Partito di Alternativa Comunista

Governo Draghi: il bilancio dei lavoratori

Governo Draghi: il bilancio dei lavoratori

 

 

di Alberto Madoglio

 

Non si contano più le lodi sperticate che commentatori e politici di regime riservano al governo presieduto da Mario Draghi. L’esecutivo di unità nazionale con a capo l’ex governatore della Banca d’Italia e della Banca centrale europea (due cariche istituzionali che sono già di loro un programma) era stato chiamato a guidare il Paese sulla spinta di varie emergenze: una crisi economica catastrofica, le cui ragioni covavano da lungo tempo ma che la pandemia ha contribuito ad amplificare; la pandemia che allo stesso tempo, seconda emergenza, lo scorso inverno era tornata a essere totalmente fuori controllo, come e più che nella primavera 2020; infine, terza emergenza, lo stallo decisionale in cui si era trovato il governo Conte II, sostenuto da Pd e M5s (oltre che da altre formazioni minori come Italia Viva e Leu-Sinistra Italiana di Bersani e Fratoianni). Uno stallo che lo rendeva inviso anche a settori sempre più larghi delle classi dominanti italiane, che lo criticavano non per una sua presunta postura di «sinistra nella sua azione politica», ma per non essere in grado di rispondere ai desiderata delle grandi famiglie borghesi del Paese.
Il nuovo esecutivo nasce con l’appoggio di tutti in partiti presenti in Parlamento - con l’eccezione, più nella forma che nella sostanza, di Fratelli d’Italia - di Confindustria, delle istituzioni europee e, quello che più conta per spiegare la sostanziale pace sociale nella quale opera (almeno per ora) delle burocrazie sindacali, Cgil in testa.

 

Non ci aspettavamo nulla di buono

Abbiamo affermato da subito che i lavoratori non potevano aspettarsi nulla di buono da un premier che da governatore in pectore della Bce aveva imposto una riforma delle pensioni che ha preso forma con la legge Fornero, strangolato il proletariato greco con minacce, ricatti e dure politiche di austerità e suggerito al primo ministro dell’epoca, Renzi, di abolire l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Siamo stati facili profeti.
Tra i primi atti ricordiamo la riforma in senso fortemente privatistico del pubblico impiego, redatta dal ministro della Pubblica amministrazione Brunetta e avallata tra squilli di tromba da Cgil, Cisl e Uil, senza nemmeno la finzione di una qualsivoglia consultazione tra i lavoratori interessati.
A questo si aggiunse una massiccia operazione repressiva di polizia che portò all’arresto e alla denuncia di svariati delegati e iscritti sindacali del Si.Cobas, impegnati da tempo in una dura vertenza nel polo della logistica di Piacenza. Un biglietto da visita di tutto rispetto. E ciò che è venuto dopo, è proseguito nello stesso solco

 

Il Pnrr dei padroni

La stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), cioè del piano steso per utilizzare gli oltre 200 miliardi di fondi stanziati dall’Unione europea a favore dell’Italia, ha avuto uno smaccato carattere di classe antioperaio.
Se la retorica fatta a gran voce da governo e mezzi di informazione parlava di un piano che avrebbe sancito una svolta epocale, un cambiamento verso una società più inclusiva, in cui le disparità di ricchezza e reddito sarebbero state ridotte, e lo sviluppo avrebbe avuto un occhio di riguardo per la tutela dell’ambiente, le decisioni prese sono andate in tutt’altro senso.
Come scrivevamo, i veri vincitori usciti dalle oltre 200 pagine del Pnrr sono le multinazionali degli idrocarburi e dell’energia elettrica, i grossi appaltatori di opere pubbliche che beneficeranno dei miliardi stanziati a favore dell’Alta Velocità ferroviaria (mentre al trasporto pubblico, usato da lavoratori e studenti, andranno solo le briciole), i boss della sanità privata ecc. Nel frattempo viene ulteriormente dimensionato tutto quello che riguarda il pubblico, con la scuola in primis che negli auspici del Pnrr diventa totalmente asservita alle esigenze delle imprese capitalistiche.

 

La salute sottomessa ai profitti

La stessa gestione sanitaria della pandemia, è stata, e viene tuttora, affrontata non nell’ottica di salvaguardare la salute della popolazione, ma per consentire alle aziende di tornare a produrre a pieno regime e quindi di fare profitti.
In questa ottica deve essere inquadrata la scelta presa la scorsa primavera di riaprire tutte le attività industriali e commerciali, cinema, teatri, impianti sportivi nonostante i dati dei contagi fossero pericolosamente elevati, e la campagna vaccinale solo all’inizio.
Oggi quella scelta viene portata ad esempio come atto lungimirante del premier, a causa del «presunto successo» che essa ha ottenuto. Forse ha avuto successo dal punto di vista economico, ma su questo punto torneremo più avanti. Non così si può dire sull’evoluzione della pandemia. I numeri dei contagi rimangono ad oggi particolarmente alti, così come i decessi (diverse decine al giorno). E sappiamo che ogni contagiato, anche se non viene ricoverato in terapia intensiva o, peggio, muore, ha un’altissima probabilità di incorrere in danni permanenti alla salute, che faranno sentire il loro peso man mano che l’età avanza.

 

La ripresa della scuola

Possiamo altresì immaginare che vedremo una nuova impennata di contagi e forse decessi nelle prossime settimane, con la ripresa della didattica in presenza al 100% e col generale «rimescolamento» della popolazione, ricorrendo ad un termine spesso usato dai virologi, che accrescerà dunque le possibilità di contrarre il virus.
Anche perché nulla è migliorato sul versante trasporti e spazi scolastici. Per i mezzi pubblici è consentito un utilizzo fino all’80% della capienza globale (posti seduti e in piedi) senza distanziamenti, il green pass (panacea, a detta del governo, di ogni rischio) non verrà chiesto su pullman locali e metropolitane. Per le scuole la distanza sociale non è obbligatoria ma solo suggerita, mentre le classi sovraffollate (classi pollaio) sono la norma e non l’eccezione (diverse migliaia secondo un servizio dello scorso 6 settembre andato in onda su SkyTg24).
Quanto la gestione sanitaria del Covid sia schizofrenica, per non dire criminale, lo si evince anche dalla proposta, non ancora confermata, di considerare valido ai fini del green pass un tampone molecolare fatto nelle 72 ore precedente, quando gli studi sanitari parlano di una affidabilità non superiore alle 48 ore. Ciò che ha spinto il noto virologo Andrea Crisanti a dire che «il governo decide per legge quando il virus infetta e quando no».

 

Solo rimbalzi, altro che ripresa!

Accennavamo in precedenza ai dati economici positivi che vengono ascritti alle decisioni del governo. In realtà dopo il crollo dello scorso anno, che si somma al fatto che l’economia tricolore non avesse ancora raggiunti i livelli precedenti alla crisi del 2009/2010, si poteva comunque prevedere che il combinarsi di questi due fattori, legati ad una riapertura generalizzata delle attività, producesse il rimbalzo sui dati del Pil.
Che si tratti di rimbalzo e non di vera e propria ripresa di lungo periodo, lo si può dedurre dalle previsioni dei maggiori istituti economici internazionali. Per il 2021 il Pil crescerà di circa il 6% (forse anche superiore secondo stime governative) ma tale crescita si ridurrà a poco più del 4 nel 2022, per rallentare ulteriormente gli anni successivi.
Non può essere diversamente se un andamento simile è previsto per quella che rimane la locomotiva dell’economia mondiale, gli Usa, per i quali dopo il boom del 2021 si prevede un forte rallentamento che rimarrà tale per tutto il decennio.

E tutto ciò a patto che non si verifichino eventi che possano nel breve far virare la congiuntura verso una nuova recessione. Non parliamo solo di una possibilità di scuola, ma ci basiamo su alcune situazioni che già sono in atto. Una crescita del tasso di inflazione a livello globale, che può spingere le banche centrali a porre un freno, o a bloccare del tutto, la politica monetaria espansiva, mettendo una forte pressione sui debiti di Stati e imprese. O nuovi fallimenti di portata globale. Ci riferiamo al caso del gigante cinese attivo nel settore immobiliare Evergrande. La società ha dichiarato di non essere in grado di onorare i suoi debiti che ammontano a oltre 300 miliardi di dollari. Se ciò avvenisse, avremmo una nuova Lehman, elevata però all’ennesima potenza, con tutto quello che ciò comporterebbe a livello globale.

 

Licenziamenti all’orizzonte

È per tutti questi motivi che il governo, al di là delle petizioni di principio, non vuole e non può modificare la propria politica in campo sociale, e che per i lavoratori si prepara un altro periodo di sacrifici.
Lo vediamo con il caso Alitalia, dove il nuovo piano industriale prevede migliaia di licenziamenti, e per questo motivo trova l’opposizione attiva dei lavoratori, che al momento non credono alle promesse e alle false rassicurazioni delle burocrazie sindacali. O del perché non si trovino altre soluzioni che non siano la conferma dei licenziamenti o il ricorso alla cassa integrazione per i casi Gkn, Embraco, Whirpool, Giannetti Ruote fra le tante.
O con gli annunci relativi ad una nuova, l’ennesima, riforma del sistema pensionistico, che nei fatti verterà su un ritorno alla famigerata legge Fornero, anche se con alcuni accorgimenti di facciata per renderla digeribile a quelle forze della maggioranza, che più l’avevano osteggiata per motivi di consenso elettorale (Lega e M5s).

O per il fatto che a oggi non sia stata rifinanziata l’indennità per i lavoratori costretti in quarantena a causa di contatti con dei positivi al Covid. La versione ufficiale è che mancano le risorse, 900 milioni. Tuttavia, magicamente, si sono trovati svariati miliardi, sotto forma di sgravi fiscali, per far sì che la ormai prossima acquisizione di Monte dei Paschi da parte di Unicredit sia a costo zero per quest’ultima.
Oppure che nessuna difficoltà sia sorta per l’acquisto di missili a lungo raggio, con i quali equipaggiare sommergibili della marina tricolore, o per armare i droni in dotazione all’aereonautica.
La vera posta in gioco non è nel trovare un «difficile» equilibrio tra la difesa dei diritti e dei posti di lavoro per milioni di proletari e l’evitare che scelte politiche (vedi il fantomatico blocco delle delocalizzazioni) possano essere un freno agli investimenti in Italia. Gli interessi di fondo di proletari e capitalisti sono assolutamente e irresolutamente inconciliabili e contrastanti, come secoli di storia dovrebbero aver a tutti insegnato. E che proprio in fasi di crisi come quella che stiamo vivendo, al di là delle contingenze più o meno favorevoli, portano a un livello di tensione senza precedenti.

 

«Vogliamo tutto»

I padroni sanno di non poter cedere nemmeno di un millimetro, pena vedere ridotti i loro profitti e pena vedersi sopravanzati da concorrenti più attrezzati e spietati di loro.
Consapevolezza uguale e contraria la devono avere i lavoratori. Devono essere consapevoli che ogni conquista, parziale, minima e provvisoria, non deve essere accettata come uno scampato pericolo, o l’aver evitato un danno maggiore, ma come trampolino di lancio per alzare sempre più il livello di rivendicazione, con la consapevolezza che a chi chiede cosa si vuole, i lavoratori devono rispondere «vogliamo tutto», per riecheggiare uno slogan degli anni ‘70.
Tantomeno si devono riporre illusioni su un presunto ruolo imparziale del governo, al quale si deve «passare la palla» per trovare soluzioni convenienti per i due campi in lotta, padroni e proletari. No, il governo non è né un arbitro super partes o che parteggia per uno dei contendenti. È il nemico che bisogna sconfiggere assieme ai padroni, se non si vuole correre il rischio che vittorie parziali siano il prologo di sconfitte future.
I prossimi mesi saranno molto intensi per quanto riguarda lo scontro di classe. Siamo consapevoli che la posta in gioco è molto alta e che per trionfare bisogna essere consci che nessuna soluzione intermedia, di compromesso, è possibile.
Bisogna aver chiaro che davanti ai disastri causati dal capitalismo, il socialismo è la sola alternativa non soltanto necessaria, ma quanto mai realistica.

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