale, dalle telecomunicazioni e televisioni fino ad arrivare alla finanza vera e propria, nel caso delle squadre che sono quotate in borsa;

- sovrapproduzione, ci sono più aziende (squadre) che producono merci (partite) di quante il mercato ne possa consumare;

- infine, la creazione di un vero e proprio, anche se piccolo, esercito di riserva, composto dai calciatori disoccupati.

 

Non è altro che capitalismo

 

Certo, alcune di queste leggi fondamentali del capitalismo sono temperate dalla particolarità del settore economico di cui stiamo trattando (è impensabile un campionato solo di 4 o 5 squadre, col fallimento di tutte le altre, anche se a ciò si potrà arrivare con la nascita di un campionato europeo, unico caso forse in cui gli interessi del capitalismo nazionale sono troppo deboli per impedire una contrazione su più larga scala), ma la sostanza non cambia.

Chiarito questo punto, ci è più facile capire che non di semplice frode sportiva si tratta, ma di una vera e propria crisi di un sistema economico. D’altra parte che il calcio professionistico non navigasse in buone acque era chiaro da molto tempo. Tutte le società hanno i (loro) bilanci in forte perdita; per sopravvivere hanno dovuto far ricorso ad un forte indebitamento con le banche e ad aiuti di Stato (anni fa è stata varata una legge “ad hoc” che consentiva alle società di calcio di spalmare le perdite nei bilanci approvati nei cinque anni successivi l’entrata in vigore della norma). Queste soluzioni sono servite solo a spostare in là nel tempo il momento della resa dei conti, che oggi, anche grazie allo scandalo sopraccitato, sembra essere arrivata.

Sicuramente, anche il prezzo di questa crisi verrà fatto pagare ai lavoratori. Difficilmente le grandi famiglie della borghesia italiana che sono proprietarie dei maggiori club calcistici (Agnelli, Della Valle, Berlusconi, Moratti, per citare solo le più note), si faranno carico di risanare le loro aziende. Al contrario, costringeranno le banche loro creditrici a rifarsi sui piccoli correntisti per recuperare le somme prestate: con quelle quotate in borsa che speculeranno sul calo delle azioni per trasferire sui piccoli risparmiatori le perdite di capitale. Tutte chiederanno poi al governo ulteriori aiuti sotto forma di sgravi e condoni, per vedersi cancellare il debito miliardario da loro creato verso l’erario per tasse e contributi pensionistici non pagati; e il governo Prodi, ne siamo certi, cercherà di inserire il prezzo di questo ennesimo aiuto di Stato alla borghesia nella finanziaria di settembre, se non addirittura nella manovra correttiva di bilancio che quasi certamente verrà varata prima dell’estate.

 

Una risposta di classe

 

Anche contro questo ennesimo furto ai danni dei lavoratori è indispensabile una risposta di classe. Una risposta che faccia capire ai milioni di operai, giovani, disoccupati che con passione seguono gli eventi sportivi, che, se vogliono riappropriarsi di uno dei loro maggiori momenti di svago, devono con ogni evidenza lottare per la distruzione di un sistema che corrompe ogni attività umana.

L’intreccio tra politica borghese (che negli anni ha utilizzato per i propri scopi il consenso tra le masse popolari per il calcio, vedi tra tutti il caso Berlusconi), capitalismo e sport si è fatto sempre più inestricabile e anche in questo campo ogni vera “riforma di sistema” non può che passare per una azione rivoluzionaria delle masse sfruttate.

Perché è palese che crisi industriale (Fiat), bancaria (Bnl, Unipol) e, in ultimo, quella del calcio sono figlie della più generale crisi che il capitalismo italiano sta attraversando negli ultimi anni. Con buona pace di chi sostiene che nello sport non esistono interessi di classe.


 

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