Partito di Alternativa Comunista

L’esercito degli elmetti “critici”

Le minoranze del Prc, le guerre di Prodi e molto altro ancora…

 

di Leonardo Spinedi

 

 

Dopo aver messo in piedi una ridicola pantomima al VI congresso mettendo in discussione tutto fuorché il contenuto reale della svolta di Bertinotti, dopo averci spiegato che andare al governo con Prodi si può, purchè lo si faccia con criterio e con “energia negoziale”, dopo aver accettato passivamente l’ingresso del Prc nel nuovo esecutivo avendo oltretutto eletto un numero non indifferente di parlamentari nelle sue file, le due minoranze più consistenti di questo partito (Ernesto e Sinistra Critica) hanno finalmente palesato le loro reali intenzioni e la loro nullità nei primi cento giorni di governo: dal rifinanziamento della missione in Afghanistan, alla missione Onu in Libano fino alla finanziaria, il loro atteggiamento è sempre stato all’insegna del codismo, della passività e dell’inconcludenza.

 

Il caso Afghanistan

 

All’inizio del luglio scorso, il Governo Prodi annunciò l’intenzione di rifinanziare la missione militare in Afghanistan; la maggioranza dirigente del Prc, a dispetto dell’ottusa retorica pacifista cavalcata negli ultimi anni per apparire affidabile agli occhi delle classi dominanti, dichiarò su tutti i giornali che era necessario votare sì al rifinanziamento, che in fondo non si trattava di una missione di guerra, e che poi non si poteva certo far cadere il Governo su una stupidaggine del genere (sic!).

A fronte di tutto questo otto senatori della sinistra (tra cui quelli delle minoranze del Prc) annunciarono il loro voto contrario ed iniziarono ad organizzare insieme ad altre forze i primi sit-in di protesta; il primo, in particolare, che radunò circa un centinaio di persone davanti a Montecitorio (un successone se si pensa ai due successivi) fu l’occasione in cui Cannavò esternò il meglio della sua combattività e della sua coerenza: disse mentre arringava la folla “…certo che se la risposta della gente è questa, io non è che possa fare gran che…”, come se la responsabilità della riuscita di una manifestazione non fosse di chi la organizza… o non sarà stato che i deputati di “sinistra” avevano già capito da tempo che sarebbero stati i pompieri di questa protesta e per questo non si spesero affatto per la buona riuscita della stessa?

Andiamo avanti: il malcontento crebbe in settori significativi dell’avanguardia giovanile e di lotta e sembrò sfuggire di mano agli stessi organizzatori; sfociò in una grande assemblea autoconvocata a Roma il 15 luglio, al Centro congressi Frentani, a cui parteciparono un migliaio di compagni e compagne; parlarono anche i cosiddetti senatori ribelli, che giurarono e spergiurarono che mai e poi mai avrebbero votato una porcheria del genere, che il no alla guerra avrebbe avuto la priorità su tutto, che loro erano ancora dell’idea che bisognava andare “via dall’Iraq, via dall’Afghanistan” come si leggeva nel documento conclusivo dell’assemblea.

Pochi giorni dopo, il Governo pose la fiducia sul decreto, i ribelli votarono sì, e si accontentarono di presentare un ridicolo ordine del giorno in cui si vaneggiava di un osservatorio internazionale sulle guerre nel mondo (gestito, ovviamente, da chi le guerre nel mondo le fa).

Indossarono l’elmetto, abbigliamento indispensabile per chiunque voglia prendere posto tra i banchi del Governo.

 

Il massacro del Libano

 

Proprio il giorno dell’assemblea al Frentani iniziò la guerra genocida di Israele al Libano. Dal pulpito si levarono parole di solidarietà e di rabbia accompagnate da commossi e poderosi applausi; retorica? Certo che sì, da parte degli oratori, e gli sviluppi successivi ce lo dimostrano.

E’ successo infatti che resistenza libanese capeggiata da Hezbollah abbia tirato un brutto scherzo all’espansionismo sionista, abbia tenuto testa ad un esercito appoggiato dall’imperialismo americano ed oggi, dopo un massacro costato la vita a migliaia di civili libanesi inermi, ad Israele non resta che chiedere l’aiuto ai briganti dell’imperialismo europeo.

La missione – spacciata per missione di interposizione, in realtà finalizzata a garantire la sicurezza del nord di Israele ed a disarmare Hezbollah – mentre scrivo sta per essere approvata in Italia da Prodi con i voti di tutta la maggioranza compatta. Non solo il Prc, ma anche le sue minoranze accettano senza colpo ferire, alla faccia del no alla guerra. Stavolta non ci sono ribelli, non ci sono deboli giustificazioni di facciata, non sembra esserci neppure l’imbarazzo di assumersi la responsabilità di mandare un contingente militare a dare man forte ad uno stato genocida.

Questa volta – come la precedente, ma in maniera ancora più palese – non è l’appoggio al Governo ad essere subordinato al no alla guerra, ma il contrario: è il no alla guerra (e qualunque altra rivendicazione minima delle lotte di questi ultimi anni) ad essere sacrificato sull’altare del Governo Prodi.

Ecco dunque finalmente svelata dai fatti la nullità della proposta politica avanzata da Erre e dall’Ernesto: appoggio critico al Governo a patto che si tenga conto di obiettivi minimi da realizzare, tentativo di spostare a sinistra l’asse del gruppo dirigente del Prc, nulla di tutto ciò si è realizzato; ciò che si sta realizzando è la politica anti-operaia e guerrafondaia del Governo, con la complicità omertosa di chi si limita ad una critica sterile senza mai passare alle vie di fatto.

 

Un silenzio criminale

 

Da qualche settimana a questa parte i giornali sono pieni di dichiarazioni riguardanti la legge finanziaria che tra poco dovrà essere proposta dal Governo; inutile ribadire che si tratterà di un attacco frontale ai lavoratori, ai poveri ed agli sfruttati, su cui ricadrà l’onere di pagare il prezzo della crisi del capitalismo italiano.

Non un grido, non una voce, non un lamento si è levato dai banchi parlamentari occupati da questi sedicenti “ribelli”, di fronte a quella che si annuncia essere una stangata paragonabile solo a quella del Governo Amato nel ’92 nessuno di questi signori si è sentito in dovere di protestare, di spendere anche solo poche parole per dire la verità: che questo Governo, come il precedente, è un Governo antioperaio ed antipopolare.

Del resto, per fare una cosa del genere bisognerebbe mettere in discussione l’appoggio stesso al Governo, ma come potrebbero fare una cosa del genere, loro, condannati a rimanere minoranze di un partito malato di governismo?

Ancora una volta si conferma la giustezza e la coerenza della nostra scelta scissionista; solo rompendo col Prc e costruendo nelle lotte l’opposizione operaia a questo Governo può aprirsi lo spazio di un’alternativa vera, di un’alternativa dei lavoratori.

E’ l’appello che rivolgiamo a tutti quei compagni che sono rimasti nel Prc, e che alla luce degli eventi che abbiamo elencato, cominciano a non credere più ai loro dirigenti, opportunisti dichiarati o ribelli a parole che siano.

13/09/2006

 

Rifondazione: il grande inganno

Un facile bilancio dei primi cento giorni di governo

 

Enrico Pellegrini

 

“Verso un mondo nuovo”, questo era lo slogan dell’ultimo congresso di Rifondazione Comunista conclusosi a Venezia nel marzo del 2005. Poche e semplici parole che alimentavano le speranze di parecchi militanti e compagni di base del partito, i quali, accettata fino in fondo la svolta bertinottiana del futuro ingresso nel nuovo governo Prodi dell’anno successivo, riponevano tutti i loro sforzi nel cercare di comprendere che nulla di meglio e di alternativo ci fosse di fronte allo “spauracchio” Berlusconi.

 

Un tradimento annunciato da tempo

 

Sono passati pochi mesi dalle elezioni e, dopo i primi cento giorni, ci si accorge che, non solo il tanto decantato “mondo nuovo” non è apparso come le sirene bertinottiane auspicavano noscondendo un malcelato opportunismo, ma quello “vecchio” continua a mostrarsi con estrema ruvidezza e cinismo: ciò che di peggio il sistema capitalistico ha sempre offerto, guerre, saccheggi, sfruttamenti sociali, devastazioni ambientali, impoverimento generale progressivo, sono ancora la cornice di vita di milioni di lavoratori e di giovani.

Emerge con chiarezza, quindi, soprattutto agli occhi di chi non ha fatto i conti con la reale natura del rapporto struttura/sovrastruttura in ambito economico-produttivo e politico-rappresentativo, l'impossibilità di gestire dall’interno di una compagine governativa (di centrosinistra, per carità!) le crisi e le contraddizioni profonde di un mercato selvaggio eretto a sistema senza attaccare violentemente le condizioni e le conquiste sociali dei lavoratori.

Con logica chirurgica, Rifondazione Comunista ha anticipato tale infausta prospettiva, con una gestione del potere a livello locale a dir poco vergognosa: dietro l’altro celeberrimo slogan “un altro mondo è possibile”, si succedevano, infatti, nelle giunte locali (Bologna, Venezia, Napoli, Genova, Roma, ecc…) accordi e contro-accordi che manifestavano chiaramente la vera natura di questo partito. Ne risultava un organismo non inserito nelle lotte sociali, nei luoghi produttivi, negli ambienti di lavoro, nei sindacati con voce unanime, ma un qualcosa di assolutamente diverso, addirittura grottesco nell’articolare la sua proposta politica, finalizzato a marcare la compatibilità col futuro ruolo di garante sociale che la partecipazione al governo Prodi gli avrebbe imposto di lì a poco.

Consiglieri, amministratori, assessori, portaborse, presidenti vari: sono in ultima analisi le leve decisionali del partito, tutto circoscritto all’interno di una volontà plasmata nel tempo: l’obbedienza al neo-presidente della Camera dei Deputati, artefice massimo di glorie e onori per vassalli e valvassori posti al riparo su qualche comoda poltrona.

 

Cento giorni di guerra prima di un autunno caldissimo

 

Il marxismo reputa essenziale il concetto di Stato nel sistema capitalistico, esso appare come il nocciolo di ogni questione o problema serio analizzato da un punto di vista di classe; la possibilità di inserirsi, come forza politica, nelle sue istituzioni non va confusa (come molti astensionisti credono) con la volontà di dirigerne l’azione, dal momento che questa è determinata da ben altri fattori (lo si diceva prima).

Un conto è però usare la cosiddetta “tribuna parlamentare” in termini attivi e militanti, un altro individuare in essa l’orizzonte ultimo su cui spendere ogni energia e impegno al fine di gestire il potere dei padroni a braccetto con i padroni stessi.

Ciò che appare in maniera grave oggi è che il tutto viene accettato da parecchi militanti come una dinamica ineludibile, come se Prodi rappresentasse l’esito ultimo di tutta l’eredità della storia comunista in Italia. Le prime operazioni del neo-governo Prodi hanno fatto ovviamente nascere più di qualche critica nella sinistra del Prc: è avvenuto, in effetti, per così dire, un netto slittamento semantico per cui, tanto per citare un esempio, i circa tremila militari in Libano e i duemila in Afghanistan non rivestono più un ruolo operativo per gli interessi dell’imperialismo italiano nell’aspra competizione geo-politica mondiale, ma un differente e “distinto” compito di pace e di interposizione tra le eventuali parti in conflitto.

La nuova finanziaria rischiarerà definitivamente le idee anche ai più riottosi e ai più ingenui, dando sicuramente a Bertinotti, dall’alto del suo scranno, il compito di ricondurre ogni malumore e mal di pancia dei vari compagni “critici” nell’alveo della buona condotta “fiduciosa e responsabile” allo scopo di non far saltare questo Governo, culla di nuovi dolori, delusioni e sacrifici per milioni di lavoratori italiani.

Allo stesso tempo, ovviamente, questi voltafaccia continui sono adeguatamente accompagnati da ridondanti dichiarazioni di dolorosa critica al futuro operato del Governo da parte della cosiddetta “sinistra radicale” di cui Rifondazione fa parte; dichiarazioni comprensibili solo in chiave giustificazionista nei confronti di un elettorato che giorno dopo giorno, sui vari temi affrontati (guerra, sanità, lavoro, pensioni), non riesce più a digerire dichiarazioni un tempo ritenute impensabili.

All’improvviso dal vocabolario dei vari Gianni, Migliore, Giordano, Russo Spena “e compagnia cantante” sono completamente scomparse parole un tempo ritenute bandiera di una propaganda elettorale durata diversi anni: conflittualità sociale, opposizione politica, intransigenza programmatica, valori del lavoro ecc…

Ovviamente non abbiamo mai ha preso in seria considerazione tali affermazioni, poiché non ne derivavano operazioni politiche in sintonia con quanto propagandisticamente si affermava, ma osserviamo che, a degna conclusione di questa parabola e a conferma della nostra analisi, un partito, nato come presunto “cuore dell’opposizione” nel 1991, muore oggi come effettivo cuore del governo alla guida della settima potenza economica del mondo.

Il ministerialismo dei vari Ferrero non intaccherà i sogni tranquilli dei poteri forti italiani, e già scemano le illusioni di quei pochi che ancora credono nel “governismo” come unica pratica politica; si prepara il terreno, questo sì assai più fertile, per nuove e più sincere occasioni in cui cercare di far crescere e direzionare il futuro conflitto sociale in Italia senza più bisogno di tirare in mezzo il pacifismo.

Un conflitto sociale inserito nello scenario sopra descritto di cui, come la storia passata dimostra, né Prodi né Berlusconi saranno in grado di frenare cause, impeto e motivazioni dal momento che ambedue rappresentano facce sfumate di una stessa medaglia: interessi di una borghesia che, “produttiva o speculativa” che sia, è sempre nemica delle ragioni dei lavoratori.

Un conflitto che contribuirà certo a rivelare in maniera ancora più forte la natura di questo governo, ma che per vincere ha bisogno di una direzione politica alternativa agli apparati politici e sindacali riformisti; quella direzione che noi, con la nostra battaglia, vogliamo contribuire a costruire.

Contro la finanziaria lacrime e sangue: sciopero generale!

Basta coi sacrifici! Per un autunno di lotta, per un governo dei lavoratori!

 

Antonino Marceca

 

Il varo del Dpef per il 2007-2011, all’inizio della scorsa estate, non lasciava dubbi sulle linee generali di politica economica e sociale del governo Prodi. Solo Liberazione, il giornale di Rifondazione, poteva illudere i lavoratori assicurando che la Finanziaria 2007 sarebbe stata “equa e solidale”. A fine agosto a Telese (Benevento), alla festa dell’Udeur, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa nel corso di una tavola rotonda con i ministri della Giustizia (Mastella), dello Sviluppo (Bersani), i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e l’imprenditore Della Valle ha annunciato che l’entità della manovra sarà di circa trenta miliardi di euro. Nel corso del dibattito, riferisce il Corriere della Sera del 30 agosto, si è registrata una sintonia generale sulla necessità di rilanciare il Paese con un "nuovo grande accordo" fra governo, sindacati e imprenditori. Il segretario dei Ds, Fassino, in un'intervista a Repubblica del 7 settembre, ha confermato l’entità della manovra e aggiunto che questa sarà fatta “per sedici miliardi di tagli e quattordici miliardi di investimenti”; quindi i sedici miliardi di tagli sono la “cifra minima” per l’avvio del risanamento finanziario dello Stato e del rilancio del capitalismo italiano nei mercati europei e internazionali.

Le agenzie di questi ultimi, dal Fmi alla Bce, intervengono a gamba tesa sul governo italiano. Il Fmi propone la necessità di una “ulteriore riduzione del deficit di bilancio” attraverso “la riforma del welfare e la riduzione del monte dei salari pubblici”, mentre la Bce, dopo aver ricordato che l’Italia è nel novero dei paesi sottoposti a procedura per disavanzo, chiede di ridurlo almeno al 3% entro il 2007. Tra le riforme proposte c'è quella previdenziale, congiuntamente alla moderazione salariale. Il presidente del consiglio, Romano Prodi, ha prontamente rassicurato Bruxelles e Francoforte circa la manovra finanziaria d’autunno: i tagli strutturali saranno a carico dei settori del Pubblico Impiego, Sanità, Enti locali e pensioni.

 

Il gioco delle parti

 

Il Corriere della Sera nella seconda metà di agosto ha aperto il fuoco di sbarramento. L’ineffabile giuslavorista Pietro Ichino ha chiesto per la Pubblica Amministrazione la possibilità di licenziare ogni anno l’1% dei dipendenti, i “nullafacenti” per usare le sue parole. Nella direzione di Ichino si sono avviati prima Tiziano Treu, presidente della Commissione Lavoro al Senato, subito dopo il ministro per le Riforme e l’Innovazione nella Pubblica Amministrazione, Luigi Nicolais, ritenendo “un problema reale il livello di efficienza dell’amministrazione e dei dipendenti pubblici”.

Due giorni dopo l’intervento di Ichino, sempre sul Corriere della Sera, si leggeva un’ampia intervista al presidente Piaggio, Roberto Colaninno che, dopo aver promosso per i primi cento giorni l’operato del governo, indicava le priorità degli industriali: “cuneo fiscale e recupero della produttività della macchina statale” congiuntamente a “misure capaci di ridurre costi e sprechi e di contribuire all’aumento della produttività e competitività del sistema paese”; a seguire, l’intervista al vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina, che, dopo aver giudicato positivamente “le liberalizzazioni e l’impostazione del Dpef insieme alla politica estera”, giudicava “la Finanziaria il banco di prova” del governo, definendo “inaccettabile l’ipotesi di spalmatura dei tagli alla spesa pubblica”.

La sinistra riformista della maggioranza − Prc, Pdci, Verdi, sinistra Ds − assieme all’Udeur chiede più tempo per il risanamento e il coinvolgimento del sindacato. Il ministro Paolo Ferrero (Prc) vorrebbe spalmare i tagli su due anni come la nutella, nessuno, va da sé, mette in discussione la tenuta del governo: come dice Colaninno, “Rifondazione oggi è diversa rispetto a qualche anno fa”. Da parte sua il ministro dell’Economia, Padoa-Schioppa, ritiene che le cose si possono ottenere con la “concertazione con le parti sociali”. I sindacati Cgil, Cisl e Uil, per dirla con le parole del segretario confederale della Cgil, Paolo Nerozzi, aspettano di conoscere come si strutturerà il rapporto tra tagli e investimenti, perchè “un metodo concertativo reale presuppone che ci sia la possibilità di discutere di cifre, di numeri, di dati”. Intanto il governo, nel “vertice” del 4 settembre con i capigruppo dei partiti della maggioranza di Camera e Senato, ha chiesto ai gruppi parlamentari di “non presentare emendamenti che stravolgano l’impianto della legge di bilancio”: si preannuncia una Finanziaria blindata, mentre arriva la mano tesa dell’Udc “che voterà la finanziaria se sarà rigorosa, come chiede l’Unione Europea”.

 

Cifre e dati (parziali)

 

Da quanto ricaviamo dalle interviste ai ministri, i tagli strutturali previsti per la spesa pubblica − nei settori Pubblico Impiego, Sanità, Enti locali e pensioni − si abbatteranno come un uragano su quel che rimane dello stato sociale, mentre peggioreranno le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari. Nel settore del Pubblico Impiego si prevedono tagli dell’ordine di qualche miliardo di euro, di cui una parte consistente nella scuola. L’obiettivo è ridurre il numero dei dipendenti pubblici − attraverso la mancata sostituzione dei tre quarti dei dipendenti che lasceranno il lavoro − e abbassare i salari, gelando la contrattazione e allungando il contatto da due a tre anni. Nella Sanità, il ministro della Salute, Livia Turco, propone un ticket per le visite al pronto soccorso e la retta per la degenza in ospedale. Per quanto attiene agli Enti locali, si preannunciano ulteriori tagli sostanziali che verranno scaricati sulle prestazioni sociali. Sul terreno delle pensioni di anzianità si parla di far rientrare in Finanziaria il blocco di almeno due finestre di uscita su quattro per il 2007, nonché di una apposita legge delega, di accompagnamento alla Finanziaria, che preveda un meccanismo di disincentivi-incentivi tra i cinquantotto e i sessantadue anni, che mira a innalzare ulteriormente l’età pensionabile.

Di certo c’è che la Finanziaria non stabilizzerà i precari della pubblica amministrazione, né saranno aumentate le pensioni Inps (sette milioni sotto i 350 euro al mese e tre milioni sotto i 550 euro al mese). I tagli saranno a senso unico: le consulenze milionarie nella Pubblica Amministrazione continueranno, così come le strutture sanitarie private accreditate. Sarà ancora una volta una Finanziaria di classe contro i lavoratori e le masse popolari.

Nei prossimi giorni inizieranno i tavoli di confronto concertativo tra governo e Cgil, Cisl e Uil: saremmo facili profeti nel dire che all’incontro tra le segreterie sindacali del 14 settembre non ci sarà all’ordine del giorno lo sciopero generale, ma il probabile scambio con i fondi pensione.

 

La necessità di una risposta di classe

 

Il 7 luglio 2006 Progetto Comunista ha presentato una lettera aperta a tutte le organizzazioni della sinistra e del sindacalismo di classe, proponendo una mobilitazione la più ampia e unitaria possibile per lottare contro le politiche economiche e sociali del governo Prodi. Ci rivolgiamo anzitutto al sindacalismo non concertativo, a partire da Rete 28 aprile in Cgil, Rdb-Cub, Confederazione Cobas, Sin-Cobas, Slai Cobas, per costruire un fronte unico di lotta, riprendere e rilanciare la proposta (già avanzata da altri, tra cui lo Slai Cobas) di indire una manifestazione nazionale contro la guerra, la Finanziaria e la politica economica ed estera del governo. In questo senso riteniamo importanti, ma non sufficienti, le manifestazioni annunciate, come quella prevista per il 4 novembre contro la precarietà (insufficiente soprattutto perché associata alla richiesta di spalmare su due anni i tagli, come propone l’esponente della Rete 28 aprile in Cgil, Giorgio Cremaschi).

Ma ci rivolgiamo anche a tutte le forze della sinistra sociale e politica, a partire dalla Cgil e dai partiti della sinistra dell'Unione: che abbandonino il tavolo della concertazione e rompano con il governo di Confindustria! Che cessino di dare consigli alla borghesia e si uniscano ai lavoratori! Occorre indire fin da subito uno sciopero generale contro il governo (per ora annunciato separatamente dalla Cub e dai Cobas) sulla base di una piattaforma di rivendicazioni unificanti: aumento dei salari e delle pensioni e introduzione della scala mobile; salario garantito ai disoccupati; stabilizzazione dei precari e abolizione delle leggi precarizzanti; difesa e rilancio della scuola, sanità, e previdenza pubblica; salvaguardia ed estensione dei diritti e delle tutele sindacali nei posti di lavoro; ritiro immediato di tutti i militari italiani dall’Iraq, Afghanistan e Libano.

 

Verso il congresso fondativo di un nuovo partito comunista

L'autunno di Pc Rol

 

Francesco Ricci

 

 

Non sarà un autunno qualsiasi. Non lo sarà per i lavoratori che dovranno difendersi dagli attacchi del governo che altri chiama "amico", non lo sarà per chi come Pc Rol - anche a partire da questa lotta - lavorerà a costruire un nuovo partito comunista e rivoluzionario.

 

Abbiamo iniziato il processo costitutivo del nuovo partito il 22 di aprile, con una affollata assemblea nazionale a Roma in cui annunciavamo la scissione di decine di dirigenti e militanti dalla Rifondazione di Bertinotti approdata al governo.

Pur essendo trascorso poco tempo per fare un bilancio, possiamo dire che in questi mesi di vita di Pc Rol abbiamo - per usare una metafora automobilistica - preparato la macchina per il viaggio, la abbiamo indirizzata verso la strada da fare e abbiamo acceso i fari. Ora si tratta di iniziare il viaggio.

Il grosso è insomma ancora tutto da fare ma perlomeno sappiamo di essere indirizzati nel giusto verso di marcia e (per abusare della metafora, uccidendola definitivamente) di avere un pieno di carburante e olio e gomme controllate.

 

Abbiamo irrobustito i collettivi locali di Pc Rol e aperto nuovi collettivi in diverse città. Ci siamo garantiti una discreta visibilità, specie sulla stampa locale e regionale (mentre quella nazionale non ha interesse a darci spazio, preferendo utilizzare un nome più noto, quello di Ferrando - ancorché rappresentante di un partito inesistente - per testimoniare della completa affidabilità del Prc che si è liberato delle componenti estremiste).

Abbiamo riunito con regolarità, una volta al mese, l'organismo collegiale di direzione (il Comitato Centrale) e fatto già due riunioni del nostro "parlamentino" (il Consiglio Nazionale): organismi composti in prevalenza da compagni giovanissimi e da operai.

Abbiamo fatto uscire cinque numeri di questo giornale, migliorandone costantemente la qualità politica e grafica, pubblicando articoli di compagni impegnati nelle lotte e articoli di approfondimento teorico e di linea; acquisendo decine di nuovi diffusori, centinaia di abbonamenti e una vendita in costante crescita, numero per numero. Abbiamo organizzato diversi seminari locali per la formazione dei militanti e un seminario nazionale (a Bellaria, a luglio) sui temi del programma, del partito e dell'intervento sindacale, a cui hanno partecipato una ottantina di compagni e dirigenti di importanti organizzazioni internazionali (la Lit, Lega Internazionale dei Lavoratori e la Ft, Frazione Trotskista) con cui stiamo discutendo della necessità di costruire una Internazionale rivoluzionaria.

 

Si tratta ora di iniziare il viaggio vero e proprio. Sapendo, come ci dicevamo il 22 di aprile, che la difficoltà è gigantesca ma anche che abbiamo dalla nostra alcuni fattori: il carattere di classe del governo Prodi che, con l'attuazione delle sue politiche (di cui parla Marceca nell'editoriale di questo numero), si rivela per quello che è a un numero sempre maggiore di militanti, politici e sindacali; uno spazio politico lasciato libero dal palesarsi delle reali intenzioni del gruppo dirigente governista del Prc e dall'incapacità delle sue minoranze di rappresentare una reale alternativa a esso. Soprattutto abbiamo -a differenza del fantomatico Pcl ferrandiano- la volontà di utilizzare il patrimonio del marxismo rivoluzionario, cioè del trotskismo, per costruire un partito d'avanguardia basato su un programma rivoluzionario (e non un partito di iscritti raccolti attorno a una piattaforma generica incarnata nel leader).

 

Come muoverci in questo autunno, allora, per procedere nella costruzione di quella organizzazione che costituisce lo strumento indispensabile tanto per le lotte immediate come per mantenere una prospettiva di alternativa vera, rivoluzionaria?

Nell'editoriale e in altri articoli si presenta e argomenta la proposta di unità di lotta contro il governo che avanziamo a tutte le forze che vogliono rappresentare gli interessi dei lavoratori. All'interno di uno schieramento di lotta che speriamo possa diventare il più ampio possibile, porteremo come Pc Rol le nostre posizioni, sostenendo la necessità di parole d'ordine non solo difensive, che leghino le esigenze immediate della lotta con uno sbocco rivoluzionario, basato sulla indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi governi. Per fare questo, inizieremo una massiccia campagna di propaganda in ogni manifestazione, dentro e davanti ai luoghi di lavoro e di studio, nel lavoro sindacale dei nostri militanti (nella Rete 28 aprile della Cgil ma anche nel sindacalismo di base).

 

Questo lavoro politico andrà intrecciato con la presentazione delle basi politiche, programmatiche e organizzative del nuovo partito e quindi con il coinvolgimento di nuovi militanti nella fase costituente.

Dai primi giorni di ottobre sarà disponibile il Manifesto a tesi elaborato dal Consiglio Nazionale e la bozza di Statuto.

La nostra intenzione è di fare, fino alla seconda metà di novembre, assemblee pubbliche in tutta Italia per presentare questi testi e per invitare chi ne condivide gli assi di fondo a partecipare alla discussione congressuale. Dalla metà di novembre fino alla fine di dicembre terremo congressi in ogni città, per l'elezione dei delegati, e nei primi giorni del prossimo gennaio terremo il congresso nazionale fondativo di un partito che, differentemente da altri, non ha ancora un nome (lo decideremo al congresso) ma - anche qui marcando una significativa differenza da altri progetti apparentemente simili - vede impegnati centinaia di militanti, di giovani e lavoratori.

 

L'ennesimo partito, certo. Ma diverso da tutti gli altri perché impegnato - cosa oggi assolutamente rara - non a distribuire privilegi e poltrone (e nemmeno a soddisfare l'ego di qualche attempato leader). Impegnato piuttosto nel rilanciare la lotta per il potere dei lavoratori, per una prospettiva rivoluzionaria.

 

Il viaggio inizia: l'invito a partecipare è rivolto a tutti i militanti comunisti che non credono né al capitalismo come orizzonte dell'umanità né al "modello Marchionne" come orizzonte di un partito comunista.

 

(11 settembre 2006)

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