Partito di Alternativa Comunista

Lotte e mobilitazioni in Italia

a cura di Michele Rizzi

Firenze
Continua la caccia alle streghe contro gli esponenti del Centro popolare autogestito di Firenze. Un mese fa i carabinieri hanno arrestato un attivista del centro sociale, Fabio, costruendo una montatura politica vergognosa. Protagonisti ancora una volta sono i Ros dei carabinieri che, come ai tempi dell’indagine sulla Rete sud ribelle, trovata una procura compiacente, partono in quarta nella repressione del dissenso e del conflitto sociale. Ai compagni del Cpo di Firenze va tutta la nostra solidarietà.

Monfalcone
Nei prossimi mesi i Consigli comunali di Ronchi dei Legionari e Monfalcone discuteranno della chiusura dei pozzi del ramo Sud dell’acquedotto, che ha una portata di 250 litri al secondo, che riforniscono di acqua potabile il Comune di Monfalcone. In questo modo la città di Monfalcone sarà collegata al ramo Nord dell’acquedotto, che rifornisce la città di Trieste, attraverso un nuovo pozzo.
Con questa operazione, Trieste e Monfalcone, saranno rifornite di 2400 litri al secondo provenienti dal ramo Nord, ossia 600 litri/secondo in meno di quanto il Piano Generale per gli Acquedotti del 2005 prevedeva per la sola città di Trieste. Questa operazione costa a Regione e Acegas quasi tre milioni di euro + Iva. Perché si vogliono eliminare questi pozzi? La risposta è molto semplice e passa dalla volontà della Regione e delle aziende di eliminare degli ostacoli, appunto i pozzi, presenti nella vasta area verde situata davanti all’aeroporto di Ronchi, dove si vorrebbe far sorgere un gigantesco polo intermodale, ove far nascere una linea ferroviaria ad alta velocità. Quindi è evidente che questo intervento è finalizzato a rendere libera l’area in cui s’intende costruire il Polo intermodale. Contro questo ulteriore intervento legato al profitto si sono già mobilitate associazioni e comitati di cittadini che proseguiranno la lotta e l’opposizione.

Crotone
Prosegue la mobilitazione della rete antirazzista calabrese per la chiusura del Cpt di S. Anna di Crotone. In questi lager vivono centinaia di immigrati ammassati in camerate poco igieniche ed in condizioni schiavistiche, con l’unica colpa di essere emigrati in cerca di lavoro e di una vita migliore. Il governo Prodi, con il ministro Ferrero del Prc, non ha alcuna intenzione di chiudere i centri, in diretta continuità con i governi precedenti, ma solo di ritoccare la legge Bossi-Fini, con l’ampliamento delle quote annuali di ingresso. Nel mentre si continuano a stipulare patti con paesi come la Libia, per la costruzione di altri nuovi cpt su territorio africano.
E’ davvero singolare che poi i parlamentari del Prc, Caruso e Giuliani, dello stesso partito del ministro della solidarietà sociale Ferrero e che sostengono il governo Prodi, siano andati a manifestare contro il Cpt di Crotone, dovendo invece, coerentemente con quanto affermano sulla stampa, passare all’opposizione in Parlamento di coloro che continuano l’opera di carcerieri degli immigrati.

Sicilia
In Sicilia procede la lotta dei precari Asu (attività socialmente utili) e Puc (progetti di utilità collettiva) che prestano servizio negli enti locali per la loro stabilizzazione, dopo anni ed anni di precarietà ed incertezza sul loro futuro. La legge regionale n° 16 del 14 aprile 2006 sulla stabilizzazione, con le due circolari attuative (le n° 70 e 71), e il decreto del 28 settembre 2006 non hanno trovato concretizzazione nonostante i tempi stabiliti, il 1° luglio 2006, per la stipula dei contratti di 24 ore settimanali per gli Asu e l'adeguamento dell'orario di lavoro – da 18 a 24 ore per i Puc – siano abbondantemente trascorsi. I lavoratori precari e lo Slai Cobas Sicilia continuano la mobilitazione affinché si arrivi ad una definitiva stabilizzazione del lavoro.

Saluggia (TO)
A Saluggia è in previsione l’ampliamento di un deposito di scorie nucleari che vede da sempre contrari comitati di lotta e centri sociali della zona. Questo deposito dovrebbe contenere le scorie respinte al mittente dalla mobilitazione della popolazione di Scanzano Jonico e dovrebbe essere ubicato a Saluggia attraverso una variante al piano regolatore della città. Qualche giorno prima delle feste natalizie il sindaco di centrosinistra ha convocato un consiglio comunale per ottenere l’autorizzazione alla variante al Prg. Benché la palestra della cittadina piemontese, dove si teneva il consiglio comunale, fosse presidiata da polizia e carabinieri, al momento delle votazioni, un’irruzione di cittadini e militanti di sinistra ha interrotto il consiglio comunale staccando la corrente e strappando i microfoni ai consiglieri comunali. Per adesso la resistenza della gente ha vinto e continuerà fino a quando questo progetto disastroso sarà definitivamente sconfitto, con i suoi rappresentanti istituzionali.

Santiago (Cile)
Qualche settimana fa è morto il criminale Augusto Pinochet. Purtroppo ci sono voluti diversi anni perché il macellaio cileno tirasse le cuoia.




Le necessità in Cgil di una lotta contro il Governo
La battaglia nella Cgil per costruire il sindacato di classe

Enrico Pellegrini*

Circa un anno fa, tra solenni richiami alla sua storia e forti ritornelli evocativi della sua più pura tradizione, il maggior sindacato italiano si apprestava a celebrare il suo XV congresso sulla scia dei profondi turbamenti vissuti sotto il governo Berlusconi.
Fu deciso di anticiparlo rispetto al futuro appuntamento elettorale (che venne tenuto di lì a poco in aprile), ed oggi purtroppo se ne comprende appieno l’esigenza, già prevista a suo tempo, dal momento che il vero obiettivo non era quello di avviare una discussione interna su cui confrontarsi rispetto a quanto era in programma nell’agenda politica del paese, bensì quello impellente di blindarsi rispetto a ciò che in prospettiva ci si preparava ad affrontare e digerire in prossimità di una “nuova” stagione politica. Quando determinati momenti impongono scelte organizzative cosi drastiche e rigide, è chiaro che il risultato che ne consegue sarà un accordo burocratico interno (come del resto è avvenuto), soprattutto se il tutto viene rapportato ad un’organizzazione sindacale il cui pesante appoggio in termini di contenimento del malcontento sociale viene ad essere determinante per l’attuazione di certe scelte politiche scellerate.

La “deriva” della Cgil

In termini classici, un sindacato vive e si sviluppa agendo ed organizzando il conflitto sociale, si rafforza se avanza rivendicazioni sulle tematiche del lavoro, è credibile se offre un solido punto di riferimento, non solo democratico, di fronte alle chiusure del sistema e se ipotizza già nel suo crescere un rapporto vivo coi propri iscritti, la sua base, i suoi militanti.
Di fronte alla profonda mancanza di tutto questo, credo non sia fuori luogo porsi, oggi, un inquietante interrogativo: cosa sta diventando la Cgil?
Nell’ultima farsa congressuale, nella quale su finte assemblee di base (peraltro poco partecipate) regnava sfiducia e delusione, si consumava un dramma sociale più che allargato rispetto alla sfera sindacale stessa e si raggiungeva il più basso livello di opportunismo politico sindacale vissuto da questa confederazione nella sua storia.
Dalla spirale involutiva iniziata, indicativamente, dal ’79 in poi (svolta dell’Eur, inizio della politica dell’austerità) questo sindacato, comunque, ha sempre mantenuto, nonostante i fisiologici tentennamenti legati al vivere in mezzo alle compatibilità del sistema economico, un rapporto anche aspramente contraddittorio con i suoi rappresentati, dai quali è sempre dipeso (oggi in modo sempre più debole) anche economicamente.
Non siamo di fronte ad un normale passaggio di prassi politica contingente riferita alle “benevolenze” verso un governo “amico”, ad una condivisa nuova stretta dolorosa e necessaria per il rilancio di un’economia “debole” o ad un riallineamento di delicati equilibri sociali, economici e politici da far pagare ai lavoratori italiani. Oggi è in atto una mutazione che potremmo definire genetica, un cambiamento radicale rispetto a certi valori, a certi programmi, a certe pratiche di evidente scarso spessore democratico.
Solo in tal modo si può riassumere tutta l’operazione sul memorandum d’intesa firmato in tutta fretta, senza alcuna discussione, nelle varie realtà assembleari in Italia, senza alcun riferimento serio e preciso verso i milioni di lavoratori che ne pagheranno le conseguenze in un futuro ormai prossimo in cui la previdenza pubblica, dopo tali attacchi, sarà ulteriormente ridimensionata.
Quali pulsioni spingono moltissimi funzionari a sostenere l’intero impianto della futura vera “riforma” di questo governo avviata con il larghissimo consenso di grandi forze economiche? Perché tutto il malessere provocato da una tale disastrosa manovra viene contenuto e presentato come il necessario prezzo da pagare in virtù del recuperato ruolo che la stessa Cgil acquisirà all’interno di tali processi?
E non ultimo: come mai nei pochi luoghi adibiti a tali discussioni (direttivi, seminari, stage formativi, ecc.) si considera assolutamente irreversibile la crisi di un sistema previdenziale che non soffre oggi di una situazione oggettivamente negativa e le cui gravose spese di assistenza generale (ammortizzatori sociali, ecc.) un sindacato degno di tal nome dovrebbe, in termini di proposta, far ricadere sulla fiscalità generale?

La nostra battaglia nel sindacato per un sindacato di classe


Uniti alla pesante angoscia di vivere moltissimi contratti scaduti da diverso tempo e sulle cui piattaforme ci sarebbe da discutere (commercio, pubblico impiego, ecc.) sono interrogativi che rivelano un radicale cambiamento di ruoli e di strategie di questa organizzazione ed a cui occorre fornire una risposta; specialmente per chi, come noi, coerentemente è stato contrario a qualunque ipotesi concertativa passata.
Un sindacato che cambia lentamente il proprio corpo e non la propria pelle non accetta critiche, non subisce e non accetta alcuna lezione di democrazia proprio perché tali progetti finanziari sono sostenuti, condotti e legati da fruttuosi appetiti economici il cui peso in futuro sarà sempre più preponderante.
Solo così si spiega la chiusura della maggioranza del gruppo dirigente verso i cosiddetti “dissidenti” interni, colpevoli, tra le altre cose, nientemeno che di aver appoggiato un corteo contro la “precarietà” (4 novembre) e a cui va data la più piena solidarietà in riferimento al diritto di costruire il dissenso organizzato all’interno della confederazione.
Solidarietà che, però, non deve affatto significare subordinazione al progetto che Cremaschi ha in mente per la Rete 28 Aprile, che, così come è concepita, non è un soggetto credibile da un punto di vista organizzativo di classe, offre solamente una prospettiva di critica e pressione all’intero disegno epifaniano e vive, già oggi, un allarmante leaderismo seppur non ancora estremamente degenerato.
Tuttavia, nonostante le difficoltà che il nostro lavoro all’interno della Cgil incontra proprio a causa dei citati limiti, va detto che esso deve essere sviluppato proprio in questa nuova direzione. I molti nostri militanti debbono trovarvi spazio e ruolo per perseguire come primo obiettivo politico un progetto unificante delle varie posizioni di classe presenti anche in altre sigle sindacali. Accettare ed accogliere questa impostazione, significa denunciare apertamente ogni debolezza opportunistica di una linea politica ormai supina ai dettami del governo in cui, al di là di manifestazioni pubbliche di facciata (vedi quella recente sul tema immigrazione di Milano), poco o nulla di nuovo sembra emergere rispetto alle nostre passate previsioni.
Per questo, crediamo che, combattendo apertamente l’accelerata e completa degenerazione della Cgil e volgendo ed allargando il nostro scopo ai settori più combattivi che comunque, anche all’interno della Cgil, la classe esprime, sia possibile difendere l’idea stessa di fare sindacato costruendo il sindacato di classe per conquistare le avanguardie che i lavoratori esprimono nelle lotte alla prospettiva comunista.
Compito prioritario di Progetto Comunista è guidare tale percorso.

*Direttivo Filcams Cgil Venezia



Un ministro cattolico all’Istruzione

I regali di Natale del ministro Fioroni

 

Anna Arcadi

 

Per i tanti delusi elettori del centrosinistra alla ricerca, con la lanterna, di un segno di discontinuità da parte dell’attuale governo rispetto alla stagione berlusconiana, la riforma dell’esame di maturità, varata a metà dicembre, sarà apparsa come una sana boccata d’aria. A detta di alcuni (Rifondazione in primis, ormai a suo agio nel ruolo di pasdaran del governo Prodi), la reintroduzione della commissione mista, cioè composta per metà da professori esterni all’istituto scolastico, è un duro colpo per le scuole private, in gran parte cattoliche e gestite dal clero. Eppure, non si è levato alcun coro di proteste da parte delle curie. Anzi: Fioroni piace al Vaticano, che lo considera un bravo ministro. La suddetta riforma non è altro che uno specchietto per le allodole, a fronte di nuovi tagli alla Scuola pubblica, di pesantissimi attacchi ai lavoratori della scuola (precari e non), di inaspettati regali proprio a quelle scuole private che la sinistra dell’Unione solo a parole intende contrastare.

 

Un po’ di chiarezza

 

Vale la pena di ricordare, se qualcuno se lo fosse dimenticato, che fu proprio il centrosinistra, in pieno governo D’Alema, a rendere le scuole private parte attiva del sistema nazionale d’istruzione pubblica: con la legge di parità scolastica, gli istituti privati, a partire da quelli confessionali, sono stati parificati agli istituti statali e benedetti da una pioggia di finanziamenti pubblici. Associata alla riforma dell’esame di maturità, con l’introduzione della commissione solo interna sostenuta dall’allora ministro Berlinguer, questa legge ha aperto la strada all’esplosione esorbitante dei cosiddetti diplomifici, veri e propri mercati adibiti alla compravendita di diplomi, senza obblighi di frequenza né vincoli di sorta, con insegnanti sottopagati e in nero. E’ una premessa necessaria per precisare che, se anche la reintroduzione della commissione mista rappresenta in parte il tentativo di ridurre il danno, si tratta comunque di un danno provocato dai precedenti governi di centrosinistra.
Ma, anche lasciando da parte il passato, le dichiarazioni del ministro Fioroni non lasciano dubbi circa la vera natura di questo e altri recenti provvedimenti. Riporto un brano di un’intervista rilasciata dal ministro al quotidiano gratuito di Roma E Polis: “‘Giovanni Paolo II prima e Benedetto XVI adesso, chiedono che lo Stato sostenga maggiormente le scuole private. Da ministro e da cattolico cosa ne pensa?’ ‘Stiamo già sostenendo la scuola paritaria cattolica, ripristinando le risorse, nonostante le difficoltà dei conti pubblici dopo i tagli enormi, di oltre un terzo, operati dal precedente esecutivo, che hanno tolto loro 167 milioni di euro. Così stiamo dando una risposta nel senso richiesto dalle sollecitazioni del Santo Padre’”. Fioroni non è uomo di sole promesse e, infatti, è passato subito ai fatti: la Finanziaria prevede appunto un cospicuo regalino di Natale per le scuole private di ben 167 milioni, per compensare le mancanze del governo Berlusconi!
Non solo: se qualcuno di voi ha avuto la sfortuna di ascoltare la diretta dalla Camera in occasione della discussione e del voto della riforma dell’esame di maturità, avrà notato con quanta pedante insistenza il ministro Fioroni sottolineava che quel disegno di legge si spiega proprio nell’ottica di valorizzare la permanenza e il riconoscimento degli istituti privati nel sistema della pubblica istruzione: è grazie al governo Prodi che le mele marce dei diplomifici verranno debellate, per valorizzare invece (anche a suon di denari) gli istituti religiosi i quali, in cambio di rette stratosferiche, educano le nuove generazioni ai sani valori della santa chiesa cattolica e apostolica…
Del resto, cosa ci si poteva aspettare da un ministro cattolico all’Istruzione, applaudito dalle gerarchie ecclesiastiche fin dal giorno della nomina?

 

Il pozzo senza fondo del precariato

 

Se qualcuno si sta chiedendo dove il ministro andrà a pescare tanti soldi per finanziare le scuole private, basta che guardi al tristemente noto maxiemendamento alla finanziaria: è prevista per la Scuola una riduzione di spesa di circa 4,5 miliardi di euro, che si tradurrà anzitutto negli annunciati tagli nell'organico di almeno 50 mila posti. Ma le cattive notizie per gli insegnanti, per i precari anzitutto, non finiscono qui: è ormai sicura la cancellazione, a partire dal 2010, delle “graduatorie permanenti”. Senza dilungarsi in particolari tecnici, i precari della scuola – costretti per decenni ad alternare una supplenza di pochi mesi a un sussidio di disoccupazione, carissimi corsi universitari a frequenza obbligatoria a mesi di lavoro sottopagato negli istituti privati (per racimolare qualche punto in graduatoria) – vedranno di colpo azzerarsi tutto il lavoro fatto. Come un atleta che arriva al traguardo dopo ore di maratona a cui venga detto “hai sbagliato strada”, l’insegnante precario dovrà ricominciare tutto da capo, probabilmente rimettersi a studiare per nuovi concorsi. Inoltre, la soppressione delle graduatorie permanenti aumenta il potere decisionale dei Presidi, ormai veri e propri manager, che potranno reclutare il personale in maniera discrezionale, ignorando il punteggio effettivamente conseguito in anni di fatiche dagli insegnanti stessi.
Il raggiungimento di un contratto a tempo indeterminato nella Scuola per centinaia di migliaia di precari è sempre più un’utopia, tanto più che le promesse di assunzione in ruolo, considerati i tagli previsti in Finanziaria, si tradurranno in un nulla di fatto. Resterà, come ultima spiaggia, qualche contratto a progetto, a cinque euro all’ora e la benedizione del prete, negli istituti privati che continueranno a proliferare: lì i presepi (plurale sia di presepio che di presepe, come Ruini ha spiegato a Bertinotti) non mancheranno e gli insegnanti precari potranno chiedere alla madonna e a Gesù bambino la grazia di un terno al lotto per riuscire a pagare l’affitto.

 

Di cosa preoccuparsi

 

Ma lasciamo da parte queste questioni secondarie! Perché preoccuparsi del fatto che la Scuola pubblica italiana si basa sul lavoro di centinaia di migliaia di insegnanti precari; che le strutture sono fatiscenti e cadono a pezzi; che oltre ai finanziamenti pubblici diretti sono in arrivo nuovi bonus per le famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle private; che il numero degli studenti, con gli annunciati tagli, lieviterà a trenta per classe; che lo spettro della disoccupazione è sempre dietro l’angolo per il personale docente e non docente? Perché preoccupasi di queste quisquilie? Infatti, il ministro Fioroni non se ne preoccupa. Ha altro a cui pensare. Su consiglio di un certo Pietro Ichino (di cui forse avrete letto i pessimi editoriali sul Corriere della Sera), ha intrapreso da qualche mese una coraggiosa crociata contro un morbo che, a suo dire, attanaglia la scuola pubblica: i fannulloni.
I salotti televisivi sono popolati da sedicenti intellettuali che sciorinano improbabili teorie sociologiche che tentano di spiegarci con categorie, tanto altisonanti quanto vuote, come mai la stragrande maggioranza degli italiani non riesce ad arrivare a fine mese: una volta è colpa del terrorismo internazionale, una volta del consumismo, un’altra del potere mediatico che trasfigura il prezzo dell’affitto. Ichino e Fioroni si sono fermati a uno stadio fanciullesco dell’analisi: se c’è qualcosa che non va in Italia è colpa dei lavoratori che non hanno voglia di lavorare. In effetti, caro ministro, non le nascondiamo che, a certe condizioni, la voglia passa. Ma ci ha stupito tanta solerzia nell’intervenire sulla questione delle “sanzioni disciplinari” nei confronti del personale della Scuola: d’ora in poi grazie a lei, sarà più facile licenziare un professore indisciplinato, ci penserà direttamente il direttore generale regionale. Non abbiamo dubbi che saranno soprattutto i professori più propensi alla critica, alla protesta e allo sciopero quelli che “beneficeranno” di questo provvedimento. E’ successo da poco che in una scuola del milanese un insegnante sia stato sospeso dall’incarico per aver espresso contrarietà alla guerra: ce ne aspettiamo di cotte e di crude. Ma i nodi verranno al pettine: si annuncia una stagione di lotte e l’esempio degli operai di Mirafiori sarà seguito anche dai lavoratori della Scuola.

 

 

Solo la lotta paga!
Pubblichiamo il resoconto dell’assemblea dei lavoratori Atesia, che hanno respinto l’accordo firmato dai sindacati confederali


Le lavoratrici ed i lavoratori di Atesia respingono l´accordo-truffa voluto da padron Tripi e firmato da Cgil-Cisl-Uil. Nei giorni di giovedì 21 e venerdì 22 dicembre si è svolto in Atesia,organizzato dalla Cgil, il referendum sull´accordo firmato da sindacati ed azienda il 13/12/2006. Malgrado la calata massiccia in azienda di sindacalisti esterni ad affiancare le Rsu di Cos, malgrado il tentativo di falsare i risultati sia facendo votare capi e dirigenti del gruppo sia inserendo nel referendum anche la contrattazione di secondo livello per chi è già dipendente, la maturità delle lavoratrici e dei lavoratori di Atesia, sia con contratto a progetto che con altre tipologie contrattuali si è chiaramente espressa con il 60% di NO (612 voti) contro il 40% di SI (426 voti).Il Collettivo PrecariAtesia si è mobilitato in questi giorni affermando con chiarezza che dell’accordo del 13/12/06 andava conservato solo il contratto a tempo indeterminato mentre andava espresso un chiaro NO alle modalità di applicazione (550 euro di salario, su turni di 24 ore e rinuncia a tutto il pregresso con la firma della liberatoria). Le lavoratrici ed i lavoratori hanno ancora una volta come in tutti questi due anni di lotta affermato che solo l’autorganizzazione nel collettivo rappresenta le loro richieste. Dopo questo importantissimo risultato la lotta continua per contratti a tempo indeterminato per tutte e tutti con le seguenti caratteristiche: a) Contratti full o part-time per singoli lavoratori/trici che ne facciamo richiesta; b) recupero di almeno una parte del pregresso; c) turni fissi. A queste condizioni si aggiunge la richiesta di reintegro per tutti/e coloro che nell’ultimo anno e mezzo sono stati licenziati da Atesia in tronco o tramite mancato rinnovo contrattuale. La lotta sta pagando, ora spetta ad Atesia pagare!

Collettivo PrecariAtesia, Roma, 22 dicembre 2006


 

APPELLO DEL COMITATO VICENZA EST, CONTRO LA BASE NATO

 

Anche a Vicenza Est è sorto un comitato contro il progetto della costruzione di una nuova base, ma tale comitato si sta sviluppando su posizioni più avanzate rispetto agli altri. La presenza, infatti, della Caserma Ederle che è situata proprio in questa parte della città e la proposta avanzata da alcuni esponenti del centrodestra, ma anche di centrosinistra, di fare sorgere la nuova base proprio a Vicenza Est anziché nell'area dell'aeroporto Dal Molin, ha stimolato alcuni abitanti e lavoratori di questa zona a raccogliere le firme per un appello il cui contenuto è il seguente:

"Consapevoli che qualsiasi base militare è strumento di guerra, che le vittime della guerra sono soprattutto civili e bambini, che la guerra distrugge l'ambiente ed opprime i popoli, le sottoscritte cittadine e i sottoscritti cittadini, che vivono e/o lavorano a Vicenza Est, ritengono necessaria la costituzione di un Comitato che s'impegni per:

  • Respingere il progetto della costruzione di una nuova base militare nell'area dell'aeroporto Dal Molin.
  • Respingere qualsiasi altra ipotesi di sito.
  • Chiedere la smilitarizzazione del territorio con la riconversione della caserma Ederle ad usi civili e la trasformazione degli attuali posti di lavoro in lavori stabili e sicuri.

Costituiamo, quindi, il:

"Comitato degli abitanti e dei lavoratori di Vicenza-Est- Contro la costruzione di una nuova base a Vicenza- Per la riconversione della Caserma Ederle ad usi civili"

I compagni di Pc-Rol del collettivo di Vicenza sono fra i primi firmatari dell'appello e fra i promotori dell'iniziativa.

 

 

Riprendiamoci le pensioni e il tfr!

Costruiamo i Comitati difesa pensioni pubbliche e Tfr, e contro la precarietà 

Antonino Marceca

 

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ottenuto il voto di fiducia in Senato sulla manovra finanziaria 2007, in dichiarazioni alla grande stampa borghese fissava i prossimi obiettivi del governo: interventi strutturali, tra cui le pensioni, per far tornare competitiva l’economia italiana e “ritornare in gara tra i primi della classe in Europa”.

Nelle stesse ore, all’inizio della seconda metà di dicembre, in un gioco delle parti rilasciavano interviste a La Repubblica, il ministro del Lavoro (Ds), Cesare Damiano, e a l’Unità, il ministro della Solidarietà Sociale (Prc), Paolo Ferrero, proprio sulle pensioni. Il ministro Damiano dopo essersi dichiarato d’accordo con il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, sulla necessità di una posizione comune del governo e dei sindacati sulle pensioni, ricordava come “le linee direttive sono state già indicate nel Programma e poi nel Memorandum sulle pensioni”. La richiesta del ministro Damiano alla sinistra di governo e ai sindacati concertativi, considerata la “delicatezza della questione” che potrebbe suscitare forte proteste tra i lavoratori, come si è visto alla Fiat Mirafiori, è quella di essere coerenti con il compito loro affidato: tenere al guinzaglio i lavoratori e le masse popolari.

Il ministro Paolo Ferrero, dopo essersi richiamato anche lui al Programma dell’Unione, annunciava per il 18 gennaio una proposta di Rifondazione sulle pensioni; nel contempo, si diceva d’accordo con il principio dell’aumento dell’età pensionabile, aggiungendo che su questo tema il governo dovrà comunque avere una proposta comune. Dopo aver assistito alle ripetute ed inutili dichiarazioni del ministro di Rifondazione a proposito della manovra finanziaria, appare improponibile attenderci una rottura di Rifondazione con i liberali sul terreno delle pensioni, tanto più che i gruppi dirigenti delle minoranze critiche interne al partito di Bertinotti e Giordano hanno capitolato al governo dei padroni.

La distruzione del sistema pensionistico pubblico è stato, in questi anni, il chiodo fisso di tutti i governi sia di centrodestra che di centrosinistra. Un attacco iniziato all’inizio degli anni ’90 con il governo Amato.

 

Attacco alle pensioni  

Nel 1992 il governo Amato iniziò l’attacco alle pensioni innalzando la pensione di vecchiaia a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne e stabilendo un minimo contributivo di venti anni per andare in pensione. Ma era solo l’inizio. Il primo governo Berlusconi, nel 1994, tentò la prima spallata introducendo, per la prima volta, l’idea nefasta dei disincentivi per chi andava in pensione prima dei 60 anni di età. La lotta dei lavoratori costrinse il governo a retrocedere dall’intenzione di introdurre il tema delle pensioni nella Finanziaria 1995. Ma fu con il successivo governo Dini, centrosinistra, che i poteri forti del paese, sostenuti dai sindacati concertativi, demolirono l’impianto pensionistico pubblico introducendo il sistema contributivo: all’inizio, proprio per dividere i lavoratori, solo per i più giovani.

Iniziò quindi lo smantellamento del sistema previdenziale pubblico retributivo, un sistema che garantiva un tasso di sostituzione (rapporto tra ultima retribuzione e pensione) dignitoso, intorno al 70-80%; inoltre costituiva un’importante collante solidaristico generazionale tra i lavoratori. L’introduzione del sistema contributivo, legato ai contributi versati, non solo spezza qualsiasi meccanismo di solidarietà intergenerazionale, ma determina una drastica riduzione, nel tempo, del tasso di sostituzione, fino a scendere sotto il 50%. Una riduzione per i lavoratori precari ancora più devastante, proprio per l’assenza di qualsiasi garanzia di continuità occupazionale. Ma di fatto tutti i pensionati vedranno precarizzata la propria esistenza. Con la riforma Dini, inoltre, l’anzianità lavorativa sarà sempre più legata all’età del lavoratore: 35 anni di contributi e 57 anni di età, solo con 40 anni di contributi non c’è limite di età.

Il primo governo Prodi, nel 1997, introdusse altri ostacoli alla pensione di anzianità: si va in pensione non quando si matura il diritto, ma in apposite finestre d’uscita. Le nefandezze introdotte dai governi di centrosinistra ricevono il plauso di Agnelli, ma non dei lavoratori e delle masse popolari.

Il secondo governo Berlusconi, naturalmente, non cambiò direzione di marcia. Al contrario: introducendo nel 2004 il cosiddetto “scalone”, sancì che, a partire dal 2008, non si potrà andare in pensione prima dei 60 anni di età se non si avranno 40 anni di contributi. In questo quadro, attorno all’utilizzo del Tfr si gioca uno scontro tra cordate finanziarie e burocrazia sindacale, tra Fondi aperti e Fondi chiusi.

 

L’affondo sulle pensioni e sul Tfr 

In un gioco dell’alternanza borghese, con la vittoria seppur risicata dell’Unione, si costituisce nella primavera del 2006 il secondo governo Prodi e questa volta anche Rifondazione ha i suoi ministri e sottosegretari.

La Finanziaria 2007 che doveva essere equa e solidale diviene di lacrime e sangue per i lavoratori e le masse popolari. Tra i vari tagli previsti alla pubblica amministrazione, alla Scuola, alla Sanità, ai Servizi sociali, non manca il capitolo pensioni e Tfr.

La manovra finanziaria anticipa, in tema di Tfr, quanto previsto dal governo Berlusconi per il 2008, con alcune novità dettate soprattutto dal tentativo di non inimicarsi la piccola e media borghesia. Dal primo gennaio 2007 scatterà il silenzio-assenso: i lavoratori che entro il 30 giugno 2007 non avranno fatto dichiarazione scritta vedranno dirottato il Tfr maturando nei Fondi pensione. Nel caso di aziende private con oltre 50 dipendenti il Tfr “inoptato”, cioè non destinato ai Fondi pensione, sarà destinato in un fondo dell’Inps gestito dal Ministero del tesoro, per finanziare grandi opere infrastrutturali. Tutta l’operazione è avvenuta con il sostegno dei sindacati concertativi. Anzi, Cgil, Cisl e Uil, con il Patto per il lavoro pubblico, hanno proposto che anche nel settore pubblico si avvii il lancio dei Fondi pensione utilizzando il Tfs (Trattamento di fine servizio) dei lavoratori.

Sempre in Finanziaria 2007 sono stati aumentati dello 0,30% i contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti, mentre Cgil, Cisl e Uil hanno firmato con governo e padronato il famigerato Memorandum d’intesa che dovrebbe portare ad un ulteriore aumento dell’età pensionabile e alla revisione dei coefficienti di rendimento pensionistico (un ulteriore taglio del 6-8%), giustificato con l’aumento dell’età media della popolazione.

Non c’è dubbio che tutta l’operazione di smantellamento delle pensioni pubbliche è stata finalizzata al lancio dei Fondi pensione, un affare di 19-21 miliardi di euro annui.

 

I Fondi pensione 

I Fondi pensione sono di due tipi: Fondi aperti gestiti da finanziarie, banche e assicurazioni e Fondi chiusi, negoziali di categoria o aziendali, gestiti dalla burocrazia sindacale e Associazioni padronali. I Fondi chiusi, di categoria e aziendali, sono stati costituiti a seguito di accordi sindacali fin dal 1997: sia nel settore privato, come il Cometa dei metalmeccanici; sia nel pubblico, come Espero nella scuola. Ce ne sono circa 42, tra aziendali e di categoria; ma proprio per la loro natura non hanno trovato vasti consensi tra i lavoratori, e questo spiega tutti gli interventi legislativi sostenuti dagli interessi convergenti di banche, finanziarie e burocrazie sindacali che siederanno assieme nei Consigli di gestione dei Fondi.

In questi giorni le burocrazie sindacali stanno propagandando i Fondi chiusi, dicendo che sono più sicuri e democratici di quelli aperti. In più utilizzano il ricatto verso i lavoratori prospettando una pensione pubblica da fame e pertanto da integrare.

Vediamo con ordine: i Fondi pensione sono degli investimenti finanziari e, come tutti gli investimenti finanziari, sono soggetti a possibili perdite come dimostrano i casi recenti di Enron e, in Italia, della Comit.

Ed ecco il burocrate sindacale di turno raccontarci che gli investimenti non saranno fatti in azioni ma bensì in obbligazioni: ma queste vengono emesse da aziende indebitate che hanno difficoltà a reperire crediti dalle banche, come dimostrano i casi Cirio e Parmalat. Una volta che il lavoratore ha destinato, consenziente o meno, il proprio Tfr ai Fondi pensione non potrà facilmente uscirne proprio per la scarsa flessibilità in uscita dai Fondi. In caso di licenziamento ci vorranno anni per recuperare il Tfr versato. Il rendimento dei Fondi – a differenza del Tfr versato in azienda o presso l’Inps, che è stabilito per legge – è incerto, soggetto a perdite legate all’andamento di mercato, crisi e crolli finanziari.

Per i lavoratori precari è una doppia fregatura: la pensione pubblica a contribuzione si riduce drasticamente, la pensione integrativa è una pura astrazione. Infine nelle aziende con meno di 50 dipendenti, siccome il padrone non vuole perdere il Tfr del lavoratore, ha un maggiore interesse a licenziare proprio il lavoratore che aderisce ai Fondi pensione.

 

La nostra opposizione, le nostre proposte 

Il combinato di Finanziaria 2007, sistema pensionistico a contribuzione, perdita del Tfr e lancio dei Fondi pensione, Patto per il lavoro pubblico e Patto per la produttività, revisione dei modelli contrattuali, attacco al salario e gestione padronale degli orari, si fondono in un’aggressione concentrata ai lavoratori e alle masse popolari: solo una vertenza unificante sostenuta dallo sciopero generale può resistere a quest’offensiva.

Le sinistre sindacali – non solo i maggiori sindacati di base, ma anche la sinistra Cgil, Rete 28 aprile – non sono disponibili ad elaborare unitariamente una piattaforma sindacale di fase che si ponga l’obiettivo di contrastare risolutivamente questo governo padronale. Quello che emerge è il tentativo, a nostro avviso perdente, di confidare in un’azione di pressione sul governo: la richiesta di un referendum tra i lavoratori rientra tra queste manovre.

Per parte nostra, riteniamo che la lotta per la salvaguardia del Tfr, salario differito dei lavoratori, debba essere congiunta alla lotta più generale per una previdenza pubblica a retribuzione, adeguatamente rivalutata, e contro la precarietà del lavoro salariato. Solo delle pensioni adeguate al costo della vita, congiunte all’abolizione delle leggi precarizzanti, possono bloccare la truffa dei Fondi pensione: proprio per questo è necessario preparare una campagna di informazione e di lotta costituendo nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari Comitati per la difesa della pensione pubblica, del Tfr e contro la precarietà.

La deriva del Prc, lo sfaldamento delle minoranze interne.

Le statuine del presepe

Fuori di lì nasce un nuovo partito comunista

 

 

di Francesco Ricci

 

 

La Finanziaria è stata approvata. Prodi e i suoi ministri sono contestati ovunque vadano; nella percezione comune di chi lavora c'è la consapevolezza che altri soldi vengono tolti dalle tasche dei lavoratori per finanziare il grande capitale, i suoi profitti, le sue guerre.

 

Rina Gagliardi e la "crisi della politica"

 

Su Liberazione (16/12/06), Rina Gagliardi commenta: "La Finanziaria è ok. Ora Prodi cosa deve fare? Un nuovo patto col popolo dell'Unione". Come spiega le contestazioni, l'ineffabile intellettuale bertinottiana (che per occulte ragioni ama definirsi "luxemburghiana")? Come mai gli operai di Mirafiori contestano i burocrati sindacali? Forse perché hanno letto (ovviamente non su Liberazione) che entro marzo il governo Prodi vuole concludere la rapina delle pensioni? Forse perché hanno saputo che in virtù di questa riforma (l'unica vera "grande riforma") un lavoratore "atipico" riuscirà forse ad accumulare una pensione di 400 euro e un lavoratore "regolare", dopo quaranta anni di contributi, intascherà un bel gruzzoletto di 700 euro mensili? No, la Gagliardi è persona di una certa statura intellettuale (specie adesso che siede su una poltroncina imbottita in parlamento) e non crede alle semplificazioni. Pensa che tutto vada ricondotto alla "crisi della politica". E che cosa è questa "crisi della politica"? Ci risponde: "Non è possibile, nel ristretto spazio di un articolo, analizzare questa crisi." Si limita così a dare un suggerimento a Prodi: ritrovare "una connessione sentimentale col popolo dell'Unione." Ahinoi, pare che i ministri di Prodi (vuoi vedere che non leggono i suggerimenti della Gagliardi?) preferiscano rafforzare altre "connessioni sentimentali" e poche settimane fa, guidati da D'Alema, prendevano appunti in bella grafia sulla "fase 2" in un "workshop" (così li chiamano) dell'associazione Italianieuropei: a dettare i compiti c'erano Montezemolo e un nutrito gruppo di industriali e di banchieri, tra cui Profumo.

 

Il dito di Cannavò ammonisce (e vota) Prodi

 

Se uno guarda un oggetto prima con l'occhio destro, poi col sinistro, chiudendo ora un occhio ora l'altro, per un noto effetto ottico ha l'impressione che l'oggetto si stia spostando: anche se rimane perfettamente immobile. Se provate a fare l'esperimento con Cannavò e Turigliatto, dirigenti di Sinistra Critica, osservandoli da un Comitato Politico all'altro, prima con un occhio, poi con l'altro, avrete la stessa impressione. Anche in questo caso il movimento è solo immaginario, tutto è rimasto così come lo avevamo analizzato qualche mese fa.
Perché "la Finanziara non va, ma voto la fiducia?" si chiedeva nei giorni scorsi il senatore Turigliatto in una dichiarazione pubblicata su Liberazione. Perché (riportiamo testualmente) "spero sia possibile, in futuro, di fronte alla verifica degli avvenimenti, riconsiderare l'efficacia della validità delle scelte che abbiamo operato."
In altre parole: i lavoratori abbiano pazienza (al limite si sfoghino con qualche fischio). "In futuro" il gruppo dirigente del Prc - grazie alla "critica" di Sinistra Critica - forse vorrà "riconsiderare l'efficacia della validità delle scelte". Non c'è che da aspettare. Non si pone - per Turigliatto - il problema di costruire subito una opposizione nelle piazze agli attacchi del governo; non si tratta di sviluppare in termini di classe il malcontento operaio. Bisogna solo aspettare la "verifica degli avvenimenti", chiudendo l'occhio destro e poi il sinistro, o anche tutti e due insieme, comunque riaprendoli si vedranno ancora Cannavò e Turigliatto intenti a premere i pulsanti delle votazioni dalle loro poltroncine parlamentari; alzando tra un voto e l'altro il dito (quello stesso dito con cui votano la fiducia) per intimare al governo di cambiare politica e per suggerire ai bertinottiani di "riconsiderare l'efficacia".

 

Grassi e Burgio nell'85% bertinottiano

 

Non si può invece accusare di immobilismo l'area dell'Ernesto, diretta da Grassi e Burgio. Questo gruppo dirigente è anzi in continuo movimento, attratto dalla calamita del governo. Qualche mese fa, un quarto dei dirigenti grassiani aveva già abbandonato l'area ed era corso a bussare alla porta della maggioranza bertinottiana, dando una mano ad apparecchiare la tavola di governo, per poi sedersi composto in attesa delle portate. Una buona educazione subito premiata con la nomina della Giavazzi (un tempo organizzatrice dei grassiani) a coordinatrice del Dipartimento Organizzazione del Prc; mentre gli altri transfughi, Valentini e Favaro, un tempo fieri oppositori del progetto bertinottiano, come pare accada a certi miracolati quando si bagnano con le acque di Lourdes, si sono alzati e hanno ripreso a camminare con entusiasmo verso la Sinistra Europea.
Dopo questa prima consistente perdita, come avevamo previsto, la forza magnetica del governo ha infine trascinato il resto del gruppo dirigente. All'ultimo Cpn, gli stessi Claudio Grassi e Alberto Burgio hanno votato a favore del documento bertinottiano per l'imminente Conferenza di organizzazione. Utilizzando una frase che è stata insegnata ai dirigenti del Prc per parlare della Finanziaria hanno ripetuto: "ovviamente non è il nostro documento, tuttavia...". Grazie a quel "tuttavia" la maggioranza bertinottiana è arrivata all'85% del parlamentino interno.

 

Falcemartello si occupa di Chavez. Arriva anche Veruggio

 

E il restante 15% che non ha votato con la maggioranza? E' composto oltre che da Erre da altri due frammenti.
C'è l'area di Falcemartello che non ha eletti in parlamento e che non ha quindi il problema di votare la fiducia. Ma ci spiegano pazientemente che per il momento non sarebbe spiegabile ai lavoratori un ritorno all'opposizione. Per questo Bellotti e Giardiello preferiscono puntare sul "lungo periodo", attendendo una qualche evoluzione oggettiva della situazione (e le ormai mitiche "contraddizioni dei Ds" che, unici in questo universo, continuano a considerare un partito socialdemocratico). Nel frattempo, visto che l'attesa si fa lunga ed è imbarazzante parlare della situazione italiana, scrivono sulla loro stampa ormai solo di Chavez.
C'è poi una nuova area, guidata da un certo Marco Veruggio, già braccio destro e direttore del giornale di Ferrando, poi rimasto, insieme a molti ferrandiani, nel Prc, preferendo condurre una più incisiva battaglia "dall'interno delle contraddizioni" (per inserirsi nelle quali, un quarto d'ora dopo la nostra scissione, ha chiesto a Bertinotti di poterci sostituire negli incarichi dirigenti). Veruggio ha evidentemente una bassa stima delle possibilità di sopravvivenza del Pcl di Ferrando e ha preferito dare vita a una nuova area nel Prc piuttosto di finire nel calderone ferrandiano. Come dargli torto, visto che persino il principale dirigente romano del Pcl ferrandiano, di provata fede mao-stalinista, non riuscendo a scorgere le migliaia e migliaia di militanti di cui Ferrando parla alla stampa, ma solo qualche altro stalinista (non pentito) come lui, ha paragonato il Pcl (in un articolo sul suo sito) a "una lucetta simile a quelle che si usano per decorare i negozi quando viene Natale".

 

Serve urgentemente un altro partito: noi iniziamo a costruirlo

 

La situazione della "sinistra antagonista" e della "sinistra critica" nella "sinistra antagonista" conferma insomma la necessità urgente di avviare la costruzione di un altro, nuovo e vero partito comunista.
Un partito che contrasti ogni illusione sulla riformabilità del capitalismo; che prepari da subito - in una lunga e dura battaglia - i rapporti di forza per rovesciare questo sistema sociale la cui anacronistica sopravvivenza è causa della crisi dell'umanità. Non un partito-calderone privo di programma (o con un programma "in quattro punti"), non un partito "leggero" con un leader pesante, ma un partito di militanti che intervengano in ogni lotta come avanguardia, per costruire un'influenza di massa tra le classi subalterne.
E' quanto abbiamo iniziato a fare dal giorno dopo la nostra scissione dal Prc, nell'aprile scorso. E questo lavoro politico non lo abbiamo condotto nel chiuso di qualche seminario per cultori dei Padri del marxismo, ma utilizzando il marxismo odierno (cioè il trotskismo) come strumento vivo di battaglia.
Dal 5 al 7 gennaio, a Rimini, dopo due mesi di assemblee pubbliche in tutta Italia e dopo lo svolgimento di decine di congressi; dopo una discussione sulle bozze di Manifesto a Tesi e di Statuto che ha coinvolto centinaia di militanti, impegnati al contempo quotidianamente in ogni manifestazione e lotta, politica e sindacale; terremo il congresso fondativo del nuovo partito. Siccome siamo consapevoli (a differenza di altri) della limitatezza delle nostre forze, crediamo con quel congresso di fare solo un passo - piccolo ma importante - sulla strada della risoluzione del problema dei problemi: la costruzione di un partito rivoluzionario in Italia che sia partecipe della costruzione di un partito rivoluzionario internazionale.
A chi continua a dirci che è un progetto irrealistico rispondiamo: siete gli stessi che nove mesi fa dicevano che bisognava "fermare Berlusconi" e per questo accettare l'alleanza con la "borghesia progressista": ora vediamo tutti come il governo di centrosinistra stia cementando ancora attorno a Berlusconi un blocco sociale reazionario. Siete gli stessi che ci dicevano "gli operai non capirebbero": guardate Mirafiori, vi pare che gli operai non abbiano capito di chi è realmente amico il governo?
E ancora, ai compagni delle aree critiche che spesso abbiamo incontrato in questi mesi alle nostre assemblee di presentazione ricordiamo: ci dicevate che avevamo ragione sul governo e che la differenza stava nel vostro condurre la battaglia di opposizione al governo all'interno di Rifondazione; credevate che i vostri parlamentari (Grassi, Cannavò, ecc.) avrebbero votato contro le missioni militari. E non lo hanno fatto. Ancora fino a qualche giorno fa vi illudevate in un loro voto contrario alla Finanziaria. Non c'è stato.
Ora vi diciamo noi: prendete atto dell'impossibilità di fare la battaglia di opposizione al governo dell'imperialismo italiano dall'interno di un partito le cui strutture sono ormai completamente integrate. Credete davvero che presentare un documento (come fanno Erre e Falcemartello) o qualche emendamento (come fa l'Ernesto) nella prossima Conferenza organizzativa del Prc servirà a qualcosa? Non è forse vero che se non si ricostruirà ora, subito, una opposizione al governo, non sarà possibile fermare il nuovo e definitivo attacco alle pensioni che aprirà la via ad altre gravissime sconfitte?
Le sedi locali del Prc non esistono quasi più, sostituite da bivacchi di assessori; il vostro partito non solo non partecipa alla costruzione reale di lotte di opposizione ma attacca chi lo fa e al più cerca di ricondurre le lotte nel recinto della "critica costruttiva" al governo. Il partito di lotta e di governo nel governo "di lotta e di mediazione" esiste solo sulla carta sporcata d'inchiostro dai Sansonetti, dalle Rina Gagliardi, dai Cremaschi.
Volendo capire cosa è oggi Rifondazione, dopo pochi mesi di governo, basta guardare a un episodio riportato ieri dai giornali. Bertinotti accoglie alla Camera il cardinale Ruini per mostrargli con orgoglio il presepe, simbolo di fede e cristianità, che ha fatto montare in parlamento. Il cardinale viene rassicurato da Bertinotti sull'approvazione della Finanziaria (che rafforza quel capitalismo che le gerarchie ecclesiastiche ammoniscono moralmente e di cui godono finanziariamente). L'idillio tra il "comunista" che ha iniziato una ricerca religiosa (per meglio trovare la porta d'ingresso del Palazzo) e il cardinale (campione di anti-abortismo e omofobia) è completo. Alla fine - secondo le cronache compiaciute di tutta la stampa borghese - Bertinotti pone al prete una domanda riportata con la dovuta enfasi nei titoli dei giornali: "si dice presepe o presepio?" Pare che sua eminenza abbia risposto che si può dire in entrambi i modi. L'importante, evidentemente, è stare nel presepe a fare le statuine mentre preti e padroni governano.

 

DOPO LA FINANZIARIA: L’OPPOSIZIONE ALL’AGENDA 2007 DEL GOVERNO

di Antonino Marceca

La Finanziaria per il 2007 ha concluso nei tempi stabiliti il suo iter parlamentare, senza ombra di dubbio si è trattato di una enorme ripartizione di capitali a favore della classe dominante, un enorme flusso di denaro indirizzato alle imprese sotto le varie voci: cuneo fiscale, fondo per l’innovazione, per la produttività, per la competitività, credito di imposta, rifinanziamento dell’industria bellica, fondi pensione, ecc. La materializzazione di una politica indirizzata al rilancio, con il sostegno statale, del capitalismo italiano nei mercati internazionali.
Una manovra finanziaria e una politica estera sostenute nel paese e votate in parlamento non solo dagli azionisti del Partito democratico ma anche dai Partiti della sinistra di governo – Verdi, Pdci, Prc – comprese le loro aree critiche. Per i lavoratori e le masse popolari la manovra si tradurrà in un netto peggioramento delle condizioni di vita: per l’aumento della tassazione e delle spese, per le ricadute in termini di tagli alla scuola e alla sanità pubblica, per i tagli ai servizi essenziali e sociali.
Dopo il carteggio tra il premier Romano Prodi e il segretario dei Ds, Piero Fassino, tra un conclave dei ministri previsto a Caserta per il 12 gennaio e un vertice tra i segretari di partito, l’esecutivo delinea i contorni dell’azione di governo per i prossimi mesi: l’agenda 2007, come ama definirla Romano Prodi.

L’agenda di Prodi

Le nuove priorità dell’agenda economica del governo riguardano temi cruciali: le liberalizzazioni dei servizi pubblici e dell’energia, le privatizzazioni e la già preventivata riforma delle pensioni.
L’agenda prevede “un’accelerazione, un cambio di passo, una fase due”, coerente con il percorso di politica economica iniziato con il Dpef, la manovrina d’estate e la Finanziaria per il 2007.
In tema di privatizzazioni e liberalizzazioni sul tavolo ci sono non solo il disegno di legge che conferisce al governo un’ampia delega a rivedere liberalizzando l’intera normativa sull’elettricità e il gas, ma anche la proposta di legge Lanzilotta sui servizi pubblici essenziali. Una legge che, se approvata, conclude un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi essenziali iniziato con l’art. 35 della Legge Finanziaria per il 2002. Il punto finale per le residue possibilità di gestione pubblica di tutta una serie di servizi pubblici essenziali: dai rifiuti, ai trasporti pubblici locali, alle farmacie comunali, ecc. La proposta di legge Lanzilotta non interviene sulla gestione del servizio idrico ma l’esperienza pugliese, dove ogni ipotesi di ripublicizzazione del sistema idrico è stato stoppato dallo stesso presidente Vendola, parla da sé.
Accanto ai servizi pubblici essenziali e all’energia sono presi di mira anche grandi aziende strategiche quali Alitalia, Tirrenia e Fincantieri. Per i primi due a giustificazione della privatizzazione si invoca lo stato di crisi, ma a dimostrazione della natura ideologica e speculativa di tutta l’operazione è la proposta di privatizzare Fincantieri, un’azienda con bilanci positivi e non indebitata con le banche.
Infine, ma non per gravità, completa il quadro il decollo dei Fondi pensione con il Tfr dei lavoratori, attraverso il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso, congiunto all’annichilimento del sistema pensionistico pubblico e all’innalzamento dell’età pensionabile.
La politica economica e sociale del governo si combina con la politica estera multilaterale che ha per protagonista il ministro D’Alema. Una politica imperialista che nel quadro europeo segue, congiuntamente alla Spagna, la Francia e la Germania. Nella periferia capitalistica, il dominio militare statunitense determina una politica a geometria variabile: lo sganciamento dall’Iraq segna una ritrovata autonomia, la permanenza in Afghanistan porta il segno della collaborazione con la Nato e gli Usa, la missione in Libano, conseguente all’impantanamento statunitense in Iraq e alla sconfitta Israeliana in Libano, segna infine il protagonismo nazionale.

L’affondo di Montezemolo

La Confindustria di Montezemolo ha maturato la convinzione che nel quadro politico dato dal governo di centrosinistra è possibile ottenere, dal governo e dai sindacati concertativi, quanto richiesto dalle imprese. Da qui un crescendo di richieste, non prima di aver chiarito che la legge Biagi non si tocca, tutte indirizzate a spremere ulteriormente il lavoro salariato: orari, salari, contratti. La proposta è quella di un nuovo Patto per la produttività.
Sugli orari, malgrado la presenza nel territorio di un sindacato troppo spesso accondiscendente alle richieste padronali, Confindustria chiede una gestione unilaterale, un potere totale sugli orari, senza più trattare con le Rsu aziendali. Su salari e contratti l’intendimento padronale mira a svuotare il contratto nazionale eliminando quello che ancora permane in termini di garanzie minime nelle diverse condizioni territoriali e aziendali. L’obiettivo è la diversificazione salariale a livello aziendale, territoriale e finanche individuale: l’atomizzazione della classe.
Ma lungo il percorso dalla fase uno alla fase due non erano stati previsti i fischi degli operai di Mirafiori indirizzati ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e finanche al presidente della Camera Bertinotti, fischi motivati da un netto dissenso sulla manovra finanziaria e le pensioni. Quei fischi indicano un distacco dei lavoratori dalla burocrazia sindacale e dai partiti della sinistra di governo. Un imprevisto che burocrazia sindacale, governo e padronato cercano immediatamente di delimitare coscienti del fatto che se a fine 2006 il 42.1% dei contratti era ancora in attesa di rinnovo, nel maggio 2007 tale percentuale raggiungerà il 61.1%.
Da qui la precipitosa chiusura di due vertenze che per la loro rilevanza erano suscettibili di mettere in crisi la pace sociale: Ferrotranvieri e Call Center. Due contratti con poche luci e molte ombre. Nel caso dei Ferrotranviari a fronte di un aumento salariale medio di 102 euro si propone “di insediare da gennaio 2007 un tavolo di lavoro che nel termine di tre mesi definisca i cardini fondamentali per la regolamentazione di un compiuto processo di liberalizzazione del settore fondato sulla concorrenza per il mercato”.
Nel caso dei lavoratori dei Call Center se da un lato si parla di assumere a tempo indeterminato i precari del gruppo Cos dall’altro li si assume con orari a part time di 4 ore, con salari di 550 euro al mese e orari flessibili, una condizione invivibile. Un accordo giustamente respinto a maggioranza dai lavoratori di Atesia, che chiedono contratti a tempo pieno e turni fissi: una risposta di civiltà e di dignità alla proposta di Montezemolo.

Il nostro intervento nella prossima fase

La prospettiva del nostro intervento nella prossima fase rimane la costruzione di una vertenza unificante sostenuta dallo sciopero generale contro il governo e il padronato.
Proprio per avanzare in questa prospettiva di lotta è necessario individuare alcuni priorità di intervento nel quadro di un programma di rivendicazioni transitorie.
Non c’è dubbio che deve essere data priorità alla lotta per l’abrogazione delle leggi precarizzanti (dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi, dalla Turco Napoletano alla Bossi Fini) che investono sia lavoratori italiani che immigrati, mentre fin da gennaio in coincidenza con la campagna truffaldina dei sindacati concertativi per il lancio dei Fondi pensione deve essere avviata una campagna per la difesa e la reintroduzione delle pensioni pubbliche a retribuzione, adeguatamente rivalutate, e del Tfr, salario differito dei lavoratori. Questa difesa deve essere associata alla costruzione nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari di “Comitati per la difesa delle pensioni pubbliche, del Tfr e contro la precarietà” proprio perché la precarietà è ormai e sempre più la condizione di esistenza dei lavoratori e delle masse popolari.
Altro punto centrale è la lotta contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici essenziali e di aziende strategiche come Alitalia, Tirrenia e Fincantieri. Nel corso stesso della lotta contro l’azione privatizzatrice dei governi, nazionale e locali, deve essere rilanciata nei sindacati, nei comitati degli utenti, tra i lavoratori la rivendicazione della nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo operaio.
Infine sul terreno della politica più strettamente sindacale non solo dobbiamo contrastare tutte le ipotesi di nuovo patto sociale – per il pubblico impiego, per la produttività – ma dobbiamo fare una battaglia nella Rete 28 aprile in Cgil e nel sindacalismo di base perché sia superato un atteggiamento di pura pressione sul governo.
Strettamente combinata alla lotta contro la politica sociale ed economica del governo deve continuare la nostra opposizione all’imperialismo, a partire da quello di casa nostra, nel quadro di un rilancio dell’internazionalismo proletario. Una lotta che coglie nella richiesta di chiusura delle basi Nato e nel ritiro dei militari italiani dall’Afghanistan, dal Libano e da tutti i paesi in cui sono presenti una sintesi rivendicativa immediata.




Vicenza: una grande manifestazione contro la base Nato
Per una mobilitazione nazionale contro le basi militari

Riccardo Bocchese

La nuova base di guerra progettata dagli strateghi del Pentagono, che dovrebbe sorgere presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza, è stata definita testualmente dal ministro Parisi “coerente e compatibile con le politiche militari del governo”.
La mobilitazione che ha prodotto questo progetto, avviato già con il governo Berlusconi ma proseguito in perfetta sintonia col nuovo governo Prodi, ha portato lo scorso 2 dicembre oltre ventimila persone a scendere in piazza, lungo un percorso di 8 Km, dalla caserma Ederle all’aeroporto Dal Molin, e a urlare il loro No. Una mobilitazione che per la città di Vicenza forse non ha precedenti e che è cresciuta pian piano col diffondersi delle notizie e delle assemblee sul territorio, coi presidi durante i consigli comunali, con la costituzione di numerosi comitati cittadini nei diversi quartieri e nei comuni limitrofi e con l’organizzazione di tre manifestazioni locali di volta in volta più partecipate.
La partecipazione e l’indignazione sempre più massiccia di associazioni, sindacati di base, comitati sorti spontaneamente, hanno fatto sì che questa volta il problema non riuscisse a mantenersi nelle stanze della politica istituzionale. Questo è avvenuto nonostante la burocrazia sindacale della Cgil e i Ds abbiano provato in tutti i modi a frenare la protesta crescente, cercando di incanalarla in un rivolo istituzionale con la richiesta di un referendum cittadino, proposta che ha trovato sponda da parte di tutti i partiti di centrosinistra.

Imbrogli e ricatti governativi

Ma l’imbroglio tentato in un primo momento – e cioè l’indicazione, da parte del ministero, che il parere della città sarebbe stato vincolante – è apparso da subito un semplice tentativo da parte del governo di centrosinistra di addossare le proprie responsabilità alla giunta cittadina di centrodestra. Il consiglio comunale ha espresso il proprio parere favorevole al progetto Dal Molin, pur con alcuni piccoli distinguo, in una serata in cui almeno un migliaio di cittadini erano in Piazza dei Signori ad inaugurare la protesta rumorosa per almeno sei ore, con pentole e coperchi.
A quel punto la protesta si è indirizzata a chi veramente deve decidere e assumersi le responsabilità: il governo. L’assemblea permanente contro il progetto Dal Molin e tutte le servitù militari ha deciso un’altra protesta “rumorosa”, questa volta davanti al ministero della difesa a Roma.
La data indicata era venerdì 24 novembre. La data è stata annunciata con ampio margine di circa un mese anche al Prefetto al quale si è chiesto un incontro col ministro Parisi. Ma questa data è evidentemente apparsa scomoda al Ministero, come scomoda sarebbe stata una protesta di piazza con oltre un centinaio di persone di Vicenza che già avevano acquistato il biglietto per il treno e che a Roma avrebbero trovato diversi soggetti politici e sindacali ad accoglierli e ad accompagnarli nella protesta in giorni particolarmente caldi in Parlamento (mercoledì 22 un emendamento del centrodestra al senato veniva respinto per un solo voto).
Arrivava così, quarantotto ore prima della manifestazione, la telefonata della segreteria di Parisi che offriva un ricatto: “Il ministro Parisi incontrerà una delegazione dei comitati la sera di giovedì 23 novembre a condizione che la manifestazione del 24 venga sospesa”.
L’assemblea permanente, pur con alcune opinioni contrarie tra le quali quella di noi compagni di Progetto Comunista (ora PdAC), ha accettato il ricatto con la motivazione che è la prima volta che un comitato viene riconosciuto a livello istituzionale, con la possibilità (illusoria) di divenire interlocutori. Dalle persone che sono andate a rappresentare il comitato giungevano ampie “rassicurazioni” sul fatto che a Roma si sarebbe potuti andare dopo aver sentito Parisi (annunciavano già la data del 16 dicembre).
Il prezzo da pagare per la mancata manifestazione romana è stato alto: la questione che fino ad ora aveva avuto un risalto soprattutto locale, è rimasta confinata attorno alla città di Vicenza, non diventerà una questione nazionale contro l’apertura di nuove basi militari e per la chiusura e la riconversione di quelle già presenti. Da Parisi solo il ripetersi dell’inutile ritornello: la questione non è ancora decisa, i cittadini delle comunità locali devono esprimersi.

Contraddizioni

Le contraddizioni del centrosinistra emergono ogni giorno di più: prima al “solito convegno” organizzato dalla Cgil (che non voleva disturbare con una manifestazione a Roma…) dove sono arrivati parlamentari di tutto lo schieramento del centrosinistra e, successivamente, in occasione della stessa manifestazione nazionale del 2 dicembre.
Quest’ultima è stata così ben preparata attraverso dibattiti e incontri organizzati in tutta la provincia e la regione (ma anche in altre regioni) che la campagna di criminalizzazione messa in atto dal centrodestra – ma anche dalla parte moderata dei diessini, che con la loro segretaria provinciale dichiaravano questa essere una “manifestazione di criminali” – non è servita e ha costretto tutti, buoni ultimi quelli della Cgil (che hanno fatto un loro corteo partendo dallo stadio anziché da viale della Pace e che poi si sono fermati appena fuori dal centro storico, ben prima dell’aeroporto Dal Molin) a partecipare se non altro singolarmente (bandiere dei Ds non c’erano anche se in molti con lettere ai giornali pubblicizzavano la loro adesione).
Numerosi anche qui i parlamentari del centrosinistra, in rappresentanza di tutti i partiti di governo che nei giorni successivi si sono visti sbeffeggiati e sbugiardati anche dal quotidiano locale Il giornale di Vicenza che, mettendo a confronto le due manifestazioni nazionali, quella della destra a Roma e questa di Vicenza, si chiedevano perché questi deputati e senatori del centrosinistra, che avrebbero la possibilità di battere i pugni in parlamento (cosa che non fanno), di fatto sceglievano invece di sfilare in passerella concedendosi ai fotografi e ai giornalisti…
Contraddizioni che risaltano ancor più andando a spulciare tra i numeri della legge Finanziaria.

La Finanziaria di guerra

Tra le tante spese che questa Finanziaria taglia, c’è una voce di spesa che va in controtendenza e che sale. E’ la spesa militare. Una spesa che cresce addirittura del 5% rispetto all’ultima finanziaria del governo Berlusconi. 12 miliardi e 437 milioni di euro dai quali, come se non bastassero, sono esclusi i costi delle missioni all’estero (circa un altro miliardo di euro). Ma c’è di più. Carlo Bovini, su Repubblica, denuncia la presenza anche di un “Fondo per il sostegno dell’industria nazionale ad alto contenuto tecnologico”, dove per alto contenuto tecnologico deve leggersi “ricerca militare” e per industria nazionale “Finmeccanica”, industria per un terzo proprietà dello Stato, specializzata anche nel settore degli armamenti dove opera in regime sostanziale di monopolio per il mercato interno. Si tratta di un fondo che prevede oltre quattro miliardi di euro nel prossimo triennio: importi stratosferici che fanno chiedere al giornalista se a decidere sull’entità della spesa militare siano i ministri e il parlamento o non invece gli stati maggiori. “O, ancora – scrive Bovini – se a portare per mano gli uni e gli altri non sia l’industria degli armamenti. Un fatto è certo, i capi di Stato maggiore delle nostre forze armate hanno tolto l’uniforme per entrare senza soluzione di continuità nel top menagement delle società di Finmeccanica. Una legge dello Stato lo vieterebbe. Aggirarla è diventata una prassi”.

La mobilitazione paga

A manifestazione terminata noi compagni del collettivo di Vicenza di Progetto Comunista – Rol (ora PdAC) durante le riunioni dell’Assemblea Permanente, abbiamo evidenziato che risultati concreti, negli ultimi mesi di mobilitazione, ci sono stati in particolar modo quando la lotta era riuscita ad uscire dalle stanze istituzionali (interrogazioni parlamentari, richieste di referendum, appello a questo o quel politico o parlamentare o Prefetto). Il primo risultato, l’attenzione da parte del governo, è arrivato dopo la mobilitazione che voleva portare la protesta a Roma (risultato che è stato soffocato dal ricatto, purtroppo accettato, di un incontro col ministro Parisi in cambio della soppressione della manifestazione).
Il secondo risultato significativo è stata la mobilitazione di migliaia e migliaia di persone che, su un tema così grande come la guerra, gli armamenti e le basi, hanno voluto far sentire la loro voce, a dispetto di chi, forze politiche moderate e burocrazia sindacale concertativa della Cgil, ha sempre tenuto un basso profilo aderendo all’ultimo momento e con piattaforme politiche diverse alle manifestazioni e proponendo referendum e convegni vetrina.
Del resto la Difesa Usa ha già messo sul proprio sito il bando per la costruzione della nuova base al Dal Molin (nonostante il ministro Parisi continui a ripetere che il governo non ha deciso e che questa è un’iniziativa solo americana…) e già oltre trenta sono le ditte che si offrono per i lavori. Tra queste si trovano sì grandi multinazionali come per esempio la Telecom (evidentemente non pensano sia un progettino dal quale il governo possa far marcia indietro) ma si trova anche qualche cooperativa rossa emiliana.
Noi compagni del PdAC abbiamo rivendicato, insieme ad altri soggetti, la Rdb Cub e altri singoli, la necessità di riportare a Roma la protesta e di farlo nei giorni in cui la cosa avesse potuto creare scompiglio, come quelli durante i quali al senato si è discussa la fiducia alla finanziaria.

L’egemonia dei “Disobbedienti” nella lotta dei comitati

Nell’Assemblea Permanente le anime che maggiormente hanno gestito l’organizzazione e l’attività dei comitati, anche grazie a una maggior organizzazione e maggiori risorse finanziarie, sono stati “Il capannone” (che fa capo ai centri sociali del nordest) e alcuni esponenti dei Verdi. Da parte di questi soggetti c’è stato un rifiuto, dopo la clamorosa riuscita della manifestazione del 2 dicembre, di “disturbare il governo”. E’ stata espressa, in alternativa, la volontà di promuovere dal mese di gennaio fino a marzo, una sorta di referendum auto-gestito, e di continuare con le manifestazioni locali di informazione.
Iniziative queste che appaiono deboli e che non indicano nel governo il responsabile primo del progetto di costruzione della nuova base militare Usa. Iniziative tanto più sospette in quanto appaiono come un tacito “non disturbiamo il governo”, proprio nel momento in cui da una parte, nella piazza, c’è stata un fortissima mobilitazione, e dall’altra, al governo, c’era la preoccupazione per nuove questioni che potessero mettere in discussione la fragile maggioranza.
Gli esponenti dei Verdi e del centro sociale che qui a Vicenza li sostiene, prima durante i giorni critici dell’approvazione della Finanziaria e ora in previsione delle prossime elezioni provinciali di maggio, hanno decisamente rivelato la loro sostanza filo-governativa abbassando il livello dello scontro proprio nel momento in cui più alta era la tensione e l’attenzione sulla vicenda.

Vicenza, 18 dicembre 2006



Nasce il Partito di Alternativa Comunista

 

 

Francesco Ricci

 

Riportiamo brani dell'intervento di chiusura del congresso, tenuto da Ricci a nome del Comitato Centrale uscente di Pc Rol. Sul nostro sito web saranno pubblicati gli atti completi del congresso costitutivo del PdAC.

 

 

Non amo fare notazioni personali negli interventi: e dunque non ne farò nemmeno stavolta. Se dico infatti che in un quarto di secolo di militanza trotskista non ho mai partecipato a un congresso più bello di questo, credo di esprimere la sensazione di tanti di noi. Un congresso bello non solo per lo spirito elettrico, di entusiasmo contagioso che lo attraversa, ma anche per l'altissimo livello del dibattito. Mi piace ricordare qui, tra i tanti, l'intervento di un giovanissimo compagno di Matera -qualcuno mi ha chiesto quanti anni abbia: ne ha soli diciotto - che, a braccio, ha espresso con grande capacità argomentativa il senso della nostra battaglia. Se un compagno così giovane fa un intervento simile significa che abbiamo costruito qualcosa di importante.

 

Uno sguardo indietro

 

Diversi compagni hanno ricordato i due congressi a cui alcuni di noi hanno partecipato proprio un anno fa sempre qui a Rimini: il congresso di scioglimento dell'Amr Progetto Comunista (a gennaio) e il congresso fondativo di Pc Rol (a febbraio). Perché il pensiero è tornato a quel periodo? Adesso possiamo dircelo: perché in quei mesi abbiamo rischiato di essere travolti, e con noi quanto era stato accumulato in quindici anni di battaglia nel Prc. E se c'è spesso una punta di astio verso certi personaggi come i Ferrando e i Grisolia è perché giustamente si vede in quelle figure i massimi responsabili di una disfatta possibile - ancorché scongiurata.
La crisi del vecchio Progetto Comunista e la sua scissione hanno avuto cause soggettive ed oggettive (e anche alcune che definirei semplicemente psichiatriche...). La vecchia sinistra di Rifondazione è stata travolta da quella che i compagni della Lit definiscono la "alluvione opportunista" che ha distrutto tante altre organizzazioni nel mondo in questi anni. L'elemento primario di quella deriva opportunista era certo venuto dalle pressioni enormi che Progetto Comunista ha subito in quindici anni di battaglia entrista in un partito riformista; una pressione moltiplicata dall'ingresso al governo del Prc. (...)
Come frazione di sinistra del vecchio Progetto Comunista, facevamo due previsioni: primo, il blocco costruitosi attorno a Ferrando per contrastarci non sarebbe durato a lungo, essendo privo di basi politiche; secondo, l'abbandono da parte di quel blocco dei principi politici e organizzativi del leninismo (per abbracciare una concezione menscevica del partito, come struttura lassa, senza distinzione tra militanti e semplici simpatizzanti) avrebbe portato alla distruzione di Progetto Comunista e noi dovevamo muoverci subito per non restare sotto le macerie del ferrandismo. Ora è evidente che non ci sbagliavamo. Il blocco di Ferrando è andato in pezzi poche settimane dopo: una parte è rimasta in Rifondazione a chiedere poltrone e il resto, il cosiddetto Pcl, con le sue basi opportuniste e vaghe (i "quattro punti), lungi dall'essere facilitato nel formare un'aggregazione larga (in quanto non si richiede nulla per essere considerati militanti, né impegno personale né condivisione di un programma reale) ha solo portato a un accumulo esplosivo di contraddizioni che li ha costretti a rinviare a tempi migliori persino il congresso fondativo. (...)

 

Un anno fa ci dicevano: "durerete un mese"...

 

Erano in molti a farsi beffe di noi e della nostra scissione dal Prc un anno fa. Ci dicevano: "durerete un mese". Noi siamo qui, in questo congresso bellissimo, pieno di operai e di giovani, e loro dove sono finiti.
Il Prc è ormai l'incarnazione della nota formula leniniana della socialdemocrazia come "agente della borghesia in seno al movimento operaio". Il suo ruolo è di smobilitare le lotte, anche talvolta partecipandovi per mettere la museruola del governo.
Per sopravvivere - in mezzo a sedi territoriali che chiudono e a iscritti in fuga - provano a ricorrere alle formule di Rina Gagliardi che assicura che il Prc "è un partito di lotta e di governo in un governo di lotta e di mediazione". Una definizione che ha un bel suono ma che al momento pare non convincere né i militanti del Prc (tanto che la segreteria nazionale discute della necessità di istituire un "gruppo di contatto" che "spieghi ai militanti quanto di buono stiamo facendo al governo") né fuori dal Prc, dove gli operai di Mirafiori definiscono - con precisione scientifica, direi - Bertinotti un "traditore".
Quanto a Essere Comunisti, la più grande minoranza del Prc, si è praticamente sciolta. A scaglioni i suoi dirigenti sono rientrati in maggioranza, tanto che i bertinottiani possono vantare in vista del prossimo congresso organizzativo una maggioranza dell'85% del gruppo dirigente. La loro opposizione ha avuto breve durata: hanno votato le missioni militari e la Finanziaria e ora spettano tempi migliori.
La stessa cosa si può dire dell'altra minoranza del Prc, Erre-Sinistra Critica (la sezione del Segretariato Unificato). Anche la loro previsione sulla nostra durata non superava le poche settimane di sopravvivenza. Mentre noi siamo qui a fondare un nuovo partito loro aspettano la conferenza organizzativa del Prc e nel frattempo votano la Finanziaria dei banchieri sperando - come ha dichiarato Turigliatto - "un futuro ravvedimento del gruppo dirigente bertinottiano". (...)

 

Una battaglia per guadagnare la maggioranza tra le avanguardie, per crescere

 

Ma se critichiamo puntualmente le politiche di queste aree non è certo per un gusto polemico. E' perché sappiamo che la costruzione del partito comunista necessita anche delle forze di tanti militanti che ancora sono intrappolati in quelle organizzazioni. A loro diciamo: sviluppiamo una battaglia comune contro il governo, le sue politiche, il suo prossimo attacco alle pensioni. Ma diciamo anche: vedete bene che i vostri gruppi dirigenti non hanno alcuna intenzione di partecipare a questa lotta perché sono ormai stati risucchiati dalla prospettiva governista: valutate allora se il vostro posto non è piuttosto in questo nuovo partito che oggi nasce e le cui porte sono spalancate per tutti i militanti onesti che realmente credono nella necessità di rovesciare il capitalismo e sanno che senza un partito ogni lotta futura sarà destinata alla sconfitta.

 

Sulle spalle di giganti

 

Questo nuovo partito noi lo iniziamo a costruire oggi su principi programmatici e organizzativi che non abbiamo inventato noi e in questo senso, per dirla con Newton, noi siamo nani seduti sulle spalle di giganti, e solo per questo riusciamo talvolta a guardare lontano. I nostri giganti sono i dirigenti noti e i militanti meno noti del bolscevismo, e poi dell'Opposizione di sinistra allo stalinismo, della Quarta Internazionale. E' sfruttando l'esperienza e il sacrificio di migliaia di militanti rivoluzionari degli anni scorsi che noi possiamo andare avanti.
Le Tesi e lo Statuto che abbiamo approvato ieri in questa sala non vogliono essere due testi da mettere poi in soffitta ma uno strumento vivo di intervento nelle prossime lotte. Il lavoro che ci aspetta è tantissimo, siamo solo all'inizio. Dovremo rafforzare le nostre strutture locali, ancora deboli. Dovremo strutturare il nostro lavoro, dividendo i compiti tra tutti i militanti. Dovremo saperci espandere, arrivando in città dove ancora non siamo presenti. E per fare questo abbiamo già strumenti preziosi e unici nel panorama della sinistra italiana: un giornale e un sito web di alto livello (possiamo dircelo senza modestia), a cui collaborano non intellettuali d'accademia ma militanti. Dovremo aprire nuove sedi periferiche; avremo necessità di incrementare per fare tutto questo il nostro autofinanziamento, che già ha peraltro raggiunto buoni livelli: grazie all'impegno costante di tutti gli iscritti.

 

Lo spazio politico nello scenario nazionale e internazionale

 

Lo scenario politico internazionale e nazionale, che è stato ampiamente analizzato nelle relazioni di Antonino Marceca (introduttiva alla sessione politica) e di Valerio Torre (che ha aperto il dibattito sulla nostra collocazione internazionale) non sono certo paragonabili alla situazione politica in cui nascevano i partiti comunisti negli anni Venti, sull'onda della rivoluzione d'Ottobre. Ma non è nemmeno uno scenario pacificato. Anzi: dall'insurrezione di Oaxaca alla attuale vittoria sul campo - che potrebbe avere risvolti epocali - della resistenza irakena, il mondo continua ad essere attraversato da crisi, guerre e rivoluzioni. E' tra queste coordinate che noi navigheremo.
E in Italia l'attacco violentissimo che Prodi, in concertazione con Epifani e Bertinotti, prepara contro le pensioni produrrà (e già produce, si pensi a Mirafiori) una reazione dei lavoratori. Noi dobbiamo essere lì, contribuendo alla crescita della lotta. Questo è il senso delle proposte per la prossima fase che abbiamo discusso e su cui non torno qui. Prima tra tutte la promozione in ogni città di comitati a difesa delle pensioni pubbliche e contro le politiche precarizzanti del governo. (...)
Questo governo di fronte popolare preventivo (che mira cioè a disinnescare le lotte) avrà nel medio-lungo periodo effetti devastanti. Ma nel breve-medio periodo contribuisce, involontariamente, alla crescita e al disincanto dei settori di avanguardia più combattiva. Il nostro compito è costruirci lì in mezzo. Sapendo che non abbiamo concorrenti politici perché nessuno vuole oggi costruire in Italia un partito rivoluzionario, cioè trotskista: e questo significa che nessuno vuole costruire nemmeno un partito di reale opposizione al governo della borghesia, in quanto le due cose si intrecciano indissolubilmente.

 

Siamo sezione di un partito internazionale

 

Questo partito lo abbiamo fin da subito iniziato a costruire tanto sul piano nazionale come su quello internazionale. In una sessione specifica del congresso abbiamo discusso in termini approfonditi di questa nostra battaglia per costruire l'Internazionale dei comunisti, cioè della battaglia per la ricostruzione della Quarta Internazionale. Non è solo una petizione di principio: è sapere che solo così potremo superare le nostre debolezze nazionali, in un processo di costruzione e di confronto continuo con i militanti rivoluzionari di altri Paesi, costruendoci come un unico partito mondiale.
La nostra adesione alla Lega Internazionale dei Lavoratori (Lit) ha questo significato. La presenza qualificata dei principali dirigenti della Lit, di tante sue sezioni, europee e latinoamericane, a questo congresso è quindi per noi non solo motivo di orgoglio ma sostiene anche la nostra convinzione che in questo modo, per questa via, riusciremo a farcela nonostante le difficoltà: perché non può esistere un partito rivoluzionario in un Paese solo.

 

Oggi l'orgoglio e la soddisfazione, da domani nuove durissime battaglie

 

Cari compagni, care compagne, tra noi, a differenza che in altre organizzazioni, nessuno si crede Napoleone... anche se un pizzico di follia è indispensabile per essere rivoluzionari... Siamo consapevoli della pochezza delle nostre forze e di quanto siano ancora inadeguate le nostre strutture di fronte ai compiti giganteschi che ci poniamo. Non è dunque retorica se diciamo che questo congresso è un atto storico. Non è certo la prima volta che nasce un partito che si richiama in qualche modo al comunismo. Ma è certo la prima volta in Italia dopo gli anni Trenta che si tiene il congresso costitutivo di un partito indipendente che si richiama al programma fondamentale della rivoluzione internazionale, cioè un partito trotskista ed è la prima volta che ciò avviene in un contesto che permette di ritenere l'impresa realizzabile.
E' per questo che almeno per oggi - da domani dobbiamo tornare al lavoro - in questa bellissima giornata possiamo concederci una legittima soddisfazione e commozione. E' per questo che qui dentro siamo oggi tutti animati da quello che Moreno definiva "orgoglio di partito". Siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto e di quello che, ne siamo certi, sapremo fare.

Viva il Partito di Alternativa Comunista! Viva la Lit! Viva la Quarta Internazionale!

 

 

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