Partito di Alternativa Comunista

Mussi: giù le mani dall’università!

Il ministro taglia ulteriormente le risorse universitarie: è ora di dire basta!

 

Giuliano Dall'Oglio

 

 

Nuovo governo, stessa musica. Il governo fronte-populista di Prodi ha scelto il suo ministro dell’università: Fabio Mussi. E per gli studenti universitari mala tempora currunt.

 

Il ministro taglia…

 

Ma analizziamo i provvedimenti messi a punto da Mussi: prima di tutto ha attuato la riforma 1+4 che prevede lo sbarramento nei confronti di coloro che dopo il primo anno di università non finiscono gli esami; si tratta del 90% degli studenti che per, poter continuare gli studi, si ritroveranno a cercare un lavoro che non c’è. Per quanto riguarda gli atenei è stato deciso un taglio del 10% delle spese di gestione e resa possibile la scelta diversificata dei crediti. Se questa a prima vista potrebbe sembrare una concessione di autonomia nei confronti degli atenei, in realtà segna una linea discriminante che va a delinearne una differenziazione netta ed ingiusta.

Ma l’inventiva del ministro Mussi non si ferma qui. Non solo ha già attuato un aumento delle tasse universitarie, ma ha accelerato il passo per quel che riguarda i tagli, eliminando il 20% dei fondi destinati all’università e tagliando ancora del 37% le già esigue risorse destinate alla ricerca. Su quest’ultimo argomento lo stesso ministro aveva affermato che sarebbero stati stanziati 110 milioni di euro in più per la ricerca: le bugie di Pinocchio sembravano più credibili. Contro le abominevoli scelte del ministro dell’università ci dev’essere una grande risposta da parte degli studenti che non può essere altro che l’occupazione a tempo indeterminato di tutti gli atenei.

Proprio i giovani vedono il loro futuro minacciato sia dalle leggi precarizzanti approvate dai diversi governi che si sono succeduti nel nostro paese (vedi pacchetto Treu e legge Biagi), sia dai tagli alla ricerca che stanno causando una fuga di cervelli all’estero dove ci sono più investimenti; inoltre i giovani per mantenersi agli studi sono costretti ad accettare qualunque tipo di lavoro, magari in nero e senza garanzie di alcun tipo. Un’altra forma di sfruttamento è il lavoro a tempo determinato che per i giovani si traduce molto spesso in apprendistato malpagato senza alcun contributo assicurato e che non porta ad un lavoro sicuro. Ma il dato ancora più preoccupante arriva dall’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che ha recentemente pubblicato un rapporto sulla disoccupazione giovanile mondiale. Per quanto riguarda i giovani compresi tra la fascia 15-24 anni la disoccupazione è aumentata dai 74 milioni nel ’95 agli 85 milioni nel 2005 e il dato ancora più sconcertante è che la disoccupazione giovanile costituisce il 44 per cento della disoccupazione presente nel mondo.

 

…i giovani non staranno a guardare!

 

Nonostante tutto i giovani hanno dimostrato di essere pronti alla lotta contro un futuro meno precario anche a livello europeo come dimostrano le proteste contro il Cpe in Francia, oppure le contestazioni fatte nei confronti del ministro dell’economia Padoa-Schioppa che ha deciso, all’interno di una finanziaria lacrime e sangue, di toccare anche le pensioni, innescando le aperte contestazioni degli studenti di Torino e Catania. Ma tutte le lotte non sfoceranno mai in nulla di costruttivo e reale se non avranno una vera guida rivoluzionaria. È per colmare questa lacuna che il PdAC si sta impegnando per costruire un partito realmente rivoluzionario e che possa portare all’edificazione socialista della società ed alla liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalista in Italia e nel mondo. Il capitalismo offre solo sfruttamento, miseria e disoccupazione; il PdAC, essendo un partito marxista rivoluzionario, offre ai lavoratori, agli studenti e a tutte le realtà vittime del giogo capitalista l’unica vera alternativa, quella comunista, e s’impegna fin da subito a lottare a fianco degli studenti, degli immigrati e di tutti i lavoratori (precari e non).

 

La scuola pubblica (o … privata?) del ministro Fioroni

Per una mobilitazione studentesca a difesa della scuola pubblica

 

Elder Rambaldi

 

Durante gli anni del governo Berlusconi e della ministra Moratti il movimento studentesco (collettivi, associazioni e sindacati studenteschi) è riuscito a mobilitarsi attivamente contro le riforme di quel governo e ad assumere un piccolo potere nella sfera della politica.

Sapevamo però, noi di certo, che all’indomani dei risultati delle ultime elezioni politiche, il governo Prodi con il suo ministro cattolico all’istruzione Fioroni non avrebbe invertito la rotta; già dalle prime dichiarazioni era evidente che non si voleva abrogare la Riforma Moratti ma soltanto aggiustarla (non immaginiamo come!) e si intuiva che per gli studenti sarebbero stati questi anni ancora più difficili, anni in cui nulla sarà concesso per grazia del governo borghese di Prodi.

L’autunno appena passato infatti è stato funesto per il movimento studentesco: la principale organizzazione studentesca che guidava il movimento negli anni scorsi, l’Unione degli Studenti, ha tradito le aspettative del movimento fossilizzandosi nella discussione ai tavoli del "governo amico" ed abbandonando la lotta nelle piazze (anche l’appuntamento della giornata internazionale della mobilitazione studentesca si è trasformata in una farsa) e non c’è l’intenzione di riprendere la lotta nemmeno dopo gli ultimi evidenti attacchi alla scuola pubblica delle ultime settimane.

Il Ministro Fioroni ha cominciato la sua legislatura posticipando i tempi di attuazione della Riforma Moratti e non cancellandola come ci vengono a raccontare; ha innalzato poi l’età d’obbligo scolastico a 16 anni, sicuramente un atto dovuto. L’ultima finanziaria contiene una riduzione del personale non docente, un aumento di alunni per ogni classe, la diminuzione delle cattedre, una riduzione del numero di insegnanti di sostegno, stanziamenti largamente insufficienti per l’edilizia scolastica, sostegno alla politica dell’autonomia scolastica e, per finire, l’aumento dei fondi alle scuole parificate. Già questo panorama sarebbe stato sufficiente per ritornare alla lotta!

 

E ora le ultime news: le fondazioni!

 

Un decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri del 25 gennaio 2007 introduce la possibilità ai privati (imprese, banche, ecc…) di finanziare le scuole pubbliche: queste diventeranno perciò delle fondazioni dove chi finanzia ha il potere di determinare le scelte della scuola, trasformata in scuola-azienda, in competizione con le altre scuole-azienda. Le conseguenze più immediate sono: la deresponsabilizzazione dello Stato in una materia così importante come l’istruzione, l’introduzione di forti disparità tra scuole e tra territorio e territorio. Altre novità in arrivo sono contenute nel disegno di legge "Norme generali in materia di istruzione tecnico-professionale e di organi collegiali delle istituzioni scolastiche" che prevedono un accorpamento dell’istruzione tecnica e di quella professionale (appunto negli istituti tecnici-professionali) con una forte base d’insegnamento improntata sugli stage e sui tirocini; ricordiamo inoltre che le norme per quanto riguarda gli stage e l’alternanza scuola-lavoro sono del tutto insufficienti, presentano infatti grosse lacune riguardo alla tutela dello studente. Con questo disegno di legge gli istituti tecnico-professionali saranno "organicamente strutturati sul territorio attraverso stabili collegamenti con il mondo del lavoro" e quindi si introduce la possibilità per le istituzioni scolastiche di far partecipare agli organi collegiali e alla giunta esecutiva organizzazioni rappresentative del mondo economico, dando loro un peso nelle decisioni di rilevanza economico-finanziaria, nella gestione amministrativo-contabile e in quella delle risorse derivanti da donazioni o da altri contributi. Oltre all’applicazione reale della scuola-azienda, in sostanza il doppio canale d’istruzione morattiano e classista non viene disturbato, viene solo modificata la composizione di questi due canali: da una parte i licei, dall’altra gli istituti tecnico-professionali (con un conseguente abbassamento del livello scolastico).

 

Per una risposta di classe

 

È necessaria una risposta a questi attacchi frontali alla scuola pubblica; dobbiamo contrapporre a questa controriforma le nostre rivendicazioni: una scuola pubblica nazionale, indipendente dalle aziende private e totalmente gratuita, contro l’autonomia scolastica economica o didattica. Un percorso unitario per tutti gli studenti almeno fino ai 16 anni, massicci investimenti nell’edilizia scolastica e nella cultura in generale, abolizione dell’ora di religione e abolizione delle scuole paritarie. È venuta l’ora di muoverci, il Partito di Alternativa Comunista cercherà di spingere alla costruzione, fin da subito, di comitati studenteschi in difesa della scuola pubblica dove ci sia un’ampia discussione tra gli studenti che porti alla constatazione del fallimento delle politiche del Ministro Fioroni e delle strategie riformiste delle associazioni studentesche che siedono ai tavoli di questo loro Governo amico. Apriamo una nuova stagione di lotte studentesche, con manifestazioni e scioperi, anche territoriali.

 

Acqua privata? No, grazie!

Prodi ed il vizio delle privatizzazioni

 

Michele Rizzi*

 

I grandi interessi economici che si annidano dietro la gestione complessiva dell’acqua ormai non fanno più notizia…

 

L’inizio del processo di privatizzazione

 

Il processo di privatizzazione parte nel 1994 con la Legge Galli che permette agli enti locali la costituzione di società miste o Spa (anche a capitale pubblico, come nel caso dell’Acquedotto pugliese), che gestiscono l’acqua, rompendo con il monopolio delle municipalizzate. Il quadro è quello dell’entrata definitiva del capitale privato nella gestione degli stessi.
Da allora c’è stato un fiorire di società per azioni tra cui la Mediterranea delle Acque del gruppo Iride che fa capo ai comuni di Genova e Torino, la società Acque potabili a metà tra Smat e Comune di Genova, la romana Acea del Comune di Roma al 51% e per il restante privato, la Hera di Bologna, il già citato Acquedotto pugliese di proprietà della Regione Puglia e della Regione Basilicata, fino ad un totale di circa 550 Spa. Tutte queste ex municipalizzate sono riunite in un’associazione chiamata Federutility.

 

Alcuni esempi: Lombardia, Sicilia, Puglia

 

A Milano sta nascendo, dalle ceneri di società di servizi pubblici, una multiutility con l’Asm di Brescia (70% pubblica e 30% privata) e l’Aem di Milano (42,2% pubblica e 57,8% privata) che incorporerà anche la gestione del servizio idrico. In Sicilia, lo sfascio organizzato della gestione pubblica dell’acqua e l’alibi della siccità, favoriscono la privatizzazione. Le forze politiche siciliane di entrambi gli schieramenti hanno limitato gli investimenti per la ristrutturazione delle condotte e degli invasi, facendo sì, come accade anche per l’Acquedotto pugliese, che molta acqua andasse perduta.
I tanti enti pubblici che fino a qualche mese fa gestivano l’erogazione dell’acqua siciliana sono stati scalzati. Infatti, adesso, una gara d’appalto ha aggiudicato la gestione ai privati per 30 anni, nella fattispecie alla Società metropolitana Acque Torino e alla società Acque Potabili. Una conferenza di servizi dei comuni interessati all’erogazione dell’acqua a Palermo, ha visto anche il benestare alla privatizzazione del sindaco di Rifondazione comunista Bolognetta.
In Puglia l’ex presidente dell’Acquedotto pugliese, Riccardo Putrella, ha ingaggiato una dura battaglia che ha rimesso in discussione la gestione privatistica dell’Aqp. Lo scontro aveva come oggetto la richiesta di Petrella di eliminare la Spa per restituire l’acquedotto alla gestione diretta della Regione Puglia. Successivamente Vendola ha indotto alle dimissioni Petrella e l’ha sostituito con Ivo Monteforte, protagonista della privatizzazione della società dei servizi pubblici di Pesaro.

 

La nascita dei comitati "Acqua bene comune" ed il ruolo PdAC

 

La spinta privatizzatrice dei servizi pubblici di questo governo, rappresentata dal ministro per gli affari regionali Linda Lanzillotta (e dal suo decreto), dovrebbe riguardare anche la gestione del settore idrico, nonostante alcune fonti governative affermino il contrario. Sta di fatto che la mobilitazione dei comitati per l’acqua ha spinto il governo Prodi a ritardare questo processo. L’esecutivo ha costituito un comitato di ministri che punterà probabilmente a dilazionare la privatizzazione.
La fase delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni di questo Governo è ormai in fase avanzata. Localmente il business dell’acqua sta avendo un’accelerazione ampissima. Manca ancora una normativa nazionale che obblighi le società pubbliche alla loro trasformazione in società private. Il governo Prodi sta provvedendo a tal fine.
I comitati per l’acqua bene comune, pur avendo una piattaforma limitata, hanno comunque il pregio di rimettere al centro della discussione politica la necessità di una vertenza generalizzata sul territorio per la ripubblicizzazione dell’acqua e della sua gestione.
La costituzione di un comitato nazionale, all’interno del quale il PdAC è presente, si pone l’obiettivo di costruire un fronte unico di forze politiche e sociali che si contrappongano nettamente alle spinte privatizzatrici del governo Prodi. Il PdAC, che sta impegnando i suoi militanti in questa vertenza nazionale, ritiene assolutamente indispensabile spingere questo fronte unico ad un’opposizione netta e coerente nei confronti di questo governo e delle lobbies affariste ad esso collegate che vanno in direzione del controllo di un bene comune ed inalienabile nelle mani di pochi. L’escamotage che il governo vuole utilizzare come cavallo di troia per mettere mano alla privatizzazione è la separazione della proprietà dell’acqua (che rimarrebbe pubblica) dalla sua gestione (che andrebbe ai privati). Il PdAC, insieme ad altri movimenti ed associazioni, dice no anche alla gestione delle Spa, ancorché pubbliche, e continuerà la vertenza fino alla ripubblicizzazione di tutta l’acqua ed alla sconfitta del governo e dei suoi alleati confindustriali.

 

*Coordinatore provinciale Bat del comitato nazionale "Acqua bene comune"

 

Immigrati: continuiamo a lottare!

Costruiamo una grande mobilitazione unitaria contro il governo!

 

Leonardo Spinedi

 

 

Negli ultimi mesi le politiche antioperaie ed antipopolari del governo Prodi hanno conosciuto un'accelerazione su tutti i fronti: dal sostegno alle guerre imperialiste in Afghanistan e Libano alla pratica costante della guerra sociale in casa propria (le cui bombe intelligenti più devastanti si chiamano "finanziaria di rigore" e "scippo del Tfr") i lavoratori e gli sfruttati del paese stanno subendo un attacco senza precedenti attuato con la complicità della cosiddetta "sinistra radicale". Questa è sempre attenta a garantire -come da copione - la pace sociale, inquinando le proteste e cercando goffamente di tenere "il piede in due staffe", quella delle lotte e quella del governo di guerra che sostiene.
È un teatrino che è destinato a durare ancora per poco: i lavoratori - sia pur lentamente e tra mille contraddizioni- stanno iniziando a capire e, ciò che più conta, a mobilitarsi.

 

Gli immigrati e il governo

 

Il settore più avanzato in questo senso è stato sicuramente quello dei lavoratori immigrati, per continuità e radicalità di contenuti. Non è un caso: questo è infatti uno dei campi in cui il governo e la sinistra hanno gettato immediatamente la maschera, abbandonando da subito anche le rivendicazioni - del tutto insufficienti e minime- avanzate in campagna elettorale.
Una volta al governo, infatti, nessuno di questi burocrati traditori parla più di chiusura immediata dei Cpt, che per loro ormai devono semplicemente essere "riformati" e tenuti sotto controllo, e così per la legge Bossi-Fini-Turco-Napolitano, che deve essere "modificata" e non cancellata. Il ministro Ferrero di Rifondazione è arrivato persino a proporre un "pizzo" di 2-3000 euro che gli immigrati dovrebbero pagare per ottenere il permesso di soggiorno (come se non bastasse quello che tanti si trovano costretti a pagare per essere trasportati in Italia da clandestini a vivere una vita da schiavi).(1)

Tutto questo si spiega molto semplicemente: se i padroni hanno bisogno di lavoratori immigrati da sfruttare pesantemente, e questo governo è il loro governo, ecco che le politiche di Prodi serviranno a mantenere la schiavitù degli immigrati, e non ad eliminarla.

 

Un primo bilancio di mobilitazione

 

Per questo i lavoratori immigrati sono stati tra i primi a capire cos'è questo governo, e ad iniziare a mobilitarsi contro di esso.
La prima grande manifestazione è stata quella organizzata dal Comitato Immigrati in Italia (CII) il 26 novembre a Roma, che è stata fino ad oggi la più avanzata in assoluto contro Prodi. In quel corteo si disse chiaramente che non esisteva nessun governo "amico", e che era necessario lottare contro di esso come contro quello precedente. In quell'occasione il nostro movimento costituente (Pc-Rol) era l'unica forza politica presente in piazza; per la prima volta la sinistra cosiddetta "radicale" aveva abbandonato anche fisicamente il movimento degli immigrati.
La seconda è stata indetta il 20 gennaio, in seguito alla tragica morte di Mary e del piccolo Hasib nel rogo di piazza Vittorio. Visto l'enorme spazio mediatico avuto dalla vicenda, molti burocrati di governo e "burocratini" comunali pensarono bene di tentare di inquinare l'evento, aiutati da giornali e telegiornali (che sono di regime anche quando al governo non c'è Berlusconi) che hanno tolto spazio ai contenuti radicali del corteo per offrire a questi mascalzoni un grande spot politico (come dire che fa più notizia la solidarietà di Ferrero che la rabbia di migliaia di immigrati).
Il bilancio di queste prime mobilitazioni è comunque positivo, a condizione però che si dia un salto qualitativo in questo senso a breve.

 

Un compito urgente

 Per costringere questo governo a concedere qualcosa è necessario cominciare da subito a costruire una Grande Mobilitazione Unitaria di tutti i lavoratori immigrati, che abbia come base di partenza una discussione più ampia possibile intorno a tre parole d'ordine fondamentali: chiusura immediata dei Cpt, cancellazione delle leggi Bossi-Fini-Turco-Napolitano, permesso di soggiorno subito per tutte/i. Queste tre rivendicazioni costituiscono, ad oggi, la linea di confine tra gli alleati ed i nemici degli immigrati. Crediamo che di questo compito debbano farsi carico tutte le organizzazioni di lavoratori immigrati a partire dal CII, e tutte le forze della sinistra di classe. Il PdAC sarà in prima fila in questa battaglia.

 

 



 (1) L'idea è quella di aprire le frontiere a cittadini extracomunitari in cerca di occupazione per un lasso di tempo che potrebbe andare dai sei mesi all'anno, purché entri con una sua dote. (...) Una somma che potrebbe essere fissata attorno ai due mila euro" (Paolo Ferrero su Il sole 24 ore, 26 novembre 2007)

L'ultima parola al Vaticano

Il governo Prodi e le pressioni delle gerarchie cattoliche

 

Enrica Franco

 

L’offensiva del Vaticano pare inarrestabile, più per debolezza degli avversari che per forza propria per la verità. La rincorsa al centro e ai moderati, favorita dal sistema bipolare, sta producendo una importante reazione della Chiesa romana, come non si vedeva da anni.
Dopo i cinque anni di governo Berlusconi in cui il Vaticano ha incassato varie regali e leggi, tra cui quella famigerata sulla fecondazione medicalmente assistita, in molti si erano illusi che il nuovo governo avrebbe finalmente messo un freno alla controffensiva clericale. In verità, già da una analisi delle forze che compongono l’Unione, era facile prevedere che non sarebbe stato così. Con Bertinotti che si aggira per conventi tenendo seminari sulla non-violenza e Piero Fassino che corteggia i cattolici in vista del futuro Partito Democratico, l’unica forza che si proponeva in campagna elettorale come contraria, seppure da un versante borghese, allo strapotere vaticano era la Rosa nel Pugno, decisamente marginale nella coalizione. Del resto ci si poteva fare un’idea di ciò che sarebbe stato il nuovo governo già durante l’ultima campagna referendaria contro la legge sulla fecondazione assistita, dove i partiti della coalizione avevano dato una prova a dir poco sconsolante, con i Ds che erano rimasti a guardare intimoriti di perdere i voti cattolici e la Margherita e l’Udeur addirittura ostili.

 

Dico e famiglia naturale...

 

I primi dieci mesi di governo Prodi non hanno fatto che confermare queste impressioni. Il governo dell’Unione appare succube dell’ideologia cattolica su tutti i fronti, a partire dall’assunzione come dato inconfutabile della famiglia borghese patriarcale come “famiglia naturale”; nulla di più distante dalla realtà, come già dimostrato da Engels in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. In verità la famiglia è, come tutte le istituzioni umane, storicamente determinata, e la moderna concezione altro non è che il prodotto di lunghe evoluzioni e lotte in seno alla famiglia stessa. Quello affermato oggi è il modello famigliare che meglio garantisce il passaggio della proprietà privata dal maschio al proprio figlio, cosa che senza il vincolo matrimoniale risulterebbe alquanto difficile, vista la difficoltà di stabilire la paternità.
L’accettazione del concetto di “famiglia naturale” suggellata dal contratto matrimoniale e finalizzata alla procreazione ha portato naturalmente alla impossibilità di avanzare una proposta di legge coerente e coraggiosa sul riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali. Anche in questo caso il risultato di mediazioni infinite è stato un ddl farraginoso e cavilloso, in cui alle coppie omosessuali non viene concesso quasi nulla, facendo restare il nostro Paese addirittura indietro rispetto a tutto il resto d’Europa. Nonostante questo, la Chiesa è andata su tutte le furie con dichiarazioni che potremmo definire comiche se non fossero prese sul serio da milioni di persone. Uno degli ultimi articoli dell’Avvenire definisce i Dico "incestuosi" perchè possibili anche tra consaguinei! Gravissima poi per i credenti la nota vincolante annunciata da Ruini, un diktat a cui si dovrebbero sottomettere tutti i cattolici e che mette in seria difficoltà i “moderati” pronti ad approvare la legge.

 

...per non parlare dell'eutanasia e della scuola

 

Nè c’era da aspettarsi di meglio sulla questione dell’eutanasia o del testamento biologico: dopo alcune dichiarazioni sparse di vari esponenti dell’Unione, tutti attenti a non urtare la sensibilità dei cattolici, la questione è stata rimandata a momenti migliori. Intanto ovviamente la Chiesa ha fatto sapere che anche su questa questione alzerà le barricate e per far capire che non scherza è arrivata addirittura a negare il funerale religioso a Welby.
Ma le vittorie della Chiesa non si fermano all’ambito ideologico, raggiungendo come sempre ottimi risultati sul piano pratico, basti pensare alle agevolazioni fiscali e ai finanziamenti per le scuole cattoliche ottenuti ad ogni finanziaria. La questione clericale nel nostro Paese, come si vede, resta aperta. Il Concordato tra Stato e Chiesa, che ha regalato alla Chiesa immense ricchezze materiali e che continua a regalare miliardi di euro tramite l’otto per mille e diversi altri sgravi fiscali, mette quest’ultima in una condizione di forza. Nessun governo di coalizione con i cattolici e con i liberali potrà mai risolvere a fondo le questioni dei diritti per le donne, gli omosessuali e i malati nè tanto meno potrà mai creare una netta separazione tra potere religioso e statale. La religione resta l’oppio dei popoli, e in particolare quella cattolica ha un potere economico spaventoso che non potrà mai essere ridimensionato, nè tanto meno distrutto, se non tramite un movimento rivoluzionario. Resta l’importanza di alcune parole d’ordine attuali che possano intercettare il forte sentimento anticlericale già presente in una parte della popolazione: rivendichiamo da subito l’abolizione del Concordato e dei Patti successivi con l’esclusione della Chiesa da qualsiasi forma di agevolazione fiscale.

 

Partito democratico e Sinistra europea

 

Pia Gigli

 

Governo Prodi e Partito Democratico

 

Il governo Prodi, nato per rappresentare gli interessi materiali della borghesia italiana (come vediamo dai provvedimenti di politica economica, sociale ed estera assunti in questi otto mesi), è allo stesso tempo il contesto nel quale si sta attuando la transizione alla terza repubblica. Lungo questa traiettoria si pone la costruzione del Partito Democratico, una nuova formazione politica che tende ad aggregare forze con diverse “culture”, cattolica, socialista, liberale, sindacale, che si vuole porre come “baricentro del campo riformatore” e che mira al 30% dei consensi. A questo progetto stanno lavorando i vertici dei DS e della Margherita, ma il vero ispiratore è Prodi che da un decennio persegue questo obiettivo: dalla formazione dell’Ulivo, alle Primarie, alla costituzione di liste uniche nelle elezioni politiche e amministrative, alla costituzione di gruppi parlamentari dell’Ulivo in entrambe le Camere.
Il recente Manifesto del Pd traccia i connotati politici di una forza autenticamente liberale, che dichiara di affondare le proprie radici nel cristianesimo e nell’illuminismo. Un partito che si vuole “nuovo”, inedito, ma che in realtà esercita, anche se formalmente non ancora costituito, la propria egemonia nel governo Prodi. Il Manifesto del Pd indica le tappe di un percorso che prevedono in primavera i congressi di Ds e Margherita, la fase costituente fino alla fine del 2008, per poi andare alle elezioni nel 2009. La sua costruzione sembra dunque inarrestabile anche se mobile e contraddittoria. Il seminario di ottobre 2006 svolto dalla Quercia a Orvieto, nel dare impulso a questa costruzione, ha anche evidenziato dissensi all’interno dei Ds che si esprimeranno al congresso in mozioni contrapposte a quella maggioritaria di Fassino. Mussi in particolare, presentando recentemente la propria mozione, ha detto “no” al “partito unico” rivendicando il riferimento al socialismo europeo, pur sostenendo la possibilità di un nuovo “compromesso storico”. La scelta del riferimento politico europeo (se socialista o popolare) crea fratture tra Ds e Margherita che sembrano insormontabili, ma lo stesso Fassino ha fatto intendere come lo stesso Pse e l’Internazionale socialista potrebbero allargarsi per contenere le forze “democratiche europee”. I temi cosiddetti “etici” (unioni civili, eutanasia, ecc.) rappresentano oggi un terreno di scontro all’interno dell’Ulivo e quindi potrebbero costituire un ostacolo alla costruzione del Pd, ma come si è visto con la proposta di legge sui Dico, un accordo è sempre possibile. La ricomposizione di queste contraddizioni all’interno della maggioranza di governo, può senz’altro facilitare la costruzione del Pd. Centrale a questo proposito è il ruolo della sinistra cosiddetta “radicale” ed in particolare il ruolo del Prc che, sulla base di un patto di ferro Prodi-Bertinotti, finisce per garantire contemporaneamente il progetto di costruzione del Pd e la parallela costruzione del Partito della Sinistra europea (Se).

 

Sinistra europea e annullamento della prospettiva anticapitalista

 

La costruzione della Se è stata promossa dal Prc fin dal 2004 come raggruppamento di partiti di sinistra, comunisti, socialdemocratici e rosso-verdi europei. Costruita su impulso del gruppo dirigente maggioritario come “risposta socialdemocratica europea alla crisi del neoliberismo”, in Italia è strettamente legata alla scelta della collocazione al governo del Prc. Di fronte al definitivo approdo liberale dei Democratici di sinistra, la Se nasce come contenitore per ceto politico, militanti ed elettori che non accettano la deriva di quel partito. E’ il caso dell’associazione Uniti a sinistra animata da Pietro Folena (uscito dai DS ed entrato ed eletto nel Prc) che rappresenta il potenziale luogo di raccolta di dissenzienti Ds, di socialisti e dirigenti sindacali della sinistra Cgil, come Rinaldini, nella prospettiva della costruzione di un nuovo soggetto politico, il Partito del lavoro, a sinistra dei Ds.
Con il progetto della Se si è accelerato nel Prc il processo di liquidazione della rifondazione comunista. Assenti reali riferimenti all’anticapitalismo ed alla prospettiva socialista, vengono posti come principali punti programmatici della nuova formazione politica l’“uscita dalla gabbia del neoliberismo e della guerra” nella prospettiva di un imprecisato “superamento” del capitalismo. L’esaltazione dei movimenti e il tentativo di inglobarne la radicalità rivendicativa nel progetto della Se attraverso l’esercizio di un ruolo di “mediazione”, chiariscono la reale funzione di ammortizzatore delle lotte e delle rivendicazioni più profonde dei movimenti che oggi il Prc sta svolgendo al governo e che sarà svolta dalla Se in Italia ed in Europa. A livello europeo la costruzione della Se come forza socialdemocratica dovrà fare i conti con il fallimento delle ricette socialdemocratiche degli ultimi venti anni in un contesto di crisi del capitalismo e, in Italia, sarà alla fin fine un’operazione funzionale all’autoconservazione del proprio ceto politico e al mantenimento di uno spazio politico negoziale all’interno delle dinamiche del centrosinistra. In questo senso il progetto della Se, anziché porsi in contrapposizione alla costruzione del Partito Democratico, finisce per favorirla, rappresentando un bacino di compensazione delle scomposizioni che stanno avvenendo nell’Unione.
Di fronte a questo scenario si pone la necessità e l’urgenza che la classe dei lavoratori, le classi oppresse e i movimenti di lotta nati in questi anni, si organizzino autonomamente contro la deriva socialdemocratica e riformista imposta dalle burocrazie dei partiti della sinistra di governo, e lottino a livello nazionale ed internazionale per un governo dei lavoratori e per i lavoratori. Con questo obiettivo è nato il PdAC.

 

Il IV Congresso dei Ds

Il partito democratico: necessità storica della borghesia italiana

 

Ruggero Mantovani

 

Lo scioglimento dei Ds nel futuro Partito democratico (Pd) rappresenta il punto di non ritorno della socialdemocrazia liberale, esposta, tanto più oggi e per la prima volta, ad una crisi irreversibile e persino ad esplosioni organizzative, di cui la candidatura alternativa di Fabio Mussi (seconda mozione) alla segreteria del partito, ne rappresenta un segnale inequivocabile.
La crisi d’apparato che sta investendo i Ds al loro IV Congresso, condensa in sé grandi potenzialità: sia per il rilancio di un’opposizione di massa alle politiche antipopolari del governo Prodi, sia (tanto più oggi con la rifondazione socialdemocratica di Bertinotti al governo), per costruire un’egemonia alternativa nel movimento operaio.

 

I Ds al bivio: tra la socialdemocrazia e il Partito democratico, diretta rappresentanza della borghesia italiana

 

Il IV congresso dei Democratici di sinistra ha avviato il suo percorso e la costruzione del Pd è al centro della riflessione delle tre mozioni presentate.
La prima mozione proposta dal segretario Piero Fassino e dal Presidente Massimo D’Alema, assume come obiettivo esplicito la costruzione del Pd, la cui realizzazione, passando per una fase di transizione, dovrebbe essere pronta per il 2009. La funzione espressa dal Pd (definito enfaticamente “partito nuovo”), è anzitutto inscritta nell’azione di governo: rivendica le guerre imperialistiche nel Libano, nei Balcani, in Afghanistan, in Medio Oriente; la Legge Finanziaria, la ripresa dell’economia capitalistica, la riduzione del deficit, le liberalizzazioni, oltre che le “riforme strutturali” nella previdenza, nel mercato del lavoro, nelle pubbliche amministrazioni, nei servizi sociali, nella scuola e nell’università; tutto ben condito dall’efficientismo e dalla competitività. In altri termini il Pd segna un’ulteriore tappa nell’evoluzione liberale della maggioranza diessina, in direzione di un soggetto unificato del liberalismo italiano, realizzando una fusione degli eredi della socialdemocrazia e del popolarismo borghese sia cattolico che liberale.
La seconda mozione a firma Mussi-Salvi, che ha pubblicamente candidato Mussi alla segreteria del partito, denominata “A sinistra per il socialismo europeo”, contraria alla costruzione del Pd, ha raggruppato intorno a se, oltre ai laburisti di Valdo Spini, molti esponenti del cosiddetto “correntone”.
“Questo è il congresso – ammonisce la seconda mozione – che deciderà l’avvenire della sinistra italiana. Noi siamo contrari alla scomparsa in Italia del più grande partito socialista e di sinistra”. In definitiva la mozione Mussi-Salvi punta ad un recupero della funzione socialdemocratica del partito, nella prospettiva di un blocco strategico con le rappresentanze politiche della borghesia liberale. In questa direzione tenta il recupero di alcuni tradizionali assi espressi dal riformismo: contro la parabola del liberismo propone una globalizzazione regolata ed equa ed un’impresa responsabile; l’uso legittimo della forza solo nel rispetto integrale della carta delle Nazioni Unite; la riforma delle istituzioni internazionali; il rilancio di una Costituzione europea più democratica e sociale; un rapporto diretto con le organizzazioni sindacali di massa; nuove regole nel mondo del lavoro per ribaltare la logica della Legge 30.
La terza mozione a firma Gavino Angius, che non propone candidature alternative alla segreteria, pur appoggiando la costruzione del Pd reclama, contraddittoriamente, la permanenza nel partito del socialismo europeo.
Se questa è in sintesi la geografia diessina al piede di partenza del IV congresso, risulta assai più problematica un’analisi marxista del fenomeno dei DS, poiché quest’ultima impone un rigoroso esame della funzione di classe, sociale e politica di questo partito nello svolgersi della vicenda nazionale ed internazionale degli anni ’90, in cui ha assunto, senz’altro, un aspetto centrale il crollo dello stalinismo e, nella vicenda italiana, la transizione alla cosiddetta seconda repubblica.
Il IV congresso, in definitiva, malgrado segnato da una dinamica contraddittoria, come dimostra la presentazione di diverse mozioni, contraddistingue una tappa definitiva dell’evoluzione liberale della maggioranza dirigente dei Ds verso la prospettiva della costruzione del Pd .
Un’evoluzione in senso liberale, quella dei Ds, comprovata dalla realtà: la progressiva omogeneizzazione degli orientamenti di fondo con quelli espressi dalla Margherita; il superamento dei legami con la Cgil e le tradizionali organizzazioni di massa come baricentro della linea politica e, al contempo, la moltiplicazione delle relazioni con settori del capitalismo produttivo e speculavo.
Da questo versante la costruzione del Pd rappresenta l’esito della strategia varata fin dalla Bolognina: emanciparsi da forza di governo ad asse centrale di una nuova rappresentanza della borghesia italiana, superando un ruolo di subalternità al centro tradizionale borghese e candidandosi alla direzione del Pd .
In definitiva il nodo essenziale della costruzione del Pd, lungi dal rappresentare un travagliato sbocco strategico, è viceversa rappresentato dalla competizione sulla direzione dell’operazione complessiva.

 

Il Partito democratico: uno sbocco prevedibile

 

La prospettiva del Partito democratico che la maggioranza diessina ha imposto come asse centrale del IV congresso, non rappresenta una improvvisazione, né tanto meno una precipitazione del gruppo dirigente. Questa prospettiva si inscrive nella complessa storia originata, nella sua evoluzione, dal vecchio Pci.
Il nuovo quadro storico delineatosi dopo l’89 consentì alla burocrazia dirigente di completare il corso strategico togliattiano e berlingueriano: in definitiva l’enorme insediamento istituzionale che aveva trasformato il Pci, nella sua base materiale, in una “normale” socialdemocrazia, con la fine dell’Urss, – che rappresentò per decenni un impaccio e un reale ostacolo – legittimava quel partito definitivamente come forza di governo.
Una forza di governo non episodica, come era stata quella del Pci – ad esempio nel dopoguerra il partito di Togliatti fu decisivo per la ricostruzione delle istituzioni borghesi e dell’economia capitalistica; o alla fine degli anni ’70 con il governo delle larghe intese in cui il Pci svolse un ruolo di contenimento della radicalità espressa dal conflitto sociale, permettendo alla borghesia di imporre la politica dell’austerità – ma, nella crisi emersa nel quadro politico degli anni ’90, determinante per la transizione della borghesia italiana.
In questo senso la nascita del Pd s non ha rappresentato una decomposizione del vecchio Pci, ma l’investimento di una politica socialdemocratica nel nuovo partito, i cui vasti legami istituzionali e sociali ereditati dai decenni precedenti, rappresentarono una indiscussa continuità. La centralità dei Ds nei governi degli anni ’90, agevolata, con la fine della Dc, dall’assenza di una rappresentanza centrale della borghesia italiana, ha costituito il fattore decisivo della sua evoluzione liberale: conquista di settori di piccola e media borghesia essenziali per la formazione di una forza liberale di massa; moltiplicazione delle relazioni e degli specifici interessi espressi dalle classi dominanti.

In definitiva, entrare nelle contraddizioni espresse dal IV congresso dei Ds significa, tanto più oggi, prospettare un’egemonia alternativa a sinistra. Significa in conclusione, incalzare le contraddizioni espresse dalla mozione Mussi-Salvi per sfidare la sinistra Ds alla rottura con la burocrazia liberale e alla costruzione di un polo indipendente e di classe; mostrando come quegli interessi del mondo del lavoro, formalmente rivendicati dalla seconda mozione, sono inconciliabili con i poteri forti espressi dal governo dell’Unione.

 

 

Scippo del Tfr: organizzare la lotta!

Prosegue la costituzione dei comitati contro lo scippo del Tfr e delle pensioni

 

Francesco Doro

 

Con la firma del 30 gennaio 2007 dei ministri di lavoro, previdenza sociale, economia e finanze sui decreti attuativi riguardo alle disposizioni previste dalla finanziaria 2007 in materia di conferimento del Tfr e di previdenza complementare, si completa il quadro normativo mirante allo scippo del Tfr dei lavoratori del settore privato. Questo meccanismo interesserà entro la fine di febbraio anche il Tfs (trattamento di fine servizio) dei lavoratori pubblici attraverso l’emanazione di un apposito decreto.

 

Gli accordi del ’93

 

L’operazione di “scippo del Tfr/Tfs” è iniziata all’inizio degli anni novanta attraverso le riforme delle pensioni Dini/Amato, miranti allo smantellamento della previdenza pubblica, sostenute in coro dai sindacati concertativi Cgil, Cisl e Uil e dal padronato con l’avvio di una campagna tendente a dimostrare un inesistente deficit dell’Inps, nascondendo l’utilizzo dell’Istituto a fini assistenziali e di sostegno alle imprese poi attraverso lo “scandalo” dell’aumento dell’età media di vita. In quel periodo con la firma degli accordi concertativi del luglio ’93, in virtù del sostegno di una pensione taglieggiata dalla revisione dei coefficienti di rendita e dall’aumento dell’età pensionabile, si avviavano i fondi complementari di categoria gestiti da sindacati concertativi e società finanziarie, che in questi anni sono stati una priorità di intervento dentro i luoghi di lavoro per le burocrazie sindacali, divenute da questo punto di vista vere e proprie agenzie finanziarie.

 

Il ruolo di banche e sindacati

 

In questi giorni è partita la scandalosa campagna mediatica “informativa” promossa sulle televisioni dal governo, una campagna contorta, parziale ed incompleta, mirante al sostegno dei Fondi pensione, contro gli interessi dei lavoratori. A questo si aggiunge come detto prima l’attivismo interessato dei burocrati sindacali di Cgil, Cisl e Uil che stanno svolgendo assemblee nelle fabbriche, col supporto di manifesti e fogli illustrativi, a sostegno di quei Fondi pensione nei cui consigli di amministrazione mirano a collocarsi assieme ai rappresentanti del padronato, delle banche e del governo.
Proprio all’indomani della firma dei decreti è arrivata la notizia del crack del fondo pensione Cariplo, un fatto che dimostra la natura speculativa dei fondi pensione che si aggiunge ad altri fallimenti verificatisi sia in Europa che negli Usa. La notizia è stata riportata dal Sole 24 Ore dove si poteva leggere “di un ammanco di bilancio di 40 milioni di euro nella cassa Ibi, il fondo pensione degli ex dipendenti dell’Istituto bancario italiano, incorporato in Cariplo nel ‘91, ora nel gruppo Intesa-Sanpaolo”.
In allegato ai decreti sono stati pubblicati i moduli Tfr 1 (per i lavoratori in attività al 31 dicembre 2006) e Tfr 2 (per i lavoratori assunti dopo il 31 dicembre 2006): questi moduli devono essere messi a disposizione di ciascun lavoratore dall’azienda. L’azienda deve conservare il modulo in cui è stata espressa la volontà del lavoratore, rilasciandogli copia controfirmata per ricevuta. Il lavoratore che non compie la propria scelta compilando il modulo (Tfr 1 entro giugno ‘07, oppure il Tfr 2 entro sei mesi per i nuovi assunti) vedrà, scaduti i termini, il proprio Tfr maturato trasferito dall’azienda al fondo pensione (previsti dagli accordi di categoria o territoriali) per effetto del meccanismo del silenzio-assenso.
È necessario sottolineare come tale trasferimento è irreversibile. Il governo con i decreti di fine gennaio ha inoltre istituito il fondo Inps, un fondo pensione separato sul piano patrimoniale, amministrativo e contabile dell'Inps, per quelle categorie dove ancora è assente un Fondo pensione.
E’ evidente che il referendum tra i lavoratori, come chiede la maggioranza della Rete 28 aprile in Cgil, non potrà ormai bloccare il meccanismo in atto, l’unica risposta all’altezza dell’attacco è lo sciopero generale e il rifiuto organizzato.

 

Ad un attacco di classe bisogna dare una riposta di classe

 

A fronte di un ulteriore attacco da parte del governo al salario differito dei lavoratori bisogna dare una risposta adeguata.
Il Partito di Alternativa Comunista ritiene la battaglia per la difesa delle pensioni pubbliche, del Tfr e contro la precarietà assolutamente centrale nella lotta contro il governo padronale di Prodi. Il PdAC, su questo tema, ha avviato una campagna di massa: sono stati pubblicati articoli ed interventi nel sito web e nella newsletter, stiamo organizzando banchetti nelle piazze e nei mercati per diffondere il giornale e i fogli informativi, migliaia di manifesti e volantini sono stati distribuiti nelle fabbriche e nelle città. I militanti del PdAC hanno inoltre partecipato ad iniziative pubbliche promosse da forze sindacali e della sinistra portando il proprio contributo di analisi e di proposte, in queste sedi è stata avanzata la proposta di costruzione unitaria dei “Comitati per la difesa della pensione pubblica, del Tfr e contro la precarietà”, il cui sbocco non può che essere lo sciopero generale contro il governo e il padronato.

In questi mesi e settimane si stanno costituendo nelle città, grandi e piccole, Comitati contro lo scippo del Tfr, ma dobbiamo rilevare che l’estensione nel Paese è ancora largamente insufficiente.
Dove questi Comitati sono stati costituiti i militanti del PdAC vi partecipano con spirito unitario, portando al loro interno il proprio contributo di analisi e di proposta. Dove ancora non sono stati formalizzati, il PdAC avanza la proposta, a tutti i lavoratori, alle forze della sinistra e sindacali non concertative, dalla Rete 28 aprile in Cgil al sindacalismo di base, della costruzione unitaria dei “Comitati per la difesa delle pensioni pubbliche, del Tfr e contro la precarietà”.
Riteniamo, infatti, che il dissenso operaio contro l’operazione in atto, spesso sottotraccia o espresso in forme spontanee nei luoghi di lavoro e nelle assemblee sindacali, debba essere organizzato appunto nei Comitati e nella sinistra sindacale, come premessa necessaria allo sciopero generale contro il governo e il padronato sulla base di una piattaforma unificante di tutto il lavoro salariato e dei disoccupati.

 

 

 

 

Difendiamo le pensioni

 

Antonino Marceca

 

Mai come in questo periodo è stata cosi concentrata la propaganda dei poteri forti per l'ennesimo aumento dell'età pensionabile dei lavoratori dipendenti. Sull'argomento, ospitati dai mezzi di comunicazione borghesi grandi e piccoli, sono intervenuti esponenti della Banca d'Italia, della Corte dei Conti, dell'Unione Europea, dell'Ocse, del Fondo monetario internazionale, tutti unanimi nel pronosticare "gravose conseguenze per la finanza statale, già oppressa da un abnorme debito pubblico" se non si interviene aumentando l'età pensionabile e riducendo la copertura pensionistica pubblica fino a livelli che, senza retorica, possiamo definire da fame.
Appena uscito dal colloquio con il direttore del Fondo monetario internazionale, su questa linea ha convenuto il ministro Pier Luigi Bersani, non diversamente si è espresso il ministro Tommaso Padoa-Schioppa. Dopo l'intervento dei ministri e dei dirigenti degli organismi finanziari, sull'argomento vengono chiamati a dire la loro perfino i gerontologi e i geriatri. Questi ci spiegano come la "crescente longevità di massa" comporta la necessità assoluta della riforma del sistema previdenziale proprio nel senso auspicato dai poteri forti.

Per parte nostra continuiamo a ritenere che altra debba essere la funzione di questa branca specialistica della medicina: quella di curare e riabilitare gli effetti psicofisici di una lunga e dura vita lavorativa, con il necessario supporto di una pensione pubblica dignitosa e di un efficiente ed efficace sistema sanitario pubblico.

 

Il documento unitario di Cgil, Cisl e Uil

 

Della questione previdenziale, un argomento che interessa milioni di lavoratori, s'è occupato tra l'altro anche "il documento unitario su welfare, sviluppo e pubblico impiego" presentato il 6 febbraio 2007 a Roma da Cgil, Cisl e Uil. Per coloro che si aspettavano da questo documento l'elaborazione di una piattaforma sindacale di fase per la difesa dei diritti, delle tutele e del salario dei lavoratori e dei disoccupati, lo diciamo subito, c'è da rimanere fortemente delusi. Manca nel documento ogni riferimento ad una lotta contro la precarietà del lavoro salariato e per l'abrogazione delle leggi precarizzanti, mentre rispetto allo scalone di Maroni, ne viene auspicato il "superamento", grazie agli scalini del ministro Damiano.
Il documento ha un'altra finalità: l'apertura di "un confronto tra sindacati, governo e imprese fondato su una concertazione trasparente". Infatti il primo paragrafo inizia ponendo "al centro delle scelte del paese il tema della sua crescita economica" a partire dai problemi di produttività e dell'efficienza del sistema economico capitalistico e della pubblica amministrazione. Proprio la richiesta "urgente" di estendere la previdenza complementare ai pubblici dipendenti indica i reali interessi che muovono in questa fase le burocrazie sindacali, per il resto quello che emerge dalla lettura del documento, oltre all'estrema vaghezza funzionale ai peggiori compromessi, è la confermata disponibilità delle burocrazie sindacali a discutere tutti i temi posti da Confindustria. Dai modelli contrattuali, al tema delle pensioni.
Non a caso il direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta, a sostegno del documento dichiara: "il documento unitario di Cgil, Cisl e Uil sulle pensioni è la premessa per aprire il confronto tra governo e parti sociali". Mentre il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, chiede ai metalmeccanici di indirizzare i propri sforzi sulla contrattazione aziendale "senza dissanguarsi sul contratto nazionale che serve a coprire il vuoto dell'inflazione". Una logica questa che porta direttamente alla demolizione del contratto nazionale come giustamente ha puntualizzato Gianni Rinaldini, segretario della Fiom Cgil, anche se poi in sede di Direttivo Nazionale della Cgil del 7 e 8 febbraio proprio sul documento unitario si è astenuto. In quella sede peraltro la bocciatura dell'ordine del giorno - tendente ad assicurare al pilastro pubblico del sistema previdenziale il 60-65% dell'ultima retribuzione e a rendere inaccettabile ogni prolungamento dell'età lavorativa oltre i 35 anni di contributi e 57 anni di età - da parte della maggioranza di Epifani, evidenzia ancora una volta la volontà da parte della burocrazia sindacale ad andare verso un aumento dell'età pensionabile. Non a caso lo stesso segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, all'indomani del Direttivo Nazionale della Confederazione intervenendo a Palermo ha detto: "La discussione sull'innalzamento dell'età pensionabile non è un problema. La questione è con quali modalità, ma non si tratta di un tabù".
Il documento approvato, con il voto contrario della sinistra Cgil, la Rete 28 aprile, si conclude affermando che si aprirà la consultazione dei lavoratori con assemblee nei luoghi di lavoro e nei territori. I Direttivi unitari di Cgil, Cisl e Uil del 12 febbraio hanno confermato come negli intenti della burocrazia sindacale le assemblee avranno una funzione puramente informativa, senza un percorso di vera consultazione, senza reale potere decisionale da parte dei lavoratori. Ancora una volta sarà compito dei lavoratori più coscienti della sinistra sindacale, e con essi dei militanti del Partito di Alternativa Comunista, spiegare la natura del documento unitario e l'accordo concertativo che prefigura, chiedere la bocciatura del documento di Cgil, Cisl e Uil col voto organizzato e certificato dei lavoratori.

 

La necessità di una risposta di classe

 

La politica economica e sociale del governo, il documento sindacale unitario di Cgil, Cisl e Uil, la proposta di Confindustria per un nuovo patto per la produttività sono aspetti convergenti di un unico percorso mirante a smantellare quello che rimane dei diritti e delle tutele conquistati con anni di dure lotte operaie e popolari.
Non è un caso che proprio in presenza di un governo di centrosinistra, di collaborazione di classe, con l'inglobamento dei partiti della sinistra stalinista e socialdemocratica (Pdci, Prc, sinistra Ds, Verdi) nel governo a guida liberale, è possibile ai poteri forti approfondire l'attacco alle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari. A partire proprio da questa inclusione governativa si sono assicurati il controllo non solo dei maggiori sindacati ma anche della stampa progressista e di sinistra, da il manifesto a Liberazione.
Proprio per contrastare queste politiche abbiamo proposto la più ampia unità di lotta a tutte le forze della sinistra politica e sindacale non concertative, dalla sinistra Cgil, Rete 28 aprile, alla Cub, al sindacalismo di base. Abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere alla sinistra (Prc, Pdci, Verdi) di rompere con il governo e con gli azionisti del Partito democratico, a costruire assieme a noi l'opposizione di massa contro le politiche liberali portate avanti dai governi padronali, ai comunisti di rompere con i partiti di governo e costruire con noi l'alternativa comunista. Nel contempo in tutte le sedi e assemblee sindacali, come abbiamo fatto lo scorso anno all'assemblea nazionale costitutiva della Rete 28 aprile in Cgil, presenteremo a tutti i lavoratori una piattaforma sindacale di fase in grado di contrastare l'attacco in atto. Proprio per l'importanza che la questione previdenziale riveste siamo impegnati in queste settimane alla costruzione unitaria dei "Comitati per la difesa della pensione pubblica, del Tfr e contro la precarietà", coscienti che solo con lo sciopero generale, sulla base di una piattaforma unificante, è possibile bloccare l'offensiva liberista.

 

Il Prc si prepara a votare la missione in Afghanistan

Dopo Vicenza... Prodi inciampa!

 

Valerio Torre

 

È dal tempo della stesura del famoso "programma dell'Unione" - quella paccottiglia di svariate centinaia di pagine che a turno le diverse componenti della maggioranza brandiscono per rivendicare di esserne i difensori zelanti - che, sullo spinoso tema della politica estera del governo Prodi, il Prc recita (sempre più stancamente, peraltro) il mantra della "discontinuità".

Si tratta, a ben vedere, di una parolina quasi magica, una sorta di simbolico "sim sala bim" in grado di giustificare l'ingiustificabile e così consentire ai capigruppo di Rifondazione al Senato ed alla Camera, Russo Spena e Migliore, di assumere le vesti di Mary Poppins per intonare - a beneficio di militanti ineluttabilmente delusi dal ruolo subalterno del loro partito e dalla propensione ad ingoiare rospi via via più grandi - il simpatico ritornello "basta un poco di zucchero e la pillola va giù ...".

E così, la scelta di Prodi di ritirare le truppe dislocate in Irak (decisione messa tuttavia in campo sul finire della sua amministrazione dal ... "pacifista" Berlusconi, che appunto fissò per il relativo calendario una data posteriore rispetto alle elezioni, data di cui ha poi beneficiato in termini d'immagine Prodi) venne vista come inequivocabile segnale di "discontinuità" rispetto al precedente governo di destra.

Poi, persino il ddl di luglio scorso sul rifinanziamento della missione in Afghanistan - che costituisce in tutta evidenza un fulgido esempio di architettura dell'equilibrismo, dovendo soddisfare le esigenze di atlantismo delle componenti liberali della coalizione, contemperandole con i "mal di pancia" di alcuni riottosi parlamentari dei socialdemocratici dell'Unione, il tutto per garantire la c.d. "autosufficienza" del governo, cioè la garanzia che non cada al Senato - è stato definito dal capogruppo alla Camera del Prc, Gennaro Migliore (un uomo, indubbiamente, che, del tutto inconsapevolmente, lavora per noi!), un "passo in avanti per un'exit-strategy dall'Afghanistan": anche qui, insomma, un "segnale di discontinuità".

Il provvedimento, in realtà, costituisce una vera e propria scatola vuota, riempita di inutili masserizie (una cristallizzazione del numero delle truppe italiane e della loro dislocazione in certe aree[1]; la costituzione di un comitato parlamentare per la verifica permanente ed il monitoraggio della missione) allo scopo di convincere i senatori "critici" del Prc, da Turigliatto a Grassi, a votare favorevolmente per evitare la caduta del governo al Senato. E c'è da dire che, pur sbandierando ancor più fermamente la loro "critica", i riottosi parlamentari hanno, sia pur "criticamente", dato il loro appoggio, approvandolo.

E così, ogni mossa del governo Prodi è stata sin qui accreditata da Rifondazione di quella "discontinuità" che costituisce ormai l'unico collante per tenere insieme militanti sempre più sconcertati e via via più disillusi sul ruolo del loro partito. Tuttavia, proprio la politica estera, ancor più che quella economica, rappresenta il vero punto dolente sia della coalizione che del Prc, entrambi attraversati da vistose contraddizioni.

 

L'affare Vicenza

 

La complessiva vicenda dell'impegno militare italiano in Afghanistan - che nelle prossime settimane sfocerà nell'ennesimo voto parlamentare sul rifinanziamento della missione - si incrocia con la questione Vicenza.

La protesta dell'intera città veneta contro la costruzione di una nuova base militare americana (Dal Molin), oltre quella già esistente (Ederle), ha completamente scavalcato i partiti della sedicente "sinistra radicale" del governo Prodi, mettendo a nudo il nervo scoperto dell'insanabile contraddizione della pretesa di rappresentare il popolo della pace facendo parte di un governo di guerra. E così, la partecipazione all'imponente manifestazione di sabato 17 febbraio[2] è stata oggetto di una lunga e faticosa contrattazione all'interno della coalizione per impedire che sfilassero nel corteo anche personaggi politici con incarichi di governo, avendo Prodi intimato: "non possiamo sfilare contro noi stessi!".

D'altro canto, quanto gli equilibri siano fragili nell'Unione sui temi di politica estera lo si è visto nel voto al Senato proprio all'esito della discussione su Vicenza, quando, anche grazie ad una strumentale mozione dell'opposizione, in cui si approvava seccamente la relazione del ministro Arturo Parisi, il governo è stato battuto, avendo invece la maggioranza scelto di presentare una diversa mozione, più "equilibrista", proprio per tenere insieme tutte le contraddizioni segnalate prima[3].

 

Il gioco delle parti

 

Eppure, nonostante tutti i problemi di tenuta della maggioranza, in nessuno dei suoi settori (liberali o "radicali") c'è una reale volontà di giungere ad uno scontro che, facendo cadere il governo, riconsegnerebbe il paese nelle mani di Berlusconi. Ed è esattamente questo lo spauracchio che Prodi, con le sue indiscusse doti di mediazione, agita costantemente sotto il naso dei suoi alleati allo scopo di tenerli insieme a dispetto di tutte le frizioni.

Ma quest'argomento costituisce pure l'antidoto che lo stato maggiore del Prc sta utilizzando per vincere le resistenze dei cosiddetti "riottosi" che intenderebbero votare contro il decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan in discussione nelle prossime settimane in parlamento[4]. Quanto è trapelato dalle riunioni dei gruppi dirigenti di Rifondazione rende manifesta la difficile gestione di questo complesso passaggio, sia da parte dell'ormai granitica maggioranza "bertinottiana" del partito (garante con Romano Prodi della stabilità della coalizione, giacché consapevole - come emerso dal recente vertice dell'Unione - che non vi sono alternative a questa maggioranza), sia da parte delle "aree critiche" (che non hanno alcuna voglia di essere additate al pubblico ludibrio come responsabili della caduta di Prodi e della nuova avanzata di Berlusconi).

Anche qui, come al solito, le diplomazie sono al lavoro per trovare un onorevole punto di compromesso: ed in questo lavorio sotterraneo si distingue, come al solito, Massimo D'Alema, che ben può essere definito il punto di ancoraggio del Prc nella maggioranza quanto alla politica estera.

Anche la vicenda della famosa "lettera aperta agli italiani" dei sei ambasciatori di Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada, Olanda e Romania, è stata oggetto di uno scoperto gioco delle parti in cui ha brillato proprio il ministro degli esteri italiano, bravissimo nel fare la faccia cattiva verso gli americani[5] allo scopo di tenere buoni Verdi, Pdci e Prc; ma contemporaneamente rendendosi garante nei confronti dell'amministrazione Bush dell'affidabilità del governo italiano[6].

 

Il rifinanziamento a venire

 

Nel momento in cui quest'articolo va in stampa il voto parlamentare è ancora lontano, né è dato ipotizzare le basi del testo su cui la maggioranza prodiana tenterà di raggiungere un compromesso per continuare a stare insieme. Tuttavia, proprio mentre era in chiusura il giornale, è giunta, inattesa, la notizia per cui il governo è stato messo in minoranza al Senato nella discussione sulla politica internazionale. La relazione di D'Alema, com'era prevedibile, ha ricompattato, grazie alle pressioni dei partiti sui "dissidenti", la maggioranza; si sono defilati, invece, i senatori a vita Cossiga, Andreotti e Pininfarina, determinando con i rispettivi voti contrario e di astensione, la sconfitta del governo. L'esito era assolutamente imprevisto, atteso che fra i banchi della coalizione di governo i visi erano stati fino ad allora molto distesi: evidentemente, il controllo è sfuggito.

Un discorso a parte meritano le aree interne del Prc e la loro collocazione rispetto al voto. Mentre Grassi e Giannini (L'Ernesto) sono stati irreggimentati (anche in virtù del pressoché compiuto e totale reingresso della loro area nella maggioranza del partito), Turigliatto (Erre - Sinistra Critica) ha scelto di non partecipare al voto[7] dichiarando di dimettersi dalla carica di senatore.

Come in ogni occasione non abbiamo mancato di denunciare, queste posizioni rappresentano un tradimento delle istanze e delle attese dei militanti di queste aree, ma sono assolutamente coerenti con l'impostazione delle loro dirigenze. In particolare, la scelta di Turigliatto appare essere stata concordata con la maggioranza del Prc, racchiudendo in sé il fatto di lasciare al dissidente la libertà di scegliere di non votare ed il fatto dell'abbassamento del quorum. Che poi il risultato sia comunque stato negativo per il governo, non dipende certo dalla posizione del riottoso.

Quello che è sicuro è il giudizio - che esce ulteriormente rafforzato da questa vicenda - assolutamente negativo sulle aree critiche interne a Rifondazione: l'una (L'Ernesto) ormai implosa e liquidata; l'altra (Erre - Sinistra Critica) sempre più preda delle sue stesse oscillazioni centriste ed in via di liquidazione anch'essa.

A questo punto, se il governo Prodi riuscirà a superare lo scoglio di un dibattito parlamentare sulla fiducia dopo lo scontato reincarico al premier da parte di Napolitano, l'impressione diffusa è che gli spazi di manovra per la c.d. "sinistra radicale" saranno di molto ridotti[8]. Probabilmente, dopo la ricomposizione della coalizione, sui temi di politica estera alla sinistra della maggioranza sarà lasciato il monopolio del solo argomento "Vicenza", perché possa fare la voce grossa nei confronti di Prodi tenendo contemporaneamente buoni i propri iscritti; mentre i toni appariranno molto più sfumati sulla questione Afghanistan: e questo dovrebbe significare una ragionevole certezza per la tenuta del governo su quest'argomento.

Molto verosimilmente, dunque, vi sarà una mozione in cui verrà evocata la famosa (e ... fumosa) conferenza di pace - cavallo di battaglia del Prc per darla a bere al proprio corpo militante circa il ruolo determinante del partito sulle questioni della pace - e semmai verranno stanziate somme per la cooperazione e per la ricostruzione. E certamente Rifondazione non avrà nessun interesse a dire ai propri iscritti ed elettori che misure simili oltre ad essere evanescenti altro non sono che il puntello dei vari imperialismi europei, nonché di quello italiano.

In fondo, che importa? Considerando la sfrontatezza con cui Giordano e i suoi hanno finora venduto la propria merce avariata, sarà sicuramente ... un segnale di "discontinuità"!

21 febbraio 2007.



[1] Solo dopo pochi mesi, questa promessa fatta dai "falchi" del governo Prodi alle "colombe" è già stata in parte vanificata (il ministro della Difesa, Parisi, ha disposto l'invio di ulteriori mezzi aerei; le spese della missione sono state surrettiziamente aumentate nel bilancio dello Stato); e, molto verosimilmente, le prossime settimane muteranno ancor più profondamente il quadro relativo a tale aspetto. Gli Usa, infatti, hanno annunciato un'offensiva di primavera contro le truppe talebane che hanno approfittato dei rigori dell'inverno afgano per rafforzarsi ed avrebbero a loro volta deciso di sferrare un attacco contro le truppe Nato di occupazione: in un discorso di qualche giorno fa, Bush ha espressamente chiesto agli alleati Nato che partecipano alla missione in Afghanistan in maniera più defilata (lontani cioè dai luoghi di combattimento) un "maggiore impegno" in vista, appunto, dell'offensiva di primavera. Ed ha lasciato alle sue seconde linee il compito di stilare l'elenco dei buoni e dei cattivi. Detto fatto: l'ambasciatore americano a Kabul, Ronald Neumann, ha sottolineato: "alcuni paesi della Nato fanno molto, come i britannici, i canadesi, gli olandesi, i danesi e i rumeni; altri dovrebbero inviare più truppe e fare di più". L'imbarazzo della Farnesina di fronte a quest'evidente accusa è stato pari al bizantinismo usato nella replica: "non abbiamo letto nessuna critica all'Italia e anzi nelle riunioni degli alleati ci sono state attestazioni di apprezzamento per quello che stiamo facendo".

[2] Una manifestazione che - ricordiamolo - ha posto al centro della grandiosa protesta non già problemi "urbanistici" (sui quali oggi la coalizione di Prodi tenta una mediazione, ipotizzando - con l'assenso degli stessi Usa - un suo spostamento in altra zona della città), bensì la netta contrarietà alla politica imperialista statunitense, visto che la nuova base servirà come trampolino di lancio per un controllo ancor più stretto da parte nordamericana dei balcani e del medioriente; e, in prospettiva, per le nuove guerre che gli Usa dovranno lanciare contro i prossimi nemici di turno (Iran? Siria?).

Ma anche una manifestazione - occorre rivendicarlo con orgoglio di partito - che ha visto una significativa presenza del PdAC attraverso il riconoscimento del ruolo dirigente all'interno dei Comitati "No Dal Molin" dei nostri compagni vicentini, ed in particolare della compagna Patrizia Cammarata, che ha chiuso la manifestazione tenendo uno dei tre interventi sul palco!

[3] In altri termini, si è verificato il paradosso per cui la quasi totalità della maggioranza prodiana, dovendo votare contro la mozione presentata dalla destra, ha votato contro la relazione del proprio ministro!

[4] Il pericolo per il governo Prodi viene, come al solito, dal Senato, dove la maggioranza è risicatissima e basterebbero pochi dissenzienti per determinare la messa in minoranza del governo e, questa volta, la sua caduta. Ed il voto al Senato costituirà anche il banco di prova per i rappresentanti delle cosiddette "aree critiche" di Rifondazione (Turigliatto, Grassi, Giannini), stretti nella morsa fra il vincolo di maggioranza e l'obbedienza di partito da un lato e la libertà d'espressione e la coerenza con le opinioni espresse dall'altro. D'altronde, un'anticipazione di quanto accadrà nella sessione dedicata all'approvazione del provvedimento di rifinanziamento della missione in Afghanistan si è avuta proprio in queste ore, mentre il giornale era in chiusura: nella discussione sui temi di politica estera il governo è stato battuto proprio al Senato, come vedremo più avanti nella conclusione di quest'articolo.

[5] In una sua nota, D'Alema ha espresso ai sei ambasciatori "sorpresa e disapprovazione", definendo l'iniziativa una "inopportuna interferenza esterna".

[6] Due giorni dopo, un'ora di colloquio diplomatico fra D'Alema e l'ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, si concludeva con piena soddisfazione da ambo le parti e la congiunta dichiarazione per cui "il caso è chiuso", di fronte alla conferma "dell'impegno del governo italiano a contribuire nell'ambito dell'Alleanza atlantica all'opera di stabilizzazione e ricostruzione" dell'Afghanistan.

[7] Facendo così mancare il voto favorevole alla risoluzione, ma contribuendo ad abbassare il quorum previsto per la sua approvazione.

[8] Faceva un po' pena vedere, in un dibattito televisivo subito dopo le dimissioni di Prodi, Giordano rivendicare per il Prc il ruolo di fedele esecutore del programma della borghesia ed implorare quasi in ginocchio di non essere cacciato dalla maggioranza!

 

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