Partito di Alternativa Comunista

Licenziato perché comunista

Mirko Seniga, operaio edile, è stato licenziato perché indossava una spilletta di Progetto Comunista

 

Ora che la vertenza si è conclusa, descrivici il luogo e le condizioni del lavoro del quale sei stato privato per motivi politici.

Lavoravo per Picazzi Pietro Snc, una ditta edile di Cremona specializzata nella posa di cartongesso, da sei anni. Io mi occupavo della posa e dell'organizzazione del lavoro nei cantieri, in quanto ero l'unico dipendente specializzato in una tale mansione. Tuttavia, nell'arco di questi sei anni ho svolto varie mansioni, dalla fatturazione alla contabilità dell'ufficio, gestione del magazzino, fino al definitivo trasferimento sui cantieri. Qui spesso venivo affiancato da manovalanza irregolare, perlopiù immigrati, sottopagata e utilizzata per portare avanti i lavori. Avevo un contratto di secondo livello, a tempo indeterminato. Dopo quattro anni ho richiesto il passaggio dal secondo al terzo livello... in una categoria che ne prevede quattro (non era nemmeno il livello più alto). Questo in un primo momento mi è stato concesso, ma poi è stato ritrattato: ciò è avvenuto perché non ho taciuto e mi sono lamentato.

Di cosa in particolare? In che occasione ti hanno comunicato il licenziamento?

Già da tempo subivo provocazioni di vario tipo, dal lasciarmi a piedi sul cantiere con saluti romani a frasi provocatorie ("non sarete amici di quel comunista di Mirko"). Per quanto il titolare parlasse di "semplici scherzi", in realtà era solo l'inizio di una serie di angherie fino a quando mi hanno lasciato per la seconda volta a piedi sul cantiere: proprio in questa occasione, mi è stato negato l'aumento salariale che già era stato concordato. A quel punto, ho cominciato una serie di vertenze sindacali, dalla malattia professionale a quella sul passaggio di livello. Tutto questo fino al momento in cui sono stato licenziato con il pretesto che "indossavo una spilla politica", appunto la spilletta con la falce e il martello di Progetto Comunista. Non a caso, il mio ex padrone è un leghista.

Hanno scritto nero su bianco che il motivo del licenziamento era la spilletta con la falce e il martello...

Sì, precisamente i motivi che hanno addotto per licenziarmi erano due. Uno riguardava il fatto che io non avevo dato un preavviso relativamente al giorno della vertenza per il passaggio di livello (preavviso totalmente inutile, visto che era arrivata una raccomandata ad entrambe le parti da parte del giudice di pace). L'altro motivo addotto - e poi scritto nero su bianco nella lettera di licenziamento - riguardava il fatto che io non potevo, a loro dire, portare sul mio borsello la spilla di Progetto comunista, perché poteva "infastidire". Io mi sono rifiutato di toglierla e non ho dato questa soddisfazione al padrone.

Credi che ci sia anche una ragione politica più profonda, legata al fatto che nella tua città il Partito di Alternativa Comunista (prima come Progetto Comunista) ha sempre costruito momenti di lotta e opposizione alle politiche padronali?

Sì, certo. Posso anche riferire quanto mi è stato detto dall'altra titolare che è sempre stata di "sinistra", che indossava la maglietta di Che Guevara e che a volte frequenta il centro sociale "Dordoni". Ecco, questa presunta compagna mi ha "accusato", in riferimento alla mia spilletta con la falce e il martello, di avermi anche visto "fare un saluto comunista". Al che io ho chiesto dove mi avesse visto fare un saluto comunista, se sul cantiere. Lei l'ha negato, affermando di avermi visto in manifestazione. Ma il motivo politico del licenziamento è emerso quando la stessa titolare mi ha chiesto se io ero ancora in Rifondazione... Dopo di questo, mentre io ero in malattia a causa di un'ernia al disco, si è passati al licenziamento.

Come si è conclusa la vicenda?

Il licenziamento è stato impugnato tramite la Cgil locale e hanno dovuto riconoscere anche il passaggio di livello che non avevano concordato e alla fine ho avuto un "risarcimento" di 6500 euro a fronte di un licenziamento ingiustificato. La vicenda ha avuto una certa risonanza sulla stampa, sia locale che regionale (in particolare, è stata ripresa dalle pagine regionali del Corriere della sera).

 

 

Latina

Il Partito di Alternativa Comunista debutta alle elezioni comunali

 

Ruggero Mantovani*

 

Alle prossime elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio Comunale di Latina (che si terranno il 27 e 28 maggio), sarà presente anche la lista del Partito di Alternativa Comunista.
Un risultato importante, sia per l'impegno profuso dai compagni delle sezioni di Latina e di Roma, sia per la composizione delle candidature. A differenza di qualsiasi altra formazione politica presente nella città capoluogo, hanno deciso di candidarsi con il nostro partito ben sette operai che in questi anni sono stati tra i protagonisti nella costruzione dei comitati di lavoratori esposti all'amianto in importanti multinazionali (la Nexans - ex Alcatel e la Chemtura - ex Uniroyal); un esponente di uno storico movimento femminista a Latina particolarmente attivo contro la violenza sulle donne; un dirigente nazionale della RdB Cub; giovani precari, disoccupati e pensionati.
Una lista, quella di Alternativa Comunista, che vede, inoltre, candidati alcuni dirigenti nazionali del partito che hanno rappresentato, per oltre un decennio, Rifondazione Comunista su posizioni pubbliche dell'allora area di Progetto Comunista: Ruggero Mantovani, candidato a sindaco (già consigliere comunale del Prc) e Pia Gigli, capolista (per anni segretaria cittadina). Un importante risultato, poiché, al di là di quello che sarà l'esito elettorale, la nostra lista è l'unica a sinistra dell'Unione: da Rifondazione alla Margherita, il centrosinistra sostiene un candidato democristiano.
A Latina, dopo quasi quindici anni di governo, quello che fu il laboratorio politico italiano della destra, e in seguito del centrodestra berlusconiano, è definitivamente fallito. Un fallimento politico che assume in questi giorni forme grottesche: Forza Italia e Udc hanno disertato la presentazione della candidatura a sindaco dell'on. Vincenzo Zaccheo (sindaco uscente), alzando pubblicamente il prezzo della spartizione del potere.
In questa crisi politica, Alleanza Nazionale, è stato il partito del centrodestra più esposto ad un profondo logoramento. La gestione spregiudicata del potere ha prodotto: il deturpamento del territorio, l'aggravamento fino all'inverosimile della fiscalità locale, la privatizzazione dei servizi primari, la mortificazione del decentramento democratico. Al suo interno ha generato un'implosione, il cui effetto è stato il proliferare di piccole e medie liste con candidature tutte provenienti da An. Sul terreno del consenso sociale ha ingenerato una perdita di egemonia e di controllo politico su rilevanti settori di elettorato.
Un quadro politico tanto più paradossale se si tiene conto che il moltiplicarsi di liste, nate prevalentemente da una scollatura di An, pretenderebbe una qualche legittimità politica in nome di una fantomatica "antipolitica", o lanciando strali di moralizzazione, dopo che, per anni, hanno sostenuto il centrodestra a Latina, in Provincia e nella Regione Lazio.
Una crisi politica, quella del centro destra, a cui Alternativa Comunista contrappone pubblicamente un cambiamento di rotta deciso.
Un cambiamento che è espressione della volontà e delle speranze di buona parte della sinistra politica, sindacale, dei ceti popolari e dei giovani. Un cambiamento che non è garantito dall'Unione, che, a Latina, si limita a denunciare la crisi politica dell'avversario e, sul terreno programmatico, a proporre una maggiore razionalizzazione dell'amministrazione introducendo qualche correttivo sul terreno della gestione ordinaria del governo cittadino, senza avanzare nessuna reale alternativa. Dal Prc alla Margherita, i partiti dell'Unione si candidano alla gestione delle medesime politiche amministrative in una logica di mera alternanza.
Per Alternativa Comunista l'unico voto utile è il voto che riparte dai bisogni dei lavoratori, dei precari e dei pensionati. Un voto che intende costruire un nuovo governo cittadino: dei lavoratori, per i lavoratori. Il PdAC, con la sua presentazione autonoma dai due poli, ha lanciato un appello a tutte le forze di movimento, al sindacalismo non concertativo, ai sinceri militanti della sinistra di Latina per rompere con le forze estranee agli interessi dei lavoratori e costruire una nuova forza di rappresentanza dei ceti popolari. Per costruire una vera opposizione di classe, al centrodestra e al centrosinistra, che prospetti, anche a Latina, l'alternativa socialista come l'unica prospettiva storica dei ceti popolari.

*Candidato sindaco per il PdAC a Latina

Chemthura: la verità operaia e la menzogna delle istituzioni borghesi

 

Intervista a cura di Davide Persico

 

In occasione delle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Latina i partiti di centrodestra e di centrosinistra candidano padroni, burocrati e carrieristi, il Partito di Alternativa Comunista candida lavoratori, precari e studenti.

A questo proposito discutiamo con due candidati operai, dirigenti del Comitato Chemtura (ex Uniroyal) di Latina Scalo, Paolo Giovannini e Massimo Di Chiappari.

 

PG. Io lavoro lì dal 1980, e ho sempre combattuto contro l'azienda. Già allora si erano verificati scarichi di prodotti tossici nelle acque reflue e la verità sull'effettiva pericolosità della fabbrica incominciò a circolare tra i lavoratori e tra la gente. Avvenne in seguito lo smaltimento sottoterra delle celle di eternit e oggi molte delle strutture sono ancora di amianto, sono state verniciate di rosso le parti danneggiate, come rimedio alla pericolosità delle fibre. Neanche le ditte esterne sono tutelate, pensate che gli operai portano a casa le tute da lavoro che vengono così lavate insieme a i panni di tutti i famigliari.

C'è un sistema di monitoraggio?

PG. Io ho contratto una malattia nel 2001 e la direzione della fabbrica ha presentato un monitoraggio dell'ambiente di lavoro che risale al 2002. Ho lavorato in impianti per sette mesi a mani nude. C'è stato anche un caso di malattia mortale.

Ho fatto una denuncia presso l'Inail che invece di venirmi incontro ha spifferato all'azienda ciò che avevo. L'Inail alla fine dopo tre visite mediche, non mi ha riconosciuto nemmeno la malattia professionale.

La proprietà è passata dall'Uniroyal...

MD. La proprietà si è avvicendata tra Uniroyal srl e Uniroyal spa, tre o quattro volte, poi c'è stata una prima fusione con la Cropton, anzi addirittura acquisita, e nel 2005 è divenuta Chemtura, multinazionale americana che a livello mondiale occupa 6000 lavoratori circa. A Latina Scalo siamo circa 120 operai, in passato eravamo 200 unità.

In cosa consistono le lavorazioni?

MD. Le lavorazioni consistono nella mescolatura delle materie prime per la produzione di pneumatici e plastiche, nella produzione di anticrittogamici, fungicidi, acaricidi e nella lavorazione di gomme per la produzione di taniche.

Parlaci del vostro comitato.

PG. Il nostro comitato nasce dalla voglia di riscatto e di giustizia. Quando nel 2001 ho contratto una neoplasia vescicole, venivano fatte analisi generali, di routine, esami del sangue e delle urine, l'unica cosa straordinaria che veniva fatta fare era un esame citologico per la ricerca di cellule neoplastiche nelle urine. Questo test venne fatto fino al 2002, fino al momento in cui ho fatto la denuncia per malattia professionale. Il nocivo sulla busta paga ci è stato tolto con un accordo tra RSU e azienda. Ma questa azienda è classificata come azienda a rischio di incidente rilevante.

In che direzione si sta muovendo il comitato?

MD. Noi volevamo fare ricorso in tribunale per risarcimento danni, ma i sindacati e le ASL ci hanno detto che siccome a loro dire non esiste un danno, non ci avrebbe risarcito nessuno. Anche solo il riconoscimento della malattia professionale sarebbe già un punto a nostro favore.

PG. A me è stata bocciata la causa legata alle sostanze pericolose nei processi lavorativi a circuito chiuso. C'è stato anche un articolo su Il Tempo in cui veniva esposto il mio caso. Da quel momento ho capito che l'azienda ha paura dei mass-media. Rai3 è stata cacciata e costretta a fare la ripresa con lo zoom dall'esterno.

La nuova dirigenza Chemtura ha fatto una autodenuncia pubblica per l'utilizzo da parte della vecchia gestione, di alcune sostanze nocive. Sono responsabilità che non la riguardano, ha voluto chiudere così la faccenda. L'autodenuncia dell'azienda è un falso perché, anche con l'attuale gestione, i cicli di lavorazione pericolosi non sono cambiati e la normativa non è rispettata. Sindacati e padroni con la mediazione dell'Rsu hanno tentato di intimidire gli operai.

Come voi, anche noi sosteniamo nel nostro statuto che il rischio deve essere zero per i lavoratori e per le popolazioni vicine alle fabbriche. È possibile un ciclo produttivo a rischio zero. I datori di lavoro devono dimostrare se esiste, nelle condizioni odierne, veramente un rischio zero. I corsi sulla sicurezza si sono ridotti unicamente al rischio incendi, e non ai pericoli delle sostanze tossiche. Tutta questa storia sarà raccontata in un libro bianco: la ricostruzione dei cicli e l'uso di sostanze pericolose come le ammine aromatiche e l'ossido di propilene.

 

Vicenza: la battaglia contro il Dal Molin e l'appuntamento elettorale per il PdAC

Desertion from war is an act of courage and freedom!

 

Patrizia Cammarata

 

Dopo la grandissima manifestazione del 17 febbraio il movimento contro la costruzione di una nuova base Usa a Vicenza sta proseguendo dimostrando grossi limiti ma anche grandi risorse. La novità positiva più importante è stata la nascita nella provincia di Vicenza di diversi comitati che si sono aggiunti a quelli "storici" rappresentati dagli abitanti della zona dell'aeroporto Dal Molin (dove dovrebbe sorgere la nuova base). Sull'esempio del "Comitato degli abitanti e dei lavoratori di Vicenza est - Contro la costruzione di una nuova base a Vicenza - Per la conversione della caserma Ederle ad usi civili", si è costituito il Comitato di Arcugnano dove è presente una base militare sotterranea (Fontega). Il comitato di Arcugnano, oltre a pronunciarsi per il No al Dal Molin, chiede la conversione della Ederle e dei siti ad essa collegati. Sono sorti inoltre i comitati di Recoaro, Trissino, Monticello Conte Otto, Montecchio Maggiore; in numerosi paesi della provincia si stanno costituendo comitati o si sta pensando ad organizzare la loro costituzione.

 

Una lotta carica di significato

 

La battaglia contro il Dal Molin sta diventando la battaglia contro la guerra, che contiene, inoltre, la richiesta di conversione ad usi civili di tutti i siti militari presenti nel territorio. Per questo motivo rivestono particolare importanza i comitati nati dove è presente un sito militare; l'"inospitalità" del territorio, infatti, è un fattore importantissimo. L'inospitalità nei confronti della presenza dei soldati e delle loro basi sta diventando "l'arma" (per restare in tema) principale del movimento, in un momento in cui l'esercito americano sta soffrendo di un'altissima diserzione e Vicenza è stata scelta per il progetto Dal Molin sia perché il territorio in città è già da tempo occupato dalla presenza militare Usa (circa mq 1.326.000 di siti militari) sia perché la città ha tollerato questa realtà senza grosse resistenze. La situazione oggi si presenta molto grave perché sembra che il Pentagono preveda per Vicenza, oltre al raddoppio della Ederle, la creazione di due villaggi militari, un ospedale per i reduci, il riarmo di tutti i siti della provincia e l'arrivo di una brigata d'attacco. Il movimento, però, dimostra in questo periodo una grande vivacità e capacità d'iniziativa nonostante i grossi limiti di una sua componente non marginale. Alle manifestazioni contro la guerra e il rifinanziamento delle missioni in Afghanistan (sia a Roma sia in città), infatti, solo una parte del movimento ha aderito. Come abbiamo già avuto modo di evidenziare nei numeri precedenti del nostro giornale, una parte del movimento è ostaggio di una direzione legata a componenti governative. Ancora oggi, anche dopo il sì di Prodi e dopo lo straordinario successo della manifestazione del 17 febbraio, vengono continuamente proposte azioni di protesta in ambito locale, nei confronti della giunta di destra che, pur avendo pesanti responsabilità, ormai non è la controparte principale che è invece ora rappresentata dagli Usa e dal governo che ha dato l'assenso al progetto Dal Molin. La parte del movimento che possiamo chiamare "governativa", soprattutto quella legata a Verdi e Rifondazione, si muove con azioni e linguaggi all'apparenza molto radicali ma è in realtà molto moderati nei contenuti e rappresenta una pericolosa ambiguità. E'una fortuna, quindi, per il movimento tutto, la nascita di nuovi comitati liberi dall'influenza di partiti legati al governo di guerra. Le attività che si stanno organizzando nel territorio sono soprattutto le azioni di disturbo: manifestazioni settimanali davanti alla Ederle, manifesti in inglese contro la guerra.

 

La lotta continua

 

Particolarmente importante è stata l'iniziativa del Comitato Vicenza Est che ha organizzato per molti giorni consecutivi presidi mattutini davanti alla caserma Ederle. La mattina, alle ore 6.30, i soldati americani che escono per allenarsi in giro per la città, si trovano alcuni manifestanti che li invitano a non partire per il fronte ma a tornare a casa esponendo cartelli sui quali sono scritte varie frasi in inglese: "Do not go to war", "Remain home", "Leave us in peace", "Please, leave us in peace and return to your homes and families", "Desertion from war is an act of courage and freedom". Sono, inoltre, in via di definizione i contatti per invitare i reduci dall'Iraq e dall'Afghanistan. Sappiamo che le diserzioni all'interno dell'esercito americano sono migliaia, sappiamo che il generale Helmick teme l'inospitalità del territorio in quanto rafforza la crisi di "vocazione"delle truppe. Continuano anche le assemblee informative e si comincia a pensare ad una grande manifestazione a Roma, prima della fine di giugno perché varie indiscrezioni fanno pensare che entro tale data il governo firmerà.

 

Cosa fanno i sindacati?

 

Per quanto riguarda la presenza dei sindacati all'interno del movimento è importante segnalare che il 16 marzo 2007 il Coordinamento nazionale della Cub ha scelto di riunirsi a Vicenza per dare massima importanza alla discussione sul movimento di massa che si è sviluppato contro la nuova base Usa. In quell'occasione è stato votato all'unanimità un documento che, prendendo atto che la lotta a Vicenza vede tra i suoi protagonisti molte iscritte e iscritti della Cub, conclude impegnando il sindacato a "utilizzare tutti gli strumenti sindacali, come assemblee nei posti di lavoro, scioperi anche generalizzati e partecipazione alla rete di mutuo soccorso". Dopo questa decisione sarà indispensabile che la Cub di Vicenza sia conseguente e, abbandonando un certo movimentismo che ha caratterizzato la sua azione fino a questo momento, metta in atto quanto deciso dal Coordinamento Nazionale e porti con forza all'interno dei luoghi di lavoro, attraverso l'azione dei suoi delegati e Rsu, la lotta contro il progetto Dal Molin e contro la guerra.

Per quanto riguarda la Cgil continuiamo a constatare che, dopo aver partecipato in modo visibile portando circa 25.000 lavoratori alla manifestazione del 17 febbraio a Vicenza, continua a limitarsi a partecipare a qualche convegno con posizioni assolutamente moderate, non parla di sciopero, non organizza assemblee nei luoghi di lavoro. Un intervento, quello della Cgil, più consono ad un'associazione culturale che ad un sindacato.

 

L'appuntamento elettorale

 

Le elezioni provinciali, che si terranno anche a Vicenza, a fine maggio vedranno la presenza di una "coalizione rossoverde" composta da Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione, alleata del centro liberale. Molti "portavoce" del movimento danno indicazioni per l'astensione e se questi stessi portavoce hanno abbandonato l'idea delle provinciali di maggio, allo stesso tempo non escludono un impegno per le amministrative del 2008. L'ex leghista Equizi espulsa dalla Lega (in cuor suo "ancora leghista della prima ora" come ha dichiarato recentemente) e ora nel gruppo misto del Consiglio Comunale, residente nell'area adiacente il Dal Molin e assidua frequentatrice del Presidio e dell'Assemblea permanente, dichiara in questi giorni alla stampa di voler costituire una lista ispirata a rappresentare vari comitati cittadini, senza legami coi partiti, e mossa da "una forte aspirazione alla legalità".

Il Partito di Alternativa Comunista si presenterà a Vicenza alle elezioni provinciali, con un proprio programma e una propria lista. Il senso della nostra partecipazione è assolutamente differente da quello dei partiti della sinistra di governo (Verdi, Pdci, Prc), i quali illudono i lavoratori rispetto alla possibilità di cambiare lo stato di cose esistenti entrando nelle giunte e nei consigli di amministrazione assieme ai partiti liberali. Noi sappiamo, e lo diciamo apertamente, che solo con la lotta implacabile è possibile mantenere e conquistare nuovi diritti e nuove tutele per i lavoratori e le masse popolari, solo distruggendo questo sistema capitalistico di sfruttamento e di guerra imperialista è possibile costruire un altro mondo possibile. Per questo diciamo che solo attraverso l'autonomia sociale e politica dei lavoratori, l'indipendenza di classe dai partiti liberali (gli azionisti del Partito democratico), l'opposizione a tutti i governi della borghesia, siano essi di centrodestra o di centrosinistra, è possibile contrapporsi alle loro politiche di sfruttamento e di guerra. Le elezioni per noi sono un campo di lotta, per diffondere e far conoscere il nostro programma ai lavoratori, ai precari, agli studenti e ai giovani, perchè il nostro principale terreno di costruzione del partito comunista sono le lotte sul territorio, gli scioperi, le agitazioni. I nostri candidati sono già dei tribuni del nostro programma, i nostri eventuali eletti non avranno, per statuto, nessun privilegio economico e saranno in prima fila nella difesa degli interessi immediati e futuri di una parte sola: i lavoratori, le lavoratrici e le masse popolari. Possiamo inoltre affermare che alle elezioni di Vicenza il Partito di Alternativa Comunista sarà l'unico partito realmente e coerentemente contro la guerra e la base Usa. I candidati della sinistra governativa (dal Prc alla sinistra Ds) devono essere consapevoli di rappresentare a livello locale i partiti che sostengono il governo che ha detto sì alla base Usa a Vicenza. Rifondazione, Verdi e Comunisti Italiani, in linea con il "teatrino delle auto-sospensioni", sono andati in piazza contro la base e pochi giorni dopo hanno votato la fiducia al governo Prodi e ai suoi 12 punti che prevedono, tra l'altro, la Tav, la riforma delle pensioni e il rifinanziamento delle missioni di guerra.

 

 

 

Trovate qui la traduzione di un articolo tratto dal Correo internacional, il periodico internazionale della Lit. Potete leggere la traduzione completa degli altri articoli dello scorso numero del Correo, dedicato al Venezuela ("Il Venezuela marcia verso il socialismo?"), sul sito www.partitodialternativacomunista.org.

A partire dal prossimo numero, su Progetto comunista sarà pubblicata sul nostro periodico la traduzione completa dei numeri successivi Correo.

 

Il dibattito all'interno del Prs e della Ccura[*]


 

Alejandro Iturbe[2]

 

I lavoratori venezuelani stanno vivendo un rilevante processo di riorganizzazione, la cui espressione più importante è stata la costruzione di una centrale sindacale: la Unt (Unione nazionale dei lavoratori), che ha progressivamente rimpiazzato la vecchia Ctv.

In questo quadro, hanno anche iniziato a svilupparsi altre esperienze, come la costruzione del Prs (Partito della rivoluzione e del socialismo) e, d'altro lato, della Ccura (Corrente classista unitaria rivoluzionaria), legata al Prs e di considerevole peso all'interno della Unt. Benché le posizioni espresse dalla maggioranza dei suoi dirigenti siano favorevoli al chavismo, in entrambe le organizzazioni v'è stato un raggruppamento di varie centinaia dei migliori attivisti operai degli ultimi tempi.

In questo momento, si sviluppa, tanto nel Prs come nella Ccura, un dibattito sull'atteggiamento da assumere circa la proposta del Psuv[3]. Anche la Ccura ha votato una risoluzione per entrare nel Psuv, ponendo tuttavia alcune condizioni. Sulla base di tutto ciò che è stato oggetto delle nostre analisi, noi crediamo che sarebbe un grosso errore che il Prs e la Ccura entrino a far parte del Psuv ed in esso si sciolgano oppure, addirittura, che si integrino come correnti o tendenze, così come stanno proponendo importanti quadri delle loro direzioni. Ciò significherebbe liquidare queste esperienze di organizzazioni indipendenti dei lavoratori per entrare in un partito borghese sottomettendosi alla direzione della borghesia.

Per questo, la nostra proposta è che il Prs e la Ccura restino fuori del Psuv. Facciamo appello a tutti i militanti e le correnti che lavorano al loro interno per condurre insieme questa battaglia poiché si tratta di una necessità dei lavoratori e delle masse venezuelane per costruire gli strumenti che permettano al processo rivoluzionario del paese di avanzare realmente verso il socialismo.



[*] Traduzione di Valerio Torre.

[2] Segretariato Internazionale della Lit-Ci.

[3] Partito socialista unito del Venezuela: è il nome proposto per la formazione di un partito politico unico prodotto della fusione delle forze politiche e sociali che si riconoscono nella pretesa "rivoluzione bolivariana". La creazione di questo partito per unire la sinistra venezuelana è stata una delle proposte realizzate da Hugo Chavez durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2006 (N.d.T.)

Cose dell'altro mondo

a cura di Valerio Torre

 

L'imperialismo soffoca Haiti

 

Pochi sanno che Brasile, Argentina, Cile, Uruguay e Bolivia hanno inviato proprie truppe ad Haiti, forti di una risoluzione Onu che ha istituito una missione militare (Minustah) da dispiegare sull'isola caraibica. Inutile illudersi sul carattere super partes della milizia dei caschi blu: si tratta, invece, di vere e proprie truppe d'occupazione che, la notte del 24 di gennaio scorso e nei giorni successivi, hanno sferrato un attacco ordinato dal Consiglio di Sicurezza. Oltre 400 soldati con blindati e fucili automatici, assistiti da elicotteri, sono entrati nei quartieri più poveri della capitale, Port-Au-Prince, causando almeno 70 morti e decine di feriti, tra cui molti bambini, e distruggendo anche infrastrutture idriche.

Uno dei quartieri più colpiti è stato Cité Soleil, dove 300.000 haitiani vivono in condizioni di estrema povertà. Questo massacro rappresenta niente altro che lo sviluppo dell'azione repressiva che la Minustah sta realizzando nel paese. Questa repressione è arrivata a tale punto che, oltre alle denunce degli organismi di diritti umani, lo stesso ex ambasciatore statunitense James Foley ha avvertito il suo governo dell'uso "smisurato della forza da parte dell'Onu".

 

Perché Haiti?

 

Haiti è il paese più povero dell'America, ma è ubicato nei Caraibi, una regione chiave per l'imperialismo statunitense che la considera il suo "cortile di casa" nel quale ha diritto ad intervenire politicamente e militarmente. Si ricorderà che nel 2004 i marines Usa invasero l'isola allo scopo di destituire il presidente in carica, Jean Bertrand Arisitide, un sacerdote cattolico, esponente della teologia della liberazione, che aveva guadagnato prestigio nei sobborghi poveri di Port-Au-Prince nel 1986, durante la lotta che abbattè la sanguinaria dittatura familiare dei Duvalier. Dopo il colpo di stato (supportato e finanziato sia dagli Stati Uniti che dalla Francia), Aristide venne di fatto rapito e trasferito forzatamente da militari Usa in Sudafrica. Tutte le manifestazioni di protesta che si sono succedute sull'isola sono state sedate nel sangue dal regime coloniale sotto occupazione militare insediato da Usa e Francia e riconosciuto dall'Ue che lo ha finanziato con 325 milioni di dollari.

Poco dopo, affinché Bush potesse concentrare il suo sforzo militare in Iraq, i marines furono ritirati e rimpiazzati da caschi azzurri dell'Onu (circa 10.000 soldati di diversi paesi, sotto il comando del Brasile e truppe dell'Argentina, del Cile e dell'Uruguay, tra gli altri). Si è così voluta dissimulare l'occupazione imperialista dietro il paravento di truppe di "paesi fratelli" del continente.

Nel 2006, si sono svolte elezioni presidenziali vinte da René Preval sul candidato appoggiato dall'imperialismo (Leslie Manigat), ciò che ha significato, in realtà, una sconfitta per il piano imperialista. Durante le votazioni vi sono state, ed ancora oggi si svolgono, mobilitazioni in cui la popolazione esprime il suo rifiuto dell'occupazione militare e chiede l'autodeterminazione. D'altronde, lo stesso Preval, benché avversato dagli Usa, agisce oggi come un burattino dell'occupazione.

 

La ragione dei massacri: gli haitiani rialzano la testa

 

Il pretesto utilizzato dall'Onu per l'attacco di questi ultimi giorni è quello di "perseguire le bande di criminali" che agiscono in alcuni quartieri. Ma queste bande, in realtà, operano con il benestare dei caschi azzurri e, in molti casi, agiscono come squadroni della morte contro gli attivisti che si oppongono all'occupazione, in complicità con la Minustah.

Il rifiuto dell'occupazione ha continuato a crescere costantemente ed ha iniziato ad esprimersi in azioni di massa contro la Minustah ed il governo di Preval. Manifestazioni di protesta che rivendicano il ritorno di Aristide, la fine dell'occupazione militare e la liberazione dei prigionieri politici si realizzano in ogni quartiere della capitale ed in varie città del paese, mentre il movimento Lavala, legato all'ex presidente Aristide, si sta rafforzando. I massacri sono, allora, un tentativo di puntellare l'occupazione e controllare il paese nel quadro di una situazione caotica.

È grave che la maggior parte delle truppe della Minustah sia stata inviata dai governi di Lula, Kirchner, Bachelet e Tabaré Vázquez e che il comando della missione sia affidato al generale brasiliano José Elito Carvalho Siqueira. Perfino il governo di Evo Morales è complice di questo crimine: Andrés Soliz Rada, ex ministro boliviano di Idrocarburi ed Energia, ha denunciato che Morales ha "bloccato ogni tentativo di ostacolare l'invio di truppe boliviane nel Congo e ad Haiti" (Rebanadas de realidad, 19/1/2007).

 

Lanciamo una campagna internazionale contro tutte le occupazioni

 

La Lit-Ci (di cui il PdAC costituisce la sezione italiana), nell'esprimere appoggio e solidarietà con la lotta del paese haitiano contro l'occupazione della Minustah e per recuperare la sovranità del paese, ha lanciato una campagna internazionale affinché tutte le organizzazioni che si proclamano antimperialiste e democratiche denuncino e ripudino i massacri come un'ulteriore dimostrazione della crudeltà di cui è capace l'imperialismo per difendere i suoi interessi; una campagna che unisca nei suoi obiettivi di lotta tutte le occupazioni militari dell'imperialismo, dall'Irak ad Haiti: poiché un'occupazione imperialista è la stessa, benché ad Haiti si mascheri dietro i caschi azzurri.

La commemorazione di Nahuel Moreno

Un passo in avanti verso la ricostruzione della Quarta Internazionale

 

Valerio Torre

 

Non poteva esserci cornice più indicata per la nascita a livello internazionale del PdAC di quella dell'Auditorium Simon Bolivar, nel "Memorial da America Latina", a San Paolo del Brasile: dove, il 3 marzo scorso si è tenuta una grandiosa manifestazione commemorativa di Nahuel Moreno, il fondatore della Lit-Ci (di cui il nostro partito è sezione italiana).
Centinaia di compagni brasiliani che scandivano in musica ed al suono di percussioni slogan in omaggio a Moreno; decine e decine di pullman da cui scendevano a frotte i militanti delle sezioni della Lit-Ci di tutto il Sudamerica e che alla fine, in quasi duemila hanno assiepato le tribune; compagni che avevano affrontato oltre venti ore (e qualcuno quaranta!) di autobus per essere presenti in un luogo che ha riunito i partiti che si richiamano al trotskismo conseguente per un'iniziativa che non ha rappresentato soltanto un giusto e doveroso omaggio ad un grande rivoluzionario che ha dedicato l'intera sua vita alla ricostruzione della Quarta Internazionale, bensì ha costituito un reale e significativo passo in avanti proprio verso quella ricostruzione. Una platea smisurata, che esprimeva con cori e canti tutta la propria felicità per l'ingresso nella Lit "de los camaradas italianos".

 

Il senso degli interventi: la crescita della Lit e la ricostruzione della Quarta Internazionale

 

Così pure, tutti gli oratori[1], interpretando la vivissima tensione morale e politica che attraversava la sala, hanno sottolineato la "novità" dell'attuale fase storica che sta vivendo la Lit, rappresentata dal riavvicinamento - dopo una scissione proprio dalla Lit avvenuta nel 1994 - del Cito (Centro internazionale del trotskismo ortodosso, che raggruppa sezioni in vari paesi dell'America Latina) e dall'ingresso del PdAC come sezione italiana: in particolare, questi due eventi sono stati letti come un avanzamento del rafforzamento della Lit stessa grazie alla convergenza di partiti e correnti che hanno determinato un processo di raggruppamento rivoluzionario a livello internazionale intorno ad essa.
La battaglia per la ricostruzione della Lit, infatti, è considerata - e questo è stato anche il significato della commemorazione di Moreno - funzionale alla battaglia per la ricostruzione della Quarta Internazionale, dal momento che la Lit, a differenza di altre organizzazioni, non si proclama "la Quarta rifondata".
Gli interventi hanno tutti posto l'accento sulla necessità di un'Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori ("Edù": "Dopo la morte di Moreno, abbiamo vissuto momenti molto difficili ed una gran crisi della Lit. Avevamo due opzioni: scommettere sulla costruzione di un grande partito nazionale ponendo l'Internazionale in secondo piano o scommettere sulla ricostruzione della Lit. Abbiamo optato per la priorità della ricostruzione del partito internazionale. Dobbiamo fare un bilancio di quella decisione: è stato il miglior risultato della nostra storia. Perché senza la Lit il Pstu non sarebbe esistito". Alicia Sagra: "Moreno non è stato infallibile, ma ci ha lasciato una lezione per evitare al massimo gli errori basata su tre pilastri: la relazione con la classe operaia, la teoria marxista rivoluzionaria e la costruzione dell'Internazionale". Oscar Ángel: "Moreno non era argentino, né colombiano, né brasiliano, era internazionalista, cittadino del mondo. Ed appartiene a tutti. Il miglior omaggio che possiamo fargli è ricostruire l'Internazionale alla quale ha dedicato la sua vita". Eduardo Barragán: "Da quanti anni non si riunivano tanti rivoluzionari come oggi qui! Questa manifestazione può segnare un cambio nella dinamica: dopo tanti anni di fratture e frammentazioni, si può iniziare un periodo di unificazione per costruire l'Internazionale").
L'intervento conclusivo, tenuto dal compagno "Caps", del Prt-Ir di Spagna, a nome della direzione internazionale della Lit, costituisce un chiaro esempio della linea politica che il PdAC stesso, richiamandosi al marxismo rivoluzionario, ha assunto come propria già da prima della sua costituzione come partito: l'indipendenza di classe.
Un'indipendenza che riguarda la posizione dei rivoluzionari di fronte alla democrazia parlamentare borghese, con l'esigenza di differenziarsi dai riformisti che guardano ai propri successi o fallimenti in base al numero dei voti ottenuti ed in funzione del numero dei deputati conseguiti; di non farsi cooptare in una forma di adattamento alla democrazia borghese.
Un'indipendenza che segna, di fronte ai governi ed allo Stato, la posizione dei rivoluzionari, che non possono incorporarsi nei governi borghesi come fanno tanti "rivoluzionari realisti" che ci definiscono "dogmatici e settari": è un criterio elementare di classe. Per i trotskisti, per il marxismo conseguente, tutta la nostra politica deve essere di classe e da Marx in poi tutto il nostro impegno è garantire l'indipendenza di classe.

 

Perché l'indipendenza di classe. Perché l'Internazionale

 

"Caps" ha poi concluso riportando l'insegnamento di Moreno: noi non cerchiamo disperatamente il potere. La nostra politica è di classe. Se non è la classe operaia che va al potere noi non andiamo al potere. È semplicissimo!
E questo principio, quello dell'indipendenza di classe, è a servizio della costruzione di un'Internazionale rivoluzionaria. Perché quelli che si adattano alla borghesia ed al suo potere e, pur rivendicandosi trotskisti e rivoluzionari, accettano di entrare nei suoi governi; quelli che capitolano all'opportunismo in nome del "realismo" e tradiscono così la classe operaia svendendone l'indipendenza; costoro non hanno bisogno di un'Internazionale.
Perché un'Internazionale non serve per conservare apparati burocratici, né per partecipare ad un governo borghese. Un'Internazionale serve per la rivoluzione; e, se si rifiuta la tematica dell'Internazionale, in realtà si rifiuta l'idea stessa di rivoluzione e di presa del potere: per stare al governo con la borghesia ed adattarsi al suo sistema - sia pur sbandierando più o meno "criticamente" i principi del marxismo - non è necessario rivendicare l'indipendenza di classe, né l'Internazionale, perché in realtà ciò che non si vuole è la rivoluzione (che però può ben essere evocata a parole).
Ecco, questa è la sintesi dell'emozionante manifestazione di omaggio a Nahuel Moreno, perfettamente racchiusa nelle parole pronunciate con voce rotta da Eduardo Barragán al termine di una serata indimenticabile: "Per me, vedere i lavoratori della delegazione del Minas Gerais ripetere gli stessi canti che furono intonati ai funerali di Moreno è emozionante. E vedere questo in un processo di riunificazione della Lit e del trotskismo è ancor più emozionante".



[1] Eduardo Almeida Neto "Edù", del Pstu brasiliano e membro del Cei della Lit; Oscar Ángel, del Pst della Colombia - Cito; Miguel Sorans, di Is d'Argentina, Uit; Ernesto González, il più anziano militante morenista in attività; Alicia Sagra, del Fos d'Argentina e membro del Cei della Lit; Babá, del Cst del Brasile, Uit; Eduardo Barragán, del Cito; Valerio Torre, del PdAC d'Italia; e Ángel Luis Parras "Caps", del Prt-Ir di Spagna e membro del Cei della Lit

Good Year

Una storia di dismissione e di strage operaia

 

Intervista a cura di Pia Gigli

 

Quando nel 2000 la Good Year, dopo quarantasei anni, decise di chiudere la fabbrica di Cisterna di Latina, la parola d'ordine "nazionalizzazione della fabbrica" era ormai di tutti gli operai in lotta da mesi. Grazie all'allora governo di centrosinistra e alle istituzioni locali, la storia si concluse pessimamente per gli operai con prepensionamenti, cassa integrazione, e incertezze per i 170 operai rimasti. Non solo, proprio nel 2000 cominciarono ad essere noti casi di tumori e malattie tra gli operai. Questa triste eredità vive oggi nella lotta parallela e comune dei giovani e degli anziani.

Abbiamo incontrato Massimiliano Nardi, Operaio ex Good Year, oggi Rsu/Cgil in Meccano e Agostino Campagna, oggi in pensione, membro di un comitato di ex operai Good Year che sta portando avanti una battaglia contro i padroni americani per malattie e morti sospette.

Massimiliano quali sono oggi le condizioni di chi è rimasto, dopo la chiusura della fabbrica?

Oggi siamo in 170 a lavorare in Meccano ma siamo appoggiati in altre aziende del gruppo Meccano Holding che si occupano della produzione di materiali aeronautici. La forza lavoro complessiva, compresi gli interinali è di circa 800 dipendenti. Siamo frammentati in quattro realtà aziendali diverse e stiamo cercando unità tra noi nella lotta quotidiana per il salario. Proprio in questi giorni siamo in agitazione e abbiamo deciso di scioperare, visti i ritardi sull'erogazione del salario variabile e superminimo. Sono impegni che la Meccano non rispetta.

Cosa è successo nel sito ex Good Year?

La Meccano ha avuto il sito in regalo e svariati milioni di euro di finanziamenti europei con le garanzie della Regione Lazio per la bonifica del vecchio capannone dove sorgeva la Good Year, oltre a fondi per la formazione: insomma una reindustrializzazione assistita e mancata. Lì l'azienda ha promesso che ricostruirà il capannone (ha già la concessione edilizia), e in base ad un accordo del 2005 si è impegnata a far partire la produzione e a mantenere l'occupazione per 5 anni. Ma ad oggi la bonifica è ferma e non sappiamo quali sono gli ostacoli.

A giudicare dal mancato rispetto degli accordi da parte dell'azienda in questi anni, non c'è dubbio che accanto alle rivendicazioni salariali contingenti occorre vigilare e mettere in atto tutte le azioni necessarie per tornare a lavorare nella nostra fabbrica.

E tu Agostino come giudichi quel che è avvenuto in questi anni?

Pessimamente. Vedo tutta l'arroganza di questo nuovo padrone, inoltre dal governo regionale di centrosinistra e dall'assessore al lavoro di Rifondazione Comunista ci saremmo aspettati una politica diversa per i lavoratori, piuttosto che l'elargizione di finanziamenti a pioggia per il padrone, con scarso controllo sugli impegni presi e sugli accordi. Occorre una maggior mobilitazione da parte dei lavoratori.

Quella stessa grinta che ti fa continuare a lottare contro la Good Year dei veleni?

Certo. Pensa che nel 2001 abbiamo cominciato a denunciare pubblicamente le morti di tumore. Fino ad oggi ci sono stati 150 morti e 60 operati di tumore. E' in corso una causa presso il tribunale di Latina perché vogliamo incastrare 3 presidenti e 9 direttori che si sono succeduti dal '64 al 2000, quelli che io chiamo gli "intoccabili", perché forse godono di qualche protezione. Finché c'era la fabbrica hanno tentato di "comprare" il silenzio di chi si ammalava con somme di denaro o occupazione per i figli e che poi magari è rimasto fregato perché la fabbrica ha chiuso e lui è morto.

Come sta andando la vertenza?

Spero che riusciremo a fare giustizia per quella che è una vera e propria strage. Nel processo di produzione delle gomme abbiamo inalato e toccato a mani nude sostanze tremende di cui i padroni conoscevano perfettamente la nocività: si trattava di talco, amianto, nerofumo, ossido di zinco, ammine aromatiche, idrocarburi policiclici. E sono cominciati ad arrivare tumori a polmoni, vescica, pancreas, prostata. Poi sono arrivate anche le mascherine, ma quelle leggere, inutili.

I periti del tribunale hanno riconosciuto il nesso di causalità tra sostanze manipolate e malattie. Questo è un fatto positivo, ma a fronte di questo i padroni e chi li assiste sostengono che il numero di morti e malati di tumore rientrano nella media della provincia di Latina, quindi non direttamente legati alla Good Year.

Credo che lo stesso tribunale e quelli che hanno tentato, in maniera propagandistica, di costituirsi parte civile al nostro fianco come Legambiente e il comune di Cisterna, avrebbero dovuto spingere per fare una verifica puntuale di tutti gli ex dipendenti G.Y. dal ‘64 ad oggi e verificare il numero esatto di morti e di malati tenendo conto che il periodo di incubazione può essere di diversi anni, e una indagine epidemiologica sulle popolazioni intorno alla fabbrica. Questo è il punto. Andrebbero coinvolte le popolazioni e incalzate le istituzioni.

Invece fino ad oggi sono andato io, casa per casa, a raccogliere le cartelle cliniche, tentando di vincere timori e reticenze.

Come coinvolgere le popolazioni e creare mobilitazione?

So che in provincia esistono comitati di lavoratori che lottano per la salute in fabbrica. Cominciamo ad unirci, a confrontarci e a parlare insieme con le popolazioni, magari organizzando proprio qui a Cisterna un'assemblea pubblica.

Grandi manifestazioni degli immigrati in tutta Italia, nel silenzio della stampa

Permesso di soggiorno e sanatoria subito!

 

Roberto Angiuoni

Ultim'ora: a poche ore dalla chiusura del giornale un operaio bengalese di Vicenza, Abdul Manan, è stato ucciso da un pregiudicato italiano nel quartiere di Torpignattara, a Roma. Più di un migliaio di immigrati hanno sfilato per le strade del quartiere, protestando contro il clima di terrore e repressione creato ad arte dalle forze dell'ordine nei confronti dei lavoratori immigrati. Il PdAC, che ha partecipato al corteo e tenuto uno degli interventi finali, si unisce al dolore della comunità bengalese; saremo sempre al fianco delle vostre lotte.

Domenica 25 marzo, per le strade del centro di Roma, hanno sfilato cinquemila lavoratori e lavoratrici immigrati/e per chiedere in massa il permesso di soggiorno, la chiusura definitiva dei Cpt e lo stop immediato delle guerre imperialiste nei Paesi dipendenti. La manifestazione, organizzata dall'associazione Dhuumcatu e dal Comitato Immigrati Italiani (Cii), è stata tra le più vive e combattive degli ultimi mesi. Il Partito di Alternativa Comunista, rompendo con Rifondazione all'atto della sua entrata nel governo Prodi, ha scelto fin da subito di schierarsi dalla parte degli oppressi contro il governo degli oppressori. Per questo ha partecipato massicciamente al corteo di Roma (insieme con l'Oci e alcuni esponenti di Rdb-Cub e Action) offrendo tutte le sue energie e la sua solidarietà ai cinquemila presenti e alle delegazioni delle comunità straniere di Roma che coraggiosamente, per più di tre ore, hanno gridato in piazza la propria rabbia contro l'esecutivo di centrosinistra e, più in generale, contro tutte le riforme in materia di immigrazione che, in perfetto accordo e continuità, Unione e Cdl hanno varato lungo l'ultimo decennio.

 

 

 

 

 

La lotta dei marittimi dello stretto di Messina

Tra scioperi, occupazione della dirigenza navale e illusioni istituzionali

 

Giacomo di Leo

 

La condizione lavorativa dei marittimi e la sicurezza ed efficienza dei trasporti della Sicilia sono addirittura peggiorati dopo il tragico incidente nello stretto di Messina: quattro lavoratori morti e ottanta viaggiatori feriti, di fatto dimenticati dal governo nazionale.

 

Lavoratori sotto attacco

 

Tale azienda persiste nelle dismissioni dall'area dello stretto e, conseguentemente, sta procedendo alla riduzione delle nuove tabelle di armamento, portando da dieci a sette i membri dell'equipaggio, con l'approvazione di Capitaneria di Porto e Ministero dei Trasporti ( taglio di 94 precari) .I governi dell'alternanza borghese hanno sostenuto gli armatori privati,nello sfruttamento della forza-lavoro,grazie anche alla riduzione e alla precarizzazione degli organici. Il personale è stato tagliato da 1800 a 626 unità. Si verifica una elevata diffusione contratti a termine per 78 giorni l'anno, impropriamente definiti "contratti a viaggio", l'armatore garantisce il rapporto di lavoro solo per il periodo del viaggio stabilito in fase di contrattazione. Anche la Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), da oltre 10 anni, adotta questo tipo di assunzione per le sostituzioni del personale di ruolo per colmare i vuoti lasciati dal personale in quiescenza, superando di gran lunga la percentuale di precariato contrattualmente prevista (10%) solo nei periodi di aumento della produzione. I marittimi precari non hanno alcuna forma di tutela: "licenziabili dopo una sola traversata dello stretto". A questa lucida e criminale politica di riduzione della forza-lavoro si è opposta a più riprese la volontà di lotta dei marittimi, stanchi delle continue promesse dei soliti politicanti locali e della continua soverchieria di Rfi, che li costringe dietro pressioni e minacce (pena il richiamo disciplinare) a lavorare per trenta giorni consecutivi, senza osservare i turni di riposo,come denunciano i precari del sindacato autonomo precari, e tanti altri che sono stati l'anima di questa rivolta sociale, che ha contagiato altri settori sociali, come i lavoratori della Birra Messina (Heineken). Alla luce del tragico incidente avvenuto nello stretto l'ondata di scioperi dei marittimi di Rfi ha assunto un valore politico ancora maggiore di azione esemplare per tutti i lavoratori, i precari e i disoccupati di Messina. Durante l'ultimo sciopero, il terzo!

 

Istituzioni e sindacati

 

Dopo il tragico incidente, i lavoratori hanno ben individuato i loro avversari di classe, scandendo slogan contro il sindaco Genovese, che democristianamente è sempre disponibile con "i poveri lavoratori" fino ad accompagnarli a Roma e sostenerli con dei bei discorsi, per poi tornare a Messina ed avvantaggiare gli armatori privati in particolare la Caronte &Tourist del gruppo Franza. Questa compagnia usufruisce di diversi approdi, tra cui il molo Norimberga e l'approdo di Tremestieri.Dal primo partono i tir per Salerno,che attraversano il centro cittadino con tutti i danni immaginabili. La navigazione della Cartour entra in contrasto con quella dei traghetti della Rfi che rischiano anche collisioni con le imbarcazioni private cosi come denunciato dai comandanti dei vettori navali pubblici e dal "Comitato la nostra città" in un esposto alla Procura della Repubblica. Ritornando alla vertenza evidenziamo come i marittimi precari hanno effettuato a più riprese lotte radicali, come il blocco dei traghetti; l'ultimo è stato quello della nave traghetto "Sibari",all'indomani del fallimento dell'ennesima trattiva-farsa svolta a Roma tra Rfi settore navigazione e sindacati. L'occupazione degli uffici della dirigenza navale, che dura da quasi un mese, è un ulteriore tentativo di accendere le luci su questa drammatica situazione, che ha spinto i precari e le loro famiglie a barricarsi dentro quegli uffici della stazione marittima. Mentre i politici locali fanno la passerella dentro i locali occupati, da Roma giungono notizie a dir poco allarmanti:dall'analisi degli orari estivi si desume che insieme ai traghetti saranno tagliati 5 treni a lunga percorrenza,circa un terzo dei servizi che collegano giornalmente l'isola col resto d'Italia. Mentre il consiglio comunale di Messina si autoconvoca per dare l'impressione (?) di essere a fianco dei precari, il ministro dell'economia Padoa Schioppa preannunzia misure "difficili ed impopolari"per le ferrovie al fine di "risanare" il bilancio. In questa grave situazione i precari necessitano di una direzione sindacale e politica alternativa a quella odierna,che li ha depotenziati illudendoli che avrebbero risolto i problemi nei tavoli istituzionali e/o mediante le interrogazioni parlamentari. Mediocre, altresì, lo "spessore" dell'interrogazione parlamentare presentata da Rifondazione Comunista: gli onorevoli del Prc, come al solito, si augurano che il governo dei padroni si ravveda. Nel frattempo alcuni dirigenti dei sindacati di base dirigono i precari nel primo blocco dei traghetti di un armatore privato in coincidenza dello sciopero nazionale contro il governo indetto dalla RdB-Cub il 30 marzo; che non sia questo il percorso alternativo da intraprendere? Per non trasformare lo sciopero regionale-nazionale dei ferrovieri del 13 aprile nell'ennesima passerella dei bonzi sindacali e/o politici...

 

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