Partito di Alternativa Comunista

1936-1939: "una revoluci

1936-1939: "una revoluciòn silenciada"

Una delegazione di Pc-Rol partecipa al seminario del Prt, sezione spagnola della Lit

 

Michele Scarlino

 

Da alcuni mesi Progetto Comunista è impegnato in una fase di confronto e dibattito con alcune internazionali trotskiste, e tra queste con due in particolare, cioè la Lit-Ci (Lega internazionale del lavoratori – Quarta Internazionale) e la Ft-Ci (Frazione trotskista – Quarta Internazionale). Il confronto a livello internazionale è, per un'organizzazione rivoluzionaria, di primaria importanza ed è da noi intrapreso in maniera seria e leale, non per giungere infine a una mera affiliazione a un'Internazionale, ma come passaggio obbligato (e di cui abbiamo bisogno) per la costruzione di un partito comunista rivoluzionario mondiale che sia una forza viva ed attore capace di interpretare e contrastare (e infine abbattere) il capitalismo − e il suo sistema di sfruttamento − a livello mondiale. Una sterile somma di sezioni nazionali non è il nostro obiettivo e non è obiettivo di nessun comunista degno di questo nome.

I militanti di Pc-Rol sono ora impegnati nella febbrile costruzione del partito (che è in questi mesi nella sua fase costituente) ma, insieme alla costruzione nazionale, vi è quella internazionale che per noi va di pari passo ed ha la medesima importanza della prima. E’ in questo quadro politico di confronto e chiarimento con altre organizzazioni trotskiste che una delegazione di Pc-Rol ha partecipato alla “Escuela de Verano” (seminario di formazione per militanti) organizzata dal Prt (Partito rivoluzionario dei lavoratori), sezione spagnola della Lit-Ci. Il seminario, svoltosi a Madrid dal 25 al 27 agosto scorsi, era incentrato sulla Rivoluzione spagnola, che nel 2006 compie i suoi settanta anni.

 

Perché silenciada?

 

Proprio in occasione di questo importante anniversario i compagni del Prt hanno prodotto e pubblicato un libro che parla degli avvenimenti rivoluzionari di quegli anni dal titolo molto emblematico: Una Revoluciòn silenciada. Perché silenciada? Potremmo rispondere dicendo che le attenzioni del revisionismo, sia borghese che stalinista, si sono riversate con “maggior cura” sui fatti di Spagna. Proprio per la sua complessità, la rivoluzione spagnola è stata oggetto di differenti interpretazioni (e troppo spesso di parte… quella borghese!). Nell’immaginario collettivo in Spagna c’è stata una guerra tra fascismo e libertà, ossia tra chi appoggiava le truppe di Franco e chi appoggiava i repubblicani. La storiografia borghese tende a dipingere il fascismo come un male imprevedibile e, come un tumore intacca improvvisamente un corpo sano, così la dittatura intacca un apparato democratico borghese, elimina la “democrazia”.

In realtà, la dittatura è l’ultima spiaggia di un capitalismo in crisi, è la strada della violenza contro le masse per salvare la borghesia dal proprio rovesciamento. Leggendo la storia si noterà che l’ascesa del fascismo corrisponde sempre a un’ascesa del movimento operaio. La borghesia finanzia il proprio braccio armato, il fascismo, quando capisce che i livelli di conflitto di classe diventano troppo acuti e potrebbero intaccare seriamente i propri interessi.

La spiegazione della storiografia ufficiale (ossia "la guerra tra fascismo e libertà") non regge per più di dieci minuti. In realtà, in Spagna si è avuta una guerra tra il proletariato che voleva la rivoluzione socialista e la borghesia internazionale, che questa rivoluzione non voleva, e i fatti vengono in nostro soccorso. Francisco Franco aveva allora l’appoggio di tutta (nessuno escluso) la grande borghesia spagnola, cioè i proprietari terrieri contrari alle collettivizzazioni e gli industriali delle grandi città; ovviamente aveva anche l’appoggio dei governi fascisti d’Italia e Germania e del Vaticano che riconobbe il governo creato dal dittatore spagnolo.

Ma la falla più grossa nella teoria "fascismo contro libertà" è che i “difensori della democrazia”, ossia gli americani e gli inglesi, non solo non mossero un dito per aiutare i repubblicani (che secondo questa teoria combattevano per una democrazia borghese), ma dopo un iniziale momento di neutralità riconobbero anche loro il governo del generalissimo. La storia ufficiale ci dovrebbe infine spiegare, con argomenti forti, chi combatteva per la democrazia visto che tutti (tranne gli operai e i contadini spagnoli) appoggiavano Franco. Come vedete, sulla Spagna c’è una coltre molto spessa di lerciume revisionista che nasconde la verità su quegli anni.

 

Il seminario

 

I lavori, iniziati il pomeriggio del venerdì, sono partiti con delle brevi relazioni introduttive e sono continuati con la divisione in “gruppi di discussione” dei partecipanti. Al termine della "tre giorni", c’è stata una riunione plenaria nella quale ogni gruppo ha portato il proprio contributo al dibattito.

Quella spagnola è stata una rivoluzione molto contraddittoria nel suo divenire e sicuramente è stata una sconfitta ricca d'insegnamenti per noi comunisti. Studiarla e comprenderne gli avvenimenti – con i relativi errori – è occasione per una notevole crescita politica e teorica. La Spagna ci ha mostrato, anzitutto, la barbarie della reazione borghese − rappresentata da Franco − che, dinanzi alla rivoluzione, non sta certo a guardare o a discutere con gli operai su come “sorpassare la crisi” ma imbraccia fucili e lucida manganelli per spezzare la spinta rivoluzionaria delle masse. I fatti storici spazzano via ogni illusione sulla “via pacifica al comunismo” professata dai ciarlatani del Prc. Il loro “pacifismo” è durato ben poco nel governo Prodi, più o meno sino a fine giugno, quando hanno rifinanziato le guerre di rapina promosse dal governo italiano in Afganistan e Iraq.

Inoltre, la Spagna ha mostrato il ruolo controrivoluzionario della burocrazia stalinista con il fallimento della politica del fronte popolare e la dimostrazione che la collaborazione di classe, cioè l’entrare a far parte di governi insieme ai rappresentanti della borghesia, significa sempre una sconfitta per gli interessi dei lavoratori. Ha mostrato i limiti del centrismo rappresentato dal Poum, con un programma in apparenza rivoluzionario, ma con una politica zigzagante che segue gli eventi anziché governarli. La Spagna è stata la completa bancarotta per gli anarchici ed ha inoppugnabilmente dimostrato i loro limiti politici e teorici.

 

La lezione spagnola: non arrivare impreparati alla rivoluzione

 

Infine, la Spagna ci ha dato una grande lezione, a mio avviso la più importante e chiarificatrice: la necessità di un partito comunista autenticamente rivoluzionario.

In quella guerra, per l’edificazione del socialismo, hanno versato il sangue migliaia di onesti compagni spagnoli e tantissimi altri compagni che andarono in Spagna da ogni angolo del mondo per aiutare la rivoluzione. Ebbene, per l’abbattimento del capitalismo e per la costruzione del socialismo la storia ha dimostrato che non basta l’eroismo (seppur necessario), ma c’è bisogno di qualcosa di sicuramente meno poetico ma certamente più solido della personale iniziativa: la scientifica organizzazione degli uomini e dei mezzi disponibili. In una parola il partito. Questo è mancato in Spagna ed ha portato alla sconfitta della rivoluzione e alla morte di tanti compagni.

Ovviamente il partito non si costruisce mentre la lotta accesa è in atto o due settimane prima della rivoluzione. Il partito si costruisce nei momenti di riflusso delle lotte, nei momenti di apparente calma, nei momenti in cui la rivoluzione sembra qualcosa di lontano e inafferrabile, nei momenti di indietreggiamento della classe operaia. Il momento più fecondo per costruire un partito è questo, quello che oggi stiamo vivendo. Arrivare impreparati a una rivoluzione è una tragedia. Storicamente è sempre stato così. E sarebbe un crimine oggi, da parte nostra, non far tesoro di quella esperienza e non dotarci di un partito e di una Internazionale, mezzi così preziosi per il perseguimento dei nostri fini. Noi la lezione l’abbiamo imparata.

 

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