Partito di Alternativa Comunista

Casale Monferrato: le vittime da amianto beffate dall’indulto

 

Cristiano Biorci

 

Forse si può pensare che è troppo facile dire “noi lo sapevamo” oppure “l’avevamo detto”, ma è proprio così. Fin da tempi non sospetti, ancor prima che iniziasse la campagna elettorale, Pc-Rol ha sempre affermato che un eventuale governo di centrosinistra avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere nemico dei lavoratori, varando riforme non molto diverse da quelle del centrodestra. Oggi, a pochi mesi dalla sua nascita, il governo Prodi è arrivato dove neppure il governo Berlusconi era riuscito. Il riferimento è all’indulto approvato in estate; ci occuperemo di questa riforma che, come già detto, nemmeno la Casa delle libertà era riuscita a concepire (naturalmente in senso negativo). E' un elenco interminabile quello delle pene (dei padroni) che usufruiranno dell’indulto: dalla corruzione in atti giudiziari alla frode processuale, dallo scambio elettorale politico-mafioso all’avvelenamento di acque o sostanze minerali, dalla rimozione od omissione dolosa o colposa di cautele contro infortuni sul lavoro ai delitti colposi contro la salute pubblica. Arriviamo così a toccare anche il mondo del lavoro, più precisamente le morti sul lavoro e le malattie professionali. In questo modo, l’indulto è arrivato anche in provincia di Alessandria: amianto, morti da amianto, Casale Monferrato, Eternit.

 

Breve storia e numeri dello scandalo amianto

 

Tutto nasce alla fine degli anni Ottanta, quando si scopre che l’amianto, utilizzato in edilizia ed industria, provoca malattie come cancro polmonare, mesotelioma pleurico e altro: tutte malattie professionali quasi sempre letali. In Italia l’amianto si chiama Eternit, multinazionale svizzera con cinque stabilimenti nel nostro paese: Cavagnolo, Reggio Emilia, Bagnoli, Siracusa e Casale Monferrato. I proprietari sono tra gli uomini più ricchi e potenti della Svizzera e del Belgio: i fratelli Stephan e Tomas Schmidheiny (il primo è soprannominato “il Berlusconi elvetico”) e il barone Louis Cartier de la Marchienne. Dal 1906 queste fabbriche hanno avvelenato lavoratori e cittadini: già, perché non solo chi ha lavorato l’amianto, ma anche coloro che hanno avuto la sfortuna di abitare nei dintorni degli stabilimenti sono stati contaminati. Dopo la terribile scoperta, partono le prime inchieste sugli stabilimenti italiani. La realtà è delle peggiori e l’amianto viene bandito in quasi tutta Europa. Attraverso le indagini portate avanti da più fronti, si scopre che le vittime tra i lavoratori sono migliaia. Solo per la Eternit i morti da amianto sono tre mila, ottocento a Casale e Cavagnolo. Per rendere ancor meglio la proporzione di tale disastro, basta dire che ancora oggi, proprio a Casale, vengono scoperti circa quaranta casi nuovi di mesotelioma ogni anno. E sono a dir poco allarmanti i dati degli esperti, che prevedono che entro il 2025 in Italia i morti da amianto saranno oltre venticinquemila.

 

La grande lotta per i caduti sul lavoro cancellata dall’amnistia

 

A Torino il procuratore aggiunto, Raffaele Guariniello, già noto per aver condotto diverse indagini sulla questione calcio-doping, mostra tutta la sua tenacia nel condurre l’inchiesta contro gli autori della strage da amianto; infatti, queste persone erano in procinto di finire sotto processo con l’accusa di disastro doloso e omicidio colposo plurimo. Va detto che nonostante la Eternit sia stata presente in ben 72 paesi, solo la magistratura italiana è stata capace di portare avanti l’inchiesta contro la multinazionale elvetica; solo negli ultimi tempi e sull’onda proprio dell’indagine torinese, anche in Svizzera si iniziano a fare le prime terribili scoperte, soprattutto ai danni di lavoratori italiani immigrati. Torniamo al processo, che già nasce con molte difficoltà: raccogliere i dati riguardanti le vittime, mettere insieme tutte le perizie e testimonianze sfidando il potere delle potenti lobby, riuscire a dimostrare il rapporto causa-effetto tra amianto e malattie. Come non bastassero tali difficoltà, arriva ora anche la pesante tegola dell’indulto, e forse ancor di più l’amnistia già annunciata per questo autunno. Il fatto: lo scorso luglio era in corso a Lugano una riunione tra il liquidatore della Bacon (la società che controllava gli stabilimenti italiani della Eternit) e gli avvocati Bonetto e Pissarello, entrambi legali delle ottocento vittime. Racconta Bonetto al quotidiano La Repubblica: “ Spaventati di essere processati per disastro doloso e centinaia di omicidi colposi, i nostri interlocutori apparivano ben disposti a rifondere i danni ai famigliari delle vittime e ai tanti malati ancora vivi. Poi il liquidatore si è alzato per fare una telefonata e quando è tornato, dopo un’ora e mezza, ci ha comunicato sconvolto l’improvviso cambio di scenario: i titolari gli avevano revocato il mandato, dicendo di aver avuto garanzia dal Ministero della Giustizia italiano che entro l’anno sarebbe passata l’amnistia”.

 

L’indulto dell’Unione: un vero colpo di spugna

 

Cosa succederà grazie o, forse sarebbe meglio dire, a causa dell’indulto? La pena è accorciata di tre anni e, con il “gioco degli abbuoni”, anche con pene maggiori si potrà evitare qualsiasi tipo di condanna (per esempio con l’affidamento ai servizi sociali). Nel caso dell’amianto, se in dibattimento cadesse l’ipotesi di disastro doloso (la più ostica da provare) i colpevoli avrebbero una condanna che rientrerebbe nei tre anni dell’indulto, usufruendo poi dei servizi sociali e restando così a piede libero: in conclusione, eviteranno quasi sicuramente il carcere. Riguardo all’amnistia che è già alle porte e che vale cinque anni, salteranno anche i risarcimenti a vittime, malati e loro famigliari. Quindi, tutti assolti senza versare un soldo. Quanto sia pesante tutto ciò lo si capisce sempre dalle parole dell’avvocato Bonetto a La Repubblica: “La prospettiva di uno sconto così rilevante anche per reati così gravi come l’omicidio colposo da amianto, che provoca il mesotelioma pleurico, l’asbestosi, il carciroma polmonare non solo in chi lavora negli stabilimenti, ma anche in chi abita nelle vicinanze, è un’ulteriore garanzia di sostanziale impunità”.

 

La sinistra di governo: parole, non fatti

 

I partiti della sinistra dell’Unione, coloro che in campagna elettorale dicevano di voler essere l’ago della bilancia della coalizione, sono già ridotti al marginale ruolo di “partiti degli slogan”. Leggiamo sui manifesti: “Con i lavoratori”, “Salari in lire, prezzi in euro”, “La busta non paga”, e così via. Il segretario del Prc Giordano critica la manovra finanziaria, unendosi ai sindacati. Tutto vero e giusto, ma cosa fanno questi partiti che stanno dentro il governo del Paese per cambiare in meglio tutte queste cose che non vanno? Come motivano gli oltre trenta parlamentari del Prc il loro voto favorevole all’indulto? Le solite domande che non avranno risposte. Ma c’è anche di peggio: i parlamentari Lovelli e Giulietti (il primo noto esponente dell’Ulivo nella nostra provincia, quindi a conoscenza dell’importanza della questione amianto) hanno presentato un’interrogazione alla Commissione Giustizia proprio sul tema indulto-amianto e, a inizio settembre, hanno anche proposto un incontro tra i ministri interessati, l’associazione famigliari delle vittime, le organizzazioni sindacali e sociali e gli enti locali. Peccato che i loro nomi sono tra quelli che approvarono la riforma. Quando si dice coerenza...

 

L’Unione va alla guerra

Politica estera di centrosinistra e centrodestra a confronto 

 

Davide Margiotta

 

Caorle, 10 settembre, chiusura della Festa della Margherita. Alla minaccia di Berlusconi di non rivotare la missione in Libano, il vice-Presidente del Consiglio Francesco Rutelli esclama: “Berlusconi ormai è diventato un Cobas, quelli che promuovono le manifestazioni contro le missioni italiane all’estero... Da uomo di governo è passato a minoranza rumorosa [...]”.

La domanda è: esiste una differenza tra la politica estera del centrodestra e quella del centrosinistra? Certamente, ma questa differenza non è nè sui metodi, nè sugli obiettivi. La differenza sta nella tattica. Il metodo, è quello antico della potenza militare. L’obiettivo, quello di tutti i paesi imperialisti: garantire l’espansione della propria borghesia.

Nella tattica risiede invece la vera differenza. Se il governo Berlusconi puntava principalmente sull’asse atlantico con Regno Unito e Usa, il centrosinistra ha il baricentro della sua azione nell’Europa, intesa come possibile competitrice mondiale al dominio statunitense. Peraltro sempre nel comune quadro della Nato.

 

La potenza militare

 

Esiste una piena continuità tra l’operato del primo governo Prodi, quello di Berlusconi, e l’attuale Prodi-bis. Le spese militari del nostro paese in questo arco di tempo sono costantemente cresciute, arrivando a 27,8 miliardi di dollari nel 2004, come documenta il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), praticamente il costo di una finanziaria.
Secondo gli studi dell’Istituto di Stoccolma, l’Italia spende per la difesa 484 dollari pro-capite, ben più di altri paesi del G8 come Germania (411 dollari), Giappone (332 dollari) e Canada (377 dollari). Nel novembre del 2005, alla vigilia delle ultime elezioni politiche, i Ds promuovevano un convegno in cui intervenivano, oltre a Fassino e Marco Minniti, l’allora ministro della Difesa Antonio Martino, il capo di Stato maggiore della Difesa Gianpaolo Di Paola, il Segretario Generale delegato Nato Alessandro Minuto Rizzo e l'amministratore delegato Fincantieri Giuseppe Bono. Lo scopo del convegno era quello di tranquillizzare le forze armate sull’impegno del futuro governo a destinare alle forze armate cifre idonee alla loro funzione nel mondo.

Del resto, fu il governo D’Alema a varare la riforma delle forze armate, abolendo la leva obbligatoria e creando un esercito di professionisti, certamente lo strumento più adatto per le missioni all’estero che, come vedremo, sono in impressionante ascesa durante questi anni. Riforma a tal punto condivisa dal centrodestra che più volte in campagna elettorale Berlusconi stesso si è fregiato di questo “merito”, scippandolo letteralmente a D’Alema.

Attualmente l’Italia è impegnata in 29 missioni militari in diverse parti del mondo, con l’impegno di oltre 11 mila soldati. Alla domanda se questo sia un impegno sostenibile finanziariamente, il ministro della Difesa Arturo Parisi rispondeva su Repubblica del 9 settembre: “...se vogliamo rappresentare il nostro paese per quello che è non possiamo tirarci indietro e dobbiamo rispondere agli appelli per la pace nel mondo come fanno da sempre Francia, Gran Bretagna, Germania”.

 

L’obiettivo

 

Soprattutto a partire dal secolo scorso, il capitalismo ha fatto registrare una crescente tendenza all’esportazione di capitali e di merci: è questa una delle caratteristiche dell’imperialismo. L’obiettivo di tutti i paesi imperialisti è quello di assoggettare sempre nuovi mercati, di accaparrarsi sempre nuove fonti di materie prime e concessioni favorevoli, al fine di guadagnarsi ciascuno il proprio posto al sole, possibilmente più al sole di quello degli altri. Come detto, il nostro paese non è certo estraneo a questa logica. Per questa ragione tutti i governi succedutisi negli anni hanno fatto registrare la stessa politica estera di guerra.

Così come la campagna d’Etiopia e le altre imprese coloniali del secolo scorso, anche la partecipazione alle guerre degli ultimi quindici anni ha sempre avuto ragioni umanitarie. Possiamo riassumere queste ragioni del cuore molto schematicamente così (senza dimenticare che uno degli obiettivi delle guerre imperialiste è anche quello di indebolire le altre potenze): gli interessi dell’Eni in Iraq (oltre a quelli di numerose imprese di ricostruzione, costante di tutte le avventure belliche del resto), quelli della penetrazione nei mercati dell’est dopo l’apertura all’economia di mercato di numerosissime imprese italiane (a cominciare da Telecom) nella guerra in Kosovo, e così via, fino ad arrivare all’attuale Libano, di cui l’Italia è il principale partner commerciale, importando dal nostro paese una parte importante delle attrezzature e macchinari industriali (negli ultimi anni si è registrato un aumento delle ditte italiane in quasi tutti i settori, dall’energia al turismo e commercio).

Tutti i partiti borghesi hanno a cuore gli interessi della borghesia: significativamente, molte delle 29 missioni militari sono iniziate durante il primo centrosinistra, quasi tutte sono state votate da entrambi i poli, e anche quelle che non sono state votate all’unanimità, come quella in Iraq, sono poi però state rifinanziate all’unanimità. L’approdo di questa unità d’intenti è il varo della missione militare in Libano, volta a difendere Israele e gli interessi nazionali eliminando i possibili ostacoli, come l’esistenza della resistenza antisionista.

 

Il polo imperialista europeo

 

Con la fine della Guerra Fredda, l’Italia perdeva la propria posizione privilegiata di paese di confine col blocco nemico. Lo stravolgimento dello scacchiere mondiale aveva la conseguenza principale di lasciare ai paesi imperialisti le mani completamente libere. E’ questo lo scenario in cui comincia l’epoca della “guerra infinita”, che altro non è che una nuova fase dell’espansione imperialista, resa particolarmente aggressiva dalla perdurante crisi di sovrapproduzione di capitale mondiale.

Sospinto da paesi come la Francia e la Germania, prendeva sostanza il disegno di un blocco imperialista europeo antagonista a quello statunitense, disegno spalleggiato da buona parte della grande borghesia del vecchio continente. Come abbiamo detto in apertura, se esiste una condivisione di obiettivi e mezzi, esiste una divergenza nella tattica con cui arrivare all’obiettivo.

Snodo centrale di tutta la politica dei governi di centrosinistra è questo progetto di polo imperialista europeo. Il programma e perfino il personale politico dell’Unione ne sono testimoni.

Come non ricordare che Prodi e Padoa Schioppa sono stati a capo delle massime istituzioni politiche e finanziarie dell’Europa di Maastricht?

Anche la formale opposizione iniziale all’avventura irachena era in buona parte figlia di questo cordone ombelicale che lega Ds e Margherita a Francia e Germania, a loro volta contrarie all’intervento per ragioni ben poco nobili. Questo è il reale significato del tanto decantato europeismo del centrosinistra, questo il significato vero delle parole di Massimo D’Alema quando ha dichiarato trionfante all’indomani del varo della missione in Libano che finalmente è finito l’unilateralismo di Bush. Proprio la missione in Libano è stata per l’Europa l’occasione di un’avventura da protagonista, con gli Usa ancora impantanati in Iraq.

I continui richiami alla creazione di un esercito europeo da parte di Ds e Margherita e progetti come il Mercato Unico Euro-Mediterraneo del 2010 (che ha lo scopo di favorire la penetrazione di capitali europei in Medio Oriente e nord Africa), rappresentano l’aspetto più visibile di questo ambizioso progetto. Il filo-imperialismo del centrosinistra è ben documentato perfino dal programma elettorale dell’Unione (è bene ricordarlo, sottoscritto anche da Rifondazione), dove sta scritto nero su bianco come sia necessario favorire l’internazionalizzazione delle imprese italiane (tradotto: l’espansione verso i mercati dei paesi dipendenti), in particolare di quelle che mantengono il “cervello” in Italia.

 

La necessità di un’altra direzione per il movimento pacifista

 

In questi anni l’Italia (e non solo) è stata attraversata da un’ondata pacifista di enorme portata. Purtroppo il movimento è stato egemonizzato da soggetti che rifiutavano categoricamente la nozione stessa di imperialismo, rendendolo incapace di analizzare le vere cause dei conflitti e di proporre parole d’ordine e modalità di lotta adatte allo scopo.

Una buona parte dei pacifisti di questi anni riponeva grandi speranze nell’avvento al governo del centrosinistra. Sfortunatamente, mai i sogni furono tanto distanti dalla realtà: un governo Prodi amico dei pacifisti, ecco una vera utopia! Il bilancio dei primi mesi di governo è impietoso: rifinanziamento delle vecchie missioni con l’aggiunta di quella in Libano.

Una volta arrivata la “sinistra” al governo, queste direzioni (Tavola della Pace, Arci, Cgil, Cisl, ecc..) hanno bloccato le mobilitazioni, arrivando all’ultima Marcia di Assisi a sostenere la guerra come strumento di pace.  Un’altra parte del movimento è stata imbrigliata dai partiti di governo, come il Prc, dove anche le minoranze interne si rifiutano di mettere persino in discussione il sostegno al governo di guerra.

Privato di ogni riferimento politico, il movimento è oggi ad un punto morto.

Per combattere davvero la guerra non sono purtroppo sufficienti le sole grandi manifestazioni, è necessario riconoscere le cause che la scatenano, riconoscere il diritto dei paesi alla resistenza, auspicare la sconfitta dell’imperialismo, a partire dal proprio, lottare contro il proprio governo.

Siamo convinti che la generosità espressa da tanti compagni e compagne in questi anni di lotta non debba essere sacrificata sull’altare delle compatibilità di governo con gli interessi dell’impresa, è necessaria la mobilitazione più ampia e unitaria possibile contro la guerra e contro le politiche antipopolari del governo Prodi. Facciamo appello a tutte della sinistra e del sindacalismo di classe per un percorso di assemblee, scioperi e manifestazioni che possano confluire in una grande manifestazione nazionale. Lasciamo gli inciuci ai riformisti e prepariamo una alternativa vera alla barbarie del capitalismo, da rivoluzionari.

L’arroganza del potere mediatico

La guerra Israele-Libano raccontata a senso unico

 

Ingmar Potenza

 

"Da quando l'uomo ha la dote di pensare prima di agire, l'avvocatismo che si annida in ogni essere pensante è ricorso sempre alle distinzioni per sfuggire al mantenimento degli impegni, alle conseguenze concrete delle astratte affermazioni. Così oggi ci rigetta tra capo e collo la distinzione tra guerra di offesa e guerra di difesa. In realtà la borghesia di tutti i paesi è egualmente responsabile dello scoppio del conflitto o, meglio ancora, ne è responsabile il sistema capitalistico, poiché non è che formale e scolastica la tesi che sia stata preparata e voluta da una specifica parte".

Così scriveva Amadeo Bordiga nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, rispondendo con un’analisi puramente marxista alle ridicole argomentazioni di guerrafondai reazionari e socialsciovinisti alla deriva; così si può parlare ancora oggi davanti al rinnovato scenario di guerra in Medio Oriente, che continua a seguire invariabilmente le leggi del capitale, difeso mitizzato e alimentato da squallidi “avvocati” politici e mediatici.

Se può apparire quasi inutile e ridondante continuare ad accusare l’informazione borghese di non essere altro che lo strumento di propaganda dei capitalisti − del resto è noto che “la pubblicità è l’anima del commercio”, quindi nella società assoggettata al mercato il controllo dell’informazione è essenziale − rimane evidente che, seppure con argomentazioni clamorosamente fallaci e faziose, questa è capace di irretire il suo pubblico, dunque è sempre bene non trascurarne la forza. Lasciando da parte la carta stampata, non più il principale strumento informativo ormai da anni, ma comunque luogo dei più argomentati e precisi approfondimenti di politici, intellettuali e professionisti dell’informazione, è il giornalismo televisivo che qui ci interessa analizzare. In particolare ci soffermiamo sui principali canali cosiddetti pubblici − poiché dai privati, che già per definizione sono vincolati al committente, non ci si può certo aspettare nulla − per mostrare l’assoluta arroganza di chi usa questo mezzo capace di comunicare con milioni di persone, soprattutto con i lavoratori, che non hanno spesso il tempo e la pazienza di leggere i lunghi arzigogoli intellettualoidi di tante grandi firme, impegnate a “prenderli per il naso”.

 

Una forza dirompente senza contraddittorio

 

Parlando del racconto telegiornalistico della recente guerra in Libano, vediamo che i provetti avvocati degli eserciti in movimento hanno addirittura scavalcato il concetto di guerra di aggressione e conseguente difesa, giacché ormai, grazie ad un secolare “lavoro ai fianchi” sulla cultura popolare, questo è assodato e difficilmente sradicabile. In questa situazione si è fatto di più, dicevamo: per cominciare si è descritto come attori di pari entità un esercito regolare, quello israeliano, oltretutto il meglio armato della regione, e un gruppo paramilitare – non l’esercito regolare di un altro Stato – con appoggio popolare, il “braccio armato” di Hezbollah, magari anche abile, preparato e non del tutto sprovvisto di mezzi, ma certo mal messo di fronte al proprio nemico. Si è poi dato tutto il risalto possibile al solito casus belli, che definirei offensivo dell’intelligenza delle persone, rimarcando in ogni occasione il termine falso del “rapimento” di due soldati, al posto del più corretto “cattura” di due soldati – in una zona di confine, in situazione di conflitto appena latente – con l’evidente intento di colpire le coscienze su queste due povere vittime, armate di tutto punto e con compiti presumibilmente offensivi; andrebbe inoltre ricordato che già prima dell’ultimo conflitto le truppe israeliane di cui facevano parte i “rapiti” non presidiavano il confine del loro Stato, ma una zona del territorio libanese occupata irregolarmente. Infine, la totale inversione della realtà, nel momento in cui si affrontano le motivazioni “idealistiche” alla base del conflitto: con convinzione, quasi con commozione, l’invasione del sud del Libano con relativo massacro della popolazione civile è descritta come una giusta e doverosa operazione di autodifesa per Israele, che avrebbe addirittura favorito un progresso democratico per i libanesi, grazie all’eliminazione di pericolosi terroristi islamici. Questo passaggio merita una breve spiegazione di contorno: Israele è uno Stato confessionale che pratica una delle più spietate apartheid, non solo contro i mussulmani dei territori che occupa illegalmente, ma anche contro alcuni gruppi di stessi ebrei, di etnia o confessione considerate di secondo ordine; in Libano invece, di fronte alla continua crescita della popolazione islamica negli ultimi decenni, i cristiano-maroniti, forti della predominanza politico-economica e dell’appoggio degli Stati arabi confinanti, non hanno esitato a portare a termine vere e proprie mattanze dei “pericolosi integralisti islamici”, non ultimo ma certo di maggiore impressione il massacro di Sabra e Shatila nel 1982, proprio a fianco dei militari israeliani comandati dall’allora Ministro della Difesa Ariel Sharon.

 

Il mestiere di mistificare

 

I giornalisti della Rai utilizzano le tecniche più spregiudicate e grossolane per veicolare il messaggio sionista, senza neanche preoccuparsi di mascherare la propria faziosità. Continuando a seguire giorno per giorno le cronache da Haifa e da Tiro, salta velocemente all’occhio la differenza di “stile” del racconto: dal Libano i servizi sono abbastanza asettici, descrittivi e tecnici, poco spazio è lasciato al sentimentalismo verso le vittime e a velocissimi interventi diretti della popolazione, giusto per curare il senso di pietà cristiana tanto caro al giornalismo nostrano - o a chi lo comanda, più che altro; l’inviato da Haifa invece è sempre più in pericolo, dopo qualche giorno si mostra costantemente in giubbotto antiproiettile e registra i servizi sempre con una colonna di fumo alle spalle. Gli interventi dal “fronte” israeliano vengono poi estesi in diversi modi: non ci si limita alla cronaca riportata dall’inviato, ma questi mostra tutto quello che può dei ben pochi danni causati dai fantomatici razzi di Hezbollah, enfatizzando il numero delle vittime - che sono sempre madri, bambini o innocenti a vario titolo; tante anche le immagini emblematiche, dove un centro commerciale vuoto diventa il simbolo massimo della paura per la barbarie della guerra. E poi le interviste: il giornalista visita i bunker del centro commerciale e dell’ospedale e si dilunga su quanta tristezza e paura ci si possa trovare; intervista soprattutto madri con bambini, ben vestite e pettinate ma tanto spaventate dall’allarme che è suonato, a vuoto; fa vedere soldati nei bunker che giocano amorevolmente con i bambini “per rallegrarli in questi momenti di terrore”; tra le madri intervista quella di uno dei soldati “rapiti”, una lunga intervista commovente, ma non straziante, che mostra anche forza d’animo. Nel frattempo la sua voce è quella del governo di Tel Aviv: parla di Hezbollah come di sanguinari assassini, acriticamente accetta la versione secondo cui i guerriglieri si farebbero scudo con le popolazioni civili, soprattutto bambini, userebbero palazzi abitati come basi missilistiche, istigherebbero i mussulmani di Haifa a ribellarsi, senza però riuscire, dato che questi, cresciuti in un paese di mentalità occidentale, sono ormai lontani dalle barbariche divisioni religiose…

La differenza di trattamento è fin troppo palese: da un lato gli israeliani, umanizzati all’inverosimile, fatti apparire come fossero i nostri vicini di casa, così da suscitare tutti i possibili sentimenti di “fratellanza”; dall’altro dei morti indistinti, dei palazzoni in macerie, qualche bambino morto o ferito giusto per non staccarsi troppo dalla realtà e in generale una tremenda spersonalizzazione di un popolo, questo sì aggredito arbitrariamente − non il suo Stato per le necessità economiche e gli equilibri geopolitici del capitalismo, unico a pagare per i giochi di potere della borghesia tanto locale quanto confinante e di qualsiasi religione.

Il solito covo di briganti

Il ruolo delle Nazioni Unite nello scenario internazionale

 

Fabiana Stefanoni

 

Per vari secoli, l'uomo medievale si è svegliato alla mattina con una salda convinzione, priva tuttavia di fondamento razionale: che i diritti illimitati di cui il signore feudale godeva derivassero, in ultima istanza, dall'autorità divina. Così, per vari secoli, i contadini, pur con la prospettiva di andare a lavorare gratis le terre del signorotto, hanno fatto colazione un po' confortati dall'idea che tutte quelle fatiche bistrattate servissero a realizzare in terra la volontà di Dio onnipotente. Oggi le cose non sono, nei meccanismi psicologici di fondo, molto cambiate. Alcune convinzioni sono diventate presunte verità indubitabili, senza che si riesca a citare un solo fatto in grado di giustificarle. Una di esse è che l'Onu − l'Organizzazione delle Nazioni Unite − abbia a cuore le sorti dell'umanità e la pace nel mondo. L'uomo del terzo millennio si sveglia alla mattina, accende la Tv, vede cruente scene di guerra ma, se i soldati hanno il casco blu, fa colazione con serenità, sicuro del fatto che quei signori là stanno ammazzando per la pace. Nonostante l'abolizione delle corvées, anche il nostro uomo, come quello medievale, ha bisogno di conforto − magari per farsi una ragione del fatto che il pacchetto di caffé (scadente) che gli serve per la colazione costa più di un'ora di lavoro in un call-center.

 

A cosa serve l'Onu

 

Vediamo quindi di far piazza pulita − anche a costo di accontentarci di colazioni più amare − dell'irrazionalità di certi luoghi comuni, cercando di capire cosa veramente sono le Nazioni Unite. Nata a San Francisco il 26 giugno 1945, con la partecipazione iniziale di 50 Stati, l'Onu conta oggi 192 aderenti. Indipendentemente dalle belle parole (ipocrite) dello Statuto, che nomina la "pace" ogni tre righe, l'organizzazione è sorta dalla necessità di creare un organismo sovra-nazionale capace di gestire, dopo la seconda guerra mondiale, i nuovi equilibri tra le potenze vincitrici: si trattava di superare, aggiornandola, quella che dal 1919 era stata la Società delle nazioni, definita da Lenin un "covo di briganti". I briganti, almeno nelle favole, raramente sono animati da buoni sentimenti ma, purtroppo, spesso c'è più realismo nelle fiabe che nei libri di storia, tant'è vero che è raro trovarne uno che non dia per scontato che la "duplice finalità" dell'Onu sia quella di "mantenere la pace e risolvere le controversie internazionali".

Basta considerare l'articolazione interna degli organismi per rendersi conto che le dichiarazioni d'intenti (pacifisti) contenute nello Statuto sono un grosso inganno. L'unico reale centro decisionale dell'Onu è il Consiglio di sicurezza, costituito da cinque membri permanenti con diritto di veto e da dieci membri non permanenti, eletti a rotazione. É evidente che sono i cinque membri permanenti la testa dell'Organizzazione: Stati Uniti, Regno Unito, Russia (fino al 1991, Unione Sovietica), Cina (fino al 1971, Taiwan), Francia. La scelta, avvenuta all'indomani del secondo conflitto mondiale, di questi cinque Stati non è casuale: si trattava di ridefinire e garantire reciprocamente le sfere d'influenza tra le potenze che avevano avuto un ruolo centrale (e vincente) nel corso della guerra. Il fatto che l'Unione Sovietica sedesse al tavolo dei banditi imperialisti per partecipare alla spartizione del bottino era la logica conseguenza della vittoria dello stalinismo e della rinuncia alla prospettiva della rivoluzione socialista internazionale.

Con l'esplodere della cosiddetta guerra fredda, la mediazione all'interno del Consiglio di sicurezza risultò meno agevole: gli Stati Uniti intendevano fare dell'Onu lo strumento dell'estensione del proprio dominio coloniale[1], ma l'Urss mirava, per interessi speculari, a frenare questi tentativi, pur con una certa attenzione a non turbare troppo le esigenze dell'imperialismo d'oltreoceano. In occasione dell'intervento militare dell'Onu a sostegno degli statunitensi − a proposito di pacificazione... − nella guerra di Corea (1950-51), l'Urss rinunciò al diritto di veto, limitandosi ad una non partecipazione al voto: è evidente che la principale preoccupazione della burocrazia stalinista era quella di garantire il proprio potere in patria, in un gioco tattico di equilibri con la borghesia internazionale.

Fin qui, non si capisce dove potesse stare la tanto proclamata "ricerca della pace", tanto più che, dopo aver accondisceso alle rivendicazioni dei sionisti con il riconoscimento dello Stato d'Israele a danno dei palestinesi, l'Onu intervenne militarmente nelle varie fasi del conflitto arabo-israeliano in Medio Oriente (1956-67; 1967-73; dopo il 1973), di fatto avallando la politica coloniale dei governi israeliani: la missione Unifil nel Libano del sud, che tutt'ora è operativa, si inseriva in questo contesto. Ma si tratta di esempi tra tanti: l'illusione di un'organizzazione a difesa della pace si sgretola in un batter d'occhio se si pensa al silenzio-assenso di fronte alle politiche degli Usa in America Latina − con l'appoggio della Cia a regimi dittatoriali − o all'ipocrisia di risoluzioni di condanna mai tradotte in atti concreti, come nei confronti del regime razzista in Sudafrica.

 

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica

 

Se d'intenti pacifisti non c'è traccia fino al crollo dell'Unione Sovietica, successivamente le cose cambiano, ma non nella sostanza. L'Onu "pacifista" nel 1991 ha dato il beneplacito al primo atto di forza degli imperialismi statunitense ed europeo, che, fiutando nuovi e grassi bottini dopo la dissoluzione degli Stati operai degenerati dell'Europa dell'Est, hanno colto la palla al balzo: la prima guerra del Golfo si è svolta sotto le bandiere dell'Onu, che ha poi approvato e gestito l'embargo ai danni della popolazione irachena con milioni di morti, soprattutto tra i bambini. Ma non solo: ha sostenuto l'invasione Usa di Haiti, ha gestito militarmente l'invasione della Somalia nel 1992 (con una coalizione militare capeggiata dagli Usa), ha avallato l'intervento della Francia in Ruanda, ha gestito un intervento militare iniquo nei conflitti nella ex Jugoslavia (riconoscendo tra l'altro la Croazia di Tudjman, colpevole di gravissimi crimini nei confronti delle minoranze). Nulla di nuovo, quindi: prima e dopo il crollo dell'Urss, l'Onu è servita da copertura delle politiche espansioniste dei Paesi capitalistici e dei loro alleati sovietici.

Tuttavia, qualcosa è cambiato con gli anni Novanta: lo scenario internazionale. Dopo la morte del nemico comune, si sono inaspriti i rapporti intercapitalistici, con il nuovo ruolo assunto nello scenario internazionale dalla Cina e, soprattutto, con l'accelerazione del processo costituente di un polo imperialista europeo al traino di Francia e Germania. Non è un caso che dalla metà degli anni Novanta si sia posto il problema della necessità di riformare il Consiglio di sicurezza: il consolidarsi delle borghesie nazionali di Stati ex-fascisti, a partire da Giappone e Germania, si è tradotto nella richiesta di un maggior peso negli equilibri diplomatici internazionali, ovverosia nella spartizione dei possibili bottini derivanti dagli interventi militari in giro per il mondo. Si spiega così, ad esempio, l'accordo tra Germania, Giappone, India e Brasile per ottenere un seggio permanente.

In questo mutato quadro, s'inserisce un'altalena che ricorda quella della guerra fredda, ma che ha come principali partecipanti al gioco da un lato gli Stati Uniti, dall'altro l'Unione Europea. I due briganti, che vengono sempre più definendosi come due poli imperialisti contrapposti, talvolta dondolano nella stessa direzione, perché conviene, talvolta in direzione opposta: è purtroppo prevedibile che, prima o poi, scenderanno dalle altalene e cominceranno ad azzuffarsi. Fuor di metafora, è segno dell'inasprirsi delle relazioni intercapitalistiche la decisione dell'imperialismo statunitense di aggirare l'Onu − nell'ambito della quale rivestono un peso determinante, col diritto di veto, i nuovi nemici (Francia e Russia in primis) − e di utilizzare la Nato (l'organizzazione militare del Patto atlantico a egemonia statunitense, nata in funzione antisovietica e poi allargata a nuovi Paesi dopo l'89) per i propri fini coloniali. É quello che è avvenuto nel '99, con la Serbia di Milosevic: l'Onu in quell'occasione ha taciuto e collaborato. Similmente, le Nazioni Unite hanno approvato l'invasione in Afghanistan, nell'ambito della quale i due briganti, approfittando dell'11 settembre, dondolavano nella stessa direzione (sedendosi poi allo stesso tavolo per la spartizione del bottino).

Un cambio di scenario si è avuto nel 2003, con la seconda aggressione all'Iraq da parte americana. In questo caso, l'Onu non ha sostenuto la seconda guerra del Golfo. Perché? Forse perché, a differenza della prima, non era a fine di pace? Non proprio, il motivo è un altro. Precisamente, il brigante statunitense ha utilizzato questa invasione per farsi beffe del brigante europeo: Francia, Germania e Russia non hanno partecipato alla coalizione che ha invaso l'Iraq, ovviamente perché erano gli Stati uniti, paladini dell'impresa, a trarne il maggiore vantaggio. L'Onu è rimasta in disparte per questo solo motivo, salvo poi riconoscere il governo fantoccio che ne è scaturito. Zelanti socialdemocratici ci spiegheranno che questo dimostra che l'Europa, con la sua millenaria cultura, può svolgere un ruolo pacifista: nulla di più falso. Non solo Francia e Usa, a braccetto e con la benedizione dell'Onu, l'anno dopo hanno invaso Haiti; non solo le potenze europee continuano a finanziare le missioni coloniali del passato; soprattutto, appena se n'è presentata l'occasione, hanno aperto nuovi scenari di guerra.

Il brigante europeo ha fiutato odor di gloria con la recente guerra in Libano, vista anzitutto come un'occasione per tentare di riguadagnare punti rispetto al brigante statunitense, approfittando dell'impasse di quest'ultimo in Iraq. Gli zelanti socialdemocratici ci diranno: "Se fosse vero che l'intervento in Libano è un'occasione di riscatto per l'imperialismo europeo, perché gli Usa non pongono veti?". Come i bambini sanno bene − perché forse leggono ancora realistiche favole e non, per loro fortuna, Repubblica, Corsera e Manifesto − solo il brigante più debole può permettersi ogni tanto di lamentarsi e fare scaramucce, perché è obbligato dai rapporti di forza a limitarsi a qualche lagna; se si arrabbia il brigante più grosso (quello americano) la zuffa, invece, è assicurata. Un no degli Usa alla missione in Libano, una diversa presa di posizione, avrebbe avuto il sapore amaro di una dichiarazione di guerra al nemico europeo, con tutto ciò che ne consegue.

 

Catastrofici pacifisti

 

Capitalismo significa guerra, distruzione, miseria: senza la rivoluzione socialista internazionale l'umanità verrà di nuovo trascinata nella catastrofe. Oltre che amare colazioni, è il caso di rischiare anche notti insonni e guardare in faccia la realtà: l'acuirsi delle contraddizioni intercapitalistiche non esclude la possibilità di un nuovo conflitto mondiale, che pure non è all'ordine del giorno. Ogni nuova guerra, ogni nuovo intervento militare dell'uno o dell'altro brigante, col casco verde o col casco blu, non può che trovare la più ferma opposizione di chi ha a cuore le sorti dell'umanità. Noi siamo comunisti, non pacifisti: crediamo che solo con la distruzione − che non potrà certo avvenire con mezzi pacifici − del sistema capitalistico l'umanità potrà essere liberata dalle catene dello sfruttamento, dalla guerra e dalla miseria. Ma desta ribrezzo vedere certi sedicenti pacifisti, come Rossana Rossanda, che, dalle colonne del Manifesto e a nome della redazione, benedice l'invasione in Libano e si complimenta con D'Alema; desta ribrezzo vedere che la marcia per la pace di Assisi, che pure non ci è mai piaciuta, diventa un'occasione di propaganda bellica. Se qualcuno si chiedeva che cosa avrebbe guadagnato la borghesia dalla presenza di Rifondazione in questo governo: et voilà. Sappiamo per certo che non ci saranno dirigenti di Rifondazione comunista a protestare in piazza contro la guerra, come fecero nel '99 contro la guerra del Kossovo; ma forse ci saranno molti iscritti di Rifondazione che stracceranno la tessera come abbiamo fatto noi. Progetto Comunista sarà lì, nella consapevolezza che c'è una sola strada per impedire ai briganti di continuare a esercitare violenze e depredare i villaggi: per noi è la strada della rivoluzione socialista.



[1] La cosiddetta decolonizzazione, spesso vantata come uno dei meriti dell'Onu, non solo ove è avvenuta ha dovuto fare i conti con la sostanziale passività delle Nazioni Unite, ma si è anche rivelata nei fatti la risposta alle esigenze di una nuova dislocazione dei domini coloniali, nell'ambito della quale l'Onu ha giocato un ruolo di negoziazione... tra briganti.

Libano, la posizione delle minoranze di Rifondazione

Il fuoco dei ribelli non brucia più

 

Francesco Ricci

 

 

Sarebbe interessante (e appagante) raccogliere anche solo una parte di quei centomila articoli con cui per due anni ci hanno perseguitato. Quelli sulla nonviolenza. E poi, come in un vecchio film di Moretti in cui un incomprensibile critico cinematografico era obbligato a leggere ad alta voce le sciocchezze contenute nei suoi articoli, costringere gli autori a rileggerli ad alta voce, alternandoli però - qui sta il divertimento - agli articoli che scrivono oggi sul Libano.

Per due lunghissimi anni la stampa di sinistra (non solo Liberazione, ma anche Manifesto e qualsiasi rivista noglobal) ci ha propinato la nonviolenza cucinata in trecentosessantacinque modi diversi, come i portoghesi il bachalau. Non c'era argomento che non conducesse inevitabilmente lì, non c'era pietanza che non ne contenesse un pezzetto almeno. Ci hanno spiegato con dovizia di particolari che la nonviolenza va intesa come valore assoluto, non come un mezzo ma come un fine (qualsiasi cosa ciò possa voler dire, se qualcosa vuole dire).

Provate a confrontare gli articoli di Rina Gagliardi sulla nonviolenza e a farglieli leggere, in alternanza, con gli editoriali con cui adesso ci spiega che la missione armata (armatissima) in Libano non solo è da condividere ma è financo "un dovere morale", qualcosa di cui bisogna ringraziare Massimo D'Alema (di cui, in coro con la Rossanda[1], tesse le lodi). Adesso non solo l'uso della violenza è possibile ma a chi si oppone si riservano violenti sguardi di disapprovazione. Certo, va riconosciuto, una differenza c'è: la violenza di cui si parla ora è quella degli eserciti imperialisti... e come la tradizione vuole, ogni buon riformista sa sempre distinguere tra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori (schierandosi infallibilmente dalla parte di questi ultimi).

 

Spostandosi un po' più a sinistra il panorama non cambia. La ribellione dei dirigenti ribelli del Prc è già finita. Ogni tanto Grassi e Cannavò soffiano un po' di fuoco, ma è come quello dei Mangiafuoco delle feste di paese, non brucia niente.

Sull'invio di militari italiani in Libano (per disarmare Hezbollah e difendere Israele contro i palestinesi) la più consistente minoranza del Prc, Essere Comunisti-l'Ernesto, tace. Sul sito internet dei "grassiani" non si trova quasi nulla sull'argomento. Leonardo Masella, uno dei principali dirigenti dell'area, ci ha comunque informato[2] in primo luogo che "innegabilmente la vicenda è molto diversa dall'Irak e dall'Afghanistan" (ah sì, è perché?) e che Rifondazione "ha fatto bene a votare a favore della 'buona intenzione' proposta dal governo". Dove sta il problema e quindi la critica che forniscono, come sempre, i dirigenti di questa "area critica" del Prc? Bisogna, continua Masella, "fare molta attenzione anche ai dettagli" della missione. Intanto ci vuole una "mozione d'indirizzo" che assicuri che la missione vuole "assicurare una pace forte e duratura nell'intero Medio Oriente", sottolineando "una concezione di discontinuità" con il governo precedente; poi "servono garanzie granitiche che la missione non cambi natura nel tempo e non scivoli successivamente dall'Onu alla Nato"; quindi bisogna che gli eserciti partecipanti configurino una presenza "finalmente multilaterale", includendo la Russia e la Cina; infine bisogna definire con precisione "le regole di ingaggio", assicurando che la missione sia "di peace keeping e non di peace forcing".

In buona sostanza, è necessario che l'imperialismo fornisca nero su bianco, su un pezzo di carta, alcune garanzie di voler andare in Medio Oriente - che casualmente è la zona cruciale, per petrolio e gas naturali, da cui si governa il mondo - solo per comportarsi come un lupetto dei boy scout. A queste condizioni - "condizioni granitiche" - le truppe imperialiste possono occupare il Libano, con il beneplacito di Masella e Grassi.

 

Le cose non vanno molto meglio se si dà un'occhiata alle dichiarazioni dei dirigenti dell'altra area di minoranza, Erre, che solo qualche mese fa si è "ribellata" al governo sull'Afghanistan (ribellione conclusasi con un voto di fiducia al governo stesso e con il conseguente invio di truppe).

In un chiarissimo articolo[3] di fine agosto, Salvatore Cannavò elenca alcune "riserve" (sic) sulla decisione del governo che ritiene "frettolosa". Prima di tutto si dice soddisfatto che (si presume come prodotto della sua spietata "critica") finalmente non si usi "lo schema utilizzato per l'Afghanistan fondato sull'intervento Nato"; poi sottolinea come "fatto importante" che "l'Italia è protagonista di una pacificazione e di un rapporto positivo con il mondo arabo-musulmano". Ciò detto, qualche critica deve tuttavia avanzarla. Intanto sarebbe stato meglio che l'Onu approvasse "una risoluzione molto più chiara e definitiva della 1701" che effettivamente - la cosa non sfugge a un osservatore acuto come Cannavò - "non fa i conti con il massacro di civili perpetrato da Israele" e prelude al disarmo di Hezbollah.

Da cosa derivano queste preoccupazione di Cannavò? Dal fatto che il governo che la sua area sostiene stia inviando truppe - con il paravento Onu - per tutelare gli interessi dell'imperialismo italiano ai danni dei Paesi dipendenti dell'area? No. Cannavò è preoccupato che "le ambiguità dell'Onu (...) sono rischiose per la sicurezza dei nostri soldati" (il corsivo è l'unica cosa nostra in questa frase) e c'è la possibilità che tutto ciò porti a una "nuova delegittimazione dell'Onu" e magari metta "l'Italia e l'Europa in mezzo tra due fuochi".

Che fare, allora? Secondo Cannavò (e vogliamo credere che Prodi e i generali italiani terranno in debito conto questi suggerimenti) bisogna fare una "doverosa precisazione delle condizioni politiche di base". Bisogna che l'Italia si faccia "promotrice di una vera Conferenza di pace, con tutte le parti interessate (sic), in grado di trovare un accordo complessivo per poi stabilire una presenza internazionale a garanzia di quell'accordo", cioè una "pura interposizione pacifica tra due contendenti in armi".

Ecco qua il punto vero della questione che a noi era finora sfuggito. Non la presenza di una colonia dell'imperialismo (Israele) che si è costruita e vive sulla espulsione dei palestinesi dalla loro terra: ma "due contendenti in armi" che un arbitro neutrale (l'imperialismo italiano ed europeo) deve dividere perché la smettano insensatamente di litigare. Come fare tutto ciò? Cannavò avanza una proposta simile a quella di Masella: bisogna sviluppare una discussione in parlamento e approntare "un documento politico ad hoc che faccia la dovuta chiarezza (...) sulla prospettiva in cui l'Italia decide di collocarsi." Una prospettiva che Cannavò - ne prenda nota chi di dovere - pretende di vedere con chiarezza.

 

Leggendo questi articoli ci si immagina le risate che si fanno Prodi e D'Alema, nei loro salotti domenicali affollati di banchieri e petrolieri, mentre sentono le Tv del centrodestra che enfatizzano le difficoltà provocate alla stabilità del governo dai diktat di Ferrero e dai (dolci) no dei parlamentari ribelli.

C'è da sperare che i sostenitori onesti di queste cosiddette "aree critiche" si rendano conto della deriva a cui li condannano i vari Grassi e Cannavò che, non capendo la lingua in cui è scritto il mondo capitalista, costringono diverse centinaia di militanti, per rubare le parole a Galileo, "ad aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto."[4]

 



[1] Si veda l'editoriale del 30 agosto 2006 del Manifesto: R. Rossanda, "La nostra scommessa", che così finisce: "Chi scrive non è abitualmente una ammiratrice di Massimo D'Alema, ma la linea di politica estera che sta imprimendo al governo è buona."

[2] L. Masella, "Libano, le condizioni per non essere trascinati in una vera e propria guerra" su Liberazione, 23 agosto 2006.

[3] "I tanti punti controversi della missione Onu in Libano" di S. Cannavò, su Liberazione del 24 agosto 2006.

[4] Galileo (ne Il Saggiatore, 1623) scrive del libro della natura "che ci sta aperto innanzi agli occhi" e che "non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e conoscere i caratteri ne i quali è scritto": il riferimento, nel suo caso, è alla matematica.

Il sionismo: un’ideologia reazionaria

Scheda ragionata dalle origini ad oggi

 

Antonino Marceca

 

“Il sionismo - come Abram Lèon scrive nel suo libro Il marxismo e la questione ebraica - è nato alla luce degli incendi durante i pogrom russi del 1882 e nel tumulto causato dall’affare Dreyfus, due avvenimenti che esprimevano l’acutezza che comincia ad assumere la questione ebraica alla fine del XIX secolo”. Il giornalista ebreo Theodore Herzl, dopo aver assistito alle dimostrazioni antisemite di Parigi provocate dall’affare Dreyfus, pubblica nel 1896 a Vienna Lo Stato Ebraico, testo teorico politico di riferimento del sionismo.

Per secoli nella comunità ebraica, distribuita in Europa, in Asia e in Africa, l’idea messianica del ritorno a Sion (una delle colline su cui si erge Gerusalemme) è stata parte del Giudaismo, ma quest’idea veniva intesa come fede nella ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e non aveva alcun significato politico. Il sionismo politico ha origine storica diversa e più recente, nasce nel contesto delle comunità ebraiche europee. All’inizio, il movimento sionista fu incerto rispetto al luogo ove costruire lo Stato ebraico: per alcuni in Argentina, altri in Africa, altri ancora in Palestina, che allora faceva parte dell’Impero Ottomano ed era popolata da una maggioranza di palestinesi musulmani e da minoranze ebraiche e cristiane. Nel congresso sionista del 1897 prevalgono le tesi a favore della Palestina. Il programma era condensato nella frase di Herzl “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, che esprimeva la natura colonialista del movimento sionista, mirante a cacciare ed espropriare dalla sua terra il popolo arabo palestinese. Sul ruolo del futuro Stato ebraico, Herzl fu di una brutale chiarezza: “per l’Europa, costituiremo un baluardo contro l’Asia, saremo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie”. Una chiara collocazione del sionismo nel quadro delle politiche imperialiste europee. “L’ideologia sionista, scrive Abram Lèon, non è che il riflesso distorto degli interessi di una classe, l’ideologia della piccola borghesia ebrea”, un’ideologia reazionaria mirante a separare fisicamente gli ebrei dai non ebrei: in questo sionisti e antisemiti convenivano.

Oggi è diffusa anche nella sinistra l’idea, falsa e priva di basi reali, dell’equivalenza tra antisionismo e antisemitismo. Per smontare tale presunta equivalenza basta ricordare che tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento settori ed esponenti della comunità ebraica svolsero un ruolo di primo piano nel movimento operaio e rivoluzionario mondiale, in netta contrapposizione al sionismo.

 

Lo stretto legame con l’imperialismo

 

Fino al 1914 la colonizzazione sionista della Palestina fece pochi passi avanti, ma la prima guerra mondiale mutò i termini della situazione: crollato l’Impero Ottomano (1917), si scontrarono gli interessi delle potenze europee che miravano a colmare il vuoto lasciato dai Turchi nella regione. Gli interessi della Gran Bretagna erano riposti nel controllo del canale di Suez e delle vie delle Indie ed a questo fine, conclusi gli accordi di spartizione con Russia e Francia, gli inglesi videro nel sionismo un utile strumento. Peraltro, il sionismo fin dal suo esordio si appoggiò all’imperialismo, diventandone strumento essenziale nel controllo della regione mediorientale contro i movimenti di liberazione delle masse arabe dal dominio imperialista. Il ministro degli esteri inglese Balfour dichiarò nel 1917 il pieno appoggio del suo paese al progetto sionista in Palestina. Nel 1923 la Società delle Nazioni assegna il Mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna, che l’aveva già occupata. Essa nomina suo primo alto commissario in Palestina un sionista.

Negli anni 1936-1939 contro il progetto sionista e il sostegno inglese si susseguono scioperi e rivolte delle masse arabe, che però furono tradite dai loro capi religiosi e latifondisti; nondimeno, si determinò una breve fase di conflittualità tra il sionismo e l’imperialismo britannico che temeva una crisi del proprio dominio nel Medio Oriente.

Il sionismo si svilupperà soprattutto dopo la seconda guerra mondiale legandosi con la potenza imperialista che uscirà dominante dalla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti d’America. Nel secondo dopoguerra saranno gli Usa che sosterranno lo Stato ebraico politicamente, finanziariamente e militarmente, facendone una potenza nucleare.

Il sionismo pertanto nasce prima del barbaro genocidio del popolo ebraico operato dal nazismo e dai suoi alleati; né peraltro questo può essere preso a giustificazione del sionismo e dei massacri da esso operati nei confronti di un altro popolo per nulla responsabile dell’Olocausto.

 

Lo Stato sionista

 

Per far posto agli ebrei sionisti, i palestinesi furono cacciati dalle loro terre e dalle loro case con la complicità dell’imperialismo e con il consenso dell’Onu. È stata infatti l’Onu ad assegnare più della metà del territorio palestinese agli israeliani. Dal novembre 1947 alla fine del Mandato britannico (marzo 1948) le organizzazioni sioniste presenti in Palestina scatenarono una campagna di massacri e di terrore che costrinse alla fuga centinaia di migliaia di palestinesi. La guerra arabo-israeliana del 1948-1949 permise agli israeliani di occupare nuovi territori e dichiarare la fine dello stato palestinese. Nasceva su queste basi lo Stato d’Israele, immediatamente riconosciuto dagli Usa, dall’Urss di Stalin e dall’Onu. Il territorio palestinese fu diviso tra Israele, Giordania ed Egitto. I palestinesi divennero un popolo di profughi e privati della terra. Su questa al-Nakbah (catastrofe per i palestinesi) si edificava uno Stato artificiale, razzista e reazionario dove ancora oggi vige una netta distinzione in termini di diritti civili e sociali tra cittadini israeliani di fede ebraica e gli altri.

Dopo la fondazione dello Stato di Israele l’azione espansionista coloniale non si è arrestata: una serie infinita di guerre (1948, 1956, 1967, 1973, Libano 1982, prima e seconda Intifada, Libano 2006) e innumerevoli operazioni militari al di fuori dei propri confini sono lì a dimostrarlo. Nel contempo non si è mai arrestata la brutale repressione e spoliazione delle masse arabo-palestinesi.

Nel 1956 Israele partecipa, con la Francia e la Gran Bretagna, alla guerra per il controllo del canale di Suez contro L’Egitto di Nasser.

Nel 1967, con l’obiettivo di soffocare il nasserismo e di conquistare quelle parti della Palestina che non aveva occupato nel 1948, in sei giorni Israele fece a pezzi le forze armate egiziane, siriane e giordane, tolse le alture del Golan alla Siria, la Cisgiordania e Gerusalemme est alla Giordania, e la striscia di Gaza e il Sinai all’Egitto.

Nel 1973 ancora una guerra con l’Egitto e la Siria.

Nel 1982 invasione israeliana del Libano finalizzata ad annientare la resistenza palestinese, fare arretrare l’esercito siriano e inserire un governo dipendente.

Nel 1987 inizia la prima Intifada palestinese, il centro della lotta per la liberazione della Palestina si sposta nei territori occupati.

Nel 2000 la provocatoria passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee dà il via alla seconda Intifada.

Nel 2006 ancora una nuova invasione israeliana del Libano.

 

In conclusione

 

Per concludere questa schematica panoramica sul sionismo è necessario rilevare come contraddizioni di classe si producono nella società israeliana attuale. In linea con i governi di tutto il mondo, negli ultimi anni, i governi israeliani di centrodestra e di centrosinistra hanno portato avanti politiche liberiste nel paese, con privatizzazioni delle aziende statali e tagli alle spese sociali.

È necessario pertanto che gli stessi ebrei d’Israele comprendano che il loro Stato artificiale non rappresenta i loro interessi in quanto lavoratori, ma quelli del capitalismo imperialista. Che per i lavoratori ebraici l’unica via d’uscita da questo tunnel di guerra e sfruttamento consiste in un fronte unitario con i lavoratori e le masse popolari arabo-palestinesi.

La lotta contro il sionismo, per una Palestina libera, laica e socialista, dove siano rispettati e garantiti i pieni diritti democratici del popolo ebraico in quanto minoranza nazionale fa parte di questa battaglia, nella prospettiva di una più ampia unità araba e socialista in Medio Oriente.

L'imperialismo in un nuovo pantano

La situazione in Libano dopo l'aggressione israeliana

 

Alberto Madoglio

 

 

Il “cessate il fuoco” che per il momento ha bloccato l’aggressione nei confronti del Libano dell’avamposto dell’imperialismo in Medio Oriente − lo Stato di Israele − ci offre lo spunto per analizzare le ragioni che hanno portato a una vera e propria guerra di distruzione e per chiederci quali sviluppi ulteriori essa potrà causare. La propaganda borghese ha voluto far credere che il via alle ostilità di Tsahal contro il Libano sia stato causato dall’incursione in territorio israeliano da parte di un commando di Hezbollah (il movimento di resistenza politico-militare sviluppatosi all’epoca della prima invasione israeliana in Libano nel 1982), che ha causato la morte di otto militari di Israele e il rapimento di altri due.

 

Al di là della propaganda

 

Gli oltre trenta giorni di intensi bombardamenti su tutto il Libano, che hanno causato la quasi totale distruzione di tutte le infrastrutture civili e produttive − costringendo un milione di abitanti a evacuare le zone maggiormente colpite dalle bombe e altri cinquecentomila ad abbandonare il paese (su una popolazione totale di circa quattro milioni) − avevano in realtà altre motivazioni. Queste vanno individuate sia nella natura aggressiva dello Stato d'Israele, caratteristica presente fin dalla sua fondazione, sia nella attuale politica di “guerra al terrorismo” portata avanti con estrema virulenza dal governo Bush.

Fin dal 1948, quando è stato fondato, Israele si è configurato come uno Stato basato sulla pulizia etnica, sul terrorismo verso le masse arabe e su una politica di continua aggressione ed espansione a danno degli Stati vicini a maggioranza araba. Il luogo comune che vuole Israele "cittadella assediata" è totalmente falso. E’ vero semmai il contrario: è questo Paese che assedia centinaia di milioni di arabi in Medio Oriente. In quest'ottica, ogni volta che Israele individua un rischio per la sua politica criminale (negli anni Cinquanta e Settanta il nazionalismo arabo, oggi il fondamentalismo islamico), passa immediatamente all’azione, non sempre aspettando un pretesto, seppur minimo, come in questa occasione. Il movimento guidato dallo sceicco Nasrallah, che nel 2000 aveva costretto l’esercito di Tel Aviv alla ritirata dal sud del Libano occupato da quasi vent'anni, andava prima o poi neutralizzato.

A ciò si deve aggiungere il fallimento della politica Usa di lotta al terrorismo e creazione di un "nuovo Medio Oriente”. Gli scacchi subiti in Iraq e Afghanistan necessitavano di un diversivo e, nelle speranze di Bush, di un successo. Una breve e vittoriosa guerra in Libano sarebbe servita per ridare smalto ad una presidenza Usa sempre più messa in discussione all’estero come all’interno. Non solo. Sarebbe stato anche un segnale per l’Iran, protettore politico di Hezbollah e attualmente in cima alla lista dei cosiddetti Paesi canaglia.

 

La resistenza di Hezbollah

 

Questa è anche, pressapoco, la ricostruzione che fa Hersh (giornalista vincitore del Pulitzer nel 1970 per aver denunciato il massacro di civili vietnamiti da parte di marines a My Lai), quando sulle pagine di un giornale americano afferma che, secondo fonti del Pentagono, l’azione militare israeliana era stata pensata da tempo. Ma, dopo Kabul e Baghdad, anche a Beirut lo sviluppo degli eventi si è incaricato di sovvertire i piani dell’imperialismo a stelle e strisce e del suo gendarme sionista. Quella che doveva essere un’operazione che in pochi giorni avrebbe dovuto portare alla liberazione dei militari rapiti e alla distruzione di Hezbollah, in quanto organizzazione in grado di preoccupare Israele, ha subito degli intoppi. I pesanti bombardamenti aerei hanno immediatamente causato morte e distruzione sulla popolazione civile, ma la struttura militare di Hezbollah ha continuato ad esistere. Non solo: con enorme sorpresa di tutti gli strateghi militari, essa ha dimostrato una inaspettata capacità di resistenza, riuscendo per la prima volta a colpire con dei missili alcune città in territorio israeliano.

Le cose non sono cambiate nemmeno quando, dopo circa quindici giorni, il governo Olmert-Peretz, primo ministro e ministro della difesa d'Israele (il secondo ex sindacalista membro del Partito Laburista) decidevano di dar vita all’invasione di terra. Trentamila soldati e decine di carri armati non sono riusciti a far volgere il corso della guerra a favore dell’esercito invasore; anzi, la situazione è andata via via peggiorando: aumentava il numero di missili lanciati verso Israele e il numero di perdite tra i militari impegnati in scontri molto ravvicinati.

Allo stesso tempo cresceva la protesta in Israele contro la gestione delle operazioni militare, con uno scambio di accuse tra governo e stato maggiore.

Questa situazione non si è determinata solo grazie ad un'astuta applicazione delle tecniche della guerriglia da parte di Hezbollah, ma soprattutto grazie al sostegno popolare che questa forza si è guadagnata nei decenni passati, in primo luogo tra la popolazione di religione sciita, attraverso la creazione di una sorta di welfare state, che il governo centrale non è mai stato in grado di fornire.

 

Il cambio di rotta dell'imperialismo

 

Lo sviluppo degli eventi ha portato anche ad un cambio di orientamento nelle posizioni fin lì sostenute dall’imperialismo. Inizialmente, Bush e Blair hanno respinto ogni richiesta di cessate il fuoco, convinti della rapida vittoria israeliana ma, col passare del tempo, mentre in Libano, nei Paesi arabi e tra i lavoratori dei paesi occidentali cresceva la mobilitazione contro la guerra (i portuali inglesi avevano dato inizio ad un boicottaggio operaio contro ogni nave da e verso Israele) − favorita anche dagli insuccessi di quella che fino ad allora era considerata una macchina invincibile − il loro atteggiamento è mutato.

L’ipotesi di un cessate il fuoco con l’invio di una forza multinazionale da schierare in Libano ha cominciato ad essere non solo accettata, ma anche richiesta. Il senso di questo mutamento di opinione è stato quello di garantire all’esercito sionista una ritirata onorevole, sostituendolo nel ruolo di garante dei suoi confini settentrionali. La dimostrazione sta nel fatto che per la prima volta il governo israeliano non si è opposto alla presenza di truppe straniere in quello che è stato per oltre mezzo secolo il suo cortile di casa. A ciò si deve aggiungere la volontà delle maggiori potenze d’Europa, Francia e Italia in primo luogo, di sfruttare a loro vantaggio lo scacco che l’esercito israeliano stava subendo. Il "nuovo Medio Oriente" ipotizzato dalla diplomazia americana prevede un ruolo meno che marginale per gli imperialismi europei. Quale migliore occasione per questi ultimi di poter giocare un ruolo da protagonisti in un’area strategica a livello globale?

In particolar modo il governo di Prodi, sostenuto da Rifondazione Comunista, si è fatto notare. Ha avuto una funzione centrale nella pseudo-conferenza di pace sulla crisi libanese svoltasi a Roma, si è fatto promotore dell’invio di un contingente Onu e si è offerto di inviare subito un consistente contingente di truppe di occupazione sotto l’ombrello del Palazzo di vetro. Dobbiamo riconoscere che questo attivismo ha avuto risultati. Un generale italiano lavorerà all’Onu per fare da trait d’union tra i politici e i militari e, dall’anno prossimo, un gallonato tricolore subentrerà ad un generale dell’Armeé nel comando delle truppe dislocate nell’area.

 

Per un'altra direzione

 

In questo quadro, quali sono le prospettive per il futuro? Molto probabilmente il cessate il fuoco ha segnato non la fine della partita, ma solo l’inizio dell’intervallo. Difficilmente Israele rinuncerà a cercare l’occasione per una rivincita che costringa a più miti consigli chiunque si opponga alla sua politica criminale; né la sconfitta subita farà intraprendere una politica di pace. Mentre scrivo, truppe israeliane continuano ad occupare il Libano del sud e ad imporre un blocco totale di terra e aria al paese. La striscia di Gaza è una prigione a cielo aperto i cui detenuti vivono in regime di totale isolamento: nessuno può entrare né uscire, vengono distrutte le infrastrutture civili, oltre duecento sono le vittime dei raid israeliani, continuano i rapimenti di parlamentari e ministri dell’Anp. Olmert ha annunciato l’allargamento delle colonie in Cisgiordania e ha minacciato la Siria, rea, a suo dire, di una politica di minacce alla sicurezza del Paese: vaga formulazione che preannuncia il prossimo possibile bersaglio. Oltre Damasco, Teheran potrebbe essere la nuova vittima dei guerrafondai imperialisti. Il fatto che l’Iran abbia legittimamente rifiutato di interrompere il suo programma di sviluppo di tecnologia nucleare ha fatto aumentare l’isteria di tutte le cancellerie mondiali. Si sta ripetendo il copione che ha preparato la guerra all’Iraq: un nuovo presunto Hitler si affaccia all’orizzonte.

Le truppe inviate dalle nazioni unite si preoccuperanno non di portare la pace, ma di dare la caccia ai militanti di Hezbollah. Chi auspicava che l’Italia potesse essere imparziale tra i contendenti, ha dovuto aspettare poco per veder cadere le proprie illusioni. I marines del battaglione San Marco dovevano ancora partire che già D’Alema si univa a Olmert nel minacciare la Siria.

Tuttavia, l’avventura militare rischia di non essere una passeggiata per le forze occupanti. Nasrallah ha sì dichiarato che non intende opporsi all’arrivo di truppe di occupazione nel suo paese e questo, al di là dell’eroismo dimostrato dai suoi combattenti durante la guerra, prova chiaramente la tendenza alla capitolazione all’imperialismo di ogni forza integralista religiosa, così come nel passato è stato per il nazionalismo di ogni specie.

Ma, respingendo decisamente ogni ipotesi di disarmo, crea le condizioni per una ripresa del conflitto, a prescindere dalla volontà soggettiva dei suoi dirigenti; così come le masse arabe,galvanizzate dalla vittoria in Libano, potrebbero dar vita ad una sollevazione contro i loro dirigenti che durante trenta giorni di scontri non hanno fatto nulla per far valere in concreto la tanto decantata solidarietà araba.

Quale che sia lo sviluppo degli eventi, diventa sempre più urgente la creazione di una direzione comunista della lotta di resistenza all’imperialismo; che spieghi come per i paesi dipendenti una vera liberazione nazionale può avvenire solo per mezzo di una rivoluzione sociale; che, quindi, si armi politicamente del programma della rivoluzione permanente. Per il Medio Oriente vuol dire lottare per la distruzione di Israele e dei regimi arabi fantocci dell’imperialismo, per l’instaurazione in quell’area di una federazione socialista in cui siano garantiti i diritti di minoranza nazionale alla popolazione ebraica.

10/09/2006

 

Preferirei di no

 

Il nuovo orizzonte del comunismo bertinottiano

Il modello Marchionne

 

Francesco Ricci

 

 

Fa un certo effetto vedere in Tv Fausto Bertinotti, attorniato da carabinieri in alta uniforme, che, col fare paterno di un presidente della Camera di tutti gli italiani, discetta su ogni argomento possibile, dal cinema all'astronomia, trovando per tutto parole di saggezza, ben lontane da ogni umano contrasto e tanto più da lotte tra le classi.

E' una sfida continua al principio di identità, una immedesimazione nella parte da far ingelosire anche il camaleontico De Niro e i suoi anni di esercizi all'Actor's Studio.

Se non fossimo certi che l'identità socialdemocratica dell'ex segretario di Rifondazione è rimasta inalterata, sotto l'abito presidenziale, proveremmo quasi nostalgia del Bertinotti che si faceva fotografare con Marcos e il suo passamontagna o di quello che alla Direzione del Prc ci infliggeva per ore le nozioni apprese in notturne letture da sconosciuti testi di sociologia francese e svedese.

Non si danno in natura esempi di trasformazioni così rapide, repentine. A guardarlo mentre con sussiego agita la campanella in aula e si rivolge con garbo ora a un deputato forzaitaliota ora a uno della Margherita; vederlo spiegare con puntiglio ai rappresentanti della borghesia le regole della democrazia borghese, come se si trattasse di un corso di galateo; osservarlo mentre chiacchiera amichevolmente con Casini o scambia battute sul calcio con Berlusconi...

Le metamorfosi della letteratura, dal ripugnante insetto in cui si trasforma il triste Gregor Samsa allo schizofrenico Jekyll e Hyde stevensoniano, non reggono il paragone. Viene alla mente soltanto - pallido confronto - quel Leonard Zelig di Woody Allen che ha talmente bisogno di essere accettato nell'ambiente in cui si trova da mutare il proprio comportamento, il modo di parlare e persino l'aspetto, fino a mimetizzarsi perfettamente con quanto lo circonda. E' quanto succede anche al presidente Bertinotti. Sembra quasi che sia nato alla Camera e cresciuto negli abiti del politico borghese; è come se non avesse mai urlato in una piazza (seppure per convincere i movimenti a portarlo al governo).

Questa straordinaria trasformazione, dovuta soltanto all'essersi seduto su una poltrona di velluto posta un po' più in alto in quello che la Luxemburg definiva "il pollaio della democrazia borghese", non conosce limiti di perfezionamento.

Dopo averci spiegato con libri, discorsi e articoli per un paio d'anni (ma lo spiegava più alla borghesia che non a noi) che l'orizzonte del comunismo si avvicinerà un giorno senza purtuttavia provocare traumi né modifiche sostanziali al capitalismo (cosa che è piaciuta ai padroni tanto da promuoverlo come affidabile dirigente di un partito pronto per il governo), ora Bertinotti cerca con ogni mezzo di passare alla storia della socialdemocrazia. Siccome è uomo di grandi letture sa bene che se si limitasse a dire - come ha fatto questa estate con interviste a Liberazione e al Corriere - che bisogna far crescere "l'alleanza con quel pezzo di borghesia che è disposta ad andare oltre il liberismo" (1) non direbbe nulla di rilevante. L'alleanza con la "borghesia produttiva", con il capitalismo buono, è cosa che ha già sostenuto ai suoi tempi Togliatti e dopo di lui Berlinguer e prima di entrambi Bernstein. Bisogna andare oltre, se si vuole lasciare un segno nella storia miserabile della socialdemocrazia. E allora non basta votare l'invio di alpini in Afghanistan in nome della "riduzione del danno" o salutare impettiti le truppe d'assalto che partono per portare un po' di pace (eterna) ai militanti libanesi. Non basta nemmeno votare quella nuova rapina ai lavoratori e ai pensionati che chiamano Finanziaria. Non basta. Bisogna andare oltre; oltre gli incontri conviviali con gli industriali a Cortina d'Ampezzo. Oltre i dibattiti alla festa di Fini. Oltre le parate militari e i funerali di massacratori di irakeni.

E Bertinotti ci è riuscito, quest'estate, ad andare davvero oltre. Cosa può dire un comunista (o uno che così viene chiamato) per stupire e passare alla storia o guadagnarsi almeno una noticina a fondo pagina? Può dire che il modello ideale di società che ha in mente, di relazioni tra padroni e operai che sogna è impersonato nell'amministratore delegato della più grande industria del Paese, la Fiat. E' dall'ambizione di essere ricordato che è nato quest'estate il nuovo orizzonte di Bertinotti-Zelig e della sua Rifondazione Comunista.

E' così che Bertinotti ha parlato di "modello Marchionne". Un padrone come modello da proporre agli operai, simbolo del nuovo comunismo. Oltre ancora non si può andare: perché c'è solo il ridicolo.

 

 

(1) Si legga la memorabile intervista a Liberazione pubblicata il 30 luglio 2006.

I Patti civili di solidarietà (Pacs) e le politiche del governo dell’Unione

Dai diritti democratici alla lotta di classe per il potere

 

Maria Pia Gigli

 

Il governo Prodi − che con una finanziaria a carico dei lavoratori e delle classi popolari e con interventi di guerra assicura il suo sostegno al capitale e alla borghesia italiana − sulle questioni legate ai diritti civili conferma la sua subordinazione agli interessi “spirituali” e materiali del Vaticano: la legge 40 non si tocca, la legge 194 deve essere costantemente insidiata rendendone difficile l’applicazione, no alla pillola del giorno dopo e alla pillola RU486, no ai Pacs. Il governo, sulla questione del riconoscimento delle coppie di fatto sia etero che omosessuali, pratica una imbarazzata rimozione (“sono altre le priorità”), mentre i partiti della maggioranza, compresa la cosiddetta “sinistra radicale”, alternano atteggiamenti di moderatismo e di conciliazione con la componente cattolica a momenti di rivendicazionismo parolaio. La risultante è che le famiglia consacrata, quella costituita da un uomo e da una donna che si uniscono per generare la prole (“nucleo basilare della società” anche secondo Napolitano), non va insidiata ma difesa, in piena sintonia con le direttive delle gerarchie vaticane.

 

I Pacs, l’Unione e il Partito democratico

 

I Pacs (Patti civili di solidarietà), nuovo istituto giuridico per le unioni civili rivolto a coppie eterosessuali e omosessuali, rappresentano un punto centrale delle rivendicazioni del movimento gay, lesbico e transessuale. Si tratta di un obiettivo dal movimento ritenuto “possibile”, “realistico”, “accettabile” e “in linea con altri paesi europei”. Ebbene, proprio la formula Pacs (e con essa il suo reale contenuto) è stata esclusa dal programma dell’Unione: la questione è stata liquidata con una formula generica che prevede la salvaguardia dei “diritti delle persone”, da assicurare evidentemente con una sorta di contratto privatistico, non con il riconoscimento giuridico, e quindi pubblico, del rapporto tra due persone etero o omosessuali. Questa impostazione esclude, quindi, l’acquisizione, da parte delle coppie omosessuali e non, di diritti in tema di previdenza, fisco, separazione, di parità nelle graduatorie occupazionali, per la casa, ecc...

Il ruolo del Vaticano su questa questione è stato determinante: lo stesso cardinale Ruini suggerì questa formula per il programma, formula che Rutelli fece propria e impose, con il beneplacito di Prodi che, invece, nel 2005 si dichiarava favorevole ai Pacs, evidentemente solo a fini elettorali. Nel dibattito degli ultimi mesi sui Pacs, la senatrice Binetti, agente degli interessi materiali del Vaticano e di Opus Deinella maggioranza, dichiara che i Pacs “ non sono previsti dal programma dell’Unione” e “non potranno esserci riconoscimenti di diritto pubblico”. Rutelli, inoltre, conia i “Contratti di convivenza solidale” − nella sostanza contratti individuali − e dichiara che l’Unione deve riconoscere il “radicamento” della Chiesa nella società, così “come fece Togliatti” (quel “radicamento” produsse nella Costituzione della nuova Italia repubblicana la conservazione del Concordato fascista). La ministra della famiglia Bindi, infine, sostiene la posizione espressa dal programma nel quale, a suo dire, è già sufficiente che venga riconosciuta l’“esistenza” delle persone omosessuali, senza che venga intaccata la centralità della famiglia.

Queste posizioni, accanto a un atteggiamento dilatorio e ambiguo anche da parte dei Ds, costituiscono uno degli elementi fondamentali per la costruzione del Partito Democratico a egemonia Ds e Margherita, quale rappresentanza centrale del capitale finanziario e imperialista italiano che ha evidentemente bisogno anche dell’approvazione del potere materiale del Vaticano.

 

Rifondazione comunista e il movimento

 

Rifondazione comunista, che ha sostenuto il movimento gay, lesbico e transessuale fino a candidarne suoi esponenti, “quel” programma l’ha sottoscritto e Bertinotti, in un successivo confronto con il movimento, ha ammesso che il riconoscimento delle unioni civili solo di tipo privatistico è stato un compromesso rispetto alla richiesta dei Pacs; un compromesso che, a suo dire, pure lui ha dovuto subire ma che ha permesso che la questione non venisse derubricata dal programma di governo dell’Unione. "Coerentemente" con ciò, Luxuria e Rifondazione, rivendicando fedeltà e lealtà al programma della coalizione, non hanno sottoscritto la proposta di legge sui Pacs presentata da Grillini in aprile, obiettando che modalità e tempistica della proposta avrebbero impedito un confronto con le altre forze dell’Unione “senza irrigidimenti”, senza il “muro contro muro” e con “meno personalismi” (!). Dove è finita la presunta capacità di Rifondazione di spostare a sinistra l’asse dell’Unione? Il ruolo di Rifondazione al governo è già e sarà in futuro quello di ammortizzatore delle lotte e delle rivendicazioni, che comunque si manifesteranno contro il governo Prodi su tutti i terreni dello scontro sociale.

In questo contesto emerge la difficoltà del movimento gay, lesbico e transessuale, che ha ristretto le proprie rivendicazioni nell’ambito delle compatibilità democratico-borghesi e di governo, che si è illuso di poter esercitare una forza di pressione sui partiti dell’Unione, sostenendoli con il voto (nonostante il programma non avesse recepito le loro rivendicazioni) e che rischia di dividersi tra “miglioristi” e “irriducibili” di fronte alle ambiguità del governo.

 

Diritti democratici, metodo transitorio e partito rivoluzionario

 

Neppure la rivendicazione “più moderata”, come i Pacs, ha avuto finora soddisfazione. Questa è la prova che ogni tentativo di conquistare “diritti democratici” nella società borghese è vano se non perseguito dal versante di classe, nella costruzione di quel blocco sociale di alternativa di società e di potere rappresentato dal movimento dei lavoratori e da tutti gli strati della popolazione che subiscono sfruttamento e oppressione.

Il partito rivoluzionario che siamo impegnati a costruire deve essere lo strumento capace di unire le avanguardie operaie e tutti i soggetti discriminati e oppressi, mediante l’articolazione di un sistema di rivendicazioni immediate e transitorie che prefigurino la necessità dell’abbattimento del sistema capitalista, sistema che genera e perpetua tutte le oppressioni, da quella di classe a quella di genere, sessuale, etnica ecc...

Infatti, sostenendo le rivendicazioni democratiche dei gay, delle lesbiche, dei transessuali riconosciamo il discrimine di classe di queste stesse rivendicazioni che pone questo settore della popolazione oggettivamente sul terreno delle lotte dei lavoratori. Chi gode dei privilegi materiali e non derivanti dall’appartenere alla classi egemoni (stilisti, attori, manager, imprenditori...) non scende in piazza per rivendicare norme antidiscriminatorie nel lavoro e nella società, il diritto al matrimonio o alle unioni civili, il diritto alle adozioni, la fecondazione assistita, l’assistenza sanitaria, la parità nelle graduatorie occupazionali, per la casa.

 

Un lager per gli immigrati, ma a cielo aperto

La solidarietà sociale secondo il ministro Ferrero

 

Sabrina Pattarello

 

Autunno, tempo di fare un bilancio sull’operato dei primi mesi del governo Prodi e sul ruolo in esso rivestito dalle forze della cosiddetta “sinistra radicale”, in particolare dal partito che, almeno nel nome, si è investito del compito di rifondare il comunismo, sortendo per ora ben magri risultati.

In seguito al sostegno alla missione imperialista in Libano e all'annuncio di una finanziaria lacrime e sangue per lavoratori e pensionati, anche in tema di politiche sull’immigrazione la compagine bertinottiana continua ad evidenziare sempre più gravi sintomi di deriva socialdemocratica e riformista e, coerentemente con la politica di aperto collaborazionismo di classe intrapresa, non perde occasione per dimostrare un acritico e totale asservimento alla causa della borghesia liberista.

 

La migliore via possibile?

 

Lo spunto per sviluppare una riflessione arriva stavolta da una visita al tristemente noto ghetto urbano di Via Anelli a Padova, effettuata il 3 settembre dal ministro della Solidarietà sociale Ferrero. Il quartiere padovano, abitato da immigrati nigeriani e maghrebini e diventato nel tempo centro di spaccio e attività illegali, è balzato all’attenzione della cronaca in seguito all’iniziativa intrapresa qualche mese fa dalla Giunta comunale di centrosinistra (con il sindaco Zanonato, diessino, e l’assessore alla Casa e all’Immigrazione Daniela Ruffini, Prc, in testa) di costruire un muro di cinta metallico posto a circoscrivere il fatiscente complesso residenziale Serenissima di via Anelli, con tanto di istituzione di check point costantemente presidiati dalla polizia per monitorare chi entra ed esce. Tutto questo nell’attesa della costruzione di alloggi che verranno destinati agli immigrati regolari in fase di sgombero, in tempi ora stimati in un anno, ma che saranno destinati a dilatarsi a dismisura, considerando che i fondi stanziati per l’edilizia popolare sono del tutto insufficienti. Come unico risultato, si avrà il trasferimento degli illeciti in altre zone della città.

Di fronte a questa versione di architettura dai chiari riferimenti al socialismo reale mitteleuropeo, qui riproposta in chiave “Ricco Nord Est In Crisi”, il novello paladino dei deboli e degli oppressi Paolo Ferrero deve per forza essere caduto in uno stato di profonda confusione, visto che risultano altrimenti del tutto inspiegabili le sue deliranti dichiarazioni a favore dell’operato della giunta padovana, folli al punto da proporre la via di segregazione qui intrapresa come modello da seguire in tutta Italia.

“Non glorifico le lastre d’acciaio – spiega il ministro alla stampa locale – però eviterei anche di impiccarmici. Molti cittadini sono rimasti perplessi in merito alla chiusura adottata dal Comune, ma credo che nel caso concreto la strada intrapresa dall’amministrazione sia stata la migliore possibile, soprattutto per non fare divenire questo un problema esclusivamente di ordine pubblico. Ho visto altri ghetti in Italia, ma di soluzioni migliori di quella attuata qui a Padova io sinceramente non ne ho trovate. Padova rappresenta un caso in cui il suo Comune ha guardato al dito e non alla luna”.

E, per pacificare quanti rimangono perplessi, promette che nella prossima finanziaria proporrà di istituire un bando rivolto alle amministrazioni locali alle prese con la questione dei ghetti urbani, per reperire i fondi necessari allo sviluppo dell’edilizia popolare.

 

Cosa (non) ha fatto il governo...

 

Non una parola sulla legge Bossi-Fini, l’odiosa e aberrante versione perfezionata e corretta della precedente Turco-Napolitano di prodiana memoria, che rende possibile e favorisce l’instaurarsi di situazioni di questo tipo. Tanto, per mantenere la quota di elettorato radicale di sinistra basta alzare la voce in Parlamento quando è strettamente necessario, non troppo, perché si deve pur sempre riservare un occhio di riguardo agli elettori moderati, in ogni caso mai con troppa decisione e veemenza, altrimenti cade il governo che ha salvato i lavoratori dal Berlusconi….

Come già detto, non ci sono Liebknecht nel Parlamento italiano. A fronte di tale deserto, Ministro, è necessario levare una voce critica ed è di fondamentale importanza porsi alcune domande: l’impegno preso dal governo di superare i Cpt (vere e proprie carceri etniche) si realizzerà di fatto con la costruzione di tanti grandi Centri di permanenza temporanea a cielo aperto, su esempio di quello di via Anelli, in una concezione poliziesca delle contraddizioni sociali?

Può un decreto flussi-bis, che permetterà l’ingresso in Italia a trecentomila migranti fuori quota, mitigare e risolvere la pressione esercitata da milioni di diseredati provenienti dalla periferia del capitalismo sull’opulenta economia occidentale in crisi?

Sarà con un accordo europeo basato sulla militarizzazione e il pattugliamento congiunto del Mediterraneo centrale che l’Italia affronterà il problema dei profughi causati da guerre imperialiste mascherate da missioni umanitarie patrocinate dall’Onu?

Continueranno gli immigrati ad “essere accolti solo se produttori di valore aggiunto per la nostra economia, senza diritti e senza pretese. Per il resto non disturbino”, come testualmente espresso in un’intervista al Manifesto dal presidente del Coordinamento Comunità di Accoglienza, don Albanesi? (Ministro, è grave lasciar usurpare alla Chiesa il posto che dovrebbe essere occupato da chi, come lei, si dichiara portavoce delle classi più deboli e disagiate… si crea un’imbarazzante confusione di ruoli, in cui l’oppressore passa per liberatore, a tutto scapito della realizzazione del mondo diverso e possibile…).

Sembra chiaro come nell’immediato le misure proposte dall’attuale maggioranza siano del tutto insufficienti a fronteggiare il problema dell’immigrazione, e come lo affrontino da una prospettiva assolutamente sbagliata.

 

...e cosa va fatto

 

Anziché a respingere e costruire muri, lo sforzo dovrebbe essere teso ad abolire la Bossi-Fini, ma non per tornare alla Turco-Napolitano; per cominciare, rendendo più semplice l’ingresso in Europa ai lavoratori migranti, favorendo i ricongiungimenti familiari, riconoscendo il pieno diritto d’asilo e abolendo definitivamente la vergogna rappresentata dai Cpt.

E’ indispensabile, inoltre, restituire a questi lavoratori dignità e un giusto peso, creare dei nuovi rapporti di forza a loro favore, sottraendoli alle condizioni di estrema ricattabilità cui proprio la Bossi-Fini li costringe: non dimentichiamo che la legge prevede un lavoro e un alloggio come requisiti fondamentali per ottenere un regolare permesso di soggiorno, pena l’immediata espulsione e il rimpatrio in realtà estremamente disagiate, se non addirittura persecutorie; tutte armi che il padronato non lesina e che, anziché contrastarlo, comportano un aumento del lavoro nero e favoriscono lo sfruttamento e un peggioramento ulteriore delle condizioni di lavoro. Con un effetto a cascata che, preso l’avvio dai lavoratori migranti, non tarderà ad avere ripercussioni sull’insieme della classe lavoratrice stessa, rendendo tutti i lavoratori più deboli.

Solamente una classe lavoratrice coesa, forte e consapevole guidata da un Partito comunista adeguato potrà spezzare le catene dell’oppressione per cambiare lo stato delle cose e permettere il sorgere di un mondo nuovo e migliore, non dimentichiamolo. Progetto Comunista-Rol non l’ha dimenticato. Prendendo in prestito l’espressione da lei usata, Ministro: noi non abbiamo intenzione di nasconderci dietro a un dito… abbiamo già iniziato a guardare alla luna.

 

 

 

 

 

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