Partito di Alternativa Comunista

Grande coalizione, grande imbroglio

Il risultato elettorale tedesco ed il consolidamento dell'opzione centrista

di Valerio Torre

L'ultimo anno di vita del governo "rosso-verde" di Gerhard Schroeder è stato molto sofferto: le elezioni locali in vari land tedeschi (da ultimo, quelle svoltesi in Nordreno-Westfalia) marcavano sconfitte su sconfitte della Spd (il partito socialdemocratico del premier) che subiva inoltre importanti scissioni (la più significativa delle quali quella di Oskar Lafontaine) e vedeva nascere alla sua sinistra una nuova formazione politica (la Wasg, sigla che sta per "Alternativa elettorale per il lavoro e la giustizia sociale", in cui erano confluiti, appunto, transfughi dell'ala sinistra della Spd e sindacalisti), mentre cresceva il peso politico dell'Unione Cdu-Csu, guidata da Angela Merkel, proiettata dai sondaggi verso una vittoria travolgente contro lo stesso Schroeder. Insomma, c'erano tutte le condizioni perché di qui al 2006 si determinasse un progressivo logoramento della coalizione di governo ed infine un suo rovesciamento ad opera della sfidante di centrodestra.

Nello scorso mese di luglio, il cancelliere ha sparigliato le carte, facendo pronunciare il Bundestag - con l'astensione della sua stessa maggioranza - sulla sfiducia al fine di arrivare ad elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale del mandato. Ottenuta la sfiducia, ha lanciato un'aggressiva campagna elettorale con l'obiettivo dichiarato di recuperare consensi e colmare il distacco che, nelle intenzioni di voto raccolte dagli istituti di statistica, appariva enorme. È evidente che Schroeder ha preferito bruciare le tappe, piuttosto che essere cotto a fuoco lento da una situazione socio-economica insostenibile, in un quadro di perdurante stagnazione e di crescente disoccupazione: congiuntura - questa - per far fronte alla quale il governo "rosso-verde" non aveva trovato di meglio che applicare la solita ricetta del taglio del welfare (il programma di riforme contenuto nel pacchetto "Agenda 2010"), mentre le grandi imprese aumentavano il loro potere di ricatto sui lavoratori, imponendo tagli del personale occupato e l'allungamento della giornata lavorativa sotto la minaccia della delocalizzazione all'estero degli impianti produttivi.

Il panorama politico e la rimonta

Intanto, sulla sinistra della Spd vedeva la luce una nuova formazione politica (poi denominata Die Linke), nella quale confluivano i militanti della neonata Wasg ed i post-comunisti della Pds di Gregor Gysi. Quest'alleanza tecnica (infatti, le dirigenze dei due partiti hanno previsto un percorso che li porterà alla fusione non prima dell'estate 2007) era, nelle intenzioni di voto, accreditata di un notevole risultato elettorale in cui giocavano, oltre a fattori d'immagine (il peso personale di un ex leader della Spd come Lafontaine) e d'insediamento territoriale (quello della Pds nelle regioni della Germania orientale), anche elementi di radicalizzazione (la difesa dello stato sociale, la lotta al pacchetto "Agenda 2010").

Insomma, la strada per Schroeder era tutta in salita. Nondimeno, il cancelliere è riuscito in quella che sembrava un'impresa disperata: rimontare il divario che lo separava dalla Merkel giungendo, nei sondaggi alla vigilia del voto, pressoché alla pari con la sfidante; la quale, al contrario, ha condotto una campagna elettorale contrassegnata da errori marchiani come quello di proporre per la sua futura squadra di governo (salvo poi fare un brusco dietro-front) un professore d'economia, Paul Kirchof, il cui dichiarato programma economico prevedeva l'introduzione di una flat tax del 25% ed il finanziamento del minor gettito con drastici tagli dei sussidi: errori che hanno avuto come effetto quello di spaventare un elettorato già abbastanza colpito dalla congiuntura economica.

L'esito delle elezioni è stato sorprendente, considerando la magnificata "stabilità del sistema tedesco": la Cdu-Csu guidata da Angela Merkel, che sperava in un risultato del 41%, ha prevalso di misura con il 35.2% conquistando 226 seggi, contro il 34.3% ed i 222 seggi della Spd; mentre i liberali della Fdp hanno avuto 61 parlamentari, 54 la Die Linke e 51 i Verdi. Nella storia della Germania era la prima volta che una donna - per giunta proveniente dall'ex Ddr - varcava la soglia del cancellierato. Ma la situazione è anche apparsa grottesca, poiché colei che nei numeri appariva la vincitrice veniva descritta come politicamente sconfitta, mentre il perdente alle elezioni era dipinto dalla stampa come un trionfatore per aver saputo rimontare un enorme distacco. La realtà rendeva invece manifesta una fase di stallo, in cui tutte le ipotesi di possibile governo - tranne una - erano considerate impraticabili.

Sbocco obbligato verso la Grosse koalition

Infatti, la somma dei seggi di Cdu-Csu e Fdp da un lato e di Spd e Verdi dall'altro (fra loro questi quattro partiti erano già alleati nei rispettivi blocchi) non consentiva il raggiungimento di maggioranze per governare; né era possibile aggiungere alle formazioni del centrosinistra uscente i parlamentari conquistati dal partito di Gysi e Lafontaine (esito, questo, respinto sia da Schroeder che dagli esponenti della Die Linke). Sicché, dopo alcuni giorni di trattative, ha preso corpo l'ipotesi di una grande coalizione di unità nazionale fra il partito della Merkel e quello del cancelliere uscente. Il negoziato è andato avanti sino a definire la squadra di governo, con la premiership affidata alla vincitrice e la poltrona di vice-cancelliere al numero uno della Spd, Franz Müntefering. Nella ripartizione dei ministeri, l'Economia, la Difesa, l'Interno, l'Agricoltura, la Famiglia, l'Istruzione e la presidenza della Cancelleria, sono andati ad esponenti dell'Unione Cdu-Csu; mentre, il Lavoro, gli Esteri, l'Ambiente, le Finanze e i Trasporti, sono stati assegnati a uomini della Spd.

Il compromesso che c'è dietro la Grosse koalition dovrebbe comunque consentire all'azione di governo di svilupparsi, dal momento che, sui temi della politica economica, le posizioni fra i due alleati non sono poi così tanto differenziate: basti pensare che la riforma di "Agenda 2010", fortemente voluta dal precedente governo Schroeder, è passata in parlamento nella scorsa legislatura anche con i voti della destra della Cdu e dei liberali della Fdp. Quanto alla politica estera, invece, le differenze nella nuova coalizione sono sicuramente abbastanza marcate: i cristiano‑democratici della Merkel sono contrari all'asse franco-tedesco costituito da Schroeder in risposta all'unilateralismo americano ed alla politica di sicurezza e difesa europea (Pesd) fondata sull'asse privilegiato con Parigi, mentre premono in direzione di un graduale processo di riavvicinamento verso Londra e Washington. Tuttavia, il fatto che questi temi siano rimasti sostanzialmente fuori della campagna elettorale, ed in ogni caso che il ministero degli Esteri sia stato poi attribuito ad un esponente della Spd, lascia pensare che, almeno per il momento, non vi saranno, nel neonato governo tedesco, variazioni di rilievo in tema di politica estera.

La natura ed il ruolo della Die Linke

Il partito della nuova sinistra è nato, come detto, dall'aggregazione di scissionisti della sinistra socialdemocratica e di settori sindacali con l'ex partito di derivazione stalinista della Germania dell'est, la Pds, oggi legato a Rifondazione comunista nel bertinottiano progetto del Partito della Sinistra europea.

La campagna elettorale della neonata formazione si è basata su di un programma apparentemente radicale, tutto incentrato sulla difesa del welfare state minacciato dalla famigerata "Agenda 2010". In realtà, a ben vedere tra le pieghe delle bellicose dichiarazioni di opposizione dei suoi principali esponenti, Lafontaine non lotta per l'abolizione delle riforme volute da Schroeder (e condivise nel loro impianto generale dal nuovo cancelliere Merkel), ma chiede invece la correzione dei tagli agli aiuti per i disoccupati; Gysi non si batte per la cancellazione delle misure neoliberali per il mercato del lavoro introdotte dal precedente governo "rosso‑verde", ma solo per emendarle. D'altro canto, la stessa Pds è presente in parecchi governi locali dell'est tedesco insieme ai socialdemocratici della Spd, di cui condivide - applicandole - le discusse misure antipopolari. Insomma, siamo in presenza di una forza tutt'altro che rivoluzionaria - o anche solo "antagonista") - se persino il quotidiano conservatore Die Welt ha dato atto a Lafontaine che, con il suo nuovo impegno politico, egli s'avvia a passare "dal campo socialdemocratico a quello di un socialismo democratico".

In ogni caso, il relativo successo della Die Linke (inferiore, comunque, alle aspettative ed agli stessi sondaggi) non implica affatto uno spostamento ideologico dell'elettorato, come hanno goffamente ipotizzato Fausto Bertinotti - secondo il quale l'alleanza Gysi-Lafontaine è uno dei modelli ai quali il Prc deve rifarsi - e Pietro Folena - che vede in quello della nuova formazione tedesca "un progetto simile, per non dire gemello, rispetto a quello di Uniti a Sinistra". Al contrario, siamo in presenza di uno spostamento congiunturale di voti, determinato dal giudizio negativo di parte dell'elettorato socialdemocratico sulle politiche sociali di Schroeder e dal tentativo di esercitare sulla Spd una pressione per spostarne l'asse in direzione di una maggiore attenzione per le fasce deboli della popolazione.La prospettiva centrista della Grosse koalition in Germania...

Come detto, l'ipotesi del governo di unità nazionale è apparsa da subito quella più praticabile. D'altronde, la stampa europea già indicava, ad urne ancora calde, questo percorso. Mentre il quotidiano francese Le Figaro dichiarava che "il risultato di ingovernabilità, che emerge dalle elezioni tedesche, è una brutta notizia per tutta l'Europa", il quotidiano finanziario Handelsblatt sosteneva che "lo scenario di incertezza che si sta delineando è un serio ostacolo alle riforme economiche di cui il paese ha urgente bisogno"; dal canto suo, la Bild si chiedeva "quale sia il modo migliore per uscire da questa impasse" ed individuava "due alternative possibili: nuove elezioni o una grande coalizione di governo".

È evidente che il compromesso negoziale fra Schroeder e Merkel è ben visto dalla grande borghesia tedesca ed europea. Il programma elettorale della Spd, dichiaratamente in continuazione con quello del governo precedente, non è affatto avversato dal neo-cancelliere: tutta la campagna elettorale che ha visto la grande rimonta di Schroeder è stata segnata dalla conferma dei tagli e delle riforme neoliberali del mercato del lavoro e, in politica estera, dall'assenso all'impiego dell'esercito tedesco in missioni armate oltre confine. Ed in questo senso, la grande coalizione nasconde, per l'elettorato che ha voluto dare fiducia a Schroeder per timore della distruttiva azione di governo della Merkel, un grande imbroglio. Mentre il consolidamento dell'opzione centrista rappresenta un elemento di rassicurazione per i mercati, che, come sempre, prediligono la pace sociale per tutelare gli interessi del capitale: per questo, l'esclusione di liberali e della Die Linke (che hanno goduto di un'innegabile, per quanto congiunturale, polarizzazione del voto) è apparsa come la naturale soluzione per ovviare alla situazione di stallo determinatasi col risultato elettorale.

: e in Italia

La realtà italiana non presenta, nell'immediato, la possibilità di un simile sbocco. Nonostante l'approvazione della riforma della legge elettorale in senso proporzionale, la presenza del Prc all'interno dell'Unione mantiene ancora quel carattere di "funzionalità" al progetto di Prodi: per questo, gli avvertimenti di Bertinotti a non cedere alle lusinghe dell'opzione centrista appaiono fuori luogo e si configurano, piuttosto, come una rinnovata dichiarazione di fedeltà allo stesso Prodi. Ma non può escludersi che, una volta che il futuro governo dell'Unione si sarà consolidato col raggiungimento della pace sociale ed il depotenziamento delle dinamiche di massa e delle spinte sociali, il Prc possa non essere più ritenuto "funzionale" al governo della borghesia e sostituito senza grossi danni - se non per quelli che deriveranno al movimento operaio dalla scelta di Bertinotti - da pezzi della coalizione di centrodestra in libera uscita.

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