Partito di Alternativa Comunista

Cosa si muove sulla Legge 30

Cosa si muove sulla Legge 30

Prospettive di lotta per una ricomposizione del movimento operaio

di Pasquale Cordua

 

Il cosiddetto pacchetto Treu aprì la strada alla legge 30: il punto più alto dello sfruttamento dei lavoratori in Italia. Le misure che questa ha introdotto suscitarono una dura requisitoria, rivolta direttamente a Biagi perfino dalle gerarchie ecclesiastiche, nel corso di un convegno del mondo cattolico sul lavoro. Come è potuto accadere che nel paese con il più forte partito “comunista” d’Europa, con una estesa sindacalizzazione, con leggi quali lo Statuto dei Lavoratori, sia maturato un arretramento così vistoso delle condizioni di lavoro e delle garanzie e, per di più, in assenza di un movimento generale di lotta che vi si opponesse?

A partire dal referendum sulla scala mobile, con una tenacia ed una astuzia da manuale, facendo precedere ogni azione da una intensa propaganda preparatoria, la borghesia italiana ha portato a termine la sua campagna per recuperare profitti enormi e non sarebbe riuscita nell’intento senza la leva zelante dei partiti di sinistra e dei sindacati. Le tappe di questa impresa andrebbero esaminate con maggiore profondità di quanto possiamo fare qui: non solo per valutare un’esperienza, ma per comprendere se siamo in una fase del tutto nuova dello sviluppo dei rapporti politici (a loro volta derivati da quelli economici) e cosa dobbiamo fare per adeguare e definire metodi e linee, per riprendere con successo il cammino della lotta di classe, per il socialismo. Avendo però immaginato un fremito di sgomento sul volto dei lettori, tornerò ad un approccio più modesto.

 

Cosa ha prodotto il movimento di lotta

 

Frammentate, localistiche, ma pur sempre lotte; non hanno avuto il carattere della generalità e dell’unità ma ci sono state; niente a che vedere con la Francia, ma in compenso la conflittualità è stata continua.

Alcune lotte contro il precariato in generale, altre sulla mobilità o sull’orario di lavoro: tutte, comunque, in qualche modo contro il nuovo corso della flessibilità totale. Alcune punte più alte, come Atesia, hanno prodotto l’ispezione di agosto con la quale si ordina di assumere 3200 precari e di regolarizzare le contribuzioni di 8000 lavoratori. La risposta dell’azienda è facile da immaginare: minaccia di delocalizzazione e chiusura nel caso il giudice del lavoro dovesse accogliere i risultati dell’ispezione ministeriale. Sul fronte istituzionale le dichiarazioni (anche queste estive) del sottosegretario Cento parlano di abrogazione della Legge 30 ma poi reclamano il ruolo della politica più che il raggiungimento di obiettivi di miglioramento delle condizioni lavorative.

Naturalmente perfino queste dichiarazioni vengono smentite dai fatti che invece il Prc mette in campo. In una pagina interamente dedicata all’assessore Corrado Gabriele, il Corriere del Mezzogiorno del 7 settembre dichiara l’entusiasmo della Cgil per la proposta di legge regionale dell’illustre rifondatore, già brillantemente distintosi per le esternazioni sui disoccupati, per l’attività volta a disarticolarne il movimento, per le scelte politiche sulla formazione professionale tutte a vantaggio di enti privati. L’assessore si vanta di aver fatto molte concessioni al padronato e l’articolista le mette in mostra evidenziando come nel testo originario della legge ci fosse il richiamo all’articolo 18, alla necessità di contrastare le linee della legge 30, l’introduzione di alcune tutele, e come, invece, l’assessore con grande ragionevolezza abbia pensato di eliminare tutto ciò e di smetterla con uno spigoloso radicalismo.

Eppure, nonostante l’imbellettamento dei partiti di sinistra, tra le masse è passata definitivamente l’opinione che flessibilità e precarizzazione non sono opera esclusiva del berlusconismo o della Legge 30. La Legge 53 del 2000, anch’essa creatura del centrosinistra, prevede incentivi economici e contributi alle aziende che introducono accordi contrattuali sull’orario di lavoro flessibile, part-time, lavoro a domicilio, banca ore, turni flessibili. Spacciando l’obiettivo di andare incontro a madri e padri che volessero dedicare più tempo ai figlioletti o al proprio acculturamento, questa legge consente le cose peggiori in materia di orario di lavoro e, come se non bastasse, è un’altra voce di entrata per le aziende prelevata dai fondi per la previdenza e l’assistenza sociale.

La chiarezza degli obiettivi e la coscienza delle proprie controparti non sono cosa da poco per un movimento che si propone obiettivi di lotta per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Manca però un pezzo altrettanto importante, se non addirittura decisivo (nel senso letterale del termine).

 

Cosa hanno prodotto le avanguardie della classe

 

Nonostante sia chiarissima la stretta crescente sulle classi subalterne, i gruppi della sinistra di classe sembrano occuparsi più della crescita della propria rappresentanza che dell’unità del movimento.

Alcuni addirittura propongono il frontismo e tutti i suoi disastri come se il problema fosse la divisione delle avanguardie e non piuttosto la frantumazione e la dispersione dei movimenti. Altri prospettano e praticano patti di unità d’azione con gruppi di matrice ideologica antitetica pur di galleggiare sull’apparire in qualche trasmissione televisiva di secondo ordine. Diffusa la pratica di denigrare e calunniare ogni altra formazione politica tentando inutilmente di rubacchiare uno o due militanti alle organizzazioni “rivali”.

Analogamente il sindacalismo di classe continua ad indire manifestazioni di lotta, ognuno nel campo in cui si ritiene più radicato, con la preoccupazione di ribadire il proprio ruolo di guida su determinati settori e proponendo “chiare proposte di legge” (sic!).

La lettera aperta della nostra organizzazione per una mobilitazione unitaria contro la politica antioperaia del governo Prodi è il primo passo per il superamento dell’attuale stato dei rapporti col movimento e con le scadenze di lotta. Il secondo è una discussione che non si limiti alla Legge 30, ai suoi esiti, alle proposte di modifica, perfino alla sua abrogazione, ma che contenga una posizione generale sul lavoro salariato e la sua natura di classe. È quello che manca a quanti propugnano “superamenti” e modifiche varie, a quanti si mostrano delusi per gli effetti della Legge 30 (ma cosa si aspettavano?).

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