Partito di Alternativa Comunista

La soluzione marxista alla questione della secolare oppressione della donna

La soluzione marxista alla questione della secolare oppressione della donna
Per giungere alla liberazione della donna proletaria, rivendicazioni democratiche e abbattimento del capitalismo devono procedere paralleli


di Sabrina Pattarello e Susanna Sedusi



Il marxismo rivoluzionario individua la donna proletaria quale oggetto di una duplice oppressione: da una parte l’oppressione di classe, nella quale la donna condivide con l’uomo la sottomissione alla violenza predatoria del capitalismo; dall’altra, l’oppressione di genere, causata da millenni di predominio patriarcale nella società, che si palesa e viene sostenuto dalle istituzioni borghesi del matrimonio di coppia monogamico e della famiglia, intesa come luogo di supremazia dell’uomo nei confronti di moglie e figli.

Teoria marxista…

Marx ed Engels per primi concepirono una critica sostanziale alle false teorie e ai pregiudizi borghesi, che giustificano la presunta sacralità ed inviolabilità della proprietà privata e delle sovrastrutture istituite a sua protezione. Già nella Sacra Famiglia (1844) Marx, sviluppando un postulato a suo tempo espresso da Fourier e dal socialismo pre-marxista utopico, afferma che l’indice del progresso di una società si misura dal grado di emancipazione della donna. Successivamente egli riprende queste tematiche, e denuncia con forza la dissoluzione della famiglia all’interno della società capitalista nel Manifesto del Partito Comunista (1848) e nel Capitale.
August Bebel diede un suo importante contributo al dibattito con il libro La donna e il socialismo del 1883, in cui affronta la questione della nascita dell’oppressione nei confronti della donna, la sua evoluzione nel tempo, e del come la crescente industrializzazione – foriera dell’affermarsi di un capitalismo forte e in crescita – poteva offrire un formidabile strumento per arrivare alla sua liberazione, tramite la rivoluzione socialista.
Le intuizioni di Bebel furono approfondite in maniera organica da Friedrich Engels nel libro L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), un testo imprescindibile nell’affrontare il problema dell’oppressione di genere, che è servito come base di discussione ad intere generazioni di marxisti; il libro analizza il problema dell’oppressione della donna, della nascita della famiglia borghese e del decisivo ruolo che essa esplica nel mantenimento dello status quo capitalista. Engels, avvalendosi dei più recenti ed innovativi studi etnografici ed antropologici dell’epoca, situa la nascita dell’oppressione della donna alla comparsa della famiglia borghese – che vedrà il patriarcato sostituirsi al matriarcato – fondata sul matrimonio esclusivo, avvenuta in seguito all’affermarsi della proprietà privata sulla spontanea proprietà comunistica delle origini. La famiglia così concepita, affermatasi in particolare tra gli antichi romani, si fonda sull’assoluto predominio dell’uomo su moglie e figli, e lo scopo che si prefigge è la procreazione di figli dall’incontestabile paternità, in quanto viene sancito il diritto di successione in linea patriarcale.
Scrive Engels: “Il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte del sesso maschile. La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitù e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza”. All’interno della famiglia, l’uomo è il borghese, mentre la donna rappresenta il proletariato.
Successivamente al conseguimento della parità giuridica tra sessi, sarebbe apparso ovvio che, per raggiungere un’effettiva liberazione della donna, c’era bisogno di una reale uguaglianza sociale tra i sessi, alla quale si poteva pervenire esclusivamente con la partecipazione femminile ai processi produttivi, al lavoro socialmente utile: ciò avrebbe determinato la dissoluzione non tanto dell’istituto della famiglia, quanto alla scomparsa della famiglia borghese concepita come unità economica della società capitalista.

…e prassi rivoluzionaria: l’esempio della Rivoluzione bolscevica

La lunga battaglia per la liberazione della donna fu condotta coerentemente dai marxisti rivoluzionari nel corso delle varie Internazionali, e fu caratterizzata dalla continua necessità di contrastare la linea riformista portata avanti dalle forze socialdemocratiche. Le posizioni marxiste, abbracciando i principi fondativi del comunismo rivoluzionario, convergevano su due punti essenziali: le rivendicazioni democratiche e l’assoluta parità giuridica tra uomo e donna erano essenziali per l’emancipazione femminile, ma per condurre alla liberazione della donna proletaria non potevano essere disgiunte dalla rivoluzione socialista, la sola che avrebbe eliminato i contrasti di classe, e che avrebbe unitamente permesso il reperimento di risorse da destinare alla socializzazione dei lavori domestici e di cura che schiavizzavano la donna.
La Rivoluzione bolscevica fu un grande laboratorio per la sperimentazione delle soluzioni socioeconomiche più ardite, e consegnò alla storia una delle legislazioni più innovative e la creazione di istituti sociali che contribuirono oggettivamente all’affrancamento della donna.
Lenin sosteneva, a ragione, che: “Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza”.
Un primo decreto emanato dal Governo Rivoluzionario provvisorio sancì che la donna poteva votare ed essere votata, prima che questo si ottenesse in Inghilterra (1918) e negli Stati Uniti (1920); in una serrata sequenza, un decreto del 19 dicembre 1917 stabilì il diritto al divorzio rivolgendosi al tribunale o all’Ufficio di Stato Civile, e il giorno seguente, 20 dicembre 1917, con un altro decreto, ci fu l’abolizione del matrimonio religioso e l’estrema semplificazione della procedura matrimoniale. Altro importante passo fu segnato dall’istituzione del nuovo Codice di Famiglia del 16 dicembre 1918 – un eccezionale strumento per l’emancipazione della donna – che accolse tutte le innovazioni giuridiche già introdotte, e ne garantì altre: fu soppressa la potestà del marito sulla moglie; si stabilì che il marito non potesse più imporre alla moglie né il nome, né il domicilio, né la nazionalità; si sancì l’assoluta parità tra coniugi e tra genitori e figli; fu introdotta la corresponsione degli alimenti; vennero poste garanzie a tutela delle madri lavoratrici; fu interdetta l’eredità e nel 1920 fu legalizzato l’aborto libero e gratuito nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Accanto a ciò, furono prese misure economiche per la creazione di mense, lavanderie e asili collettivizzati.
Il Comintern (1919), alla luce dell’esaltante esperienza dell’Ottobre, stabilì la determinante importanza di conquistare le donne alla causa proletaria come presupposto fondamentale per la vittoria del socialismo. Si impegnò altresì a stabilire forme e modalità della partecipazione femminile alla vita politica: a questo proposito i marxisti disposero la creazione di commissioni femminili interne al partito, espresse a tutti i livelli, dal Comitato Centrale alle sezioni locali, con il compito di sviluppare il lavoro politico tra le donne; alla loro attività presiedeva il Segretariato Internazionale della donna, con compiti organizzativi e di coordinamento. Lo Zhenodtel (sezione femminile del Comitato Centrale sovietico) si rivelò una vera e propria “scuola per cittadine sovietiche”, che contribuì ad una forte presa di coscienza femminile: qui le proletarie seguivano corsi di formazione e collaboravano all’attività dei consigli di fabbrica. Una risoluzione della Terza Internazionale del 1921 sancì che “non ci sono delle questioni femminili in particolare”, intendendo con ciò che le questioni relative all’oppressione della donna dovevano essere affrontate con la dovuta attenzione dall’insieme della classe operaia, in modo unitario, e non essere ridotte a semplici rivendicazioni femminili. Si rigettò la collaborazione di classe tra donne proletarie e borghesi, asserendo che le lavoratrici e le donne povere dovevano rimanere fedeli alla causa della classe operaia; a sostegno di questa tesi, si espresse la ferma condanna del femminismo borghese.
Il tradimento della Rivoluzione perpetrato da Stalin e la progressiva burocratizzazione dello Stato Operaio segnarono il ritorno della donna al focolare e la perdita di tutte le maggiori conquiste ottenute, quali l’aborto libero e gratuito e il divorzio semplificato; prostituzione e omosessualità tornarono ad essere considerati dei crimini, e gli istituti collettivi quali asili, mense, lavanderie furono chiusi e la loro attività ridotta.
Trotsky, nel suo libro La Rivoluzione tradita, così spiega le ragioni di tale fallimento: “La Rivoluzione d’Ottobre ha onestamente mantenuto la sua promessa alla donna. (…) Sfortunatamente, la società russa si è rivelata troppo povera e troppo poco civilizzata. (…) La vera emancipazione della donna diventa impossibile sul terreno della ‘miseria socializzata’. L’esperienza ha presto confermato questa dura verità enunciata da Marx ottant’anni fa”.

La questione della donna oggi

L’attuale momento storico è caratterizzato dalla diffusa oppressione di larghe masse di donne proletarie e lavoratrici, che accanto ai lavoratori maschi sopportano il peso di tale oppressione, ma spesso subiscono ulteriori vessazioni per il fatto di appartenere all’altro genere; proprio nell’ambito della famiglia avvengono le più gravi manifestazioni di violenza contro le donne.
Le continue ingerenze della Chiesa mettono in discussione il diritto ad una libera e responsabile procreazione, con l’attacco periodico alla legge 194 sul diritto di interruzione di gravidanza, il controllo ossessivo sul libero uso dei contraccettivi, gli impedimenti alla procreazione medicalmente assistita: tutti elementi determinanti per impedire alle donne un’autonoma gestione della propria sessualità.
L’entrata nel mondo del lavoro, se da una parte consente alle donne di guadagnare un loro spazio come soggetti attivi nella classe e indipendenti economicamente all’interno della famiglia, dall’altra le sottopone a livelli di sfruttamento altissimi, per due ordini di motivi: perché notoriamente nel mondo del lavoro occupano largamente professioni socialmente poco riconosciute, sono vittime della precarietà, sono retribuite a pari mansioni meno dei lavoratori maschi, sono le prime ad essere espulse dalla produzione in caso di ristrutturazioni dei settori produttivi, perché negli ultimi anni si sono verificati pesanti attacchi ai diritti acquisiti in passato.
D’altro lato, oggi come ieri, entrare nel mondo del lavoro per le donne significa accollarsi anche il lavoro di cura della famiglia, nei casi migliori in collaborazione con i mariti o compagni, nei casi peggiori da sole, senza il supporto di strutture quali asili, scuole, ospedali pubblici che, con il progressivo smantellamento dello stato sociale, stanno diminuendo anno per anno. Le uniche vie d’uscita in questi casi sono il ricorso ai servizi privati per le donne borghesi, le uniche che se lo possono permettere, o l’abbandono del lavoro nell’attesa di tempi migliori.
Ancor peggiori le condizioni delle migranti, vittime di ulteriori vessazioni per il fatto di essere clandestine, di trovare impiego solamente in nero, di essere vittime di pregiudizi razzisti e xenofobi, di vivere una condizione di isolamento e sradicamento, lontane dal proprio paese d'origine.
Sono milioni le donne sfruttate e oppresse dall’imperialismo, da condizioni materiali miserevoli e da culture che non le considerano soggetti titolari di diritti, ma proprietà privata della famiglia di provenienza o dei futuri mariti, soggette a pratiche violente di mutilazione sessuale e di controllo forzato delle nascite.
In Europa e negli Stati Uniti le battaglie femministe negli anni ‘60/’70 hanno consentito a molte donne una presa di coscienza della propria condizione, della possibilità di costruire forme di autorganizzazione e innescare processi di cambiamento; hanno avuto nello stesso tempo un limite: le conquiste fatte in ambito democratico borghese non risolvono le singole oppressioni di genere e possono in ogni momento essere messe in discussione, come è regolarmente avvenuto.
Con l’avvio del processo di costruzione di un partito comunista rivoluzionario ci poniamo nella prospettiva di abbattere questo stato di cose, la sua strutturazione sociale e politica. Ci guidano i principi del marxismo rivoluzionario, l’esempio offerto dalla Rivoluzione russa, e la coscienza che la condizione di oppressione e sfruttamento delle donne, e della classe lavoratrice in generale, sarà superata solo con l’abbattimento dello stato borghese e delle sue istituzioni. Solo una prospettiva socialista potrà creare le condizioni per la costruzione di una società diversa, basata sull’abbattimento della proprietà privata, sulla liberazione dallo sfruttamento, sulla reale uguaglianza tra uomini e donne e tra individui, su un’organizzazione sociale che, sulla distruzione della famiglia, edifichi forme di aggregazione sociale diverse, dove le unioni siano scelte libere e consapevoli, il lavoro di cura sia socializzato (consultori familiari, nidi e scuole per i bambini, servizi alla persona, mense, lavanderie), e il tempo dedicato al lavoro e al contributo di ognuno per il buon funzionamento della comunità sia solo una parte del tempo di vita, perché il resto deve essere lasciato ad ogni persona. Ognuno dovrà poter dedicare del tempo a ciò che desidera, trovando spazio per l’espressione autonoma e creativa della propria persona.







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