Partito di Alternativa Comunista

1917: la rivoluzione di febbraio

1917: la rivoluzione di febbraio

Ruggero Mantovani

La Rivoluzione russa ha indubbiamente rappresentato l’avvenimento più importante del Novecento e, lungi dal poter essere relegata in un asfittico paragrafo della storia, la sua rilettura traduce in viva attualità le implicazioni programmatiche, strategiche e tattiche che hanno trovato la sua fonte originaria nella politica espressa dal bolscevismo. Ma, come asserì R. Luxemburg “il problema poteva essere soltanto posto. Non poteva essere risolto in Russia”.
Questa mirabile definizione della grande dirigente tedesca ha senz’altro riassunto in modo ineguagliabile il significato della Rivoluzione russa, individuandone l’elemento “essenziale e duraturo” nella conquista del potere politico e nella realizzazione del socialismo.
Questo fattore “essenziale” espresso dal bolscevismo è stato al contempo un elemento di discontinuità, sia rispetto alle forze della II Internazionale, che hanno ridimensionato la Rivoluzione russa alle specifiche condizioni di arretratezza di quel paese per dimostrare l’impossibilità della rottura rivoluzionaria in un paese capitalistico avanzato; e sia nei confronti dello stalinismo che, con gli stessi argomenti della socialdemocrazia sulla presunta specificità dell’avvenimento storico, introdusse, con la concezione del “socialismo in un paese solo”, un concetto estraneo al marxismo, che, lungi del suo contenuto teoretico, ha rappresentato l’involucro ideologico in cui si è sviluppato il termidoro della burocrazia moscovita.

Gli avvenimenti

Tra il 23 e il 27 febbraio del 1917 (8-12 marzo secondo il calendario gregoriano in vigore in occidente), esplode la rivoluzione antizarista: grandi mobilitazioni a Pietrogrado con cui il proletariato russo reclamava il “pane” e la “pace”, coinvolgendo anche le truppe inviate per reprimere la folla, portarono alla caduta dello zar.
La Rivoluzione di febbraio non fu il risultato di un processo istintivo delle masse, spesso dipinte dai liberali come uno “sciame d’api” vendicative. Gli operai di Pietrogrado, e quelli russi in genere, avevano vissuto la Rivoluzione del 1905: compreso le illusioni costituzionali dei liberali e dei menscevichi; appresa la “prospettiva rivoluzionaria” e ripensato il rapporto con i settori più avanzati dell’esercito, in cui vi era una nuova generazione di contadini che, come dimostrò l’insurrezione del 1905, divenne essenziale per la rivoluzione.
Come era già accaduto nel 1905, nei giorni della Rivoluzione di febbraio si formarono i soviet di deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, divenendo ben presto strutture di autogoverno proletario riconosciuti dalle masse rivoluzionarie. Sull’esperienza del primo soviet nato nel 1905 nella città industriale di Ivanovo-Voznessek (anche se è a Pietrogrado che acquisteranno una grande autorità), i soviet nati con la Rivoluzione del 1917 divennero il principale punto di riferimento delle masse e assunsero le caratteristiche, seppur in forma embrionale, di un nuovo potere statale: assicurarono l’ordine sociale, organizzarono i trasporti e i sindacati, pubblicarono perfino il quotidiano Izvestia (Notizie). La Rivoluzione di febbraio benché realizzata da operai e contadini, all’indomani della caduta dello zar produsse governi che assunsero la forma di coalizioni tra i partiti della borghesia (cadetti) e i partiti riformisti (socialdemocratici - menscevichi - tradovisti - il partito di Kerensky - socialrivoluzionari, eredi del populismo russo): il primo governo provvisorio è presieduto dal conte Lvov, in cui Kerensky è nominato vicepresidente.
La Rivoluzione di febbraio – asserì Trotskij – è stata guidata dagli “operai coscienti, temprati ed educati principalmente dal partito di Lenin. Ma subito dopo dobbiamo aggiungere: questa guida apparve sufficiente per assicurare la vittoria dell’insurrezione, ma non bastò per assicurare all’avanguardia proletaria la parte direttiva della rivoluzione” .
Un paradosso che ha caratterizzato la Rivoluzione di febbraio, ma che mise in evidenza che “senza un’organizzazione direttiva l’energia delle masse si disperderebbe come il vapore”, e in assenza del partito bolscevico che nel febbraio del 1917 vedeva tutti i suoi dirigenti migliori in esilio o in galera, il processo rivoluzionario venne interrotto dalla borghesia.

Le cinque giornate della rivoluzione

Il 23 febbraio si celebrava la giornata internazionale della donna e fino a quel momento nessuna organizzazione del movimento operaio russo, compreso quella bolscevica, pensava che quella mobilitazione potesse divenire il primo giorno della rivoluzione. Malgrado ogni direttiva, le operaie tessili di alcune fabbriche scesero in sciopero mandando delle delegate dagli operai metallurgici con un appello a sostenere lo sciopero: quel giorno si mobilitarono 90 mila operaie ed operai che dal rione di Vyborg invasero Pietrogrado.
Dirà Trotskij: “La giornata della donna era trascorsa con successo, con entusiasmo e senza vittime. Ma che cosa celasse in sé, anche verso sera non lo indovinava ancora nessuno” . Ma oramai era in atto un processo di contagio irrefrenabile: il 24 febbraio si mobilitarono la stragrande maggioranza degli operai industriali di Pietrogrado e la richiesta del “pane”, che era emersa nella giornata del 23, si trasformava nell’inequivoco anatema: “abbasso l’autocrazia!”, “abbasso la guerra!”.
E così, il 25 febbraio lo sciopero si sviluppò con una progressione impressionante, tant’è che i dati governativi stimarono la partecipazione di 240 mila operai, che ben presto riscossero la solidarietà anche delle piccole imprese del commercio, dei lavoratori dei trasporti e degli studenti. Trotskij, in quella straordinaria opera dedicata alla storia della Rivoluzione russa, riferisce una dettagliata e avvincente cronaca degli avvenimenti: “Decine di migliaia di persone affluirono a mezzogiorno verso la cattedrale della vergine di Kasan e le vie adiacenti. Si fanno tentativi di comizi per strada, avvengono una serie di scontri armati con la polizia. Vicino al monumento di Alessandro III ci sono oratori che prendono la parola. La polizia a cavallo apre il fuoco. Un oratore cade ferito. Da colpi che vengono dalla folla è ucciso un commissario (…) inoltre si tirano bottiglie petardi e bombe a mano. I soldati si mostravano passivi, ma a volte anche ostili alla polizia”.
Insomma lo sciopero divenne sempre più generale e il suo carattere offensivo portò il proletariato russo ad uno scontro diretto con le truppe repressive dello zarismo. In quei giorni, a misurare lo stato d’animo delle masse è l’agente provocatore Surkanov (infiltrato nel partito bolscevico) che, in una relazione indirizzata alla polizia zarista, scrisse: “le masse hanno acquistato la sicurezza della propria impunità, il popolo è convinto dell’idea ch’è cominciata la rivoluzione, che il successo è delle masse, che il governo è impotente a soffocare la rivoluzione, dato che i reparti di truppa sono dalla loro parte”.
Parole profetiche, poiché nella serata del 26 si ammutinò la IV compagnia del reggimento Pavlovskijn della guardia del corpo, a seguito dell’indignazione contro un medesimo reggimento che a Nevskij aveva sparato sulla folla.
I soldati della IV compagnia si diressero verso Nevskij ed ebbero uno scontro armato con una pattuglia della polizia a cavallo: alcuni soldati furono arrestati ma ben 21 di essi mancavano all’appello, si unirono alla rivoluzione portando con loro armi e fucili. In questo clima, il 27 febbraio, giorno decisivo per la rivoluzione, vide la folla liberare i detenuti politici, tra cui i membri del comitato dei bolscevichi di Pietrogrado, e verso sera il palazzo di Taurine diviene la sede dello stato maggiore rivoluzionario.
Scrive Trotskij: “L’ultimo giorno di febbraio fu a Pietrogrado il primo giorno dopo la vittoria: una giornata di entusiasmi, di abbracci di lacrime e di gioia di verbose effusioni, ma nello stesso tempo anche la giornata di colpi conclusivi dati al nemico”.
I soldati avevano appoggiato gli operai perché avevano sentito il proprio legame di sangue con gli operai, confermando che gli operai e i contadini erano le due classi che avevano fatto la rivoluzione.

Il paradosso della Rivoluzione di febbraio

L’insurrezione aveva vinto: ma come e perché il potere si ritrovò nelle mani della borghesia, malgrado per gli operai, i soldati e i contadini i soviet divennero ai loro occhi “l’incarnazione della rivoluzione stessa”?
Un quesito fondamentale, giacché la Rivoluzione di febbraio dei 1917 “differiva da tutte le rivoluzioni di prima per il carattere sociale e il livello politico della classe rivoluzionaria, l’ostile diffidenza degli insorti verso la borghesia liberale e il sorgere, in conseguenza di essa, d’un nuovo organo del potere rivoluzionario: il Soviet che poggiava sulla forza armata delle masse” .
La contraddizione tra la natura della rivoluzione e il carattere politico del potere che emerse dopo la vittoria dell’insurrezione è da attribuire essenzialmente, al di là della fraseologia rivoluzionaresca, alle posizione conciliative dei socialrivoluzionari e dei menscevichi. Gli operai vedevano in queste formazioni socialiste, al pari dei bolscevichi, forze che si opponevano alla monarchia e al contempo alla borghesia liberale; e poiché questi partiti, asserì Trotskij, “disponevano di quadri incomparabilmente maggiori di intellettuali ebbero così a un tratto un enorme disponibilità di agitatori; le elezioni persino quelle fatte dalle fabbriche e dalle officine diedero una preponderanza enorme ad essi” .
E così, nell’esercito lo strato inferiore di nuovo terzo stato che si andava formando (giovani ufficiali, impiegati amministrativi), che erano stati a favore della rivoluzione, si iscriveva al partito dei socialrivoluzionari: che, essendo ideologicamente “informe”, rispondeva alla limitatezza di questo nuovo ceto militare.
In definitiva, in questo modo si formò il predominio dei partiti riformisti votati alla collaborazione di classe che cedettero il potere alla borghesia. Gli effetti non si fecero attendere: il programma del primo governo borghesie fece piazza pulita delle questioni della guerra, della repubblica, della terra e della giornata lavorativa di otto ore. Un paradosso che fece emergere tutte le contraddizioni della politica del governo di coalizione tra la borghesia ed il riformismo russo: contraddizioni che saranno contrastate dai bolscevichi, che, in particolare con il rientro in Russia di Lenin e il riorientamento del partito con le “Tesi di aprile” e con la rivoluzione in ottobre restituiranno “tutto il potere ai soviet”.
Questi gli avvenimenti che sconvolsero il mondo e che imposero alla storia per la prima volta l’avanzamento delle masse sfruttate.
La Rivoluzione del ’17 è stato indubbiamente l’evento più importante del novecento e ritengo che non sia scontato sottolinearne l’attualità. Per noi, impegnati a costruire un vero partito comunista, è necessario riproporre quella prospettiva, e riattualizzare la necessità del partito della rivoluzione mondiale che, per dirla con i concetti di Marx e Lenin significa: tensione verso i finì e subordinazione della tattica ai principi; dialettica partito-classe, direzione-spontaneità, unità-democrazia; carattere internazionale del socialismo e della lotta di classe.
Questi i fattori essenziali della forza comunista che vogliamo costruire, gli stessi che fecero orgogliosamente affermare a Rosa Luxemburg: “l’avvenire appartiene dappertutto al bolscevismo”.



Newsletter

Compila questo modulo per ricevere la newsletter del Pdac

Questa domanda è un test per verificare che tu sia un visitatore umano e per impedire inserimenti di spam automatici.

Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale

NEWS Progetto Comunista n 90

NEWS Trotskismo Oggi n15

troskismo_15

Ultimi Video

tv del pdac

Menu principale